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Una disperata supplica a Babbo Natale

Dieci giorni a Natale, fattezze esteriori a fisarmonica, una collezione in continuo aumento di diversi esemplari di shampoo secco sulla cassettiera, decorazioni natalizie acquistate previo spegnimento del cellulare nel mio unico giorno di riposo del cazzo.

Non è semplice respirare lo spirito natalizio, vivendo chiusa in un capannone industriale convertito a open space all’americana che ti fa rivalutare e agognare l’alienamento dell’uomo moderno in uffici-cubicolo due metri per due.

La letterina per Babbo Natale, doverosa alla soglia dei trent’anni, stavolta la faccio coincidere con i buoni propositi per l’anno nuovo in una miscellanea di disgrazie di varia natura.

Prima di tutto, caro Babbo Natale (permettermi di chiamarti ancora così, anche se a queste latitudini sei noto come Babbo Capodanno), mi piacerebbe da morire poter passare almeno una domenica al mese – 24 ore, non un minuto di meno né uno di più – senza ricevere nefasti messaggeri infernali, leggi: email e telefonate dal lavoro. Un solo giorno ogni trenta, non è poi così difficile, no? Come posso scambiarmi urgenti e profondissimi messaggi su WhatsApp con gli amici in Patria, se sono costretta a dare il cellulare in pasto al cagnolino per disfarmene?

Quindi ecco, regalo numero uno: una domenica veramente libera.

Procedendo: già che siamo in tema, non mi dispiacerebbe una settimana di ferie per poter rivedere i miei cari, ché so di aver sempre snobbato e disprezzato le convenzioni sociali relative alle feste comandate, ma da quando sono un’emigrata mi mancano persino le urla intorno al tavolo di legno massiccio della zia.

Ovviamente, compreso nel regalo vorrei un biglietto aereo a/r, possibilmente Alitalia così posso portare indietro la solita tonnellata di Parmigiano della Coop.

Terzo, babbino caro, vorrei essere un po’ più stronza. So che ci sono degli impudici millantatori che sostengono che io lo sia già a sufficienza, ma se così fosse tali malelingue dormirebbero coi pesci con Luca Brasi, invece di pascolare ancora su questa Terra.

Quindi dicevo un po’ di stronzaggine farebbe assai comodo; mi rendo conto che più che un regalo questo dovrebbe essere un buon proposito, quindi facciamo che metà del lavoro lo faccio io e l’altra metà me la regali, ok?

Già che ci siamo, Babbo NataleCapodanno, facciamo che un regalo lo devolgo alle dolci personcine di cui sopra: rendile felici, ma tanto felici, immensamente felici, tanto da renderle anche delle persone migliori. Dai loro soldi, successo, soddisfazioni, pensaci tu ma nel pacchetto inserisci anche un po’ di intelligenza.

Per concludere, ché io sono una persona modesta e in più ho una scadenza appena scaduta, non sarebbe male fare una magia e trasportare solo per un giorno il mercato di Piazza Benefica sotto casa mia.

Fatti prestare un po’ di polvere di fata da Trilly, fai pensieri felici, carica tutti i banchi sulla slitta, fai un po’ tu ma regalami una giornata di shopping come si deve. Non ti chiedo neanche i soldi per gli acquisti, quelli ce li metto io.

Se poi riuscissi a teletrasportare insieme anche i miei compagnucci di scorribande, ti offrirei anche il caffè.

Della macchinetta, a meno che tu non venga di domenica.

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Il sondaggione natalizio!

Parliamo di argomenti seri. Parliamo delle feste natalizie. Avanguardia pura, lo so.

Ne avrei scritto anche un paio di mesi fa, se solo avessi saputo che mettendo piede nell’età (ah-ah-ah) adulta il Natale non sarebbe più stato l’imperterrito collassare sul divano guardando Una poltrona per due e compagnia bella mentre si smaltiscono i postumi – alcolici e di semi assideramento – della sera prima.

Anche voi però, mai che qualcuno mi abbia detto che crescendo non si sarebbero più potuti indossare gli stivali di pelo verde pino e i maglioni puffosi che fanno sembrare un’alpaca.

Mai che qualcuno mi abbia detto che scolarsi un litro di vin brulé con la scusa del “fa freddo, fa tanto inverno, dovrò pure instagrammare qualcosa stasera” avrebbe compromesso il rendimento professionale della settimana successiva.

Ma io confido in voi, e vengo qui a testa china a chiedere umilmente consiglio.

