cinema

Hai 90 minuti da perdere e non ti piace il calcio? Guarda anche tu The Girl!

Data la mattinata carica di stress e di potenziali fallimenti per il momento non ancora documentati, considerato il pomeriggio trascorso tappata in casa ad alternare brevi penniche a visioni semiattente di episodi di serie tv che ormai si reggono sulla forza comica di un personaggio su quattro (sì Misfits, ce l’ho con te. Parafrasando la mai dimenticata Kelly, Wot da foohk iz that?!), le occupazioni previste per le ore serali erano prevalentemente frivole e potenzialmente rilassanti.

Quelle attività che per non schifare i non appartenenti all’esclusivo Club del Gentil Sesso, solitamente indichiamo con un fumoso cose da donne, sperando che così facendo costoro ci immaginino intente ad arricciarci morbide ciocche luminose, spalmarci creme contenute in raffinati contenitori, comporre sonetti leziosi, esercitarci al pianoforte.

Il problema di fondo è che costoro, soprattutto quelli dotati di sorelle, grazie all’evoluzione dei costumi sociali sanno perfettamente a cosa ci riferiamo con la fatidica frase, e ci visualizzano nitidamente nell’atto di strappare qualunque pelo non sia sito nell’area della testa bestemmiando come neanche Marilyn Manson ai tempi d’oro (ricordate il Goddamn che inseriva un po’ a caso, quando non sapeva bene come riempire una strofa? Ecco), a sollevare nubi di fumo dall’odore chimico mentre ci bruciamo i capelli con la piastra e via discorrendo.

Ho divagato. Tutta questa premessa per introdurre l’argomento che volevo trattare, ossia il film The Girl di Julian Jarrold (chi?), sorta di docu-drama dedicato al rapporto tra Alfred Hitchcock e Tippi Hedren prodotto da BBC e HBO. So che la retrospettiva con cui ho raccontato la mia giornata parrebbe del tutto fuori luogo e parzialmente lo è, però volevo sottolineare come fossi in uno stato d’apatia tale che avrei potuto riguardare tutto Sabrina Vita da Strega* senza battere ciglio, e probabilmente senza neanche domandarmi come potessero utilizzare un gatto di peluche così tremendamente finto.

Invece, il fato ha voluto che mi imbattessi in un prodotto talmente inclassificabile da mettere in difficoltà perfino la mia apatia.

Non sono ancora riuscita a terminare la visione, non so se ostacolata dal viso di Sienna Miller che dopo Factory Girl pare aver preso gusto ad interpretare pseudo muse di grandi artisti dimenticando forse di iscriversi ad un corso di recitazione tra uno e l’altro, se dall’imbarazzante e macchiettistico Toby Jones (ma in questo caso, è altamente probabile che il risultato non sia da imputare all’attore) o dalla stereotipizzazione dei ruoli fin dal principio della narrazione.

Potente ed indiscusso genio del cinema insidia innocente, delicata ed incorruttibile biondina di provincia? Bitch, please. Ribadisco che mancando ancora alcuni lunghissimi minuti perché io finisca di guardare il film, potrebbe accadere che io cambi repentinamente idea e decida di aver assistito ad un capolavoro della cinematografia contemporanea, per quanto tale possibilità mi sembri improbabile. Gli unici aggettivi che posso usare per descriverlo sono pruriginoso, partigiano, superficiale.

Mi sento però in dovere di ammettere che il mio giudizio potrebbe essere leggermente influenzato dall’ammirazione reverenziale che nutro nei confronti del regista inglese; giusto per capirci, quando ho dovuto scegliere i libri da portare con me da Torino a Pisa, questi due sono finiti nella prima scatola del trasloco:

L’unico elemento che mi ha dissuaso da chiudere VLC, cancellare il file ed andare in cattedrale a fare fioretto chiedendo a San Ranieri di non farmi mai più scegliere film tanto inutili è la possibilità di soddisfare parzialmente quella curiosità che avvolge generalmente (almeno, per quanto mi riguarda è così) il processo produttivo di un film. Se poi il film è Gli Uccelli, che lo scrivo a fare.

Respiro profondamente, pubblico il post e… no, non posso farcela. Finisco di guardarlo domani.

 

*A proposito di Sabrina, ho recentemente letto un post a lei dedicato che mi sento di consigliare caldamente. Eccolo.

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amori, cinema, Considerazioni sparse, musica

Considerazioni sparse: da grande voglio somigliare a… (anzi, fossi figa somiglierei a…)

Quando ero un po’ più piccola*, capitava sovente di trovarsi con le amiche (e nel mio caso, anche con gli amici) e di lasciarsi andare a conversazioni oziose, sognanti e del tutto prive di velleità culturali.

Ho ripensato ad alcune di esse smantellando la mia camera, in quanto molte superfici del mobilio sono decorate con ritagli di giornali e settimanali (principalmente Ciak e FilmTv, con incursioni di Vanity Fair e D la Repubblica delle Donne), che rappresentano nella maggior parte i soggetti di quelle oziose discussioni.

