#CoseBelle, 30ThingsAboutMe, cinema, Citazioni a casaccio, Film, what I call love

Fare come Bluto

La prima volta che guardai Animal House (John Landis 1978) fu per caso, e come spesso accade nacque un amore.

Era una VHS registrata dalla tv, quelle copie pirata che Se rubi una pellicola, se duplichi una videocassetta, ammazzi il cinema.

Ma non siam qui per parlare della mia veneranda età.

La confraternita Delta Tau Chi del Faber College è il luogo in cui tutti avremmo voluto studiare. A meno che non siate di quelli a cui batte il cuore pensando ad Harvard e a Rory Gilmore, s’intende.

Ma non è di toga party, festini alcolici con la moglie del rettore e di vendette che di questi tempi verrebbero definiti atti di terrorismo che vorrei scrivere; vorrei invece narrare del modo in cui il personaggio di Bluto (John Belushi) mi abbia aiutato ad affrontare quel mostriciattolo informe che si chiama vita professionale.

Proprio lui, lo studente con la media dello zero virgola zero che si infila le matite del rettore nelle narici, è alla resa dei conti il mio guru spirituale. Ed ora dimostrerò inconfutabilmente che può essere quello di tutti.

Tuffiamoci a capofitto nel punto di svolta del racconto filmico: i goliardi confratelli sono stati espulsi dal college e il rettore si è premurato di avvertire i rispettivi uffici di leva della loro immediata disponibilità a partire sotto le armi.

Disperati e privi di un piano B, i ragazzi siedono nel ben poco salubre salotto della casa comune. Però tra loro c’è anche lui, Bluto, quello che scola le bottiglie di Jack Daniel’s senza neanche prendere un po’ d’aria, quello che si sfascia in testa quelle stesse bottiglie per tirare su il morale ad un amico (a cui ha appena distrutto l’auto, ma questa è un’altra parte del film).

Stavolta il colpo è stato accusato in profondità. I Delta Tau Chi sono a terra, il domani è nero e neanche le scorribande per il campus possono riportare la luce.

Allora Bluto improvvisa, e facendolo conia una delle battute più celebri della storia del cinema.

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare (when the goin gets tough, the tough get goin!), una delle frasi più stravolte del loro senso originale oltre, a leggere Jacopo Fo, giù la testa.

La meraviglia della battuta sta nel suo essere completamente improvvisata.

Lo stesso script prevede che tra la prima e la seconda parte ci sia qualche secondo in cui il personaggio pensa intensamente.

Bluto non sa cosa, ma sa che deve fare qualcosa.

Quindi improvvisa, e lo fa dichiarando cose come non è finita quando i tedeschi hanno bombardato Pearl Harbor, e non è finita ora. Le butta lì, dà il meglio di sé perché è l’unica cosa che può fare.

Come dire, quando ci sono entusiasmo ed inventiva la soluzione si trova.

Oggi lo si chiamerebbe problem solving, e forse non comprenderebbe la devastazione della parata annuale dell’Università, ma il concetto è lo stesso.

Spesso abbiamo risorse che non conosciamo nemmeno. Spesso la risposta migliore è l’improvvisazione, anche se significa trascinare sé stessi e gli altri verso atti di vandalismo diffusi, materiali o – a meno che non ci si stia licenziando senza preavviso – di ordine creativo.

Ecco perché quando sul lavoro mi sembra di essere all’angolo, di non avere via d’uscita o banalmente di non avere una soluzione ad un problema anche piccolo, la domanda che mi faccio è una sola.

What would Bluto do?

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Tre Idioti – va tutto bene

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Che gli anni dell’università siano caratterizzati da dosi non esattamente esigue di stress e di pressione psicologica è un’ovvietà, e lo afferma una che a diciotto anni si è iscritta al DAMS, mica al Politecnico; quello che non immaginavo è che in India, ogni 30 minuti uno studente tenta il suicidio.

La corsa affannosa verso il primato come unica chiave per raggiungere il successo e le pressioni delle famiglie (“se è femmina studierà medicina, se è maschio ingegneria“) sono il punto di partenza da cui si snoda la storia di Three Idiots, film indiano del 2009 diretto da  Rajkumar Hirani.

Tre studenti diventano compagni di stanza nel convitto dell’Imperial College of Engineering, prestigiosa università di Nuova Delhi in cui ciò che conta non è imparare, ma eccellere. Uno di loro, Rancho, accompagnerà gli altri due in un percorso all’insegna del motto “all izz well“, va tutto bene.

