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I miei due cent su David Bowie, senza velleità intellettuale alcuna

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Normalmente non amo i necrologi del web per la star del cinema o della musica di turno, figuriamoci scriverne uno di mio pugno, ma David Bowie era molto più di una star del cinema e della musica.

Lo vedo dalle decine di video pubblicati su Facebook, da chi sceglie una canzone ammettendo di amarla pur non conoscendone altre e da chi si improvvisa grande estimatore della prima ora.

Il bello di un personaggio come Bowie è, secondo me, che ha spaziato talmente tanto non solo tra le arti, ma anche esplorando ogni anfratto della sperimentazione musicale e recitando in film culto come Labyrinth e Fuoco cammina con me, per poi buttarla in caciara con Il mio west di Pieraccioni, che è impossibile non averlo incontrato, sfiorato, a volte adorato. Artisticamente parlando, s’intende.

A quanto mi dicono, l’Esile Duca Bianco è entrato nella mia vita quando ero poco più che una neonata: mia zia diciottenne, appena tornata da Londra con una zazzera ossigenata sulla testa, mi faceva da baby sitter ascoltando – perché gli anni erano quelli – Tonight in loop.

Pochi anni dopo, fu l’ora del rito di passaggio-Labyrinth: un film per bambini che è molto più di questo, è un mondo magico e crudele che rappresenta la crescita (ne ho scritto brevemente qui, se qualcuno fosse interessato).

All’ormai veneranda età di diciassette anni, per la festa di Carnevale a scuola scelsi di vestirmi da Bowie nel video di Life on Mars. Insomma, più o meno così.

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Un anno dopo, durante una scampagnata alla Settimana della Moda di Milano uno dei miei più cari amici mi regalò Reality. Impiegai mesi a capirlo, forse proprio in quell’occasione mi accorsi che Bowie è geniale (anche) nel suo essere fruibile su moltissimi livelli, ma che quando voleva farla difficile, ci riusciva benissimo.

Della serie, sicuri di aver capito cosa sto cantando, bitches?

Per molti della mia generazione, Bowie è stato un po’ così: è entrato nelle nostre playlist, nei nostri videoregistratori, nelle nostre pagine Facebook sotto diverse forme. La mia preferita, va da sé, è quella del re dei Goblin.

Anche se, al contrario di quanto disse Sarah alla fine del film, lui ha un gran potere su di noi. Non potrebbe essere altrimenti.

 

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I film dell’infanzia: l’immenso Labyrinth

Mi rendo conto che probabilmente una buona parte di chi mi legge non ha la più pallida idea di cosa sia Labyrinth, mentre l’altra parte ha probabilmente i lucciconi agli occhi a causa di decine di immagini improvvisamente riaffiorate alla memoria, tra le quali: David Bowie con leggings di diversi colori, Jennifer Connelly sedicenne con due sopracciglia che anticiparono il mood attuale di quasi trent’anni, un bambino vestito da Waldo rapito e un labirinto da affrontare.

Il film è diretto da Jim Henson (creatore dei Muppets) e prodotto dalla Lucasfilm di George Lucas, comprende una ventina di marionettisti e, ma questo è un dato positivo probabilmente solo per me, Helena Bonham-Carter fu scartata per il ruolo della protagonista, andato poi appunto a Jennifer Connelly.

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Dunque Henson, Lucas e Terry Jones (sceneggiatore, già nei Monty Python) realizzano un film fantasy che esce nelle sale nel 1986 e che sarebbe metafora del processo di crescita della giovane e iraconda Sarah.

Adolescente orfana di madre e gelosa del fratellastro Toby, il suo sentirsi incompresa la fa vivere in un mondo di giocattoli e di fiabe: il labirinto, la principessa nel carillon, tutta la sua camera da letto è intrisa di giochi e bambole che richiamano gli elementi che si snoderanno nel racconto.

Insomma Sarah invoca il Re dei Goblin (David Bowie) chiedendogli di portare via il piangente fratellino, salvo poi pentirsene e trovarsi costretta ad affrontare il labirinto che protegge la città dei goblin in 13 ore, o Toby verrà tramutato in un goblin.

Gli elementi ci sono tutti, no? Il capriccio dell’infanzia, l’errore, il percorso da affrontare che altri non è che un processo di crescita e responsabilizzazione.

