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Wake me up quando mi passerà la letargia

Saranno le giornate più corte, le temperature più basse, l’aumento di cose da fare e di luoghi in cui andare, o forse l’innata letargia che è forse tipica di chi in autunno c’è nato, sta di fatto che le energie mi hanno abbandonata e anche dopo quelle notti in cui riesco a dormire più di otto ore, sono una larva che si trascina indossando fin d’ora gli stivaletti invernali, neanche abitassi in un anfratto alpino.

A malapena resto sveglia quando dovrei, quasi mi addormento sull’autobus nonostante la guida estremamente sportiva degli autisti, se non esco in pigiama o in ciabatte è un miracolo.

Stamattina ho persino fatto colazione con muesli e acqua, ma a mia discolpa ho reso il pastone un po’ meno disgustoso con farina di cocco e polvere di cacao amaro.

Insomma, a mettere insieme le idee per il post sui libri non ce la faccio. Sarà l’ansia da prestazione che mi coglie quando mi avvicino alla letteratura con fini divulgativi, ma proprio non ce la fo.

Magari diventerà un post di consigli per i regali di Natale, ammesso che qualche amico di chi mi legge ami leggere tomi leggeri e piacevoli come un’emicrania da sinusite.

Intanto trascorro i pochi momenti liberi di veglia bevendo tè anni Novanta come quello alla rosa canina che ho portato dal Kosovo, facendomi tingere i capelli di biondo violino (miseramente sparito dopo un paio di lavaggi), creando improbabili decorazioni autunnali per la casa (ossia barattoli in vetro riempiti di pigne dorate, rose secche e fili di lucine al Led di Tiger) e guardando le serie tv dell’adolescenza, come Buffy e Will & Grace.

Se solo potessi evitare di uscire di casa per andare in ufficio e trascorrere effettivamente le mie giornate in pigiama e ciabatte, allora sì che sarebbe un autunno degno di nota.

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Capelli ecobio: storia di una via crucis

Che il mio cruccio estetico principale siano i capelli è verità accertata e accettata dai poveri sventurati che mi circondano, o che io circondo con i flaconi di shampoo, balsami, creme ed oli pre-shampoo, durante-lo-shampoo e post lavaggio.

Ho provato ad appassionarmi agli inestetismi della cellulite, ma li ho trovati poco interessanti, soprattutto perché non sono solita indossare shorts o minigonne in estate; il mio malcelato narcisismo fa sì che preferisca ossessionarmi su elementi più visibili, con buona pace della pelle a buccia d’arancia.

La situazione attuale è una sorta di convalescenza post incidente: da esattamente 11 mesi non tingo i capelli, ad eccezione di un veloce impacco di hennè dovuto al trauma di aver individuato tre capelli bianchi sulla sommità del capo.

Va da sé che eliminate le tinte chimiche, mi sono fatta appassionare dal maggico mondo dell’ecobbio: oli vegetali spatarrati in testa prima del lavaggio, shampoo delicato, balsamo siliconico, maschera “verde”, passatina random di poche gocce d’olio durante l’asciugatura.

Una rottura di maroni indicibile.

Intanto perché l’impacco pre-shampoo per agire in modo appropriato necessita di un’oretta di posa: deambulare per casa con i capelli unti non è esattamente la mia idea di divertimento. Però nell’attesa posso pulire il bagno, che gioia.

Il mio problema con l’ecobio è che ho dato sfoggio di straordinaria ignoranza spendendo soldi in shampoo a caso, convinta che naturale fosse l’equivalente di delicato. Che sorpresa, così non è.

Al momento, il mio metodo infallibile consiste nel lavarmi la faccia con lo shampoo in questione. Se dopo il risciacquo la pelle risulta secca e “tira”, il prodotto è troppo aggressivo. Non credo ci siano prove scientifiche a sostegno di questo metodo, ma per me funziona.

Per quanto riguarda il balsamo, stendo sulle punte – ancora sofferenti per questo capolavoro dello scorso anno – un prodotto siliconico che sistemi vagamente la situzione: sui capelli stressati da trattamenti chimici, usare l’ecobio è come lavare i pavimenti con lo struccante occhi. Inutile.

