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Piccole palline di plastica

Posto che non credo che qualcuno sia interessato allo stato di disagio che mi ha portata ad iniziare una maratona di Fringe che probabilmente non finirò mai, questa settimana salto i Monday Moods e passo direttamente alla Pausa caffè, ché tanto è lunedì mattina e ne abbiamo bisogno.

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Mi rendo conto che questa Pausa caffè sarà indirizzata ad uno specifico gruppo di persone, quindi onde evitare di far perdere tempo a chi non è parte del target in questione lo dico subito: parliamo di scrub, che non è il telefilm che guardavamo tutti su MTV ma un prodotto di benessere & bellezza che fondamentalmente tira via uno strato di pelle.

Via, chi si è già addormentato è autorizzato ad andare in cortile a fumare, gli altri tutti in classe che l’argomento è delicato.

Alcuni giorni fa mi sono imbattuta in un video di Ela Gale, youtuber inglese di cui amo i video perché sono tutorial di cosmetici fatti in casa, freschi e naturali.

La mia totale incapacità di mettere in pratica i suoi insegnamenti non mi fa desistere, un giorno anche io saprò farmi mascara, eyeliner e rossetto in casa. Siamo molto fiduciosi.

Nell’ultimo video, Ela parla di microbeads, ossia di quelle piccolissime palline di plastica che all’interno di molti scrub hanno, appunto, un’azione esfoliante; tali minuscole sferette sintetiche non sono idrosolubili, pertanto tendono ad accumularsi in giro per il globo insieme al resto dei rifiuti plastici.

I nomi sotto i quali sono indicate negli INCI sono microbeads, polypropylene, polyethylene. Dopo aver visto il video, ho controllato lo scrub viso acquistato una settimana fa e ho intonato inni sacri quando al secondo posto nella lista ingredienti ho trovato polyethylene.

Vi lascio al video di Ela, che dopo aver spiegato perché sarebbe meglio evitare i prodotti con queste piccole palline si cimenta in uno scrub a base di gusci di noce: cosa che probabilmente non faremo mai, ma noi che siamo donne paura non abbiamo e le aziende che propongono cosmetici ecobio certificati sono ormai moltissime, non abbiamo bisogno di nutrire i pesci con i microbeads della nostra Nivea.

 

 

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da Torino a Tirana, Torino

Amara terra mia, amata terra d’altri

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Torino/Tirana

Vi racconto una storia.

C’è su YouTube una ragazza originaria di questa strana, caotica e bellissima città in cui ho scelto di abitare.

La ragazza vive in Italia da molti anni, figlia delle migrazioni dei primi anni Novanta.

La ragazza si è costruita un piccolo impero fatto di lezioni di trucco pur non eccellendo in tale campo, di vlog in cui disseziona le sue giornate armata di videocamera e computer pur non avendo fondamentalmente nulla da dire e di vlog di viaggi, quasi tutti sponsorizzati (beata lei).

La fanciulla non brilla per creatività, non buca lo schermo, ma riesce a guadagnare con le attività sopracitate: non è un genio del marketing e spesso, come la maggior parte delle sue colleghe beauty guru del web, ha fatto scivoloni tali da far pensare che assumere un consulente d’immagine sarebbestata una buona idea.

A me i video di questa ragazza non piacciono, perché quando investo il mio tempo libero voglio che ne valga la pena: non leggerei un libro brutto, non guarderei una serie tv che non mi piace e via discorrendo.

Questa ragazza a volte si lascia andare a critiche e commenti negativi sulla sua città e sull’Italia in generale, venendo puntualmente massacrata da patriote fiammegganti che si premurano di dirle che l’Italia le ha dato da mangiare, l’ha “salvata dal barcone” e che se non le piace, dovrebbe tornarsene da dove è venuta.

Una forma mentis che vorrebbe ringraziamenti e applausi da ogni straniero che decide di vivere nel nostro Paese, a prescindere dalle circostanze.

Si deve ringraziare e basta.

Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere. Ma qui siamo personcine educate e non lo facciamo.

Da immigrata, mi chiedo: vivo e lavoro all’estero da un anno e mezzo, lavoro, pago le tasse, l’affitto e le bollette.

Mi è consentito lamentarmi se il prezzo dell’abbonamento dell’autobus aumenta del 33% senza che il servizio sia incrementato? Io credo di sì, a prescindere dal mio essere straniera, perché quell’abbonamento lo acquisto ogni mese e quegli autobus li utilizzo almeno due volte al giorno.