Fin dal brano di apertura ogni strada sembra condurre in quella direzione: Underground, ovviamente cantata da David Bowie, che rivolgendosi ad una ragazzina (little girl) la consola:

Nessuno può biasimarti per essertene andata […] Non dirmi che la verità fa male, ragazzina / Perché fa male da morire / Ma giù nel sottosuolo troverai persone vere […] una terra serena, una luna di cristallo

‘nsomma, il buon David (ossia il re dei goblin) vuole attrarre Sarah in un sottosuolo in cui i dispiaceri e le sofferenze della vita quotidiana non esistono, e vuole tenercela piuttosto a lungo:

E’ solo per sempre
Non è poi tanto tempo

Ed è questo il vero fascino, almeno a mio parere, dell’intera storia: ammettendo che il personaggio di Bowie sia frutto, come tutto l’universo fantastico del film, della mente di Sarah, la contrapposizione tra buoni e cattivi non è poi così netta.

Tant’è che ancora oggi tendo a parteggiare un po’ per il cattivo, il re dei goblin: il suo mondo è affascinante, fatto di magia e creature fantastiche e luccica. Nel labirinto, quasi tutto luccica.

Comprese le giacche – e le guance – di David Bowie.

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Neanche le feste sembrano male laggiù nel labirinto, a meno che non si decida di infrangere eleganti pareti in vetro con una sedia rococò, in quel caso si può finire in una discarica fatta degli oggetti che amavamo e che abbiamo dimenticato.

Decisamente crudele, no?

Tornando alla storia, la giovane Sarah si avventura nel labirinto convinta di poterlo attraversare in meno di 13 ore; la sicurezza del re dei goblin che la fanciulla fallirà inizia a vacillare quando il suo buon cuore le fa guadagnare la simpatia di bizzarri personaggi che si coalizzano per aiutarla a raggiungere il castello reale: il risultato sono una serie di trucchetti e inganni (da bambini avremmo detto “sta barando!” o, come spesso fa Sarah, “non è giusto!”) che ce lo rendono un po’ antipatico, ma mai troppo.

Insomma il suo personaggio rappresenterebbe la parte più egoista e crudele dell’infanzia: faccio quello che voglio, se non mi va di prendermi cura del mio fratellino spero che qualcuno lo porti via, baro sulle regole e se qualcuno osa sottovalutarmi, cerco di terrorizzarlo.

Magari non tutti da bambini hanno avuto una tale predominanza della parte egoista della personalità, ma io sì e quindi I feel you, David.

Affrontate tutte le prove e i tranelli disseminati lungo il percorso, Sarah giunge al castello accompagnata dagli alleati che ha trovato lungo il cammino: Ludo il gigante buono (la forza), Hoggle il codardo dal cuore d’oro (la paura) e Sir Dydimus il cavaliere à la Don Quixote (il coraggio); deve infine affrontare nella battaglia finale il potente re che tenta di sedurla nuovamente offrendole i suoi sogni.

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Ora, potrebbe essere che solo ai bambini tremendamente egoisti come me si sia spezzato il cuore quando Bowie sospira I can’t live within you e quando Sarah lo rifiuta definitivamente, ma qui torniamo al chi te l’ha fatto fare di rinunciare a tutto e tornare alla tua noiosissima vita che ha le sue radici nel Mago di Oz.

Ma sì, ma certo, in fondo anche Robin Williams/PeterPan/Peter Banning in Hook afferma che vivere può essere un’avventura meravigliosa, e noi un po’ gli crediamo e un po’ facciamo finta per non annegare nella nostalgia dell’infanzia ormai lontana.

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In un modo o nell’altro, Sarah riesce a sconfiggere la parte peggiore dell’infanzia e a tenere con sé, nel caso ne dovesse avere bisogno, la migliore (di nuovo interpretata dai bizzarri alleati trovati nel labirinto). Il povero re dei goblin, sotto forma di gufo, rimane chiuso fuori dalla finestra.

Il bene ha vinto, l’eroe ha completato il percorso di crescita rinunciando ad essere il centro del suo universo personale in favore di un’attitudine più altruista. Il piccolo Toby – sempre vestito da Waldo – è salvo, Sarah può abbandonare l’infanzia e iniziare il suo processo di crescita.

Sotto questo punto di vista, la giovane Sarah sarà un’adulta leale, generosa e buona; ho sempre sperato che questo pezzo di fan-art si tramutasse in un progetto cinematografico, essendo curiosa come un delfino curioso di sapere a che punto l’egoista e affascinante re si sarebbe ripresentato a tentarla.

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Peccato.

Non che io muoia dalla voglia di rivedere il buon David in leggings.