Per quanto riguarda gli oli, attualmente l’impacco pre shampoo è a base di olio di cocco, olio di ricino e occasionalmente di un po’ di gel di semi di lino (fatto in casa, puzzolente, dalla consistenza repellente); a metà asciugatura do’ una bottarella di olio di argan sulle punte, illudendomi che le idrati un po’.

Inoltre, l’ultimo taglio – un caschetto con tanto di frangia, omaggio alla me cinquenne – e l’incremento di capelli (i cosiddetti baby hair) dovuto all’abbandono delle tinte fanno sì che la gestione delle chiome sia particolarmente difficile.

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Tagliare la frangia in luglio, che splendida idea.

 

Sto meditando di offrire a mia sorella uno stipendio mensile, a patto che si trasferisca a casa mia e mi sistemi i capelli quotidianamente.

Nel frattempo, su Instagram mi diletto con l’hashtag #capellidemmerda. Siete tutti invitati a partecipare al Capellidemmerda Country Club, condividendo foto ed esperienze che ci facciano sentire tutte parte di una grande famiglia.

 

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Cose da donne: occhiaie non mi avrete viva

Siamo donne, oltre alle gambe c’è di più, gorgheggiava la cantante col nome più evocativo della storia della musica italiana. E certo, ci sono anche le smagliature, le rughe, la cellulite, il culone, la caviglia da contadina, le doppie punte e le occhiaie.

Almeno, questo è quello che tendo a vedere nello specchio in quelle giornate in cui aprirei le porte a testate e mi prodigherei in un remake di questo video andando in ufficio.

A parte le caviglie da contadina, quelle non le ho e forse potrebbero tornarmi anche utili considerando l’incredibile sproporzione delle mie natiche rispetto al resto del corpo.

Se c’è una caratteristica estetica che mi tormenta e per il cui occultamento investo mensilmente più di quanto dovrei, sperimentando nuovi prodotti e accumulando quelli poco performanti in un cassetto apposito, sono le occhiaie, le malefiche ombre rosso-violacee che mi danno il buongiorno ad ogni sveglia.

Se fino a qualche settimana fa avevo due alleati nella battaglia contro le occhiaie che mi hanno aiutata e supportata, celando al mondo esterno l’esistenza di un contorno occhi degno di Carolina Crescentini, la fine miserrima del contenuto di quelle due boccettine (una Maybelline e l’altra Kiko Cosmetics, perché viva il low cost quando funziona) mi ha spinta a vagare nuovamente tra gli scaffali di profumerie e drugstore alla ricerca di un degno sostituto.

Spesi soldi inutilmente in improbabili “BB Concealer”, ho deciso di affidarmi alla teoria del colore per tentare un DIY che ovviasse alle occhiaie e alla secchezza del contorno occhi, ché presto anche il piccolo e prezioso contenitore che conservo in frigo esalerà l’ultimo respiro.

Considerando la sfumatura violacea delle occhiaie, ho proceduto in questo modo:

massacrato due ombretti giallo canarino che solo gli dèi sanno chi, a parte Cleopatra, può decidere di utilizzare,

scelta una crema viso estremamente nutriente e possibilmente biologica,

ho mischiato attentamente i due ingredienti, aggiungendo una punta di ombretto arancione per bilanciare l’effetto itterizia del composto

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ed ecco il risultato: un pastone color mimosa che ho amorevolmente riposto in una mini jar di Tiger.

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Lasciato riposare il composto per una notte, stamane dopo aver lavato il viso ne ho applicato una piccola quantità intorno agli occhi, lasciandola assorbire mentre facevo una triste colazione a base di tè e una galletta di mais al cioccolato.

Una volta assorbita la parte cremosa (e, si spera, idratante) del composto, ho applicato un po’ di correttore e poi la cipria.

Il risultato non è male, anche se sospetto che al sole la sfumatura giallina si intraveda.

Ma che importa, l’inverno è lungo e il sole non si farà vedere per un po’.

