cinema, Film

Facili entusiasmi

Il mio primo lavoro regolare, non in nero e non a progetto, iniziò come un tempo determinato volto a gestire l’aumento di clientela tipico di Dicembre.

Finite le feste, mi chiesero se ero interessata a un rinnovo e dal momento in cui risposi di sì all’effettivo inizio del nuovo contratto, la responsabile di settore ogni volta che mi vedeva si prodigava nei sorrisi e nelle espressioni eccitate di chi non vede l’ora che arrivi il giorno X, che ha grandi progetti per il dipendente e già pregusta l’apporto che egli porterà all’azienda.

Tutto molto bello, peccato che facessi la cassiera.

La storia di come diedi le dimissioni per un giorno di permesso negato la racconterò un’altra volta, ché qui ci sono onoranze funebri da pubblicizzare e come disse una comparsa parlante in Dracula di Francis Ford Coppola, i morti viaggiano veloci.

dr

 

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Considerazioni sparse

Preferisco il rumore del mare

Nella mia famiglia, vita e lavoro non sono mai stati entità gemelle.

Neanche sorelle, anzi neanche imparentate alla lontana.

Nel bene e nel male, sono cresciuta con lo stesso tipo di mentalità: aziendalismo sticazzi, chinare la testa anche no, giustificare ingiustizie neanche per sogno.

Non è sempre stato facile, e ancora oggi non lo è: il settore privato è spesso costruito su diversi livelli di schiacciamento costante del dipendente, della sua volontà, della sua voglia di far valere i propri diritti.

All’età di ventun’anni, lavoravo come cassiera – pardon, addetta al servizio clienti, in un negozio del centro. Si vendeva il superfluo, e a volte un po’ di cultura.

Sabati e domeniche al lavoro, un part time promosso a full time quasi senza avvertire, capi settore e dirigenti impegnati a recitare – assai male – la parte degli amici. Per fotterti meglio, bambina mia.

Dopo sei mesi di lavoro, osai chiedere un giorno di permesso.

Me lo negarono.

Andai dalla rappresentante sindacale, che mi rispose “lo sai come va qua dentro“.

Le mancavano pochi mesi alla pensione.

Preparai le dimissioni, con effetto immediato, e li mandai cordialmente affanculo.

Per me l’aziendalismo non esiste, è una bugia grande come il mondo. Essere aziendalisti significa sovrapporre vita e lavoro, e questo non può esistere. Non senza impazzire.

Chi spinge i dipendenti verso la cieca fedeltà al lavoro, gioca sporco.

Chi fa credere che i diritti siano concessioni è un disonesto.

Chi impone condizioni impensabili vuole male ai suoi collaboratori.

Ora rileggo il post un paio di volte, inspiro profondamente e vado a litigare con le Risorse Umane.

Perché come ho scritto poco più su, non è facile per un cazzo.

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cinema, Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Monday Mood(s)

Una disperata supplica a Babbo Natale

Dieci giorni a Natale, fattezze esteriori a fisarmonica, una collezione in continuo aumento di diversi esemplari di shampoo secco sulla cassettiera, decorazioni natalizie acquistate previo spegnimento del cellulare nel mio unico giorno di riposo del cazzo.

Non è semplice respirare lo spirito natalizio, vivendo chiusa in un capannone industriale convertito a open space all’americana che ti fa rivalutare e agognare l’alienamento dell’uomo moderno in uffici-cubicolo due metri per due.

La letterina per Babbo Natale, doverosa alla soglia dei trent’anni, stavolta la faccio coincidere con i buoni propositi per l’anno nuovo in una miscellanea di disgrazie di varia natura.

Prima di tutto, caro Babbo Natale (permettermi di chiamarti ancora così, anche se a queste latitudini sei noto come Babbo Capodanno), mi piacerebbe da morire poter passare almeno una domenica al mese – 24 ore, non un minuto di meno né uno di più – senza ricevere nefasti messaggeri infernali, leggi: email e telefonate dal lavoro. Un solo giorno ogni trenta, non è poi così difficile, no? Come posso scambiarmi urgenti e profondissimi messaggi su WhatsApp con gli amici in Patria, se sono costretta a dare il cellulare in pasto al cagnolino per disfarmene?

Quindi ecco, regalo numero uno: una domenica veramente libera.

