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La ragazza con gli stivali

Un’anomalia che si verifica una sola volta può essere considerata una casualità, ma alla seconda volta in meno di sette giorni in cui indosso scarpe che mettono in evidenza i calzini spaiati, fermarsi e porsi qualche domanda è d’obbligo.

Dopo un’attenta riflessione, durata il tempo in cui non mi sono seduta sull’autobus per evitare che qualcuno notasse la dissonanza cromatica dei due calzini incriminati, ho compreso che l’origine del problema ha due matrici: essere cresciuta in campagna ed essere torinese.

Nonostante i sedici mesi di lontananza dalla mia città e noncurante dei 20°C che ancora deliziano Tirana, io uscirei di casa tutti i giorni con gli stivali.

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Meraviglie di Zalando. Comodi nonostante i tacchi, 20 euro con i saldi due inverni fa.

Non solo: ogni mio desiderio calzaturiero, quando non supportato da una buona dose di razionalità, si limita appunto ad infinite paia di stivali.

Il carrello che mai svuoterò su AliExpress ne è la prova: tronchetti, military boots, over the knee, con o senza tacco/zeppa/inserti in lana/dettagli dorati, sono sempre loro l’oggetto delle mie brame.

Il tassello successivo del puzzle è dato dalla mai sopita passione per il kitsch, passione che cerco di tenere a bada nell’abbigliamento visibile – anche se nell’armadio, a Torino, ci sono un paio di giacche che dimostrano altrimenti – e che non posso evitare esploda come una nuvola di glitter quando acquisto delle calze.

Inseriamo nel quadro le ben note lavatrici mangiacalzini, e quelle che mia madre chiama “mani di pastafrolla” che fan sì che sempre più spesso i capi di abbigliamento più piccoli mi cadano in fase di stenditura sul balcone.

Il risultato credo sia abbastanza ovvio: posseggo calzini particolarmente colorati e sovente spaiati, gli stivali mi permettono di avere un’apparenza decorosa non mostrando tali dettagli, ergo alla prima occasione in cui mi trovo ad indossare scarpe sotto il malleolo (nel caso odierno, delle Adidas tamarre da far spavento anche alla borgata torinese da cui provengo), il terribile segreto è svelato.

Dovrei forse limitarmi alla dicotomia freddo=stivali, caldo=sandali, scelta che mi permetterebbe inoltre di evitare l’acquisto di scarpe basse che utilizzo comunque molto poco, così da risparmiare e avere ancora più stivali.

So di non essere l’unica a unire utile e dilettevole, dove utile sta per “pessimo gusto in fatto di calze” e dilettevole per “insana passione per le calzature da montanara”, quindi mi rimetto a eventuali consigli e trucchetti per ovviare a situazioni imbarazzanti e poco professionali come quella di stamani.

Va da sé che smettere di indossare scarpe da ginnastica da tamarra di Torino Nord è già nella lista delle cose da fare.

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Neanche l’effetto contadina nella steppa mi spaventa: IO GLI STIVALI NON ME LI TOLGO.

 

 

 

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I film dell’infanzia: l’immenso Labyrinth

Mi rendo conto che probabilmente una buona parte di chi mi legge non ha la più pallida idea di cosa sia Labyrinth, mentre l’altra parte ha probabilmente i lucciconi agli occhi a causa di decine di immagini improvvisamente riaffiorate alla memoria, tra le quali: David Bowie con leggings di diversi colori, Jennifer Connelly sedicenne con due sopracciglia che anticiparono il mood attuale di quasi trent’anni, un bambino vestito da Waldo rapito e un labirinto da affrontare.

Il film è diretto da Jim Henson (creatore dei Muppets) e prodotto dalla Lucasfilm di George Lucas, comprende una ventina di marionettisti e, ma questo è un dato positivo probabilmente solo per me, Helena Bonham-Carter fu scartata per il ruolo della protagonista, andato poi appunto a Jennifer Connelly.

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Dunque Henson, Lucas e Terry Jones (sceneggiatore, già nei Monty Python) realizzano un film fantasy che esce nelle sale nel 1986 e che sarebbe metafora del processo di crescita della giovane e iraconda Sarah.