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Ecco il risultato, senza filtro e senza inganno, con luce artificiale da ufficio, senza fondotinta. Direi che per un rimedio fai da te improvvisato, poteva andare peggio. Quantomeno il viola è sparito.

Vi terrò aggiornati circa eventuali reazioni allergiche, esplosione dei bulbi oculari o simili.

Anche per i capelli, mia altra croce, ho elaborato una routine a base di pasticci composti DIY fatti con ingredienti biologici e integratori, perché dopo la brillante decisione di diventare bionda lo scorso gennaio, le mie povere chiome sono secche come il mio contorno occhi. Coming soon su questi schermi, altre spese inutili e pasticci inenarrabili.

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Quant’è bella l’estate che si fugge tuttavia: guida di bellezza autunnale per signorine

Da alcuni giorni tento di produrre un post decente e sufficientemente coerente sull’arrivo dell’autunno, le foglie che cadono, i crop top che ringraziando il Signore finiscono nelle ante meno raggiungibili degli armadi senza successo alcuno.

Anche se, a giudicare dalle condizioni in cui ho lasciato l’Italia a fine luglio, forse uno scritto del genere risulterebbe un tantino obsoleto.

Però c’è un aspetto della vita di noi (ah ah ah) giovincelle che con l’autunno si fa più sporadico, e questo aspetto è la DEPILAZIONE e no signore mie, le calze color carne non nascondono i fusti lucidi e scuri che decorano le nostre estremità inferiori e che ci fanno chiedere quale peccato dobbiamo scontare, se sulle gambe abbiamo una foresta rigogliosa e piena di salute e sulla testa abbiamo quattro peli crespi e ingestibili.

Il mio conclamato amore per il fai-da-te cosmetico trova la sua controparte nel pesaculismo che mi contraddistingue come una lettera scarlatta, quindi come credo quasi ogni fanciulla, solitamente alterno dolorose e lunghissime sessioni di cerette casalinghe a non meno dolorose ma più professionali  e meno economiche sedute dall’estetista.

Una routine che mi sono vista costretta ad interrompere quando ho cambiato Paese di residenza, perché la mia estetista sabauda utilizza una delicatissima cera fatta da lei medesima e nonostante i prezzi più che competitivi delle sue colleghe albanesi, vivo nel terrore che una cera un po’ più aggressiva possa estirparmi anche le arterie.

Un giorno di agosto la soluzione si è palesata sotto forma di un espositore Veet.

Cera delicata? Check. A base di zucchero e oli naturali? Check. Prezzo corrispondente a circa 3,50 Euro? Check.

Ed è così che il cassettone della camera da letto ha assunto le sembianze dello studio di un’estetista poraccia, e dopo aver scoperto l’acqua calda che si attacca ai peli ma non alla pelle, e che essendo idrosolubile evita disastri inenarrabili, non ho potuto fare a meno di fare una piccola scorta per l’inverno.

veet

Col mio solito culo, dalla prima confezione mancava la spatolina per l’applicazione, ma ho sopperito con l’utilizzo del manico di un cucchiaino; è vero che mi capita di detestare la spatolina in questione, vuoi perché si mimetizza con il mobilio,

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vuoi perché mi tratta come un’incapace quando provo la temperatura della cera a bagnomaria (seriamente, era necessario quel punto esclamativo? Non bastava un “abbi pazienza splendore”?), ma in linea di massima siamo in rapporti cordiali.

cera

Personalmente ho sostituito le strisce presenti nella confezione con altre ricavate da una vecchia federa, per motivi di risparmio (le lascio in ammollo per mezz’oretta e sono come nuove), e perché fanno molto meno male di quelle “classiche” (anche questo l’ho imparato dall’estetista torinese che mi manca tanto tanto).

Quindi bando alle ciance fanciulle, mettete via i collant color carne* ed estirpatevi gioiose che si sa, tra le foglie gialle sui viali e l’aria fresca del pomeriggio c’è il rischio di trovare un fanciullo moderatamente attraente e cervellodotato proprio in autunno.

*Io li usavo, mea culpa, finché non ho incontrato lei e da allora mai più Vostro Onore.