Posso incazzarmi se il congelatore sembra una riserva protetta per pinguini a causa dell’elettricità che nel mese di Dicembre saltava ogni giorno per almeno tre ore, senza che l’azienda competente si premurasse di avvertire, o mettesse a disposizione un numero verde?

Di nuovo, io credo di sì.

Ma forse questo ragionamento funziona a senso unico, solo quando si tratta dell’Italia, perché è un Paese in cui tutto funziona alla perfezione e come ci ha cantato il buon Mino Reitano a reti unificate per anni, di altre belle uguali non ce n’è.

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Pausa caffè: serie tv – The Brink

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Dopo aver fatto coming out circa l’intensa vita sociale che sto conducendo (il termosifone elettrico manda i suoi saluti), posso raccontare più libera di Cary Grant nel finale di Susanna! delle scoperte internettiane del periodo.

Oggi tocca a The Brink, serie tv con protagonisti Jack Black e Tim Robbins, ambientata tra le strade di Islamabad in rivolta per un colpo di stato e la Casa Bianca.

Jack Black è un impiegato dell’ambasciata statunitense in Pakistan la cui principale mansione è procurare prostitute al segretario di stato, Tim Robbins. Quando la rivolta esplode per le strade di Islamabad, il faccendiere si troverà a dover gestire una crisi internazionale senza averne alcuna competenza.

Completano il quadro due aviatori militari appassionati di farmaci dagli effetti stupefacenti, un neodittatore clinicamente sociopatico, il presidente degli Stati Uniti (ispanico!) e il suo entourage, più un corollario di personaggi tanto assurdi da sembrare veri.

La serie fa della satira politica il suo punto cardine, ma sono i bravissimi attori che vi recitano la vera ciliegina sulla torta. Mi è parso, ma potrei sbagliare, che i brani dei titoli di coda di ogni episodio facciano tutti riferimento al Vietnam e che creino quindi una sorta di parallelo tra la disastrosa politica estera americana in tema di Medio Oriente e il disastro umano e militare nel Sud-Est asiatico.

Purtroppo la serie non è stata rinnovata per una seconda stagione, ma i dieci episodi della prima valgono la visione.

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Monday Moods: tra l’opera e il divano

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Complici le temperature estremamente basse e quasi torinesi delle ultime settimane, ho trascorso gran parte del tempo libero aggrappata al termosifone davanti a film e serie tv o leggendo libri. Tempo libero significa notte fonda, con buona pace delle mie performance lavorative.

Una delle poche occasioni in cui ho messo il naso fuori casa: andare a teatro una domenica sera.

  • Rigoletto, regia di Nikolin Gurakuqi, Teatro dell’Opera di Tirana

Non stupirò nessuno nell’ammettere che ero stata all’opera solo una volta, per le prove generali dell’Aida diretta da Ferzan Ozpetek a Firenze. L’ho detto e lo ripeto, nel campo delle arti la musica è forse quella in cui sono più ignorante.

Grazie ad un’amica fidanzata con uno dei cantanti, ho potuto iniziare il lungo e verosimilmente tortuoso viaggio verso la luce della conoscenza: infatti qualche giorno dopo, le ho chiesto un commento critico che mi aiutasse ad apprezzare le sfumature. Interessante come quando commento un film mi sembra di essere terribilmente pedante, mentre in questo caso tutto mi è sembrato interessante ed arguto.

Ad ogni modo, la storia del Rigoletto è quella di una maledizione lanciata dal padre di una fanciulla disonorata verso il Duca di Mantova e i suoi cortigiani, tra i quali c’è il buffone di corte, appunto Rigoletto, che appare particolarmente colpito dall’idea del malocchio appena mandatogli. Forse perché, come ho scritto altrove, da queste parti è cosa assai seria, o più verosimilmente perché ha una figliola che sembra avere un enorme bersaglio sulla schiena: bella, giovane e noiosa da morire, è la preda perfetta per le fregole del Duca.

Credo sia chiaro dove andrà a finire la fanciulla, ossia nella camera da letto del Duca. Gli eventi successivi precipiteranno inevitabilmente, ché l’opera se non è drammatica, che opera è.

Da profana ho particolarmente apprezzato le scenografie, ma a detta dell’esperta distoglievano troppo l’attenzione da alcuni passaggi topici e chi sono io per obiettare.

La sera stessa, una volta tornata a casa, mi sono ammalata. Sarà forse segno che il prossimo passo sarà assistere alla Bohème.

