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Wake me up quando mi passerà la letargia

Saranno le giornate più corte, le temperature più basse, l’aumento di cose da fare e di luoghi in cui andare, o forse l’innata letargia che è forse tipica di chi in autunno c’è nato, sta di fatto che le energie mi hanno abbandonata e anche dopo quelle notti in cui riesco a dormire più di otto ore, sono una larva che si trascina indossando fin d’ora gli stivaletti invernali, neanche abitassi in un anfratto alpino.

A malapena resto sveglia quando dovrei, quasi mi addormento sull’autobus nonostante la guida estremamente sportiva degli autisti, se non esco in pigiama o in ciabatte è un miracolo.

Stamattina ho persino fatto colazione con muesli e acqua, ma a mia discolpa ho reso il pastone un po’ meno disgustoso con farina di cocco e polvere di cacao amaro.

Insomma, a mettere insieme le idee per il post sui libri non ce la faccio. Sarà l’ansia da prestazione che mi coglie quando mi avvicino alla letteratura con fini divulgativi, ma proprio non ce la fo.

Magari diventerà un post di consigli per i regali di Natale, ammesso che qualche amico di chi mi legge ami leggere tomi leggeri e piacevoli come un’emicrania da sinusite.

Intanto trascorro i pochi momenti liberi di veglia bevendo tè anni Novanta come quello alla rosa canina che ho portato dal Kosovo, facendomi tingere i capelli di biondo violino (miseramente sparito dopo un paio di lavaggi), creando improbabili decorazioni autunnali per la casa (ossia barattoli in vetro riempiti di pigne dorate, rose secche e fili di lucine al Led di Tiger) e guardando le serie tv dell’adolescenza, come Buffy e Will & Grace.

Se solo potessi evitare di uscire di casa per andare in ufficio e trascorrere effettivamente le mie giornate in pigiama e ciabatte, allora sì che sarebbe un autunno degno di nota.

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#CoseBelle: la moda di seconda mano

Visto che dal post sui capelli sono entrata nel mood frivolezze, e in attesa di raccogliere adeguatamente le idee per raccontare dell’opera omnia di Fred Vargas che sto finendo di leggere, perché non parlare di vestiti?

Da almeno un anno non compro abbigliamento nelle catene low cost (vedi H&M, Zara e simili): in parte perché il rapporto qualità-prezzo non è più conveniente, in parte per ragioni un po’ meno egoistiche.

A proposito del primo motivo, ho un paio di jeans comprati nella nota catena svedese ormai 9 anni fa, ancora oggi in perfette condizioni. Ne ho un altro paio dello stesso brand acquistato 3 anni fa e pagato quasi il doppio, che mi si è sfaldato tra le mani come un frutto in decomposizione in un quadro decadente.

Ma parliamo di argomenti meno frivoli.

Quello che ho letto alcuni giorni fa su Il Fatto Quotidiano (qui l’articolo) mi ha convinta che le multinazionali dell’abbigliamento a basso costo tendano ad essere, come dire, IL MALE.

Credo che pur non potendo fermare le guerre, le epidemie o risolvere il problema dei senzatetto, nelle scelte quotidiane si possa fare la differenza; quindi a prescindere dai prezzi e dalla qualità dei capi, io da loro non ci compro perché lucrare sulla crisi mediorientale e sullo sfruttamento dei minori è una porcata colossale. Punto.

Non essendo diventata improvvisamente ricca, non ho abbandonato il low cost per i brand medio-alti della moda. Al contrario, viaggio a velocità di crociera nel low-low cost, che sebbene suoni come off-off Broadway e sembri quindi sinonimo di cose brutte che non fanno dormire la notte, è in realtà un mondo pieno di sorprese.

In Albania, paese meraviglioso in cui l’usato non è ancora diventato vintage, nei negozi di abbigliamento e scarpe di seconda mano si possono fare dei veri affari.

Negli ultimi mesi, costretta ad adattarmi ad un inverno sottozero che non credevo possibile a queste latitudini, ho comprato un ensamble giaccone-maglione-stivali, spendendo circa 30 euro.