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Beneath the Harvest Sky

[Spoiler Alert: qui si rivela il finale]

Ci sono due ragazzi, Casper e Dominic, amici inseparabili fin dall’infanzia.

Ci sono una quindicenne incinta e una diciassettenne che sogna il college e che per permetterselo lavora i campi.

C’è l’America rurale in cui la scuola superiore chiude nel periodo di raccolta delle patate per permettere agli studenti di lavorare nei campi sterminati, c’è un papà dedito al traffico internazionale di droga, c’è il sogno adolescenziale di un’automobile che porti lontano, a Boston e ancora più in là.

C’è Dominic che partecipa al raccolto per potersi permettere l’acquisto di quell’auto, mentre Casper aiuta padre e zio nel trasporto della droga dal Canada; c’è una casa abbandonata che è rifugio e nascondiglio, c’è la noia della provincia che si combatte con feste e corse in auto dietro alle alci.

Ci sono i due protagonisti che scoprono la trappola tesa dalla polizia antidroga ai danni del padre di Casper, c’è la paura di essere arrestati che fa agire di corsa, c’è un rifugio che si disfa come fatto di carta e poi la ragazza che sogna il college che piange il suo “harvest friend”, l’amico del raccolto che forse era qualcosa di più.

C’è Dominic che deve morire per far sì che i suoi sogni divengano quelli di Casper così che quest’ultimo si decida a partire, a ricominciare; il rito di passaggio scandito dalla morte di un giovane riunisce idealmente i due amici in quello che sopravvive, che acquisterà l’auto sognata da Dom e si allontanerà dal paese.

“You are here – but not for long!” è scritto sulla cartina degli Stati Uniti appesa sul letto di Casper, profezia di entrambi i destini.

C’è poi la pallette cromatica desaturata (presente il filtro Brannan di Instagram?), c’è una colonna sonora adeguata (mi sbaglierò, ma ho l’impressione che il lavoro di Eddie Vedder per Into the Wild abbia influito molto sul cinema indipendente successivo. E meno male),c’è la cinepresa che si muove incerta regalando dettagli insignificanti e panoramiche agresti, ci sono degli ottimi attori e due autori capaci a creare un film che a primo sguardo potrebbe sembrare un qualsiasi film indipendente americano, ma che è molto di più.

Beneath the Harvest Sky

USA 2013

Scritto e diretto da Aron Gaudet e Gita Pullapilly (lo so, è un cognome stupendo)

E c’è anche questa locandina molto bella ed evocativa del legame quasi ancestrale con la terra di origine.

Ed una compagnia agricola che sponsorizza e promuove il film.

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Diventare grandi in pubblico

Il titolo di questo post è la traduzione del titolo di un episodio di Trainspotting, ed è anche quello di un album di Lou Reed del 1980.

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Questo brano di questo libro e la tazza di Peter Pan. Abbiamo un problema?

Se c’è una cosa che davvero amo dei libri di Welsh, sono i titoli ispirati a brani più o meno famosi del passato, vedi il crudele ma geniale racconto C’è una luce che non si spegne mai (da There Is A Light That Never Goes Out, The Smiths, 1986), sempre in Trainspotting.

Ho mai menzionato il fatto di aver studiato quel video per un esame? Dio, se adoro i nuovi media.

Comunque, non è di questo che volevo scrivere. Ho ben altro di cui lamentarmi.

Noi nate nella seconda metà degli anni Ottanta abbiamo da gestire una patata bollente non da poco, conseguente ad un problema di origine cinematografico-televisiva.

Un problema non da poco, causato da alcuni personaggi di finzione che hanno come loro emblema quella stronzetta lamentosa di Joey Potter.

Joey Potter, per chi non la ricordasse o fosse troppo giovane per averne mai sentito parlare, era una dei protagonisti della fortunata serie televisiva Dawson’s Creek, una serie in cui un gruppo di adolescenti occupava le giornate remando su barchette di legno, disquisendo di argomenti universali e guardando film di Steven Spielberg.

Na rottura di palle infinita, ne converrete, ma per qualche congiunzione astrale il prodotto ebbe un successo incredibile.

