cinema, Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Gruppo di ascolto per ex studenti DAMS

Mentre ancora mi chiedo per quale motivo io sia in biblioteca di sabato mattina, perché abbia mischiato qualunque tipo di alcolico mi sia capitato sottomano ieri sera, se la mia genitrice stia progettando di porre fine alle mie sofferenze per vendicarsi di averla svegliata nel cuore della notte facendo sbattere le scarpe che reggevo in mano su ogni superficie della casa, quanto schifo farà il ragù di castagne con cui ho deciso di avvelenare i miei amici stasera (questa mattina ho inviato alla mia amica il seguente sms: “Fammi cucinare o oggi mi parte un embolo“, e lei ha fortunatamente acconsentito), comunque dicevo mentre ancora mi trastullo le meningi con tali importanti quesiti, qui c’è gente che ha bisogno di risposte.

Scorrendo i termini di ricerca con cui si è arrivati a queste pagine, ho trovato una frase che mi ha stretto il fegato il cuore, così ho deciso di rispondere alla domanda (sebbene posta senza punto interrogativo) del confuso navigatore virtuale.

Pronti a sciogliervi in lacrime? La frase è

Ho fatto il dams e ora

Allora mio caro lettore, anima pura che ancora cerchi una risposta a questa domanda, così d’impulso mi verrebbe da dirti corri nella direzione opposta all’Università più in fretta che puoi, ma so che forse sei già giunto a tale conclusione, pertanto ti narrerò della mia esperienza, così avrai un ottimo esempio di cosa non fare.

Posto che io ho avuto tutto il tempo di chiedermi cosa fare una volta terminato il DAMS, in quanto avendoci messo un po’ più di tre anni a finirlo ho potuto stilare una seria e ponderata lista di possibilità che ha infine portato alla saggia e sempre molto ponderata (ho deciso in circa otto minuti e mezzo, confermando la diceria secondo la quale io non penso prima di fare le cose) scelta di trasferirmi in Toscana, e considerando che non so se tu abbia terminato il corso triennale o specialistico (ma sospetto fortemente che la prima opzione sia quella più verosimile), ti consiglierei di infilare in una valigia il minimo indispensabile, e di fuggire con un volo Ryanair, EasyJet o simili.

Parliamoci chiaro, con una laurea in DAMS si fa ben poco, a parte le figuracce con gli amici quando ti chiedono Di chi è quel film e tu non lo sai, a parte non riuscire a godersi una proiezione perché lo pseudo critico che è in te si presenta con tutta la sua boria e pretende di analizzare ogni.fottuto.dettaglio*, a parte avere una laurea non particolarmente richiesta nel mondo del lavoro odierno che ti porterà a comportarti come un imbecille ventenne per lunghi anni, mentre i tuoi amici si sposeranno, faranno figli e compreranno case.

Quindi riassumendo, la mia comunissima esperienza è stata: laurea breve presa in tempi non così brevi, laurea magistrale conseguita in tempo in una città lontana-ma-non-troppo, in un ateneo più prestigioso ma non meno incasinato, è sabato mattina e sono in biblioteca con i postumi di una serata francamente devastante a scrivere su un blog. Fai un po’ te.

Quindi la fuga come unica soluzione?

Mi si perdoni il francesismo, FUCK YEAH. A meno che tu non abbia studiato a Gorizia, in quel caso potresti forse essere tra i pochi eletti che sfrutteranno il famigerato ‘pezzo di carta’.

*Ieri il mio solito amico ha detto che quando scrivo non sono più ‘narrativa’ ma ‘saggistica’, infliggendomi una metaforica ma dolorosissima pugnalata nel cuore. Maledetta università.

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Considerazioni sparse, Monday Mood(s), Pisa, universi paralleli, what I call love

A posteriori: fuori sede sì o no? [Bizzarri Monday Mood(s)]

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Non so come né ho ancora realizzato a pieno quanto è accaduto, ma la scorsa settimana ho concluso il secondo livello di studi universitari.

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Eggià, mi sono laureata in un corso dal nome lungo e vago, in una città abbastanza lontana dalla mia, indossando una camicetta color granata per rendere omaggio al mio luogo d’origine (e al gol al 94° che mi ha fatto vincere 15 euro, ma è un’altra storia) ed ora mi accingo a lasciare le umide sponde dell’Arno per tornare a quelle  del Po, sempre che lo smantellamento della mia camera non richieda più di cinque giorni.

Come scrissi tempo fa, arrivando in una città universitaria come questa non si può fingere di non sapere che si tratta di un passaggio, di un’esperienza con una data di scadenza, qualcosa che finirà e a volte ripeterselo fa bene, soprattutto quando la nostalgia di casa o il tedio della città medio-piccola si fanno sentire più del solito.

