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Pausa caffè 2: la costruzione televisiva di un mostro

Dato che sul Giorno della Memoria mi espressi già alcuni anni orsono, ritento l’esercizio di sintesi iniziato la scorsa settimana: siore e siori, la pausa caffè.caff

Chi segue la pagina Facebook del blog (questa) e ieri sera intorno a mezzanotte stava cazzeggiando online l’avrà già letto, comunque mi ripeto: il 24 Dicembre, dopo circa tre ore di blackout domestico, ho celebrato la nascita del bambiniello in compagnia di Liam Neeson e Ben Kingsley, ossia guardando Schindler’s List.

Va da sé che quando ieri sul sito de Il Fatto Quotidiano ho letto dell’imminente uscita di The Eichmann Show, ho iniziato a saltellare come una capretta, con buona pace del mio povero collega.

Metacinema! Metatelevisione! Erano i termini che saltellavano qua e là nella mia testa.

Metanfetamina? Era la domanda che probabilmente si poneva il mio collega nel medesimo istante.

Insomma, questo è il trailer. C’è Martin Freeman di The Office UK, c’è Anthony LaPaglia, la produzione è BBC 2, l’argomento è interessante, sul sito della rete c’è il making of (grazie al quale sarò improduttiva fino all’ora di pranzo e perderò il lavoro).

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Libri, teledipendenza

Contrabbandieri e assassini per la Festa dei Lavoratori

Ci sono cose, nella serialità televisiva, che tutti dovremmo apprendere dai britannici.

Soprattutto il minimalismo temporale (concetto appena coniato così, in un primo maggio qualsiasi), ossia la capacità di condensare gli eventi nel giusto tempo, di non renderli eccessivamente stiracchiati ed annacquati.

Un esempio? Misfits: stagioni da 8 puntate ciascuna, e passa la paura.

Un pessimo esempio in merito? Dexter. Oh, Dexter. Non credo necessiti commenti.

Un altro elemento che apprezzo molto è quel realismo figlio di Dickens che fa sì che se in un dramma in costume una candida fanciulla finisce in una palude, nelle scene successive la malcapitata sarà ricoperta di melma fino alle ascelle.

Esattamente quello che accade in Jamaica Inn, miniserie in tre puntate della BBC tratta dall’omonimo racconto di Daphne Du Maurier (già adattato da Hitchcock nel 1939 e per la stessa BBC nel 1983): contrabbandieri, assassini, corrotti, ambigui uomini di chiesa e un’ardita giovincella fanno della serie una specie di Angelica un po’ più sporca e disturbante.

La conturbante Angelica

E la impantanata Mary

Eh già, perché tra loschi figuri impegnati a far naufragare navi sulle coste della Cornovaglia (i così detti shipwreckers), locande improbabilmente prive di avventori, donne maltrattate e ladri di cavalli, ce n’è abbastanza per rivalutare quegli infantili voglio essere Jo March!

Shipwreckers attirano le navi sugli scogli per saccheggiarle

I due protagonisti principali, che trasformano il racconto in una specie di melodramma vagamente melenso, sono Jessica Brown Findlay (Mary) e Matthew McNulty (Jem), già visti (almeno da me) in Misfitscome sovente accade nei prodotti BBC, regia e fotografia risultano molto accurate e gli ambienti sembrano accompagnare i protagonisti, diventandone quasi comprimari.

Certo nella terza e ultima parte elementi esterni si accumulano in una specie di pastiche condito di riti pagani, transfer freudiani e un po’ di western in sapore di brughiera, ma in generale la visione è piacevole e se mentre guardi la seconda parte viene caricata online la terza, il pomeriggio sul divano è servito.

"...che conosca se stessa"

“…che conosca se stessa”

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Novità televisive d’oltremanica: The Village (2013)

Che gli inglesi posseggano un talento particolare per la produzione seriale televisiva è una verità universalmente accertata, così come lo è il loro gusto estremamente trash per le celebrità locali, le storie perverse, gli incesti e gli adolescenti malvestiti, tutti elementi che contribuiscono a creare la grande contraddizione della televisione britannica:

come può un popolo apprezzare Downton Abbey, Ripper Street e Doctor Who e poi lasciarsi sopraffare dal reality show su Peter Andre & famiglia?

Non so e ho un po’ timore di approfondire, quindi superata questa superflua introduzione vado a presentarvi il mio nuovo interesse televisivo, la serie della BBC The Village, il cui episodio pilota è andato in onda il giorno di Pasqua.

Il giovane Bert e la sua famiglia
(pic)

Altra cosa che adoro dei britannici: le frequenze televisive pubbliche non si riempiono di improbabili fiction a tema religioso solo perché è Pasqua. E nelle loro università probabilmente non permetterebbero l’allestimento di una mostra sulla Bibbia come è invece avvenuto nel polo didattico di fronte a casa mia. Tra l’altro, in tale esposizione un cartellone evidenziava il rapporto tra Bibbia e tecnologia annunciando i nuovi, innovativi supporti mediatici attraverso cui fruire delle Sacre Scritture: audiocassette e cd-rom. Welcome to the future.