Naturalmente mi sono dovuta finalmente piegare a quei concetti che mia madre ha tentato di inculcarmi negli ultimi 20 anni: la maglia dev’essere in lana e non in tessuti sintetici, gli stivali in pelle e non in scarti di copertone. che ormai ho una certa età e i maglioncini in acrilico sono per fanciulle meno attempate.

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Una soffice nuvola di lana merinos che nasconde la panza quando esagero con il pane.

Quando sono a Torino mi diletto con i mercati rionali; durante l’ultima visita, per 50 cent mi sono portata a casa un paio di Levi’s.

Un’altra attività è lo scambio: si può fare con le amiche, con gli swap parties o con i familiari. La famiglia di mia madre è composta quasi per intero da donne che condividono grossomodo la stessa taglia e gli stessi gusti, quindi ad ogni cambio di stagione enormi borse colme di capi d’abbigliamento vengono trasferite da una casa all’altra, portando un po’ di atmosfera natalizia ad ogni arrivo.

A mio parere, riciclare la moda è un’attività divertente e creativa. Certo bisogna avere un po’ di tempo per spulciare tra cestoni e banchi colmi di orrori anni ’80 e camicie macchiate di giallo in corrispondenza delle ascelle, ma il risultato regala soddisfazioni: niente magliette che si autodistruggeranno dopo sei mesi, niente minori sfruttati in fabbrica, niente accumulo di rifiuti nelle enormi discariche dell’abbigliamento.

Anche perché a Tirana non si fa la differenziata, quindi oltre al riuso dei barattoli di vetro per conservare semi, farine e pasta corta, il riciclo dell’abbigliamento è un po’ l’unico modo che ho per credere di star aiutando il pianeta.

 

 

 

 

 

 

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Pausa caffè 2: la costruzione televisiva di un mostro

Dato che sul Giorno della Memoria mi espressi già alcuni anni orsono, ritento l’esercizio di sintesi iniziato la scorsa settimana: siore e siori, la pausa caffè.caff

Chi segue la pagina Facebook del blog (questa) e ieri sera intorno a mezzanotte stava cazzeggiando online l’avrà già letto, comunque mi ripeto: il 24 Dicembre, dopo circa tre ore di blackout domestico, ho celebrato la nascita del bambiniello in compagnia di Liam Neeson e Ben Kingsley, ossia guardando Schindler’s List.

Va da sé che quando ieri sul sito de Il Fatto Quotidiano ho letto dell’imminente uscita di The Eichmann Show, ho iniziato a saltellare come una capretta, con buona pace del mio povero collega.

Metacinema! Metatelevisione! Erano i termini che saltellavano qua e là nella mia testa.

Metanfetamina? Era la domanda che probabilmente si poneva il mio collega nel medesimo istante.

Insomma, questo è il trailer. C’è Martin Freeman di The Office UK, c’è Anthony LaPaglia, la produzione è BBC 2, l’argomento è interessante, sul sito della rete c’è il making of (grazie al quale sarò improduttiva fino all’ora di pranzo e perderò il lavoro).

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Iniziare il 2016 senza voice over si può

A posteriori, mi sembra quasi assurdo aver scelto – ormai dodici anni fa – di studiare cinema: a causa di un traumatico incontro con il film Piccole Donne, nella mia scala di valori la letteratura ha sempre battuto il cinema a mani basse.

C’è da ammettere che quella scala non è cambiata poi così tanto, considerando che come specializzazione (e amore incontrastato) ho scelto la sceneggiatura.

Non mi è ancora oggi facile approcciare l’adattamento di un libro che ho letto senza un po’ di pregiudizio, ma a mia discolpa c’è da ammettere che spesso gli adattamenti risultano troppo letterari e poco filmici. Per capirci: la mia modestissima e facilmente criticabile opinione è che se un adattamento è costruito sul voice over, cioè se sceneggiatore e regista non riescono a usare le immagini per veicolare ciò che vogliono trasmettere, tanto vale lasciare in pace libro e scrittore e dedicarsi ad altro.