Perché sì, come Bridget Jones al galà annuale degli avvocati, anche io sono stata invitata ad una raffinata ed elegante cena aziendale (non mia, l’azienda dove lavoro probabilmente ci farà passare la mezzanotte del 31 in ufficio) e non so che cazzo mettermi.

Forse dovrei chiedere consiglio alla Dittatrice del Buon Gusto, ma temo che le mie umili proposte mi varrebbero un paio di lustri nel carcere delle Malvestite.

Partiamo dai fondamentali: considerando che il giorno in questione sarò al lavoro tutto il giorno, che ovviamente non avrò il tempo di passare da casa e che usare il cesso aziendale per un cambio à la Clark Kent mi sembra un tantino eccessivo,

tenendo conto che il saccheggio del reparto costumi mi è reso impossibile dalla taglia media delle fanciulle che ne fanno uso,

non dimenticando che però potrei impietosire il make up artist e farmi dare una ritoccatina qua e là per somigliare a un essere umano,

queste sono le idee che il mio sovraccaricato cervello ha messo insieme per non somigliare a Sofia Vergara in orario d’ufficio.

1. Tubino non troppo corto né troppo scollato, tipo questo di Asos, con un tronchetto di un colore neutro e una collanazza gigantesca stile albero di Natale, giusto per restare in tema.

Image 1 of ASOS Pencil Dress with Structured Fold SleeveImage 1 of ASOS EXCITE ME Ankle Boots

2. Gonnella frù frù nera, maglioncino neutro ma vagamente luccicoso, décolleté e collant coprenti neri, orecchini pendenti e luccicosi come un lampadario a gocce.

Image 1 of SHORT SKIRT WITH ELASTICATED WAIST from Zara Image 1 of Vero Moda Highneck Chunky Knit Jumper

Image 1 of Coast Sorcha Geo Drop Earrings

3. Gonna importante verde bosco o magenta, top nero, stivali neri (sì, fa un po’ Signora del West ma a me garba parecchio), collanazza in tinta.

Image 1 of Coast Meslita Full SkirtImage 1 of Calvin Klein Jalisa Heeled Knee High Boots

Image 1 of ASOS Emerald Jewel Ribbon Choker NecklaceImage 1 of Paper Dolls Berry Collar Necklace

Votate, votate, votate, commentate, commentate, commentate (cit).

Passando al resto, e dando per scontato che mosso da umana pietà e natalizia benevolenza, il make up artist mi sistemerà le fattezze, parliamo di capelli.

In un impeto di cazzeggio sono passata dal rame scuro al castano altrettanto scuro, ma sto meditando di schiarire un po’ le chiome e apportare una leggerissima modifica (vedi: ciuffone tipo frangia malcresciuta), che fo? Lo faccio? Non lo faccio? Tengo i capelli sciolti e un po’ mossi o faccio una crocchia da nonnina, magari laterale?

 

 

 

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Le vite degli altri

Non ho intenzione di scrivere del film del 2006 (ma se non l’avete visto, ve lo consiglio), ma non mi veniva un titolo allegorico ma ironico, pungente ma comprensibile. Scusate.

Ci sono giornate caratterizzate da una lunga sequenza di idee stupide e dannose, soprattutto se perpetrate in contemporanea tra loro.

Per esempio, un soggetto a caso potrebbe aver avuto la splendida idea di indossare oggi, a mo’ di prova su strada, un capo d’abbigliamento che aveva deciso di mettere domani per un’occasione particolare.

Tralasciando la genialità del gesto in sé, soprattutto se questo è addizionato alla conclamata imbranataggine (imbranatezza?) del soggetto, dovete ammettere che utilizzare della candeggina poco prima di uscire è una mossa notevole.

Sapevate che il blu elettrico candeggiato diventa fucsia? Io l’ho appena scoperto.

Ci sono invece altre occasioni in cui delle situazioni potenzialmente fastidiose o dannose presentano risvolti magari non positivi, ma illuminanti: in più di tre anni di Macchiato con Zucchero non mi è mai capitato di avere dei troll, nonostante la natura polemica di alcuni post; al contrario, sono bastati tre mesi di Da Torino a Tirana per guadagnarmi non uno, ben due cagacazzi troll.

Trattasi di due profili Facebook nuovi di zecca e privi di informazioni che guardano, spiano, indagano e che ogni tanto si fanno sgamare perché gli parte il like a qualche contenuto.

Uno dei due ieri l’ha fatta un po’ fuori dal vaso, lasciando un commento in cui chiedeva informazioni abbastanza personali e lasciandosi scappare un (sincerissimo, immagino) complimento su un aspetto della mia favolosissima vita di cui non ho mai scritto su nessuno dei due blog.