Quindi Labyrinth è davvero solo una metafora della crescita? No, Labyrinth è prima di tutto una favola fantasy pazzesca, realizzata in modo tale che solo in un paio di sequenze gli stilemi anni Ottanta risultano fastidiosi (maledetti ralenty-con-dissolvenza) che ancora oggi è capace di affascinare grandi e piccini.

Alcuni grandi più di altri.

E sappiamo quanto una favola, per quanto controversa e piena di chiaroscuri, possa rallegrare giornate poco liete.

Poi un giorno troverò la forza di addentrarmi nella ricerca del motivo per cui Bowie qui è rappresentato come un gufo, e che abbia avuto una parte decisamente controversa e poco chiara in Fuoco Cammina Con Me, prequel di Twin Peaks in cui i gufi, come ben sappiamo, non sono quello che sembrano.

Ma non oggi.

Per ulteriori curiosità sul film, fate un salto qui.

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Diventare grandi in pubblico

Il titolo di questo post è la traduzione del titolo di un episodio di Trainspotting, ed è anche quello di un album di Lou Reed del 1980.

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Questo brano di questo libro e la tazza di Peter Pan. Abbiamo un problema?

Se c’è una cosa che davvero amo dei libri di Welsh, sono i titoli ispirati a brani più o meno famosi del passato, vedi il crudele ma geniale racconto C’è una luce che non si spegne mai (da There Is A Light That Never Goes Out, The Smiths, 1986), sempre in Trainspotting.

Ho mai menzionato il fatto di aver studiato quel video per un esame? Dio, se adoro i nuovi media.

Comunque, non è di questo che volevo scrivere. Ho ben altro di cui lamentarmi.

Noi nate nella seconda metà degli anni Ottanta abbiamo da gestire una patata bollente non da poco, conseguente ad un problema di origine cinematografico-televisiva.

Un problema non da poco, causato da alcuni personaggi di finzione che hanno come loro emblema quella stronzetta lamentosa di Joey Potter.

Joey Potter, per chi non la ricordasse o fosse troppo giovane per averne mai sentito parlare, era una dei protagonisti della fortunata serie televisiva Dawson’s Creek, una serie in cui un gruppo di adolescenti occupava le giornate remando su barchette di legno, disquisendo di argomenti universali e guardando film di Steven Spielberg.

Na rottura di palle infinita, ne converrete, ma per qualche congiunzione astrale il prodotto ebbe un successo incredibile.

E ci rovinò la vita sotto molti, moltissimi aspetti.

Tralascerò, per questa volta, i danni provocati alla percezione e alle aspettative nell’ambito dei rapporti tra i sessi, per concentrarmi ai disastri di stile, e alle difficoltà che una ragazza cresciuta con il modello di Joey Potter incontra quando, alla soglia dei trent’anni, necessita di smettere di indossare Converse All Star ogni santissimo giorno.

Per prima cosa, dobbiamo ammettere che Joey si vestiva demmerda.

I costumisti della serie si sono accaniti sulla povera Katie Holmes con una furia degna delle mitologiche Erinni, e l’hanno coperta con salopette di denim, bandane (bandane!), berrettini di lana a cuffia e altre oscenità che potrete facilmente scoprire su Google.

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Non che gli altri personaggi fossero agghindati in modo migliore, ma in linea di massima noi ragazzine ci identificavamo con la brunetta figlia-di-un-pusher, mentre sarebbe stato molto più sano utilizzare come modello la bionda Jen perché ammettiamolo, nessuno di noi sopporterebbe un’amica come Joey Potter.

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Il cuore del problema è però un altro, ossia la mancata crescita stilistica del personaggio: nel corso di sei stagioni la fanciulla finisce il liceo, scappa in barca col migliore amico del suo “grande amore”, va al college dove inizia una relazione con un professore e in tutto ciò, continua a vestirsi demmerda.

Anche i capelli, persino quando un po’ schiariti, continuano a far cagare.

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Si evince che ad avere come modello una Malvestita, non è che noi nate-nella-seconda-metà-degli-anni-Ottanta potessimo venir su delle icone di stile.

Chi è venuto immediatamente dopo di noi ha potuto apprendere i segreti dello stile da Marissa Cooper di The O.C., e così mentre noi ancora indossavamo le benedette Converse All Star, loro già utilizzavano le ballerine che guarda un po’, sotto i vestitini stanno giusto un po’ meglio.

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Quelli ancora dopo hanno rischiato di diventare cocainomani con Serena Van Der Woodsen di Gossip Girl e delle megere psicopatiche con Blair Waldorf della stessa serie, ma entrambi i personaggi erano comunque meglio vestiti della nostra Joey.