  • Fred Vargas: An Uncertain Place, The Ghost Riders of Ordebec, L’uomo a rovescio, Un po’ più in là sulla destra.

Da alcune settimane, il mio telefono è una sorta di altare celebrativo dell’opera di Fred Vargas. Notti intere a leggere (soprattutto i due in inglese, ché per capire le sfumature c’è bisogno di andare con calma) china sullo smartphone, occhiaie devastanti, crisi di astinenza nelle ore in cui purtroppo mi trovo a dovermi guadagnare il pane.

Sto mettendo insieme materiale per un post più specifico, per ora mi si lasci affermare che i libri di questa straordinaria scrittrice francese sono una compagnia confortante ed estremamente piacevole per le serate invernali sul divano.

Mi sento di consigliare la lettura in ordine cronologico di pubblicazione, iniziando con L’uomo dei cerchi azzurri, esordio del commissario Jean-Baptiste Adamsberg, detto lo spalatore di nuvole.

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  • Cinéma, mon amour (ma non troppo)

Sto affrontando la nostalgia di casa e dell’Italia in generale con modalità schizofrenica: da un lato ne approfondisco i lati più oscuri indignandomi davanti alle puntate di Blu Notte di Lucarelli, dall’altro mi intrattengo con cinema bello di casa nostra, come ad esempio Mediterraneo di Salvatores e La mafia uccide solo d’estate di Pif.

Poi butto tutto in caciara mangiando patatine allo tzatziki guardando Il dittatore di Sacha Baron Cohen.

 

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#CoseBelle, Considerazioni sparse, what I call love

#CoseBelle: la moda di seconda mano

Visto che dal post sui capelli sono entrata nel mood frivolezze, e in attesa di raccogliere adeguatamente le idee per raccontare dell’opera omnia di Fred Vargas che sto finendo di leggere, perché non parlare di vestiti?

Da almeno un anno non compro abbigliamento nelle catene low cost (vedi H&M, Zara e simili): in parte perché il rapporto qualità-prezzo non è più conveniente, in parte per ragioni un po’ meno egoistiche.

A proposito del primo motivo, ho un paio di jeans comprati nella nota catena svedese ormai 9 anni fa, ancora oggi in perfette condizioni. Ne ho un altro paio dello stesso brand acquistato 3 anni fa e pagato quasi il doppio, che mi si è sfaldato tra le mani come un frutto in decomposizione in un quadro decadente.

Ma parliamo di argomenti meno frivoli.

Quello che ho letto alcuni giorni fa su Il Fatto Quotidiano (qui l’articolo) mi ha convinta che le multinazionali dell’abbigliamento a basso costo tendano ad essere, come dire, IL MALE.

Credo che pur non potendo fermare le guerre, le epidemie o risolvere il problema dei senzatetto, nelle scelte quotidiane si possa fare la differenza; quindi a prescindere dai prezzi e dalla qualità dei capi, io da loro non ci compro perché lucrare sulla crisi mediorientale e sullo sfruttamento dei minori è una porcata colossale. Punto.

Non essendo diventata improvvisamente ricca, non ho abbandonato il low cost per i brand medio-alti della moda. Al contrario, viaggio a velocità di crociera nel low-low cost, che sebbene suoni come off-off Broadway e sembri quindi sinonimo di cose brutte che non fanno dormire la notte, è in realtà un mondo pieno di sorprese.

In Albania, paese meraviglioso in cui l’usato non è ancora diventato vintage, nei negozi di abbigliamento e scarpe di seconda mano si possono fare dei veri affari.

Negli ultimi mesi, costretta ad adattarmi ad un inverno sottozero che non credevo possibile a queste latitudini, ho comprato un ensamble giaccone-maglione-stivali, spendendo circa 30 euro.

Naturalmente mi sono dovuta finalmente piegare a quei concetti che mia madre ha tentato di inculcarmi negli ultimi 20 anni: la maglia dev’essere in lana e non in tessuti sintetici, gli stivali in pelle e non in scarti di copertone. che ormai ho una certa età e i maglioncini in acrilico sono per fanciulle meno attempate.

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Una soffice nuvola di lana merinos che nasconde la panza quando esagero con il pane.

Quando sono a Torino mi diletto con i mercati rionali; durante l’ultima visita, per 50 cent mi sono portata a casa un paio di Levi’s.

