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Consigli cinematografici: Il Falsario

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Dietro gradito consiglio di un ex collega cinefilo, lo scorso fine settimana ho guardato Il falsario – Operazione Bernhard, film del 2007 diretto da Stefan Ruzowitzky e vincitore dell’Oscar come miglior film straniero, che racconta di un’operazione ordita dai nazisti volta a produrre valuta estera.

A creare materialmente le banconote, un gruppo di deportati legati al mondo dell’arte o della contraffazione.

È un film di produzione tedesca, gli attori – e soprattutto il protagonista – sono molto bravi e a fine visione ho pensato che se proprio abbiamo voglia di guardare un film sulla Shoah, è meglio affidarsi alle produzioni europee: ci sono più sfumature, i personaggi sono più umani e l’ossessione hollywoodiana per l’idea classica dell’eroe è lontana anni luce.

Ché se Spielberg avesse messo le mani sul soggetto, ne avrebbe tratto un fiume di lacrime e che posso dire, di Schindler’s List ce n’è uno e seppur splendido, basta e avanza.

 

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Film, Viaggi

Buone idee realizzate male (tra Tirana ed Atene)

Dopo mesi di vita quotidiana dedicata al lavoro e a sporadiche visite oltremare, l’idea di un fine settimana in Grecia era molto allettante.

In fondo la Grecia è a due passi, a Maggio le temperature sono buone e la mia unica incursione nelle terre elleniche fu una vacanza di famiglia a Corfù nei primi anni ’90, quindi perché no?

Ecco, questo è un esempio del continuo flusso di potenziali buone idee che ad un certo punto nel processo di attuazione si trasformano in buone idee realizzate male. A volte malissimo.

Per esempio, recarsi ad Atene per un fine settimana è una buona idea, scegliere come mezzo di trasporto un autobus lo è un po’ meno. Soprattutto se il tempo di percorrenza è di circa 14 ore perché guarda un po’, la Grecia è vicina ma è anche grandicella.

Un’altra buona idea in potenza è riempire la memoria esterna dello smartphone di film, ma sceglierli a caso solo perché trattano di argomenti a cui mi sono interessata nell’ultimo periodo è, diciamolo, un’idea del cazzo.

Piazza delle Cinque Lune è un thriller politico fatto di troppe parole e di pochissima azione, di voli sul centro di Siena manco fosse uno spot dell’Ente per il Turismo e di un esilarante riferimento ad Intrigo Internazionale. Esilarante perché in contrasto con la poca azione dell’intero racconto, un inseguimento in aeroplano è un po’ eccessivo.

Però la scelta di questo film è stata appunto una potenziale buona idea, quindi sono pronta ad ammettere che se non l’avessi guardato nel bel mezzo della notte, seduta su un autobus in viaggio tra Grecia e Albania, forse lo avrei apprezzato di più.

Anche se il doppiaggio non ha aiutato: è un film italiano recitato in inglese e poi doppiato, e fa male al cuore sentire la voce affibbiata al povero Donald Sutherland. La voce di Stefania Rocca sembra appartenere alle peggiori soap opere nostrane e l’unico professionista in tal senso è l’immenso Giancarlo Giannini, peccato che pronunci una ventina di battute su due ore di film.

In soldoni, se la mia più recente potenziale buona idea è stata quella di trascorrere 14 ore (più altre 14 al ritorno) su un autobus in compagnia di quel film senza prima leggerne un paio di recensioni, quello degli autori è stata indubbiamente cercare di girare un film di genere su un argomento anche molto interessante – i punti oscuri del rapimento Moro – con i soldi del Monte dei Paschi: quella Siena così luminosa, da cartolina, non crea l’ambiente adatto.

Per compensare la buona idea realizzata male della settimana, ho almeno evitato di entrare in ufficio alle 9 il giorno del rientro: arrivata a Tirana alle 6 del mattino, sarebbe stata un’idea paragonabile a quando tornavo a Torino con il volo Alitalia delle 5:25 e dall’aeroporto andavo in azienda, per poi addormentarmi nell’ufficio del CEO.

atene

Atene è immensa. Dopo quasi due anni a Tirana, colorata e stretta tra i monti, quegli edifici chiari a perdita d’occhio fino al mare sono stati quasi uno shock.