Come al solito, divago. The Village è una drama in costume ideato e scritto da Peter Moffat in cui un ultracentenario, Bert, narra ad una donna (di cui per ora ignoriamo l’identità) la sua infanzia nelle campagne del Derbyshire, a partire dal 1914.

Il villaggio teatro della narrazione è placido e apparentemente quieto, la voce narrante di Bert accompagna gli eventi per poi sparire quando le spiegazioni relative ai personaggi e alle dinamiche divengono superflue; il primo giorno raccontato coincide con la prima apparizione di un autobus nel villaggio, mezzo da cui scende una giovane donna, Martha, di cui il ragazzino si innamora irrimediabilmente e che si rivela essere la figlia del pastore locale.

Martha Lane (Charlie Murphy)
(pic)

La voce ricorda che nessuno degli abitanti del villaggio si era mai allontanato dai confini, prediligendo una vita pacifica e ordinaria che però pare in procinto di essere stravolta dall’inizio del Secolo Breve e da tutte le sue conseguenze, quelle tecnologiche (i mezzi di trasporto) e quelle più legate alla Storia, come la dichiarazione di guerra alla Germania: un evento che determinerà la partenza di gran parte dei giovani uomini del villaggio.

Le vicende sono evidentemente filtrate dalla percezione infantile del giovane Bert e dall’aura nostalgica data dal ricordo della realtà dello stesso in età avanzata: i colori sono desaturati e luminosi tanto che le immagini sembrano quasi sovraesposte, i frequenti campi lunghi abbracciano vaste distese erbose in cui il ragazzino si perde in giochi immaginari o corre a perdifiato e a fare da contraltare vi sono frequenti soggettive in cui egli osserva il mondo degli adulti sia in qualità di vittima (il padre furioso lo chiude in un armadio per una notte intera durante la quale lui sente i genitori fare sesso) che di giovane uomo in procinto di crescere, soggetto a pulsioni sessuali che si limitano alla visione e che coinvolgono ovviamente la giovane giunta con l’autobus.

Le relazioni tra i personaggi fanno sperare in sviluppi positivi, in particolare il gioco di sguardi che coinvolge Joe, la figlia del pastore e i due nobili rampolli potrebbe introdurre risvolti interessanti soprattutto se rivelasse la perfidia dei due aristocratici: niente mi diverte più di due malvagi fratelli ricchi che utilizzano la propria influenza per distruggere i propri sottoposti.

Al di là di queste aspettative vagamente perverse dovute alla visione di tutte le telenovelas sudamericane del secolo scorso (grazie nonna), ho avuto una percezione molto positiva della costruzione dei personaggi, molti dei quali posseggono una personalità non facilmente catalogabile nelle categorie di “aiutanti” e “oppositori” del giovane Bert che fa auspicare a risvolti inaspettati nel corso delle prossime puntate, a partire dai genitori del ragazzino che se in un primo momento paiono incarnare lo stereotipo della coppia uomo violento/donna sottomessa, rivelano gradualmente dettagli del tutto estranei a tali canoni: è molto difficile (o meglio, per me è stato molto difficile) condannare il padre a causa della pietà che si prova verso un uomo che tenta con ogni mezzo di salvare la fattoria di famiglia (ok, ora mi è venuto in mente Charlie Sheen in Scary Movie 3, sono una brutta persona) e che quando trova degli ostacoli non riesce a contenere la rabbia, che finisce per sfogare sui figli.

Oltretutto, la partenza del figlio per il fronte e il rifiuto del padre di andare a salutarlo, preferendo una sana e per nulla autodistruttiva rotolatina sul pavimento di casa fa gelare il sangue per il modo in cui brevi sequenze in montaggio alternato rappresentano lo sfascio in procinto di avvenire, il collasso dei valori duri della vita rurale del padre di fronte a quel simbolo di progresso, l’autobus, che porta via un giovane che va alla guerra sorridendo, tragicamente ignaro della devastazione del primo conflitto mondiale. Insomma, tutti perdono e non c’è redenzione. O almeno così spero, che qui siamo in Inghilterra e non in qualche produzione statunitense corredata di happy ending.

Insomma non vedo l’ora di scoprire come si svilupperà la trama, in alcuni punti mi ha ricordato il film Espiazione, forse per l’ambientazione, per i rapporti tra ricchi e classi subalterne o per la voce narrante che a distanza di decenni torna ai luoghi della propria infanzia o forse per tutte queste ragioni insieme; sta di fatto che spero che questa serie mi intrattenga adeguatamente fino alla nuova stagione di Ripper Street (di cui vorrei scrivere da tempo ma chissà perché ancora non l’ho fatto).

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