Prima che potessi rispondere, il commento è sparito e con lui il fantomatico commentatore: ora, naturalmente se si decide di aprire un blog, una pagina Facebook, un profilo Instagram o Twitter lo si fa consapevoli che i dati condivisi diventano di tutti, simpatizzanti e non (il termine hater mi infastidisce), però non bisogna essere delle cime per immaginare che un blogger tende a fare molta attenzione a cosa condivide, operando una cernita ragionata, e che di conseguenza tende a non rispondere a delle domande personali poste da una persona con delle intenzioni talmente amichevoli da non esporre neanche il proprio viso nella foto profilo.

Voglio dire, chi è questa persona e perché mai dovrei farle sapere i fatti miei? Se poi a questa persona scappa un’informazione che solo chi mi conosce personalmente può sapere, c’è da chiedersi perché mai senta il bisogno di nascondersi dietro un profilo creato per l’occasione e sommando le due cose, la parola TROLL svetta luminosa nei cieli di Gotham.

Inoltre, questi personaggi forse non sanno che nel magico mondo del web è possibile tracciare la posizione geografica dei visitatori, e che quindi ho un’idea molto accurata della provenienza di questi troll.

Non mi fa certo piacere trovarmi a dover fare ancora più attenzione del dovuto alle informazioni che decido di divulgare, ma è un processo che nasce un po’ automatico quando ci si mette davanti ad una pagina web di condivisione, quindi preferisco passare il tempo a distruggere inesorabilmente capi d’abbigliamento di un certo pregio.

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Considerazioni sparse, Pisa, Torino, universi paralleli

La piccola grande Torino e la blogosfera

Nessuno mi crede, quando sostengo pubblicamente che Torino è un buco.

Soprattutto i pisani d’adozione, abituati a vedere commissioni di dieci minuti mutate in ore perché a Pisa, quando ti azzardi a mettere il naso fuori casa, incontri qualcuno che conosci. E con “qualcuno”, intendo “almeno una decina di persone, in punti diversi della città”. E sembra brutto non prendere un caffè con ognuna di loro.

Negli anni trascorsi sulle rive dell’Arno ho accumulato una tale quantità di caffeina che non dovrei stupirmi di dormire tre ore per notte.

Però lo si sa, che Pisa è così. Torino no. Torino sembra grande, immensa, con tutti quei portici e quei vialoni alberati.

torino

E quindi è pure peggio. Provateci voi a mantenere l’aplomb quando, a diciassette anni, incontrate una collega di vostro papà sull’autobus in un orario in cui dovreste essere a scuola.

Poi, provate a ripetere l’esperienza con la professoressa di storia dell’arte che sta portando una classe a godere delle meraviglie barocche del centro cittadino, o con quello di educazione fisica che porta un’altra mandria di studentesse a fare ginnastica ai Giardini Reali.

E infine con lo zio, che non ricordavo lavorasse in via Roma.

Non è facile guardarsi intorno con circospezione ogni volta che si fanno telefonate “personali”, perché la propria madre potrebbe essere sullo stesso autobus, né evitare qualcuno perché o si inizia a frequentare solo il “bar di Al Bano” di corso Francia, o prima o poi ci si incontra. L’ultima volta sono entrata in un locale dei Murazzi, ho sentito distintamente “Oh tizio, guarda, c’è Anna Giulia!” e un attimo dopo, un paio di persone che non mi amano molto hanno abbandonato il posto.

So che quest’ultimo aneddoto mi fa apparire come una brutta persona, ma giuro che di solito non lo sono. Anche se a volte, trovo che la seguente immagine rispecchi in parte quel lato di me che vorrei saper tenere sopito.

friends

Ma tornando al discorso iniziale, ci sono alcune – rare – occasioni in cui questa atmosfera paesana tipica di Torino sa essere piacevole.

Come, ad esempio, quando dopo aver seguito e interagito con una blogger per mesi, scopri che avete importanti amicizie in comune.

E che fai, non ne approfitti?

Inauguro quindi la rubrica “meet the blogger”, perché spero a brevissimo di aver modo di prendere un caffè (dove per caffè si intende vodka) con la brillante autrice di Gynepraio.

E se non conoscete il suo blog, fateci un giro. Non ve ne pentirete.

O se ve ne pentirete, potrete sempre detestarmi cordialmente e uscire dai luoghi pubblici non appena mi vedrete entrare.

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Art for Art's Sake, Monday Mood(s)

Gli anni Novanta, la moda, le betulle e le irritazioni da ortiche.