Tuttavia ieri, trovata casualmente una miniserie tratta da Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, non ho potuto resistere a guardarla immediatamente.

Il libro della Christie mi fu regalato da mia sorella maggiore per l’undicesimo compleanno; lo finii molto in fretta e nel corso degli anni, l’ho riletto più volte perché diciamocelo, è un giallo cazzutissimo.

Cosa quindi, mi ha spinta a rischiare di sorbirmi tre ore di un prodotto potenzialmente mediocre e, peggio ancora, con la possibilità che fosse narrato in voice over?

Potrei rimandare la risposta ai diversi post che ho dedicato alla serialità televisiva britannica, per la quale nutro un’ammirazione che rasenta l’idolatria (se voleste saperne di più, cliccate qui), ma riassumo qui alcuni motivi per i quali se amate la letteratura e gli audiovisivi di buona qualità, dovreste dare una chance a questa serie.

Primo, gli inglesi sono bravissimi a veicolare il messaggio tramite immagini e di conseguenza, niente voice over; inoltre, grazie a una fotografia magistrale tali immagini sono obiettivamente molto belle.

Proseguendo, scopriamo che l’aderenza all’opera letteraria è quasi totale, ad eccezione di alcune modifiche politically correct (Nigger Island diventa Soldier Island e altre cosine così) e di piccoli dettagli poco rilevanti.

I personaggi sono convincenti (ma qui c’è da ringraziare Agatha Christie) e gli attori li interpretano molto bene (e qui invece si ringrazia l’addetto casting), ma soprattutto, mentre il finale del libro prevederebbe, in un adattamento particolarmente fedele, un voice over, con un colpo da maestro questo non accade.

Sembrerò folle, ma un voice over quasi certo che si tramuta in un dialogo è per me più emozionante di Jim Carrey nei panni del Conte Olaf, o dei flashback di Beautiful con tutti i modi in cui Stephanie ha tentato di uccidere Brooke.

Insomma, se siete ancora in ferie e volete trascorrere tre ore in compagnia di una serie ben fatta sia narrativamente (di nuovo, grazie Agatha) che visivamente, se amate le atmosfere retrò e i crimini impuniti, And then there were none è una buona scelta.

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I coinquilini secondo la tivù

Condividere la casa è un’esperienza che ogni essere senziente dovrebbe fare, anche solo per qualche mese: non solo perché ognuno di noi è verosimilmente il coinquilino di merda di qualcun’altro, anche perché fornisce un vasto repertorio di aneddoti con cui deliziare amici, commensali, colleghi, sconosciuti incontrati in treno sulla tratta Torino-Pisa che sentono l’irrefrenabile desiderio di conversare.

Inoltre, durante la convivenza forzata, soprattutto se si verifica durante gli anni dell’Università, la casa di famiglia assume un’aura paradisiaca fatta di calma, igiene e privacy che ad ogni visita fa mettere in discussione l’insana scelta di andare a vivere con dei perfetti sconosciuti.

Perché purtroppo, la condivisione degli spazi personali è molto diversa dall’idea rosea che ci è stata trasmessa, ad esempio, da Friends: non solo in termini di pulizia degli spazi comuni e divisione delle spese, anche e soprattutto perché abituarsi alle abitudini quotidiane di persone fondamentalmente estranee non è esattamente una passeggiata.

Per due volte tra il primo e il secondo anno di permanenza a Pisa ho condiviso la casa, entrambe le volte con risultati discutibili e un’allergia al pelo felino del tutto nuova e solo in un’occasione una convivenza si è trasformata in amicizia.