E ci rovinò la vita sotto molti, moltissimi aspetti.

Tralascerò, per questa volta, i danni provocati alla percezione e alle aspettative nell’ambito dei rapporti tra i sessi, per concentrarmi ai disastri di stile, e alle difficoltà che una ragazza cresciuta con il modello di Joey Potter incontra quando, alla soglia dei trent’anni, necessita di smettere di indossare Converse All Star ogni santissimo giorno.

Per prima cosa, dobbiamo ammettere che Joey si vestiva demmerda.

I costumisti della serie si sono accaniti sulla povera Katie Holmes con una furia degna delle mitologiche Erinni, e l’hanno coperta con salopette di denim, bandane (bandane!), berrettini di lana a cuffia e altre oscenità che potrete facilmente scoprire su Google.

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Non che gli altri personaggi fossero agghindati in modo migliore, ma in linea di massima noi ragazzine ci identificavamo con la brunetta figlia-di-un-pusher, mentre sarebbe stato molto più sano utilizzare come modello la bionda Jen perché ammettiamolo, nessuno di noi sopporterebbe un’amica come Joey Potter.

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Il cuore del problema è però un altro, ossia la mancata crescita stilistica del personaggio: nel corso di sei stagioni la fanciulla finisce il liceo, scappa in barca col migliore amico del suo “grande amore”, va al college dove inizia una relazione con un professore e in tutto ciò, continua a vestirsi demmerda.

Anche i capelli, persino quando un po’ schiariti, continuano a far cagare.

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Si evince che ad avere come modello una Malvestita, non è che noi nate-nella-seconda-metà-degli-anni-Ottanta potessimo venir su delle icone di stile.

Chi è venuto immediatamente dopo di noi ha potuto apprendere i segreti dello stile da Marissa Cooper di The O.C., e così mentre noi ancora indossavamo le benedette Converse All Star, loro già utilizzavano le ballerine che guarda un po’, sotto i vestitini stanno giusto un po’ meglio.

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Quelli ancora dopo hanno rischiato di diventare cocainomani con Serena Van Der Woodsen di Gossip Girl e delle megere psicopatiche con Blair Waldorf della stessa serie, ma entrambi i personaggi erano comunque meglio vestiti della nostra Joey.

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Così, mentre a diciassette anni mia cugina sa perfettamente cosa le sta bene e cosa no, come abbinare i capi e come acconciarsi i capelli in millemila modi diversi, io ancora vado in giro la domenica pomeriggio in questo modo

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E sì, mi rendo conto di aver iniziato questa parabola discendente blaterando di letteratura e musica per poi finire nella “cultura” pop e nel trash, ma che posso fare, a incanalare le mie energie mentali in ambiti seri e costruttivi c’ho provato e ho miseramente fallito. Con queste conseguenze.

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Beauty, Considerazioni sparse, teledipendenza, universi paralleli

Tricologicamente disperata

Quei giorni meravigliosi in cui non importa se la mia sorellina ha recentemente usato il suo giorno di riposo per acconciarmi e riempirmi di boccoli menopausa-style, piuttosto che lavare i capelli afferrerei le forbici dell’ufficio e farei una strage tricologica.

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Se solo il risultato fosse anche solo vagamente simile a quello visibile sulla sommità del capo della splendida splendente Mia, o della sempre sia lodata Winona. Invece, so benissimo che il risultato si avvicinerebbe spaventosamente e drammaticamente a quello ottenuto da personaggi meno eterei e glamour (come ad esempio la sottoscritta all’età di quattordici anni. Il ’99 è stato un anno un po’ complicato, e graziaddio non conservo documentazioni fotografiche)

e insomma, credo che alla fine somiglierei terribilmente a Rosie O’Donnell, donna ammirabile sotto svariati punti di vista ma non necessariamente da quello tricologico.

Rosie ODonnell The View Hair Cut No

Per mia fortuna, la mia parrucchiera di fiducia è sangue del mio sangue e mai mi farebbe una cosa del genere.

Credo.

Spero.

Eventualmente, mi consigliereste dei buoni negozi di parrucche?

Ecco, magari non quelli che frequenta lei.

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