cinema, Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Pisa

Piani di rinascita morale che manco S-ai-entology

– Sono caduta.

– Di nuovo?!

(cit. io e il mio compare di lavoro, in un fine settimana a caso tra gli ultimi sette)

 

L’autunno è sempre un periodo di passaggio, con i traumi connessi: il passaggio dalle infradito fluo alle sneakers (che malediremo quando marciranno miseramente alle prime piogge), quello da una ridente località di villeggiatura alla triste e laboriosa metropoli, o dai massacranti e sottopagati lavori estivi ad uno stato costante di disoccupazione e/o depressione.

Io esprimo il mio disagio cadendo.

Tre volte in un mese e mezzo non è male come media, soprattutto se a seguito della prima caduta mi sono vista costretta a spalmarmi il ginocchio sinistro di fondotinta per non sembrare più scema del necessario nelle foto delle nozze di mia zia.

Come se non bastasse, una recentissima e non ancora elaborata delusione ha trasformato questo ottobre nell’autunno del mio scontento, ma aspetto fiduciosa che si muti in gloriosa estate sotto il sole di Pisa.

Ah già, Pisa. La ridente cittadina che quando piove non si bagna. No, Pisa esonda.

L’acqua pare emergere dall’asfalto (e probabilmente è proprio così, considerando la portata del sistema fognario) per distruggere e deridere i migliori esemplari di scarpe impermeabili. Gente, non c’è via di scampo e solo i miei concittadini sabaudi possono capire la malinconica tranquillità di un pomeriggio autunnale a Torino: cielo plumbeo, freddino-ma-non-troppo.

Capisco perfettamente le sublimi meraviglie dello sturm-und-drang autunnale pisano, ma se persino gli ombrelli formato capannone industriale riescono a contenere l’acqua che esce da ogni dove, la sensazione di essere capitata nel bel mezzo della stagione dei monsoni è abbastanza ricorrente.

Per fortuna è ricominciato The Vampire Diariesalmeno posso spiaggiarmi sul letto e stordirmi il cervello – amanti delle creature soprannaturali di Mystic Falls, c’ho degli scoop pazzeschi su questa stagione ma posso solo dire che temo fortissimi mal di testa da confusione nel corso dei prossimi mesi. Stop.

Tutto questo per proporre un programma in tre passi per una convalescenza post-delusione quanto più possibile serena. Io lo sto mettendo in atto e per ora sembra funzionare. Solo che la corda che ho scelto per il cappio è un po’ troppo ruvida.

Giorno 1: il letargo

Nei momenti di disperazione nera, bisogna dormire. Ma prima, a onor del vero, bisognerebbe non dormire per alcuni giorni: è un ottimo modo per devastare anima e corpo al punto da non riuscire a capire cosa sia successo, ed evitare picchi depressivi troppo acuti e troppo vicini al fattaccio. Una volta ridotti a larve umane in stato confusionale, è il momento di dormire ininterrottamente per un paio di giorni. Ci saranno sporadici risvegli accompagnati da lucide considerazioni sulla situazione in corso, ma non importa: basta chiudere gli occhi e va tutto a posto.

Importante: non bisogna parlare con nessuno, soprattutto con i propri familiari. Le conseguenze sarebbero dotti lacrimali terribilmente infiammati. Meglio mandare un sms millantando influenze, scarlattine, tubercolosi o alluce valgo per tranquillizzare gli affetti prima di dormire.

Giorno 2: l’autocommiserazione

Superate le 36-barra-48 ore di sonno quasi ininterrotto, si può procedere ad una serie di step simili a quelli che si mettono in pratica alla fine di una relazione amorosa: dolci, bevande calde, alcol, film e letteratura sono i migliori aiutanti in questo senso. Per le disperazioni autunnali poi, il rifiorire delle serie tv ci viene in aiuto perché c’è una gran scelta di format e generi che permette anche ai più schizzinosi di trovare una nicchia di tranquillità.

Per questa fase, meglio tenere alla larga amici e parenti: vuoi per la necessità di estraniarsi dal mondo crudele, vuoi per l’odore non proprio fragrante di un corpo rimasto sotto le coperte per un numero di ore a due cifre, consiglio vivamente di continuare, nei limiti del possibile, con l’isolamento.

