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Pausa caffè 2: la costruzione televisiva di un mostro

Dato che sul Giorno della Memoria mi espressi già alcuni anni orsono, ritento l’esercizio di sintesi iniziato la scorsa settimana: siore e siori, la pausa caffè.caff

Chi segue la pagina Facebook del blog (questa) e ieri sera intorno a mezzanotte stava cazzeggiando online l’avrà già letto, comunque mi ripeto: il 24 Dicembre, dopo circa tre ore di blackout domestico, ho celebrato la nascita del bambiniello in compagnia di Liam Neeson e Ben Kingsley, ossia guardando Schindler’s List.

Va da sé che quando ieri sul sito de Il Fatto Quotidiano ho letto dell’imminente uscita di The Eichmann Show, ho iniziato a saltellare come una capretta, con buona pace del mio povero collega.

Metacinema! Metatelevisione! Erano i termini che saltellavano qua e là nella mia testa.

Metanfetamina? Era la domanda che probabilmente si poneva il mio collega nel medesimo istante.

Insomma, questo è il trailer. C’è Martin Freeman di The Office UK, c’è Anthony LaPaglia, la produzione è BBC 2, l’argomento è interessante, sul sito della rete c’è il making of (grazie al quale sarò improduttiva fino all’ora di pranzo e perderò il lavoro).

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Pausa caffè: le parole sono importanti

Inauguro oggi una nuova rubrichetta, una cosetta da nulla, brevi post con cui a cadenza settimanale condividerò qualcosa che mi è piaciuto dell’internet.

Con estremo sforzo immaginativo e dimostrando una certa continuità filologica con il nome del blog, siore e siori, vecchi e bambini, ecco a voi la prima pausa caffè.

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Matteo Campese è un conduttore radiofonico assai giovane che conobbi poco meno di un anno fa, quando con alcuni colleghi lo andai a prendere all’aeroporto di Tirana-Rinas.

Si mise alla prova sul palco del talent show a cui stavo lavorando, arrivò in finale e vinse.

Capita sovente che i video musicali che condivide sul suo profilo Facebook mi facciano compagnia durante le ore di lavoro, perché Matteo di musica ne sa proprio tanto e ha gusto da vendere.

Questo è il suo secondo video su YouTube, cliccando qui invece si arriva al suo blog.

“Talmente freddo che si sentivano solo parole sdrucciole” il giorno in cui sarò in grado di concepire periodi simili, sarà il giorno in cui smetterò di avere la sensazione latente di dover andare a lavorare in miniera. 

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I miei due cent su David Bowie, senza velleità intellettuale alcuna

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Normalmente non amo i necrologi del web per la star del cinema o della musica di turno, figuriamoci scriverne uno di mio pugno, ma David Bowie era molto più di una star del cinema e della musica.

Lo vedo dalle decine di video pubblicati su Facebook, da chi sceglie una canzone ammettendo di amarla pur non conoscendone altre e da chi si improvvisa grande estimatore della prima ora.

Il bello di un personaggio come Bowie è, secondo me, che ha spaziato talmente tanto non solo tra le arti, ma anche esplorando ogni anfratto della sperimentazione musicale e recitando in film culto come Labyrinth e Fuoco cammina con me, per poi buttarla in caciara con Il mio west di Pieraccioni, che è impossibile non averlo incontrato, sfiorato, a volte adorato. Artisticamente parlando, s’intende.

A quanto mi dicono, l’Esile Duca Bianco è entrato nella mia vita quando ero poco più che una neonata: mia zia diciottenne, appena tornata da Londra con una zazzera ossigenata sulla testa, mi faceva da baby sitter ascoltando – perché gli anni erano quelli – Tonight in loop.

Pochi anni dopo, fu l’ora del rito di passaggio-Labyrinth: un film per bambini che è molto più di questo, è un mondo magico e crudele che rappresenta la crescita (ne ho scritto brevemente qui, se qualcuno fosse interessato).

All’ormai veneranda età di diciassette anni, per la festa di Carnevale a scuola scelsi di vestirmi da Bowie nel video di Life on Mars. Insomma, più o meno così.