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Così, mentre a diciassette anni mia cugina sa perfettamente cosa le sta bene e cosa no, come abbinare i capi e come acconciarsi i capelli in millemila modi diversi, io ancora vado in giro la domenica pomeriggio in questo modo

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E sì, mi rendo conto di aver iniziato questa parabola discendente blaterando di letteratura e musica per poi finire nella “cultura” pop e nel trash, ma che posso fare, a incanalare le mie energie mentali in ambiti seri e costruttivi c’ho provato e ho miseramente fallito. Con queste conseguenze.

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Say my name, say my name

Una breve visita della mia sorella minore e la galoppante smemoratezza della Genitrice (la quale mi chiama con i nomi dell’intero albero genealogico nostro, del vicino e della panettiera senza azzeccare mai) mi hanno ispirata ad aprire le ante buie del passato meno recente, e a fare ammenda per certe cosucce. O forse solo a riderci sopra.

I nomi hanno avuto una rilevanza decisamente eccessiva, nei rapporti familiari. Soprattutto in quelli tra sorelle.

Il mio secondo nome è il primo della mia sorella maggiore, e se per me questa caratteristica era fonte di gioia infinita e voglia di giocare con lei sempresempresempre, per la malcapitata derubata dell’identità nominale tale somiglianza fu quasi certamente fonte di un certo fastidio.

Ma il bello arrivò con la sorellina, quella venuta al mondo tre anni e mezzo dopo il lieto ed insuperabile evento della mia nascita.

Avendo forse già annusato una certa predisposizione alla malvagità nella sottoscritta, i miei astuti-ma-non-troppo genitori decisero di farmi scegliere il nome che la nuova arrivata avrebbe portato con sé verso l’infinito ed oltre.

Bocciati Stellina e Viola, ci accordammo per un nome sobrio, normale, non legato a fiabe o miti popolari e diverso da quel Scimmia che tanto mi sembrava appropriato.

Bene, a poche settimane dalla nascita, i miei genitori ascoltarono una canzone* e decisero di tradire e infrangere il loro impegno e di cambiare il nome.

E non si limitarono a quello, oh no signori della giuria, quei folli utilizzarono la mia scelta accurata e ponderata come secondo nome.

Oltre il danno, la beffa. Credo che solo Malefica non invitata alla festicciola per Aurora abbia condiviso un tale senso di offesa e infatti anch’io meditai vendetta:

in assenza delle competenze stregonesche della presto-sui-nostri-schermi fata malvagia, mi arrangiai con quello che avevo sottomano, ossia due cucciole di gatto estremamente gelose del nuovo cucciolo appena arrivato in casa.

Gliele misi nella culla, sperando in una vendetta laterale che non mi avrebbe vista come mandante (perché fortunatamente, al contrario di quanto accade nei film Disney le mie gatte non parlavano). A pensarci bene, tra le attitudini professionali dovrei inserire “boss malavitoso”.

Purtroppo seppur brillante, la mente di una bambina di tre anni e mezzo non può competere con quella di due adulti, anche se rincoglioniti da notti insonni e urla di neonata. In breve fui beccata, cazziata e ancor’oggi la mia crudeltà mi viene rinfacciata con riferimenti a tale episodio.

Se solo mi avessero dato retta sul nome, forse oggi sarei una persona migliore.

Per fortuna, nonostante le angherie la sorellina è rimasta grossomodo candida come una Aurora contemporanea e nonostante io metta periodicamente il mio destino tricologico nelle sue mani, ad oggi non vi sono state vendette.

*Vorrei fare presente che c’era una canzone che conteneva il medesimo nome e che a me è sempre piaciuta molto, e che se avessero mentito sostenendo che era quella la causa scatenante, forse le cose sarebbero andate diversamente.

**Che cosa avrà poi avuto da dire al Signore sta fanciulla, io non lo capisco. E neanche come si possa dare ad una bambina il nome di un personaggio che soffre che Dio la manda.

 

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Guardare Ewan McGregor che guarda i treni

Ci sono, per ogni generazione e ogni gruppo sociale, dei feticci culturali che accomunano e poi persistono nel tempo. Per le ragazze dell’età di mia sorella (classe 1989), in particolare per quelle romantiche-ma-un-po’-dark, questo oggetto feticcio è probabilmente il fenomeno Twilight; per quelle dell’età della mia cugina più piccola è forse non ne ho idea, sono troppo fottutamente vecchia per saperlo.