Giorno 3: la rinascita (forse)

Bene, è giunto il momento di tornare a piccoli passi nella civiltà. Una doccia è decisamente necessaria, così come una dose estremamente grande di tè verde o di un altro infuso depurativo che ci faccia – ahem – espellere i residui del giorno 2.

Siamo forse pronti ad affrontare il mondo, la luce, i colori, le voci? Certo che no, ma come disse Hugh Grant nessun uomo è un’isola (poi disse anche io sono quella cazzo di Ibiza! , argomentazione che non depone a favore della mia tesi, ma facciamo finta di nulla e proseguiamo, che tanto a fine film si ricrede) e in linea di massima, un caffè con un’amica non ha mai ucciso nessuno.

A meno che l’amica non fosse una delle ziette un po’ tuonate di Cary Grant, ma anche qui ci inoltriamo in terreni accidentati e quindi escluderemo questa possibilità, per il momento.

Anche un pranzo in compagnia di poche persone selezionate non è male, ma la vera manna dal cielo è, di nuovo, l’alcol. Un aperitivo al volo o una serata intima passata a sorseggiare birra alla ciliegia (o Negroni sbagliato, dipende dai gusti (io ho scelto il secondo) (ma io faccio schifo)) possono risultare delle buone soluzioni.

Dal quarto giorno (che per me sarà domani) bisogna tirarsi su le maniche (anzi meglio di no, che fa freschino di questi tempi), ingegnarsi e trovare dei piani alternativi. Che forse sarebbe stato il caso preparare prima, ma ci siamo capiti – procrastination is my middle name, baby.

Ok, lo so che i fallimenti altrui sono una manna per l’autostima, quindi a dimostrazione di aver superato i giorni peggiori, condividerò ciò che mi è successo:

sono andata in un posto, a fare una cosa che preparavo da almeno quattro mesi, ma purtroppo all’apice del climax mi è sembrato di sentire il personaggio di Brad Pitt in The Mexican che mi diceva

Sembri un soldato tedesco fatto prigioniero: io non zo niente! Niente!

E sì, lo so che non è delicato riportare certe battute nei giorni delle controverse esequie dello stronzo delle Ardeatine, ma per dovere di cronaca ho dovuto farlo.

Il Dio degli ebrei mi perdonerà.

 

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Considerazioni sparse, musica, Pisa, Torino, what I call love

Aggiornamenti casuali dal tedio pomeridiano

Il silenzio degli ultimi giorni è da imputarsi all’influenza che ha ben pensato di palesarsi il 30 di aprile (alle carissime amiche che me l’hanno passata prometto tremenda vendetta),

al perdurare di correzioni su correzioni di quelle 200 pagine che dovrò discutere a breve e di cui ricordo ben poco (figuraccia mode: ON),

all’imminente trasferta lombarda per un’altra tappa del tour della Birra Ceca, questa volta a bordo di tre comodi regionali che arrancheranno su e giù per gli Appennini in barba a quel dannato Frecciargento o come si chiama che tra Firenze e Bologna mi ha solo fatto vedere gallerie e facce schifate dal profumo sublime della mia insalatina alla feta fresca,

ad uno stato comatoso della materia grigia che a malapena mi ha lasciato le forze di guardare The Mentalist (niente Red John anche stavolta, mettiamoci l’anima in pace, ma l’episodio non era pessimo)

e ad altre motivazioni random che nascondono cumuli* di apatia, di caldo e di sonno, quest’ultimo incentivato dalla saggia decisione di dormire con l’hennè in testa sporcando le lenzuola appena cambiate e procurandomi deliziosi e ricorrenti dolori cervicali.

Che altro dire, Pisa in questa stagione è particolarmente bella, il cielo si specchia nell’Arno celando quel colore marroncino che lo caratterizza nelle giornate uggiose, ma anche la breve sosta nella mia Torino la scorsa settimana non è stata male, con il tempo abbastanza sereno da permettermi una full immersion di mercati da cui sono riemersa con un completino camicetta di seta granata + gonna nera al ginocchio per la modica cifra di 5 euro. Tutto cartellinato, ma risalente a qualche collezione del Paleozoico.