Adolescente orfana di madre e gelosa del fratellastro Toby, il suo sentirsi incompresa la fa vivere in un mondo di giocattoli e di fiabe: il labirinto, la principessa nel carillon, tutta la sua camera da letto è intrisa di giochi e bambole che richiamano gli elementi che si snoderanno nel racconto.

Insomma Sarah invoca il Re dei Goblin (David Bowie) chiedendogli di portare via il piangente fratellino, salvo poi pentirsene e trovarsi costretta ad affrontare il labirinto che protegge la città dei goblin in 13 ore, o Toby verrà tramutato in un goblin.

Gli elementi ci sono tutti, no? Il capriccio dell’infanzia, l’errore, il percorso da affrontare che altri non è che un processo di crescita e responsabilizzazione.

Fin dal brano di apertura ogni strada sembra condurre in quella direzione: Underground, ovviamente cantata da David Bowie, che rivolgendosi ad una ragazzina (little girl) la consola:

Nessuno può biasimarti per essertene andata […] Non dirmi che la verità fa male, ragazzina / Perché fa male da morire / Ma giù nel sottosuolo troverai persone vere […] una terra serena, una luna di cristallo

‘nsomma, il buon David (ossia il re dei goblin) vuole attrarre Sarah in un sottosuolo in cui i dispiaceri e le sofferenze della vita quotidiana non esistono, e vuole tenercela piuttosto a lungo:

E’ solo per sempre
Non è poi tanto tempo

Ed è questo il vero fascino, almeno a mio parere, dell’intera storia: ammettendo che il personaggio di Bowie sia frutto, come tutto l’universo fantastico del film, della mente di Sarah, la contrapposizione tra buoni e cattivi non è poi così netta.

Tant’è che ancora oggi tendo a parteggiare un po’ per il cattivo, il re dei goblin: il suo mondo è affascinante, fatto di magia e creature fantastiche e luccica. Nel labirinto, quasi tutto luccica.

Comprese le giacche – e le guance – di David Bowie.

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Neanche le feste sembrano male laggiù nel labirinto, a meno che non si decida di infrangere eleganti pareti in vetro con una sedia rococò, in quel caso si può finire in una discarica fatta degli oggetti che amavamo e che abbiamo dimenticato.

Decisamente crudele, no?

Tornando alla storia, la giovane Sarah si avventura nel labirinto convinta di poterlo attraversare in meno di 13 ore; la sicurezza del re dei goblin che la fanciulla fallirà inizia a vacillare quando il suo buon cuore le fa guadagnare la simpatia di bizzarri personaggi che si coalizzano per aiutarla a raggiungere il castello reale: il risultato sono una serie di trucchetti e inganni (da bambini avremmo detto “sta barando!” o, come spesso fa Sarah, “non è giusto!”) che ce lo rendono un po’ antipatico, ma mai troppo.

Insomma il suo personaggio rappresenterebbe la parte più egoista e crudele dell’infanzia: faccio quello che voglio, se non mi va di prendermi cura del mio fratellino spero che qualcuno lo porti via, baro sulle regole e se qualcuno osa sottovalutarmi, cerco di terrorizzarlo.

Magari non tutti da bambini hanno avuto una tale predominanza della parte egoista della personalità, ma io sì e quindi I feel you, David.

Affrontate tutte le prove e i tranelli disseminati lungo il percorso, Sarah giunge al castello accompagnata dagli alleati che ha trovato lungo il cammino: Ludo il gigante buono (la forza), Hoggle il codardo dal cuore d’oro (la paura) e Sir Dydimus il cavaliere à la Don Quixote (il coraggio); deve infine affrontare nella battaglia finale il potente re che tenta di sedurla nuovamente offrendole i suoi sogni.

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Ora, potrebbe essere che solo ai bambini tremendamente egoisti come me si sia spezzato il cuore quando Bowie sospira I can’t live within you e quando Sarah lo rifiuta definitivamente, ma qui torniamo al chi te l’ha fatto fare di rinunciare a tutto e tornare alla tua noiosissima vita che ha le sue radici nel Mago di Oz.