Procedendo: già che siamo in tema, non mi dispiacerebbe una settimana di ferie per poter rivedere i miei cari, ché so di aver sempre snobbato e disprezzato le convenzioni sociali relative alle feste comandate, ma da quando sono un’emigrata mi mancano persino le urla intorno al tavolo di legno massiccio della zia.

Ovviamente, compreso nel regalo vorrei un biglietto aereo a/r, possibilmente Alitalia così posso portare indietro la solita tonnellata di Parmigiano della Coop.

Terzo, babbino caro, vorrei essere un po’ più stronza. So che ci sono degli impudici millantatori che sostengono che io lo sia già a sufficienza, ma se così fosse tali malelingue dormirebbero coi pesci con Luca Brasi, invece di pascolare ancora su questa Terra.

Quindi dicevo un po’ di stronzaggine farebbe assai comodo; mi rendo conto che più che un regalo questo dovrebbe essere un buon proposito, quindi facciamo che metà del lavoro lo faccio io e l’altra metà me la regali, ok?

Già che ci siamo, Babbo NataleCapodanno, facciamo che un regalo lo devolgo alle dolci personcine di cui sopra: rendile felici, ma tanto felici, immensamente felici, tanto da renderle anche delle persone migliori. Dai loro soldi, successo, soddisfazioni, pensaci tu ma nel pacchetto inserisci anche un po’ di intelligenza.

Per concludere, ché io sono una persona modesta e in più ho una scadenza appena scaduta, non sarebbe male fare una magia e trasportare solo per un giorno il mercato di Piazza Benefica sotto casa mia.

Fatti prestare un po’ di polvere di fata da Trilly, fai pensieri felici, carica tutti i banchi sulla slitta, fai un po’ tu ma regalami una giornata di shopping come si deve. Non ti chiedo neanche i soldi per gli acquisti, quelli ce li metto io.

Se poi riuscissi a teletrasportare insieme anche i miei compagnucci di scorribande, ti offrirei anche il caffè.

Della macchinetta, a meno che tu non venga di domenica.

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Volevo essere un velociraptor

Sarà che coltivo una passione smodata per le bestie infuriate che distruggono cose a caso, sarà che ieri ho guardato il trailer di Jurassic World e ho di conseguenza passato un paio d’ore a guardare video tratti da Jurassic Park unodueetre e a farmi una cultura sui dinosauri su Wikipedia – lo sapevate che forse il temibile T-Rex non era un predatore ma si cibava di carogne? E che forse era piumato? – sta di fatto che a me sti dinosauri piacciono davvero assai, e ora vi spiego perché.

I Velociraptor mi hanno sempre intrigata. Veloci, intelligenti (almeno, così mi ha insegnato Steven Spielberg e io gli credo), sapevano aprire le porte (le porte!) ed erano pericolosi, molto pericolosi.

Se fossi un dinosauro, vorrei essere un velociraptor e correre su e giù tra le felci preistoriche, terrorizzando e cacciando quegli stupidi erbivori.

Peccato che la natura mi abbia fatta più simile a un T-Rex: lenta, culona, vagamente sproporzionata, rumorosa, incazzata di quelle incazzature un po’ inutili ed esagerate, di quelle che il 99% delle popolazione mondiale mi guarderebbe con aria di superiorità e mi consiglierebbe di darmi una calmata.

In più pare che sto bestione gigantesco avesse dei seri problemi di vista (anche qui, Spielberg mi ha insegnato che è vero quindi lo è) e anche qui mi ci ritrovo.

In breve, il T-Rex era un lucertolone gigantesco, lento, probabilmente piumato, mezzo ciecato e fondamentalmente incazzato che forse non si disturbava neanche a cacciare, accontentandosi delle carogne che trovava qua e là.

Per anni la mia indole affatto permalosa ha fatto sì che alcuni amici mi associassero a Tricky, il triceratopo de Alla ricerca della Valle Incantata, ma a conti fatti forse avrebbero dovuto guardare al di fuori del gruppetto di protagonisti e accorgersi di quel Denti Aguzzi che vagava qua e là emettendo suoni fastidiosi e terrorizzanti e che infine fa una fine miserrima facendosi ingannare da un branco di cuccioli – alcuni dei quali neanche troppo svegli.