Non sono una fan dei fashion blogs. Sovente mi annoiano a morte, soprattutto quando somigliano ad un qualsiasi servizio fotografico da rivista allungato a dismisura.

O quando è evidente che la blogger in questione non capisce una sega niente di moda, a parte conoscere il mantra delle wannabe fashionista che recita più o meno così:

Se è in una vetrina del centro, va bene.

Se una blogger più famosa di me l’ha indossato, va benissimo.

Se mi è stato inviato gratuitamente, o addirittura mi pagano, che ve lo dico a fare.

C’è però una parte di me che si diverte a leggere i post di chi ha un minimo di competenza in materia, chi conosce la storia della moda, chi ricorda le collezioni precedenti e i termini sartoriali, chi non ammorba il web con le proprie foto, chi scrive blog con dei contenuti.

A parte il geniale Ma ti sei vista?, che mi piace in toto ad esclusione dell’ultimo post, oggi girovagando invece di studiare come un mulo da soma  sono capitata su questo Tumblr.

C’è qualcosa di perversamente affascinante negli abiti che sfilavano sulle passerelle negli anni Novanta, sarà che li guardavo con gli occhi acritici di bambina, saranno i capi a vita alta, le meraviglie firmate Christian Lacroix (pur essendo in delirio pseudo-minimalista, resto una grande amante delle linee barocche e delle fantasie caciarone), i volti di quelle che imparammo essere le bellezze (e che poi si fecero fotografare fatte come delle cucuzze alcuni anni dopo) o quei tessuti lucidi dai colori accesi, non so dirlo ma so che sono rimasta folgorata.

Insomma, andate e amatelo tutti. I miei anni Novanta hanno il sapore della campagna in cui sono cresciuta, un ambiente in cui ,se si esclude la giornalaia sessantenne che occasionalmente presenziava alle cene comuni indossando un folgorante abito rosso, non era semplice entrare in contatto con l’haute couture; però la televisione ce l’avevo anche io, così come i Venerdì di Repubblica sulle cui pagine si potevano trovare microscopiche immagini delle passerelle, e quel Tumblr demoniaco mi ha fatto tornare indietro di tanti anni.

Non abbastanza da riuscire nuovamente ad arrampicarmi sulle betulle, né da rischiare che un genio di zio si nasconda dietro un muretto per strofinarmi un ramo di ortica sulle gambe nude (sì, ero proprio una campagnola), e certo in questa nostalgia c’è un po’ di quel malefico piano di marketing chiamato vintage, ma sono entrata in questa spirale dei ricordi (vedi il post precedente) e non riesco proprio a uscirne.

Ah, la moda del 1995! (Non vorrei scriverlo, ma capita spesso che io mi vesta come la terza da sinistra. E la quinta. E sicuramente si tratta di un trauma infantile, visto che nel ’95 avevo dieci anni e sono certa che avrei tanto voluto vestirmi così). (pic)

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Art for Art's Sake, cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza, universi paralleli

Considerazioni sparse: “Ho un lavoro! Scrivo un blog!”

Mi disconnetto per qualche giorno e sul web esplode l’ennesima vajassata tra semisconosciuti (youtubers, twitstars, blogstars e compagnia danzante), così che mi trovo costretta a fare un veloce riepilogo per capire cosa sia successo.

Ho tempo da perdere, che posso fare.

Tralasciando le noiosissime motivazioni della lite e i toni da telenovela sudamericana degli anni Ottanta – tra le quali ricordo con affetto Manuela perché la guardava assiduamente la mia nonnina, mi sono trovata a cercare di fare il punto sulla concezione di “lavoro” completamente sfasata che a volte è propria di alcuni di queste “star del web”.

Non sto per lanciarmi in una crociata contro i cazzeggiatori della blogosfera o di YouTube perché ne faccio parte a pieno titolo, tuttavia alcuni di loro sono riusciti a distorcere la realtà tramutando senza motivazioni apparenti l’attività – appunto – di cazzeggio in fantomatico lavoro. Intendiamoci, c’è chi dal web è passato a media differenti come la televisione (ne avevamo già parlato qui) con risultati più o meno scadenti, ma che nella realtà concreta delle cose li rende conduttori televisivi o radiofonici, scrittori nel caso abbiano pubblicato qualcosa tramite case editrici e via discorrendo.

La qualità dei prodotti finiti è sovente scarsa per permettere all’editore/produttore di turno di cavalcare la moda del momento avendo a disposizione mezzi decisamente meno veloci delle piattaforme internet, siano essi studi televisivi o apparati dell’editoria, ma credo che nei fatti nessuno potrebbe andare da una truccatrice che ha scritto un libro sugli ombretti con i brillantini a dirle che non è una scrittrice.