All izz well è ciò che bisogna dirsi quando la paura prende il sopravvento per ingannare il cuore e farsi coraggio.

Ora, in generale se penso al cinema indiano visualizzo le massicce scene di ballo dei film di Bollywood: anche in questa pellicola ci sono un paio di trascinanti coreografie, ma Three Idiots è molto di più.

È un film in cui la vita in ogni sua forma ha il sopravvento sulla morte fisica, spirituale e morale.È una storia di amicizia, di incoscienza nel senso più positivo del termine e di speranza che alla fine, nonostante tutto, ogni cosa andrà bene.

Come modo di affrontare la vita, direi che non è male.

Perché se gli imprevisti, le delusioni e la tristezza sono inevitabili, decidere di trarne qualcosa di buono è una scelta.

Perché pensare agli altri oltre che a sé stessi, ai propri bisogni e ai propri obiettivi non può che far bene, e lo scrivo sapendo che è tanto più facile scegliere di mandare al diavolo l’empatia e di essere egoisti, anche quando esserlo non è altro che la fottuta paura di non essere all’altezza del confronto.

Ecco quindi lo studente che studia tutto a memoria senza ragionare, lo stesso che dieci anni dopo vorrà dimostrare agli ex compagni di essere arrivato, di avere tutto ciò che si può desiderare, di essere migliore di loro.

Ma anche quando si incontrano queste persone piccole piccole, quelle che cercano sempre di fregarti pensando che se ti fai fregare te lo meriti, e se non lo fai sei un pericolo, il modo migliore per neutralizzarle è non snaturalizzarsi, non cercare di combattere con le loro stesse armi, ma ricordare che all izz well.

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#MondayMoods: guarda, leggi, commenta. Possibilmente a sproposito.

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Complice una visita familiare che ha reso le mie gambe più toniche e il mio stomaco più prominente, il tempo da dedicare a quel calderone di cose che in un modo o nell’altro possiamo definire cultura non è stato molto.

Serie Tv

Ho riguardato – in un tempo un po’ più lungo degli ultimi sette giorni – tutto The Mentalist, perché mi ero dimenticata chi fosse Red John e perché durante il fine settimana in Grecia ho avuto occasione di parlare di questa serie che a suo tempo bistrattai un po’. Penso che sia un prodotto piacevole, gestito in modo intelligente e senza prendere (troppo) in giro lo spettatore con fastidiosi cliffhanger, con dei personaggi notevoli.

Libri

Sto rileggendo, a una decina di anni dal primo incontro, 54 di Wu Ming. Ne approfitto per condividere il mio scetticismo nei confronti degli e-book: non è questione di snobismo da carta stampata (o da maestra d’arte in arte della stampa e restauro del libro) e sebbene le borse più leggere e la possibilità di saltellare tra un libro e l’altro senza dovermi portare volumi appresso siano ottimi motivi per apprezzare il formato elettronico, i miei occhi un po’ problematici e la vanità che mi fa preferire un viso senza occhiaie hanno la meglio.

Per non parlare della differenza che un libro cartaceo può fare su Instagram. Ammettiamolo, sia i paperback che le edizioni economiche danno un’allure vintage e intellettuale alle foto.

Le occhiaie da e-book sono evidenti epoco estetiche, a meno che non si abbiano 16 anni o il viso di Carolina Crescentini.

Film

Ho guardato l’ultimo di Michael Moore, Where To Invade Next. È un film gradevole, moderatamente interessante, caratterizzato dalla punta di orgoglio americano tipico dei lavori precedenti del regista che tendo a giustificare pensando che volendo cambiare gli Stati Uniti, se Moore si limitasse a sottolinearne solo i lati negativi il pubblico non empatizzerebbe con il contenuto; la sviolinata a stelle e strisce è volta a coinvolgere un’audience che volente o nolente, negli USA ci vive e probabilmente ha la bandiera issata in giardino.

Ne consiglio la visione, anche solo per pensarci due volte prima di tentare la Lotteria Americana per la carta verde.

 

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Pausa Caffè per il dopo pranzo

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La Pausa Caffè di oggi dura un po’ più del dovuto, è più una pausa pranzo ed ecco perché sono le 13 e non le 11.

I cinefili sanno benissimo chi sia Maya Deren, cineasta, teorica, ballerina che riveste un ruolo molto importante nell’ambito del cinema sperimentale americano.