Ma sì, ma certo, in fondo anche Robin Williams/PeterPan/Peter Banning in Hook afferma che vivere può essere un’avventura meravigliosa, e noi un po’ gli crediamo e un po’ facciamo finta per non annegare nella nostalgia dell’infanzia ormai lontana.

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In un modo o nell’altro, Sarah riesce a sconfiggere la parte peggiore dell’infanzia e a tenere con sé, nel caso ne dovesse avere bisogno, la migliore (di nuovo interpretata dai bizzarri alleati trovati nel labirinto). Il povero re dei goblin, sotto forma di gufo, rimane chiuso fuori dalla finestra.

Il bene ha vinto, l’eroe ha completato il percorso di crescita rinunciando ad essere il centro del suo universo personale in favore di un’attitudine più altruista. Il piccolo Toby – sempre vestito da Waldo – è salvo, Sarah può abbandonare l’infanzia e iniziare il suo processo di crescita.

Sotto questo punto di vista, la giovane Sarah sarà un’adulta leale, generosa e buona; ho sempre sperato che questo pezzo di fan-art si tramutasse in un progetto cinematografico, essendo curiosa come un delfino curioso di sapere a che punto l’egoista e affascinante re si sarebbe ripresentato a tentarla.

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Peccato.

Non che io muoia dalla voglia di rivedere il buon David in leggings.

Quindi Labyrinth è davvero solo una metafora della crescita? No, Labyrinth è prima di tutto una favola fantasy pazzesca, realizzata in modo tale che solo in un paio di sequenze gli stilemi anni Ottanta risultano fastidiosi (maledetti ralenty-con-dissolvenza) che ancora oggi è capace di affascinare grandi e piccini.

Alcuni grandi più di altri.

E sappiamo quanto una favola, per quanto controversa e piena di chiaroscuri, possa rallegrare giornate poco liete.

Poi un giorno troverò la forza di addentrarmi nella ricerca del motivo per cui Bowie qui è rappresentato come un gufo, e che abbia avuto una parte decisamente controversa e poco chiara in Fuoco Cammina Con Me, prequel di Twin Peaks in cui i gufi, come ben sappiamo, non sono quello che sembrano.

Ma non oggi.

Per ulteriori curiosità sul film, fate un salto qui.

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Foto, Instagram

#InstaWeek: in Grecia cresce l’erba e anche le anatre dormono*

Una settimana colma di impegni e decisioni da prendere in cui il tempo per il blog viene miseramente assorbito da impegni molto importanti, come riguardare l’intera prima stagione di Dexter in due giorni.

Ma niente mi ha impedito di continuare a riempire il mio profilo Instagram di foto brutte, quindi senza ulteriori indugi immergiamoci in una settimana di, appunto, foto brutte.

Ho aggiornato l’immagine del profilo del blog, ché sebbene io non riesca a liberarmi della relazione affatto salutare con caos e disordine, un minimo di coerenza – quantomeno visiva – male non fa. O meglio, iniziamo da questo e forse poco a poco anche il resto troverà magicamente un posto nell’universo.

La frutta di stagione fa bene.

Soprattutto se le campagne circostanti la città offrono grandi, enormi quantità di melograni giganteschi e cachi dolcissimi.

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Se poi fossi riuscita a evitare di distruggere il mixer tentando di frullare il tutto con una manciata di fiocchi d’avena, non sarebbe stato male.

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Figlia mia, rifatti il guardaroba.

Magari con maglie che non creino un effetto camouflage con i mobili dell’ufficio,

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evitando di indossare i calzettoni con gli anfibi e i collant come fosse il 1999,

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realizzando che su un outfit total black con annessa catenina misticheggiante, il rossetto nero forse è leggermente eccessivo,
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ed evitando di ascoltare Bon Jovi mentre mi vesto, così da scongiurare l’effetto cowboy in vacanza.

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*Quei rari momenti di grazia (cit.)