Per la mia generazione, e per il gruppo sociale a cui appartenevo durante l’adolescenza (che potrebbe forse essere identificato con I Fattoni), questo oggetto culturale feticcio è stato Trainspotting.

Uscito nelle sale quando molti di noi erano ancora alle medie, il suo fascino marcio ha persistito e si è tramandato fino a quando abbiamo iniziato a farci le canne abbiamo iniziato a scoprire qualcosa sul mondo esterno al tedioso villaggetto di campagna in cui abbiamo passato l’infanzia, la prepubertà e l’adolescenza.

Ho passato, chiedo scusa.

Per chi non conoscesse Trainspotting, shame on you e subito a leggere il libro di Irvine Welsh e a guardare quei tremendi anni Ottanta nel film di Boyle.

C’è in particolare un elemento scaturito dal fenomeno Trainspotting che si è radicato per bene nelle teste della mia generazione, e questo elemento ha il volto lentigginoso di Ewan McGregor.

Quasi tutte le fattone fanciulle nutrivano una sorta di amore perverso per il personaggio di Renton (a me personalmente piaceva Sick Boy, ma io son anche stata svariati anni in cura da una psicologa – anzi tre – e quindi non sono un esempio esemplificativo su nulla), e questa indomita passione ha seguito ogni fase della carriera del bel scozzese (ance se ammettiamolo, con palandrana e treccina in Star Wars era un po’ un ammazzalibido);  lo si è amato mentre se la cantava in Moulin Rouge! (anche se quella tinta nero corvino gli stava un po’ demmerda), mentre se la cantava di nuovo in Down With Love e persino in quel pippone alleniano che porta il titolo di Sogni e delitti.

Pur preferendo l’ossigenato Jonny Lee Miller, non sono mai stata immune al fascino fulvo del giovane Renton e così alcuni anni fa ho speso parte dei miei sudati risparmi in una copia in dvd di Nora, un film abbastanza tremendo in cui il Nostro interpreta nientemeno che James Joyce. E la libido è di nuovo ai minimi storici.

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E insomma oggi è il compleanno di Ewan McGregor, e una clip tratta da Trainspotting e postata su Facebook ha raccolto gli apprezzamenti delle fanciulle della mia generazione. Perché Ewan McGregor è Mark Renton, e non importa quanto mi piaccia in Velvet Goldmine, nel nostro immaginario lui continuerà a rubare libri nei negozi, ad andare in overdose con un pezzo di Lou Reed come sottofondo, a rubare i filmini domestici del suo migliore amico e a fare tutte quelle orribili azioni che ce lo hanno reso così caro.

E allora buon compleanno, Ragazzo in affitto.

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Drammatiche confessioni di fine anno

L’indolenza che occasionalmente mi assale e mi rende incapace delle azioni più elementari – che so, togliere il filtro del tè alla vaniglia dal pentolino – ha raggiunto, nel corso degli ultimi giorni, vette inimmaginabili: ho passato la vigilia di Natale spalmata sul divano, in un pigiama estremamente sexy, a guardare Il diario di Bridget Jones ma no, non ho avvertito alcuna empatia con la protagonista, grazie per averlo chiesto.

Ho anche riguardato, senza motivazione alcuna, Radiofreccia. Avete capito bene, Radiofreccia, quel film i cui capitoli sono contraddistinti da vari oggetti fluttuanti in cieli straordinariamente celesti. Ma ho risollevato leggermente il livello con Don Jon, ormai a me noto come l’unica volta in cui Scarlett Johansson mi è quasi piaciuta. Ma di questa antipatia tratterò magari in seguito. Con uno psichiatra.

Per farla breve, ogni qualvolta mi avvicino al divano la mia capacità critica mi abbandona e mi trovo in balìa degli eventi. E in un attimo sono le due di notte e ho visto un altro film completamente inutile.

Pertanto, vorrei che qualcuno mi sommergesse di buone motivazioni per evitare di guardare il biopic su Lady Diana.

Sono estremamente seria, ho avuto un breve ma tormentato periodo di tossicodipendenza da Lady D, occorso immediatamente dopo la tragica dipartita della bionda (ex) principessa. Che devo dire, ero molto giovane (ma indossavo già le t-shirt dei Guns n’Roses), era estate e mi annoiavo. Naturalmente, l’idea di svolgere i compiti assegnati per le vacanze mi sfiorò solo un paio di settimane più tardi, ad alcune ore dal rientro a scuola.