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Un anno dopo, durante una scampagnata alla Settimana della Moda di Milano uno dei miei più cari amici mi regalò Reality. Impiegai mesi a capirlo, forse proprio in quell’occasione mi accorsi che Bowie è geniale (anche) nel suo essere fruibile su moltissimi livelli, ma che quando voleva farla difficile, ci riusciva benissimo.

Della serie, sicuri di aver capito cosa sto cantando, bitches?

Per molti della mia generazione, Bowie è stato un po’ così: è entrato nelle nostre playlist, nei nostri videoregistratori, nelle nostre pagine Facebook sotto diverse forme. La mia preferita, va da sé, è quella del re dei Goblin.

Anche se, al contrario di quanto disse Sarah alla fine del film, lui ha un gran potere su di noi. Non potrebbe essere altrimenti.

 

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Iniziare il 2016 senza voice over si può

A posteriori, mi sembra quasi assurdo aver scelto – ormai dodici anni fa – di studiare cinema: a causa di un traumatico incontro con il film Piccole Donne, nella mia scala di valori la letteratura ha sempre battuto il cinema a mani basse.

C’è da ammettere che quella scala non è cambiata poi così tanto, considerando che come specializzazione (e amore incontrastato) ho scelto la sceneggiatura.

Non mi è ancora oggi facile approcciare l’adattamento di un libro che ho letto senza un po’ di pregiudizio, ma a mia discolpa c’è da ammettere che spesso gli adattamenti risultano troppo letterari e poco filmici. Per capirci: la mia modestissima e facilmente criticabile opinione è che se un adattamento è costruito sul voice over, cioè se sceneggiatore e regista non riescono a usare le immagini per veicolare ciò che vogliono trasmettere, tanto vale lasciare in pace libro e scrittore e dedicarsi ad altro.

Tuttavia ieri, trovata casualmente una miniserie tratta da Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, non ho potuto resistere a guardarla immediatamente.

Il libro della Christie mi fu regalato da mia sorella maggiore per l’undicesimo compleanno; lo finii molto in fretta e nel corso degli anni, l’ho riletto più volte perché diciamocelo, è un giallo cazzutissimo.

Cosa quindi, mi ha spinta a rischiare di sorbirmi tre ore di un prodotto potenzialmente mediocre e, peggio ancora, con la possibilità che fosse narrato in voice over?

Potrei rimandare la risposta ai diversi post che ho dedicato alla serialità televisiva britannica, per la quale nutro un’ammirazione che rasenta l’idolatria (se voleste saperne di più, cliccate qui), ma riassumo qui alcuni motivi per i quali se amate la letteratura e gli audiovisivi di buona qualità, dovreste dare una chance a questa serie.

Primo, gli inglesi sono bravissimi a veicolare il messaggio tramite immagini e di conseguenza, niente voice over; inoltre, grazie a una fotografia magistrale tali immagini sono obiettivamente molto belle.

Proseguendo, scopriamo che l’aderenza all’opera letteraria è quasi totale, ad eccezione di alcune modifiche politically correct (Nigger Island diventa Soldier Island e altre cosine così) e di piccoli dettagli poco rilevanti.

I personaggi sono convincenti (ma qui c’è da ringraziare Agatha Christie) e gli attori li interpretano molto bene (e qui invece si ringrazia l’addetto casting), ma soprattutto, mentre il finale del libro prevederebbe, in un adattamento particolarmente fedele, un voice over, con un colpo da maestro questo non accade.

Sembrerò folle, ma un voice over quasi certo che si tramuta in un dialogo è per me più emozionante di Jim Carrey nei panni del Conte Olaf, o dei flashback di Beautiful con tutti i modi in cui Stephanie ha tentato di uccidere Brooke.

Insomma, se siete ancora in ferie e volete trascorrere tre ore in compagnia di una serie ben fatta sia narrativamente (di nuovo, grazie Agatha) che visivamente, se amate le atmosfere retrò e i crimini impuniti, And then there were none è una buona scelta.

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