Non sono di certo stata la coinquilina perfetta in nessuna delle due occasioni, quindi evito di percorrere il viale dei ricordi, ma visto che i mesi trascorsi a condividere la casa con estranei li ho trascorsi fondamentalmente chiusa in camera a sfondarmi il cranio (con lo studio? Giammai!) con film e serie tv, e considerando che Netflix è appena approdato nel Bel Paese (e io non sono affatto invidiosa, proprio come per Spotify), colgo l’occasione per consigliare a chiunque stia dividendo la casa con coinquilini di merda, a chi l’ha fatto in passato o a chi si accinge a compiere questa scelta insana una serie tv già comparsa su queste pagine:

Chi si è spellato le mani in favore di Breaking Bad apprezzerà particolarmente l’ultimo coinquilino.

Io come sempre, apprezzo particolarmente Dawson.

Infine, per gradire, alcuni ricordi fotografici dei miei mesi da coinquilina. Nell’ordine: in cucina c’era una lavagna formato scuola (che credo provenisse in effetti da un edificio scolastico); per il compleanno ricevetti dai coinquilini un pigiama in pile estremamente sexy, una torta vegan e una pignatta dalla forma equivoca, corredata da un mio ritratto.

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Cose che ho imparato sul lavoro: rimuovere “teamwork skills” dal CV

Un’improvvisa ispirazione mi è planata davanti agli occhi, un fulmine mi ha attraversato il cervello e nel giro di una manciata di secondi ho capito quale sarebbe stato l’argomento del secondo caiptolo della rubrica Cose che ho imparato sul lavoro.

Se per molti anni la mia vita professionale è stata benedetta dalla presenza di colleghi e colleghe piacevoli – almeno quelli con cui mi trovavo a stretto contatto – con i quali sono riuscita ad instaurare facilmente rapporti di amicizia duraturi, ad un certo punto ho dovuto imparare che non ogni collega è un amico, non ognuno di loro ha ben chiari i limiti della libertà personale e che anche se alcuni di loro mi possono sembrare svegli come muri di cemento, cortesia e gentilezza sono necessarie.

Quasi sempre.

Parliamo fuori dai denti, se fossi una persona in grado di confrontarmi col prossimo, probabilmente non scriverei un blog ma finalmente mi impegnerei nel tentativo di scrivere una sceneggiatura (ah ah ah); se avessi the guts per dire a chi mi straccia i maroni che mi sta stracciando i maroni, probabilmente vivrei meglio ma poi non avrei niente per cui lamentarmi e sarei costretta a fare, non so, il bucato o il minestrone da congelare.

Non sto qui a parlare di simpatie, anche se bisogna ammettere che se le abitudini fastidiose provengono da persone che ci piacciono, esse risultano molto meno pesanti; qui si parlerà di atteggiamenti che la buona norma vorrebbe estirpati alla radice e bruciati in mezzo alle sterpaglie a inizio autunno.

Cosa fare se le norme minime del vivere comune vengono sistematicamente ignorate da persone che già in partenza non gradiamo particolarmente?

L’esperienza recente mi ha portata a considerare una soluzione che ho imparato grazie al mio discernimento dalla vita reale in favore delle serie tv. Don’t believe me, just watch:

Lo so, me ne rendo conto, è una soluzione che potrebbe causare strascichi poco piacevoli, così come mi rendo conto che la mia incapacità di reazione (a volte ci metto giorni a capire che mi è stata detta una cattiveria, anima candida che sono) si sposa male con un atteggiamento à la Chloe (Chloe è la brunetta interpretata da Kristen Ritter qui sopra).

Tempo fa, ho avuto molto da imparare da due miei superiori: uno di loro utilizzava occhiate-lanciafiamme per inibire esplosioni di maleducazione e incompetenza generalizzate, l’altro preferiva un approccio diretto e sincero, oh se era sincero.

Sono entrambe soluzioni adottabili, ma nei casi in cui sia possibile prevenire l’invivibilità lavorativa credo che simpaticissime e-mail gonfie di smile con piccoli suggerimenti e delicate richieste di civiltà possano essere d’aiuto.

Oh, anche il silenzio di fronte a domande di straordinaria imbecillità aiuta. Mutismo completo, espressione simile ai faccioni sul Monte Rushmore, sguardo fisso davanti a sé e avanti così tutto il giorno, che otto ore non sono poi così lunghe.

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