Le si potrà contestare il contenuto e magari anche la forma, ma di fatto un libro l’ha scritto.

A lato di questi fenomeni da baraccone esiste tutto un sottobosco di wannabe che arrancano in modo più o meno esplicito tentando di solleticare l’interesse dell’industria produttiva non internettiana (e dunque non-pro bono); al loro interno vi è un’altra sottocategoria che ritiene che un qualsiasi contenuto autoprodotto (come potrebbe esserlo questo accumulo di irrilevanti considerazioni che avete davanti) li renda dei professionisti in quell’ambito, come se scrivere venti righe su un blog o registrare dieci minuti di video su YouTube facesse di loro degli autori, degli scrittori, dei registi o chissà che altro.

Fa sorridere e anche un po’ sghignazzare vedere virtuali code da pavone aprirsi sulle pagine dei blog e dei social networks mentre la webstar di turno millanta posizioni professionali inesistenti per poi accettare di buon grado qualsiasi (o quasi) occasione di visibilità, aderendo fedelmente alle linee richieste anche quando in netto contrasto con le convinzioni espresse ‘sul posto di lavoro’, ossia su internet.

Intendiamoci, ci sono fior di giornalisti e critici che lavorano esclusivamente sul web collaborando con testate prestigiose, ma dall’altra parte sembra che ormai la democrazia della rete abbia determinato la possibilità di ritenersi professionisti quando l’unica attività in cui ci si adopera è sproloquiare su blog più o meno improbabili, lanciare importantissimi progetti che inevitabilmente si schiantano sugli scogli dell’indifferenza generale e autofinanziarsi pubblicazioni o prodotti video che nessun editore o produttore avrebbe mai accettato di finanziare, e un motivo ci sarà pure.

Insomma, alla luce di tutto ciò ho deciso di prendere in mano la mia vita e di trovarmi un lavoro: scriverò un libro-inchiesta sulla lobby che non vuole che James Van Der Beek diventi famoso, e su quella che spinge Jonathan Rhys-Meyers verso l’autodistruzione perché è (era) troppo affascinante e avrebbe portato via i ruoli migliori ai suoi colleghi.

Magari mi inviteranno a presentarlo a Mistero.

Per concludere, a mo’ di monito vorrei presentarvi il prototipo della webstar fallita: celebre fin dal concepimento, frutto dell’amore tra il padre di David e la madre di Kelly e bipolare: Erin Silver!

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Eccola affranta, seduta sul divano di casa di qualcun altro.

E pensare che al liceo scriveva un blog per sfottere i compagni di scuola!

Pensare che si era autoprodotta un film (a tinte hard) che le era fruttato un internamento in ospedale psichiatrico!

Pensare che aveva anche fatto la stagista su un set! (O quella era Serena Van Der Woodsen? Forse entrambe)

Eppure eccola, occupata a far nulla, o meglio a vagare per L.A. con un furgone-ristorante tentando di convincere i passanti a raccontare le proprio noiosissime storie a favor di camera.

Perché ehi, lei è una documentarista.

Osservate e riflettete sulla povera Silver, prototipo della webstar senza arte né parte che nonostante faccia parte di un prodotto davvero inclassificabile, esemplifica quanto ho scritto in questo post dilungandomi fin troppo.

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30ThingsAboutMe, cinema, teledipendenza, universi paralleli

Informazione di servizio #2

Dunque, mi sembra quasi di tirarmela visto che l’ho già scritto su Facebook ma insomma, è una bella novità (per me, a voi magari fottesega) e vorrei rendere partecipi i lettori affezionati e quelli occasionali di questo blog.

Intanto grazie per continuare a usare una parte del vostro tempo per leggere le assurdità che scrivo, mi fa molto piacere e sto scrivendo un apposito discorso per ringraziarvi quando vincerò il Pulitzer.

Ok, ricomponetevi, smettete di ridere.

In breve, ho iniziato a collaborare con un sito, Inchiostro Elettronico, che è un contenitore di diversi argomenti, dall’attualità alla musica, dalla cultura alle idiozie che scrivo io.

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E infatti ieri è stato pubblicato il primo post che ho scritto per quel sito, in cui fingendo di ragionare sulle problematiche della transmedialità e del divismo blatero di Dawson’s Creek. Se vi interessa dargli un’occhiata lo trovate qui, e magari fate un giro per il sito.

Niente, basta, già mi sento abbastanza in imbarazzo. Ciao.

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