 

 

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cinema, Film

Facili entusiasmi

Il mio primo lavoro regolare, non in nero e non a progetto, iniziò come un tempo determinato volto a gestire l’aumento di clientela tipico di Dicembre.

Finite le feste, mi chiesero se ero interessata a un rinnovo e dal momento in cui risposi di sì all’effettivo inizio del nuovo contratto, la responsabile di settore ogni volta che mi vedeva si prodigava nei sorrisi e nelle espressioni eccitate di chi non vede l’ora che arrivi il giorno X, che ha grandi progetti per il dipendente e già pregusta l’apporto che egli porterà all’azienda.

Tutto molto bello, peccato che facessi la cassiera.

La storia di come diedi le dimissioni per un giorno di permesso negato la racconterò un’altra volta, ché qui ci sono onoranze funebri da pubblicizzare e come disse una comparsa parlante in Dracula di Francis Ford Coppola, i morti viaggiano veloci.

dr

 

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Art for Art's Sake, cinema, Libri

Libri per ogni stato d’animo, volume 1: schermaglie familiari

Le famiglie allargate possono essere fonte inesauribile di novità e di allegria, ma a volte sono dei covi di serpi.

Quando poi si mischiano affari e affetti, il rischio Guerra dei Roses è dietro l’angolo.

Chiedetelo ad Adán Barrera, uno dei protagonisti de Il potere del cane e del suo sequel, Il cartello.

Trent’anni di guerra con Art Keller, prima alleato e poi acerrimo nemico in una relazione alla Red & Toby Nemiciamici.

Perché Adán Barrera è un pezzo grosso dei narcotrafficanti messicani, mentre Art è un agente dell’antidroga. Insomma, roba che la faida tra Capuleti e Montecchi sembra una schermaglia tra dirimpettai, perché se Art ha alle sue spalle la potenza di fuoco degli Stati Uniti – o almeno è quello che crede, Adán ha con sé un’organizzazione apparentemente invincibile, feroce econnessa a tutti i livelli.

Il problema sorge quando Art Keller, dopo aver stipulato un accordo apparentemente vantaggioso per sradicare la produzione di oppio in Messico, scopre che la sua controparte – Miguel Angel Barrera, lo zio di Adán – l’ha un tantinello usato per raggiungere scopi non troppo nobili.

La reazione di Art è quella che capita a tutti quando uno zio o un cugino ti offrono un lavoro e finisce che non ti pagano, o che ti ritrovi a svolgere mansioni che non erano negli accordi: t’incazzi come una biscia e mediti vendetta.

Peccato che la vendetta in casa Keller-Barrera preveda sparatorie, morti ammazzati, torture e tradimenti.

E se alla fine del primo romanzo, datato 2005, sembra che la guerra personale tra i due protagonisti sia giunta a una conclusione, il secondo (2015) mostra che non è così, e che sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico niente è come sembra, a parte la morte.

Attorno ai due antagonisti si muovono cecchini irlandesi, mafiosi italiani appassionati di pesche sciroppate, alte cariche vaticane e personaggi tanto puliti e onesti che ad ogni pagina se ne teme il decesso.

Poi il terremoto che nel 1985 distrusse Città del Messico, le FARC colombiane, degli esuli cubani e la mano lunga dell’Opus Dei.

A onor del vero sono solo a metà de Il cartello, ma in questo romanzo all’equazione si aggiungono giornalisti onesti e poliziotti sporchi come una canna fumaria, il femminicidio di massa di Ciudad Juárez e le elezioni presidenziali messicane, il culto della Santa Muerte e chi più ne ha, più ne metta.

Consigliati a chi è in un momento di rotta con la famiglia, per sublimare con la letteratura la voglia di scatenare una guerra civile per far valere le proprie ragioni.

Tra l’altro, l’anno scorso l’autore, Don Winslow, ha finalmente ceduto i diritti di entrambi i libri e pare che Ridley Scott stia lavorando all’adattamento de Il cartello e che avrebbe richiesto Leonardo Di Caprio come protagonista: certa che non ne faranno una porcata come accadde con un altro romanzo di Winslow, Bobby Z – Il signore della droga, attendo fiduciosa l’inizio della produzione.

 

 

 

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