Era una donna curiosa, attenta, di quelle artiste incapaci di crogiolarsi nella gloria e infatti a un certo punto se ne andò ad Haiti a fare ricerca etnografica sul voodoo.

Come se non bastasse, era – ma questa è un’opinione personale – un’icona di stile, di quelle effortless che tante fanciulle guardano con ammirazione.

Questo è il suo film che preferisco ed anche il suo primo lavoro, Meshes Of The Afternoon, del 1943. La protagonista è la stessa Maya.

P.S. Le musiche non sono quelle originali. Mi pento e mi dolgo per questa inesattezza, ma su YouTube non ho trovato altro e in ogni caso le trovo molto belle.

 

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#CoseBelle, da Torino a Tirana, diy, SunDIY

Prendere a martellate le noci: un progetto per la domenica

Cercare l’equilibrio: una costante più o meno evidente nelle più o meno placide esistenze di tutti.

Quando poi lo si trova, la costante diventa riuscire a mantenerlo. Meglio farlo attraverso i piccoli gesti quotidiani, ché i colpi di testa potrebbero essere un tantino controproducenti.

Negli ultimi 11 anni della mia vita, l’equilibrio emotivo e spirituale si è spesso rispecchiato in quello intestinale (che bellezza iniziare la settimana con tali soavi argomenti, nevvero?) e insomma, ultimamente e come ogni primavera il mio abbuffarmi di formaggio tendeva a creare disturbi.

Purtroppo, il latte con i cereali è una delle colazioni che preferisco. A dirla tutta, a volte sogno di inzuppare i Weetabix nella tazza fino a creare una pappetta dall’aspetto disgustoso come facevo da bambina.

Chissà se li producono ancora, i Weetabix.

La mia assenza da queste pagine è stata parallela a quelli che chiamo i SunDIY, i progetti fai da te della domenica: aiutano a liberare la mente e, per dirla con alcune femministe che mi è capitato di ascoltare su YouTube, determinano una riacquisizione di potere.

Ho piantato dei fiori in bulbo, ho preparato un deodorante che sa di ciambellone all’arancia, con l’ausilio del meraviglioso apriscatole Tupperware (30 euro di felicità) ho trasformato delle lattine di passata in portapenne e ieri ho preparato il latte di noci.

Riacquisizione del potere ed equilibrio intestinale, che magnifica coppia. Soprattutto se unito al risparmio netto sull’acquisto di latte vegetale nella grande distribuzione: da queste parti soia o muerte, a prezzi francamente troppo alti.

Su internet avevo trovato diverse ricette per il latte di mandorle, ma una busta di Tezenis colma di noci giaceva da mesi in uno degli armadietti della cucina ed ho quindi deciso di utilizzare quelle.

La cosa più importante sono gli attrezzi: non avendo uno schiaccianoci, ho scoperto che un martello da carpentiere è efficace e utile a sublimare l’aggressività. Raccogliere frammenti di gusci in giro per la stanza non è il massimo della vita, ma ne vale la pena.

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Una volta sgusciata la frutta, l’ho infilata in un sacchetto salvafreschezza per poi frantumarla delicatamente con l’ausilio dell’attrezzo di cui sopra; sottolineo delicatamente perché troppo vigore potrebbe far esplodere il sacchetto o far fuoriuscire gli oli dalle noci.

Bene, a questo punto ho mescolato la poltiglia ottenuta con un po’ d’acqua e un cucchiaino di miele biologico (volendo il miele si può evitare, ma le noci tendono ad essere amarognole quindi un ingrediente dolce serve a bilanciare il sapore) e ho versato tutto nell’estrattore.
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Credo che un frullatore classico o a immersione siano più indicati, ma io ho rotto il mio cercando di frullare mele e fiocchi d’avena.

Utilizzando l’estrattore la polpa della noci verrà scaraventata nell’apposito contenitore o in giro per la cucina se ci si è dimenticati di fissarlo adeguatamente all’elettrodomestico, mentre il latte colerà allegro e già filtrato.

Io ho comunque aggiunto al composto quella parte di polpa che non era volata sui divani, ma se si preferisce si può infilare il composto in una garza di cotone e poi in un colino e filtrarlo.

Il risultato è sorprendentemente buono, ma essendo fresco il latte non dura più di tre giorni: meglio non sforare o l’intestino tornerà a ballare la Macarena ad ogni ora del giorno e della notte.