Raccolsi da casa di mia nonna tutti gli articoli pubblicati su riviste estremamente serie quali Chi, GrandHotel, Oggi e simili e li conservai in buste di plastica trasparente, accuratamente riposte in un raccoglitore bianco che probabilmente era stato trafugato da qualche ufficio, perché non vedo altri motivi plausibili per giustificarne la presenza tra i miei averi di undicenne. Ricordo che una delle riviste pubblicava persino un fumetto a puntate con la storia della (s)fortunata lady, e ne approfitto per congratularmi con l’ideatore di tale avanguardistico progetto.

Non saprei come giustificare una tale passione, soprattutto considerando che non ancora adolescente, mostravo già un interesse per i defunti non esattamente sano. Non so quando decisi di liberarmi della collezione più imbarazzante mai posseduta (la successiva riguardò David Bowie, che quantomeno era vivo e aveva una qualche utilità nel mondo. Poi iniziai a cambiare domicilio con il succedersi delle stagioni, e smisi di raccogliere oggetti inutili. Se non l’avessi fatto, credo fermamente che sarei ormai protagonista di una puntata di Sepolti in casa).

Ammesso che qualcuno abbia inspiegabilmente deciso di guardare una tale inutilità, o anche se nessuno l’avesse fatto ma si sentisse di insultarmi pubblicamente per aver solo considerato l’idea di sprecare due ore di fronte a La storia segreta di Lady D (santo cielo che titolo, sembra uno di quei telefilm trasmessi da MTV), prego chiunque si trovi a passare da queste parti di dissuadermi dal malsano proposito. Ringrazio sentitamente.

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Let the music play! Ossi Duri – 3 dischi in un giorno

Penso sia abbastanza evidente che di musica non capisco molto, non è affatto il mio campo e l’inutilità degli anni trascorsi a studiare la chitarra classica ne sono la prova più evidente.

Per non parlare dell’imbarazzante collezione di brani presente nel mio lettore mp3, tra i quali si salvano giusto un paio di album di David Bowie, qualche colonna sonora e dei pezzi di un gruppo italiano che definire emergente è quasi ridicolo, visto che suonano da una ventina d’anni, periodo in cui la mia migliore amica aveva una cotta clamorosa per uno di loro.

Che in effetti è un gran bel ragazzo, non c’è che dire, soprattutto ora che gli ho insegnato a mettersi in piega i capelli con le forcine.

Ad ogni modo, il gruppo in questione – ah, non ho ancora scritto il nome, che genio: sono gli Ossi Duri – sta portando avanti un progetto estremamente figo, e perché non parlarne sulle pagine di questa autorevolissima pubblicazione?

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Probabilmente molti già conoscono il sito MusicRaiser, anzi forse sono io l’unica che ha avuto bisogno di farselo spiegare, comunque l’obiettivo di questo progetto è terminare la produzione e avviare la distribuzione di ben tre dischi: riCoverAti, Frankamente e Senza perdere la tenerezza; per farlo, hanno dato il via ad una raccolta fondi attraverso la quale i sostenitori possono acquistare alcuni brani, uno degli album o anche tutti e tre. E per allettare ancora di più gli utenti, i musicisti si sono messi a disposizione per svolgere lavori estremamente utili, come spiegano accuratamente nel video che accompagna la presentazione del progetto, il cui titolo è 3 dischi in un giorno

Sì beh, forse una rapina non è esattamente un lavoro estremamente utile, ma son punti di vista.

Date le premesse al post, non mi sento di scrivere che sulla qualità della musica garantisco io, ma fonti ben più autorevoli l’hanno fatto e la quantità e la qualità dei musicisti con cui gli Ossi Duri hanno collaborato e ancora collaborano è una garanzia ben più valida delle mie parole: Freak Antoni degli Skiantos, ElioIke Willis

Ci sono ancora 27 giorni per sostenere il progetto, e per convincervi a prescindere dalla mia ignoranza musicale, posterò qui sotto il video una delle canzoni che saranno presenti nella trilogia

I tre album saranno presentati nelle seguenti date:

4 dicembre Milano

6 dicembre Torino

7 dicembre Mestre

13 dicembre Verona

Per ulteriori informazioni, per ascoltare altri brani, per ricevere lezioni di messa in piega da uno dei musicisti o per farvi aggiustare l’auto nel caso vi si fermasse nel mezzo della Val Ceronda e Casternone, vi rimando alle loro pagine ufficiali:

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MusicRaiser 3 dischi in un giorno

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