Che dite, urge un vademecum per l’acquisto low cost a Torino? Devo condividere i segreti accumulati dopo intere mattinate passate a rovistare tra i banchi di tutti i mercati di Torino Ovest? Se i “sì ti prego fallo immediatamente” supereranno i “whatever…”, magari mi armerò di pazienza e lo scriverò.

Ed ecco un po’ di mood primaverile pisano, tra acquazzoni improvvisi e giornate quasi estive.

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Ed ecco invece un piccolo assaggio di primavera sabauda, antitetica a Pisa ma ugualmente affascinante.

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*è mai possibile che questa parola ogni volta mi riporta in mente il brano degli 883? Ma sto bene?

 

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universi paralleli, voyages

comunicazione di servizio #3: interruzione delle trasmissioni

I miei sproloqui vanno in pausa per qualche giorno causa trasferta verso il confine nordorientale di questo Paese in cui pare divertente votare Valeria Marini per la Presidenza della Repubblica.

Se siete dalle parti di Gorizia e volete bervi una o due o tre birre, il mercato europeo sarà da domani fino a domenica sera in corso Italia, lo stand è quello della Birra Ceca: oltre alle diverse qualità di birra, c’è anche una selezione di liquori e dei cocktail di assenzio che cosa ve lo dico a fare.

Io intanto passo, chiudo e torno a impacchettare lo stretto indispensabile.

A presto!

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musica, Pisa

(Brutte) foto di un fine settimana di festa

A parte il mio rifiuto ad uscire durante il temporale poiché convinta che il maltempo avrebbe impedito lo spettacolo pirotecnico, scelta peraltro sbeffeggiata da un’amica che si chiedeva se per caso temessi di sciogliermi sotto la pioggia,

un paio di passeggiate tra un temporale e l’altro le ho fatte, e con il mio fedele cellulare ho scattato delle brutte foto di alcuni degli eventi dei giorni scorsi e ho deciso di condividerle senza alcun apparente motivo; la maggior parte riguardano la manifestazione Pisa in Fiore, solo un paio si riferiscono alle rievocazioni storiche del Capodanno Pisano.

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Purtroppo, il concerto di Edoardo Bennato previsto per ieri sera è stato cancellato (da quanto mi dicono, non è la prima volta che il cantautore dà forfait all’ultimo momento) e me ne sono dispiaciuta perché in virtù del soprannome affibbiatomi da colui che sono solita chiamare Capitano, avrei tanto voluto ascoltare dal vivo la “mia” canzone.

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cinema, Considerazioni sparse

Una giornata qualsiasi

L’allarme antincendio si attiva non appena finisco di applicare accuratamente il colore sui capelli (e a distanza di quaranta minuti non accenna a smettere di tediarmi),

il telefono fisso suona proprio mentre comincio l’operazione di risciacquo (e non era neanche per me),

mi accorgo di aver lasciato la spazzola da qualche parte che non è qui,

mia sorella non mi porta le calzature invernali da me gentilmente richieste onde evitare i geloni durante la settimana di trasferta lombarda,

la scorsa notte ho perso uno dei miei berretti di lana preferiti (sì, ne ho abbastanza da aver stilato una classifica di gradimento),

fra tre giorni compirò venti*ette anni e sono ancora una studentessa fuori sede.

In compenso, mi sto deliziando con la visione di Five Minutes of Heaven con soli cinque mesi di ritardo, il che significa che dovrò di nuovo modificare la parte di tesi che speravo conclusa

E buona domenica sera a me.

Santo Stefano, i Cavalieri e la luna

 

Edit: il cellulare di una non meglio identificata vicina di stanza suona incessantemente. La suoneria è We Found Love di Rihanna. Forse preferivo l’allarme antincendio.

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voyages

Amiche, Capitani, Lingue Sconosciute, Giovani Ariani e Viaggi in Furgone (o anche, “Agosto”)

C’è che andare in vacanza con la propria migliore amica per la prima volta apre nuovi mondi.