Un’altra attività è lo scambio: si può fare con le amiche, con gli swap parties o con i familiari. La famiglia di mia madre è composta quasi per intero da donne che condividono grossomodo la stessa taglia e gli stessi gusti, quindi ad ogni cambio di stagione enormi borse colme di capi d’abbigliamento vengono trasferite da una casa all’altra, portando un po’ di atmosfera natalizia ad ogni arrivo.

A mio parere, riciclare la moda è un’attività divertente e creativa. Certo bisogna avere un po’ di tempo per spulciare tra cestoni e banchi colmi di orrori anni ’80 e camicie macchiate di giallo in corrispondenza delle ascelle, ma il risultato regala soddisfazioni: niente magliette che si autodistruggeranno dopo sei mesi, niente minori sfruttati in fabbrica, niente accumulo di rifiuti nelle enormi discariche dell’abbigliamento.

Anche perché a Tirana non si fa la differenziata, quindi oltre al riuso dei barattoli di vetro per conservare semi, farine e pasta corta, il riciclo dell’abbigliamento è un po’ l’unico modo che ho per credere di star aiutando il pianeta.

 

 

 

 

 

 

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Capelli ecobio: storia di una via crucis

Che il mio cruccio estetico principale siano i capelli è verità accertata e accettata dai poveri sventurati che mi circondano, o che io circondo con i flaconi di shampoo, balsami, creme ed oli pre-shampoo, durante-lo-shampoo e post lavaggio.

Ho provato ad appassionarmi agli inestetismi della cellulite, ma li ho trovati poco interessanti, soprattutto perché non sono solita indossare shorts o minigonne in estate; il mio malcelato narcisismo fa sì che preferisca ossessionarmi su elementi più visibili, con buona pace della pelle a buccia d’arancia.

La situazione attuale è una sorta di convalescenza post incidente: da esattamente 11 mesi non tingo i capelli, ad eccezione di un veloce impacco di hennè dovuto al trauma di aver individuato tre capelli bianchi sulla sommità del capo.

Va da sé che eliminate le tinte chimiche, mi sono fatta appassionare dal maggico mondo dell’ecobbio: oli vegetali spatarrati in testa prima del lavaggio, shampoo delicato, balsamo siliconico, maschera “verde”, passatina random di poche gocce d’olio durante l’asciugatura.

Una rottura di maroni indicibile.

Intanto perché l’impacco pre-shampoo per agire in modo appropriato necessita di un’oretta di posa: deambulare per casa con i capelli unti non è esattamente la mia idea di divertimento. Però nell’attesa posso pulire il bagno, che gioia.

Il mio problema con l’ecobio è che ho dato sfoggio di straordinaria ignoranza spendendo soldi in shampoo a caso, convinta che naturale fosse l’equivalente di delicato. Che sorpresa, così non è.

Al momento, il mio metodo infallibile consiste nel lavarmi la faccia con lo shampoo in questione. Se dopo il risciacquo la pelle risulta secca e “tira”, il prodotto è troppo aggressivo. Non credo ci siano prove scientifiche a sostegno di questo metodo, ma per me funziona.

Per quanto riguarda il balsamo, stendo sulle punte – ancora sofferenti per questo capolavoro dello scorso anno – un prodotto siliconico che sistemi vagamente la situzione: sui capelli stressati da trattamenti chimici, usare l’ecobio è come lavare i pavimenti con lo struccante occhi. Inutile.

Per quanto riguarda gli oli, attualmente l’impacco pre shampoo è a base di olio di cocco, olio di ricino e occasionalmente di un po’ di gel di semi di lino (fatto in casa, puzzolente, dalla consistenza repellente); a metà asciugatura do’ una bottarella di olio di argan sulle punte, illudendomi che le idrati un po’.

Inoltre, l’ultimo taglio – un caschetto con tanto di frangia, omaggio alla me cinquenne – e l’incremento di capelli (i cosiddetti baby hair) dovuto all’abbandono delle tinte fanno sì che la gestione delle chiome sia particolarmente difficile.

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Tagliare la frangia in luglio, che splendida idea.

 

Sto meditando di offrire a mia sorella uno stipendio mensile, a patto che si trasferisca a casa mia e mi sistemi i capelli quotidianamente.

Nel frattempo, su Instagram mi diletto con l’hashtag #capellidemmerda. Siete tutti invitati a partecipare al Capellidemmerda Country Club, condividendo foto ed esperienze che ci facciano sentire tutte parte di una grande famiglia.

 

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