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Nouvelle Vague levati: un corto insensato più #instaweek(s)

Interno giorno.

Establishing shot: femmina, ventiequalcosa, vegetante davanti ad uno schermo esteso quanto una sala cinematografica.

Nelle cuffie, inspiegabilmente, questo.

Nonostante sia sabato, è riuscita ad uscire di casa indossando camicia, pullover e tacchi. Si è persino messa il rossetto.

Nonostante l’apparenza, ha già bevuto due caffè, mangiato una barretta energetica e assunto un concentrato di minerali e vitamine. Pensa se non l’avesse fatto.

Purtroppo, la scelta di utilizzare come sfondo del desktop una gigantesca peonia color malva non contribuisce alla concentrazione. E dire che l’ha scelta appena ieri, allo scopo di rallegrarsi le giornate.

Purtroppo, l’ufficio è semivuoto (perché a parte lei, tutti hanno qualche compito utile da portare a termine, nda).

Sfortunatamente, il gigantesco compito che avrebbe dovuto portare a termine oggi si è arenato per ragioni squisitamente tecniche (disco esterno danneggiato anyone?).

Poco male pensa lei, in questo modo avrò il tempo di stalkare cercare di capire come sta andando la trasferta intercontinentale della crew che non mi caga da almeno due giorni.

E magari di farmi partire un embolo nel vedere le mise scelte a cazzo di cane apportando leggere, insignificanti modifiche alle indicazioni date.

In tutto questo, tutte le applicazioni di messaggistica istantanea installate sul suo telefono hanno crashato, portandola ad usare gli SMS come se fosse al primo anno di liceo e facendole avere uno strano déja-vu: sta scrivendo su WordPress o sugli MSN Spaces?

Ah, gli Spaces. E Splinder. Tutti scomparsi, perduti nell’etere con pezzi di storie, foto, sticker glitterati e rotanti da Studio 54.

Intorno tutti corrono, la scala metallica vibra come all’arrivo del T-Rex in Jurassic Park, sarebbe carino riguardare Jurassic Park ma insomma, sono solo le 11 ma un altro caffè non può far male.

FINE

Instagram photo by annagiuliabi - Niente di peggio che essere la prima ad arrivare in ufficio. #deprescion

Instagram photo by annagiuliabi - Survival kit #healthy #food #foodsupplements #equilibra #goodmorning

Instagram photo by annagiuliabi - Praticamente un autoscatto #2. #work #office #sunglasses #eyewear #marcjacobs #marcbymarcjacobs #earrings #black #stones

Instagram photo by annagiuliabi - Prenditelo un caffè vestita come Eminem. #coffee #macchiatoconzucchero #relax #candy #colours #grey #green #me #home #goodmorning

Come avrei voluto uscire di casa stamattina

Instagram photo by annagiuliabi - La colazione dei campioni. Miremengjes nga #Tirana #goodmorning #buongiorno #coffee #breakfast

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30ThingsAboutMe, cinema, Considerazioni sparse, Monday Mood(s), teledipendenza, voyages

Viale (del tramonto) dei ricordi

Poco più di un anno fa, quando il mio futuro professionale mi sembrava vagamente chiaro e la divinità a me nota come fly down, bitch non era ancora sopraggiunta a ricordarmi che la presunzione non porta granché lontano, credevo così tanto nelle mie qualità di analista della fuffa da spingermi a scriverne in luoghi lontani da queste care pagine, ossia su Inchiostro Elettronico.

Rileggendo certe minchiate partorite dal mio poco equilibrato intelletto mi son detta che è bello crederci, essere certi di avere un’opinione autorevole, avere quella che la mia zia americana chiamerebbe self confidence (da leggersi con smaccato accento avellinese).

Molte cose sono cambiate, soprattutto la presunzione di cui sopra. Quando fly down, bitch ha finalmente lasciato queste sponde, la sua collega vivi e lascia vivere ha preso il suo posto e da allora mi accompagna fedele, aiutandomi con pacche sulla spalla e dosi di valeriana ogni qualvolta io ne abbia necessità.

Ultimamente accade sovente, ma per ora i nervi reggono e solo occasionalmente necessito dell’aiuto della divinità-jolly nota come ora mi levo questi orecchini a cerchio dorati e ti strappo le extension, per gli amici Diva del ghetto.