Quando ti svegli in un appartamento nizzardo indossando la parte inferiore del bikini, una canotta a righe ed una camicia di jeans, scopri che tu ed il vino francese potreste iniziare a conoscervi meglio nonostante il gap linguistico (stupisco qualcuno se affermo che l’unica parola in francese da me pronunciata in cinque giorni è stata merci, rivolta al venditore di mandorle caramellate sulla spiaggia?).

Quando il primo acquisto della vacanza è una confezione da 12 di birra chiara, improvvisamente comprendi il significato di affinità elettive. Che ci sarà un motivo se l’amicizia con la sinuosa fanciulla con cui viaggi dura da circa vent’anni.

Quando due baldi giovini che hanno artisticamente decorato la propria epidermide con simpatici simboli di apprezzamento verso il Terzo Reich fissano te e la tua amica insistentemente, e tu pensi che stiano per uccidervi brutalmente a causa del tatuaggio in ebraico che ti decora il polso, magari lei ti tranquillizzerà facendoti notare che forse vogliono solo provarci.

Poi grazie al cielo non hanno fatto nessuna delle due cose, per la cronaca.

E così, ad agosto quasi terminato, quando già mi preparavo allegra al rientro pisano, mi aspetta un improvviso viaggio (di lavoro, come ha tenuto a specificare colui che chiamo Capitano Giacomo Uncino) verso la Mitteleuropa.

Se mi doveste incontrare prossimamente e vi venisse il dubbio che io mi trovi in stato interessante, tranquilli: sarà tutta birra.

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Considerazioni sparse, musica, Torino, voyages

Giugno

La scorsa settimana ho iniziato a scrivere un post sulle vergogne adolescenziali, giusto per non farmi mancare nulla, ma la festa della birra di Parma ha fatto sì che restasse a metà, in attesa di una conclusione.

Data la scarsità di idee del periodo, credo che lo riciclerò presto.

Parma, dicevo.

Una delle fiere più inutili, con tanto di chiusura forzata immediatamente dopo la fine della partita di domenica sera (partita che mi interessava talmente tanto da occupare le due ore di durata a dormire, disegnare uno stormo di rondini sul mio braccio, bere birra, varie ed eventuali).

Attacchi d’arte dietro al bancone

Il risveglio domenicale è stato davvero notevole, in quanto ognuno degli occupanti della stanza d’albergo aveva escogitato un metodo personalizzato per isolarsi dal mondo esterno:

P. ha dormito indossando i miei occhiali da sole;

F. con una maglietta sul viso;

Io ascoltando la musica in cuffia.

Vederci dall’esterno prima del risveglio sarebbe stato esilarante.

Il tutto a conclusione di una settimana particolarmente devastante, fatta di nottate in aula studio, poco sonno ed un esame saltato perché mi sono presentata in facoltà il giorno dopo l’appello.

Dopo una brevissima sosta torinese, effettuata per far visita al mio Iccri nel giorno del suo compleanno – abbiamo parlato ininterrottamente per due ore, fino al mio trasferimento in Toscana ci incontravamo quasi ogni mattina al bar ed ora è necessario condensare tutte le cazzate in pochissimo tempo, il ritorno in terra pisana è stato lungo e debilitante.

Soprattutto il Negroni “sbagliato” a stomaco vuoto.

Il tram numero 13, mezzo di trasporto prediletto nel corso dei lunghi anni passati all’Università di Torino

Per fortuna, G. ha fatto onore alle sue origini sicule e mi ha prontamente sfamata con pasta ed insalata di polpo alle 2 del mattino.

Quando si dice l’amicizia.

E sì, lo so che sto riempiendo i post di foto per ovviare ad un’evidente scarsità di contenuti, ma per ora va così.

Troppi pensieri pochi hanno una logica. Dormendo andranno al loro posto. Spero.

Intanto sistemo la camera, continuando a rammaricarmi di non aver rubato il vasetto di fiori di campo dalla cucina di mia madre. Di sicuro sarebbe stato interessante trasportarlo in treno.

 

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