Ora, so che nell’ultimo post si parlava di scrub a base di gusci di noci, ma confesso di non avercela fatta. Un progetto potenzialmente fallimentare alla settimana è più che sufficiente, non sfiderei oltre la fortuna.

Un’ultima cosa: al posto del miele, vanno bene anche un paio di datteri o dello sciroppo d’agave.

 

 

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#CoseBelle, Considerazioni sparse, what I call love

#CoseBelle: la moda di seconda mano

Visto che dal post sui capelli sono entrata nel mood frivolezze, e in attesa di raccogliere adeguatamente le idee per raccontare dell’opera omnia di Fred Vargas che sto finendo di leggere, perché non parlare di vestiti?

Da almeno un anno non compro abbigliamento nelle catene low cost (vedi H&M, Zara e simili): in parte perché il rapporto qualità-prezzo non è più conveniente, in parte per ragioni un po’ meno egoistiche.

A proposito del primo motivo, ho un paio di jeans comprati nella nota catena svedese ormai 9 anni fa, ancora oggi in perfette condizioni. Ne ho un altro paio dello stesso brand acquistato 3 anni fa e pagato quasi il doppio, che mi si è sfaldato tra le mani come un frutto in decomposizione in un quadro decadente.

Ma parliamo di argomenti meno frivoli.

Quello che ho letto alcuni giorni fa su Il Fatto Quotidiano (qui l’articolo) mi ha convinta che le multinazionali dell’abbigliamento a basso costo tendano ad essere, come dire, IL MALE.

Credo che pur non potendo fermare le guerre, le epidemie o risolvere il problema dei senzatetto, nelle scelte quotidiane si possa fare la differenza; quindi a prescindere dai prezzi e dalla qualità dei capi, io da loro non ci compro perché lucrare sulla crisi mediorientale e sullo sfruttamento dei minori è una porcata colossale. Punto.

Non essendo diventata improvvisamente ricca, non ho abbandonato il low cost per i brand medio-alti della moda. Al contrario, viaggio a velocità di crociera nel low-low cost, che sebbene suoni come off-off Broadway e sembri quindi sinonimo di cose brutte che non fanno dormire la notte, è in realtà un mondo pieno di sorprese.

In Albania, paese meraviglioso in cui l’usato non è ancora diventato vintage, nei negozi di abbigliamento e scarpe di seconda mano si possono fare dei veri affari.

Negli ultimi mesi, costretta ad adattarmi ad un inverno sottozero che non credevo possibile a queste latitudini, ho comprato un ensamble giaccone-maglione-stivali, spendendo circa 30 euro.

Naturalmente mi sono dovuta finalmente piegare a quei concetti che mia madre ha tentato di inculcarmi negli ultimi 20 anni: la maglia dev’essere in lana e non in tessuti sintetici, gli stivali in pelle e non in scarti di copertone. che ormai ho una certa età e i maglioncini in acrilico sono per fanciulle meno attempate.

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Una soffice nuvola di lana merinos che nasconde la panza quando esagero con il pane.

Quando sono a Torino mi diletto con i mercati rionali; durante l’ultima visita, per 50 cent mi sono portata a casa un paio di Levi’s.

Un’altra attività è lo scambio: si può fare con le amiche, con gli swap parties o con i familiari. La famiglia di mia madre è composta quasi per intero da donne che condividono grossomodo la stessa taglia e gli stessi gusti, quindi ad ogni cambio di stagione enormi borse colme di capi d’abbigliamento vengono trasferite da una casa all’altra, portando un po’ di atmosfera natalizia ad ogni arrivo.

A mio parere, riciclare la moda è un’attività divertente e creativa. Certo bisogna avere un po’ di tempo per spulciare tra cestoni e banchi colmi di orrori anni ’80 e camicie macchiate di giallo in corrispondenza delle ascelle, ma il risultato regala soddisfazioni: niente magliette che si autodistruggeranno dopo sei mesi, niente minori sfruttati in fabbrica, niente accumulo di rifiuti nelle enormi discariche dell’abbigliamento.

Anche perché a Tirana non si fa la differenziata, quindi oltre al riuso dei barattoli di vetro per conservare semi, farine e pasta corta, il riciclo dell’abbigliamento è un po’ l’unico modo che ho per credere di star aiutando il pianeta.

 

 

 

 

 

 

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