Ma ormai lo so, luglio è un mese in cui me ne capitano di ogni. Da sempre.

Anche The Decemberists sostengono che July never feels so strange, e sarà che metà del mio nome somiglia a quello di questo mese, ma per me i trentun giorni tra giugno e agosto hanno sempre avuto risvolti importanti, imprevedibili, orrendi, ridicoli. A scelta.

Il trucco non è stare immobili e lasciare che tutto, nel bene e nel male, passi.

Luglio necessita di passione, partecipazione, è come un uragano e per sopravvivergli l’unica soluzione è piazzarsi proprio al centro e godersi il viaggio.

Con la giusta compagnia e una buona dose di autoironia, i ricordi di mezza estate saranno quelli più vividi.

P.S. per chi volesse, qui, qui e qui ci sono gli articoli che scrissi per Inchiostro Elettronico. Sempre argomenti seri e di attualità, come vedrete.

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cinema, Considerazioni sparse, voyages

Cartoline di un (inizio) estate

Sarà il lavoro che mi porta in giro quattro giorni a settimana (lasciandomi però liberi i miei amatissimi giorni feriali, ma lo saprete già visto che su Instagram me la tiro alla grande con l’hashtag #yourmondayismysunday), sarà che arriva l’estate e nonostante il conclamato pesaculismo preferisco deambulare per le strade sabaude piuttosto che dal divano al frigo, sta di fatto che ho mandato il blog in vacanza senza neanche programmarlo.

Una specie di last minute RyanAir per Tampere, che lo compri perché costa 30,99 Euro e poi ti ritrovi in un luogo che non sapresti localizzare su un planisfero e chissà perché.

Però anche da Tampere ritengo si possa fare una telefonata a casa ogni tanto, se la si può fare dagli studi Mediaset durante le registrazioni di Chi vuol essere milionario lo si potrà ben fare da lassù, e dunque questa è la mia telefonata a casa per raccontare cosa sto facendo – escludendo ovviamente i dettagli imbarazzanti, che riceveranno un trattamento speciale con post a loro dedicati in futuro – e rassicurare nonni, genitori, zii e conigli nani domestici a cui faccio da zia.

Il contenuto delle mie giornate non lavorative è riassumibile fotograficamente nel seguente modo:

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Insomma mi vesto male as usual, ma pare che le fashion blogger abbiano portato in auge le Birkenstock abbinate alla qualunque quindi la mia soluzione di emergenza per riuscire a camminare nonostante un tragico incidente sul lavoro che ha visto coinvolti in mio mignolino destro e un pesantissimo oggetto non fa, pare, così cagare;

poi cerco disperatamente non Susan, ma capi d’abbigliamento e accessori per una festa a tema Navy che avrà luogo tra un paio di settimane, indosso collane imbarazzanti e del tutto inadeguate alle temperature correnti, tento di alleviare la cinghialite che si impossessa dei miei arti inferiori ai primi caldi e cerco ristoro (sempre durante i deambulamenti sabaudi) sedendo su panchine e leggendo un’edizione BUR del 1982 del Beautiful degli anni Cinquanta.

A proposito, piccola chicca per i lettori torinesi che, come me, sono un po’ incazzatelli per il prezzo dei libri: nei mercati di corso Brunelleschi e corso Svizzera ci sono banchi letteralmente coperti di libri di ogni sorta, dalle memorie del lattaio di Borgo Vittoria all’opera omnia di Tolstoj.

Invece per i pisani, se si attraversa il Ponte di Mezzo e si imbocca la prima travera di corso Italia sulla destra per poi svoltare nuovamente nella medesima direzione, ci si trova (quasi) davanti ad una libreria che applica sconti del 50% su quasi tutti gli articoli.

Ci sono persino dei testi presenti in alcuni programmi d’esame (almeno, per il mio corso di laurea ce n’erano a bizzeffe) ad un prezzo decisamente inferiore rispetto alla Feltrinelli che sorge imponente a poche centinaia di metri.

Ho però guardato un film davvero brillante e divertente, Padre Vostro, che è una boccata d’aria fresca in questi tempi di suore che vincono i talent show. Consigliato, non solo agli estimatori della cinematografia balcanica.

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