Sistemarsi le sopracciglia in pausa pranzo,

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rientrare a casa e sfondarsi di tè alla banana e frollini,

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O scovare foto scattate in estate nel Giardino Lamarmora, un piccolo gioiello verde nel cuore del centro di Torino.

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Infine, ma di questo non ho una foto perché un po’ di senso della vergogna ancora mi è rimasto, ecco l’ultimo dei miei acquisti falliti.

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Monday Mood(s)

Monday Moods novembrini: cose verdi

Come anticipato dalle infinite liste di film e serie tv a tema, il fine settimana di Halloween è stato un’occasione di riposo casalingo, dove si intende spiaggiarsi sul divano in pigiama e calzettoni per un numero di ore vergognosamente alto.

Ma qualche sprazzo di vitalità c’è stato, quindi senza ulteriori indugi vado ad ammorbare l’internet con una delle poche certezze di queste settimane autunnali.

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Una delle sporadiche occasioni in cui ho messo il naso fuori casa è stato un lungo caffè con un paio di amiche, sorseggiato nella soleggiata cornice di Piazza Skanderbeg. Per l’occasione, ci siamo poi avventurate nelle strade retrostanti all’Opera per raggiungere un luogo in cui prenderei volentieri la residenza, se non avessi appena ricevuto il nuovo permesso di soggiorno che indica un altro luogo come la mia dimora.

Herbal Line Albania è un negozietto che vende prodotti di bellezza e di benessere, la maggior parte dei quali provenienti dall’Asia; dopo aver spulciato per un’abbondante mezz’ora l’INCI ogni singolo prodotto, mi sono prodigata in quello che so far meglio, ossia la mozzona, e approfittando di un’offerta ho acquistato una lattina da 400 ml di olio di cocco, ricevendo in omaggio una boccetta da 30 ml di olio di Tea Tree (foto in basso a destra), per meno di 10 euro.

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Rientrata a casa e colta dal sacro fuoco del benessere naturale, avrei volentieri dedicato il resto della giornata alla cura di pelle e capelli, e così è stato, salvo il particolare del guasto alla pompa dell’acqua che mi ha lasciata all’asciutto per più di ventiquattr’ore, costringendomi a ricongiungermi con le mie radici contadine e quindi a lavarmi in una bacinella.

Credo di aver finalmente compreso perché da queste parti ogni minimarket vende boccioni d’acqua da 5 litri.

Ad ogni modo, il mio fervore per le robbe ecobbio ha potuto trovare sfogo grazie alla presenza sugli scaffali di Rossmann & Lala, supermercato tedesco simile ai vari Acqua & Sapone e Ipersoap, di diverse linee di prodotti fondamentalmente naturali a prezzi davvero molto bassi: la consumista che è in me mi ha fatto acquistare nel corso dei mesi creme, scrub, prodotti struccanti, salviette, shampoo e balsami e bagnoschiuma, convinta che l’assenza di siliconipetrolatiparaffineecc. avrebbe fatto la differenza.

Che posso dire, ognuno ha le sue debolezze e la mia si chiama estratti naturali.

Però insomma, lavaggi nella bacinella a parte, un rituale di bellezza durante un fine settimana di cazzeggio è oltremodo piacevole, così come lo è spendere due soldi per acquistare delle cosine che solo al pensiero di usarle fanno sentire più sane, depurate, idratate e via discorrendo.

Nel frattempo, contro ogni previsione il progetto mangiare meno junk food in orario d’ufficio pare procedere, forse grazie alla vaschetta di plastica viola tanto carina e alla deliziosa frutta autunnale. Oggi il menu prevede biscotti integrali alle prugne, melograno e mandarino.

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Per le precedenti combinazioni, c’è la sempre aggiornata e affatto piena di cazzate pagina Facebook.

Poi, cibo sano e robette bio a parte, tra sabato e domenica sono riuscita a sfornare una parmigiana di melanzane, una torta cioccolato, mele e cannella e una pasta alla Norma quindi insomma, mademoiselle la coerenza colpisce ancora.

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