Amavamo confrontare i nostri imperfetti visi, corpi e cervelli con quelli degli attori che molti di noi studiavano, desiderandoli e quasi divertendoci nello scoprirci così irrimediabilmente inferiori. Come se fosse possibile essere superiori ad un’icona, o ad un mito.

Uno dei miei amici desiderava Cillian Murphy, e ne desiderava anche le sembianze. Come il suo desiderio rasentasse l’ossessione al punto da farci compiere un viaggio attraverso l’Europa nella speranza di incontrarlo è un’altra storia.

Un altro sosteneva che ci fosse una somiglianza tra me e Liz Jagger, ma in senso derisorio: ne aveva trovato una foto su Vogue, vestita male e con un’espressione francamente bruttina. La cruda realtà è che la fanciulla in questione è molto bella, e che tutto si può dire fuorché che io le somigli.

Però avrei voluto somigliare a Liv Tyler (o meglio, avrei voluto somigliare alla Liv Tyler di Io ballo da sola). Ironia vuole che la mia più cara amica le somigliasse in modo incredibile.

Accanto ad un’immagine tratta dal film in questione spiccano i volti di Audrey Hepburn in bianco e nero con le labbra colorate in fucsia, lo Ziggy Stardust di Bowie allo specchio, Rita Hayworth nei panni di Gilda, Marilyn Monroe e Jack Lemmon sul set di A qualcuno piace caldo, un fotogramma di Billy Elliott ed uno di The Dreamers, l’immagine di una Mini rosa e la foto di un’attrice porno di cui non ricordo il nome, vestita di fiori tropicali.

Infine, le locandine de Il monello e di Match Point ed alcune immagini di Jonathan Rhys-Meyers, verso il quale nutrivo gli stessi sentimenti ambivalenti del mio amico verso Murphy. Nel senso che, se il caso avesse voluto farmi nascere maschio, avrei voluto avere quell’aspetto. Come al solito, mi sarei accontentata di poco.**

Prima o poi, con l’aiuto di Photoshop cercherò di sintetizzare un’immagine a partire da quelle appena elencate, per poter capire quale sarebbe stato il risultato di una tale ipotetica unione.

Non so a che conclusioni pensassi di giungere scrivendo questo post, le uniche che mi sovvengono sono le seguenti:

– è insieme affascinante, inquietante ed un po’ triste che determinate persone vengano iconizzate in età tanto giovane, tanto da rendere difficile il riconoscimento di un’immagine più adulta o senile; mi torna in mente il concetto di flusso di Simmel (recentemente studiato per un esame), e la tragedia di chi tenta di cristallizzarsi in una forma statica: emblematica Marilyn, che negli ultimi anni si era trasformata nella versione iconizzata di se stessa, attraverso l’enfatizzazione di elementi caratteristici come i capelli sempre più chiari e le sopracciglia sempre più scure. Lei stessa si era fatta icona pop, prima che la società contemporanea la congelasse in quella forma.

– ho avuto qualche difficoltà con la mia identità di genere, mi pare ovvio

– a riguardare l’insieme di tali immagini, nasce il sospetto che mia madre mi nutrisse con minestroni ed LSD, e con questa considerazione ho mandato in vacca ogni pretesa di serietà ed è meglio che vada a dormire cercando di non notare le somiglianze tra le attuali condizioni della mia stanza e quella di Mark Renton in Trainspotting.

*avevo scritto più giovane, ma ho avuto un brivido di terrore e ho preferito cambiare termine

**naturalmente, mi riferisco all’attore nella sua versione pre-palestra e pre-orrendi baffetti

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Art for Art's Sake, cinema, musica, what I call love

3 beautiful minds

Lou Reed ha appena postato questa foto sul suo profilo Facebook, e non ho potuto far altro che condividerla per via dell’immensa ammirazione che ho per i soggetti dell’immagine.

Va bè per quanto riguarda Nico non è proprio profonda ammirazione, ma Femme Fatale e I’ll Be Your Mirror cantate da lei spaccano.

Tra le altre cose, parteciparono in ruoli diversi (Warhol ne fu l’ideatore) a quella follia audiovisiva chiamata Exploding Plastic Inevitable, un happening/concerto/set in cui i musicisti erano insieme protagonisti e colonna sonora e gli spettatori guardavano ed erano guardati, ripresi e mostrati su grandi schermi.

Sebbene io preferisca la Pop Art inglese, ritenga che l’album di Lou Reed con i Metallica sia un insulto alle mie orecchie e che la polemica di Nico “i Velvet Underground mi hanno cacciata perché li stavo oscurando con la mia figaggine” fosse assurda anche per l’epoca, darei qualsiasi cosa per aver potuto origliare la conversazione immortalata  nello scatto.

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