Purtroppo e naturalmente, arrivando alla fine di un percorso di questo tipo ogni consapevolezza si perde nella più o meno profonda disperazione: soprattutto se si vive in una casa dello studente o si ha la (grandissima) fortuna di avere un rapporto con i coinquilini che non prevede minacce di morte quotidiane, il momento del distacco può essere leggermente traumatico, e la gioia per la fine degli studi può tramutarsi nel corrispettivo della sala cinematografica illuminata alla fine di un film particolarmente coinvolgente: destabilizzante.

Questo accumulo emotivo può tradursi in comportamenti apparentemente inspiegabili come passare un’intera giornata nella biblioteca del proprio dipartimento a leggere libri su libri inerenti i propri studi (true story: say hello to the Biblioteca di Storia delle Arti’s wifi connection) o cadere addormentati per lo sfinimento del far nulla alle ore più improbabili.

Il fatto poi che tutti (TUTTI!) si sprechino nel guardarti con occhi da cerbiatto per dirti con un filo di voce e quindi te ne vai…? non aiuta affatto, così come la nostalgia a priori di chi vuole assicurarsi che comunque tornerai per la loro laurea e teme che nonostante le rassicurazioni, non lo farai.

Ad ogni modo, se si escludono questi minuscoli traumi psicologici e si riesce ad ignorare le domande di chi ti chiede cosa farai ora, l’esperienza universitaria fuori sede è una figata.

Orari completamente sballati, ingrassamenti e dimagrimenti improvvisi e apparentemente inspiegabili, ogni giorno è lunedì ed ogni sera è sabato e viceversa, ogni viaggio in treno che riporta a casa ha la carica emotiva di un melodramma in costume e ogni ritorno (di solito di domenica sera tardi) è insieme uno stress e un sollievo, non sai più cosa è tuo e cosa della tua coinquilina/vicina di stanza.

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Mi rendo conto solo ora che le ripercussioni psicologiche di un Erasmus di due anni e mezzo (cit.) sono notevoli e si amplificano con l’avvicinarsi del giorno della partenza, ossia della fine effettiva dell’esperienza fuori sede, ma lo rifarei mille volte. Anzi, quando iniziano le pre-iscrizioni all’università?

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Doni rinvenuti sulla propria scrivania una qualsiasi mattina post-festa patronale

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Considerazioni sparse, Pisa

Vivere a Pisa da fuori sede: mangiare (bene) con poco

La mia avventura da studentessa e da fuori sede si accinge a finire, gli oggetti personali da impacchettare e mandare (portare) nella capitale sabauda sono tanti e tutti ancora al loro posto, procrastinare continua ad essere la mia attività preferita e non sarà un titolo di studio a cambiare la realtà delle cose, la copertina della mia tesi è nera come la disperazione (cit. un amico particolarmente catastrofico) e l’ufficio che si occupa di studenti mediamente poveri non sembra comprendere le richieste che gli faccio, sebbene usufruiamo circa della stessa madrelingua (cit. una vecchia canzone, e con vecchia intendo della mia adolescenza).

In tutto questo accumulo di mansioni che svolgerò come sempre tre secondi prima della scadenza, vorrei rendermi socialmente utile consigliando ai fuori sede presenti e futuri alcuni luoghi in cui mangiare e bere non è poi così costoso; mi riferisco soprattutto (ma non solo) ai miei pari, studenti borsisti che in rare e centellinate occasioni si concedono il lusso di rinunciare al pasto della mensa e a quelli che vanno a mensa e subito dopo al ristorante (tratto da una storia vera).

  • Il Numero 11 la meraviglia. Porzioni di carne rossa assolutamente esagerate, prodotti a km.0, acqua gratis, niente coperto, pane e dolci prodotti sul posto. I contro sono l’impossibilità di prenotare che determina file chilometriche soprattutto nel fine settimana e la condivisione del tavolo con perfetti estranei, elemento che non è negativo di per sé ma lo diventa se i commensali sono particolarmente molesti come me. Mio padre vuole andarvi a mangiare ogni volta che viene a trovarmi, e si sa che i genitori tendono ad essere abbastanza esigenti in fatto di cibo. Mi mancherà il controfiletto di cavallo con patate, anche se il mio stomaco ringrazierà per la sua assenza. Lo si può trovare in via San Martino, la prima traversa di corso Italia dopo aver attraversato il Ponte di Mezzo.
  • Osteria Santa Caterina il menù alla carta non è economicissimo, ma è possibile usufruire di quello turistico e avere per 15 euro un antipasto, un primo, una tagliata, un dolce, il caffè ed un calice di vino, tutto di buona qualità. In più, a pranzo con 5 euro si può accedere al buffet che è composto da piatti preparati sul momento e davvero molto buoni. Si trova in via Santa Cecilia, a mezzo metro da piazza Santa Caterina.
  • Wok World è inutile che storciate il naso e fingiate di non aver mai preso d’assalto un “all you can eat” nippo-cino-whatever: non ci crede nessuno. Il locale è molto capiente, il buffet davvero fornito e il cibo non è affatto male, si va dal sushi (preparato sul momento) alle fritture, ai piatti composti di pietanze crude cucinate nel wok seduta stante. Spesso è sovraffollato, soprattutto a pranzo perché il menù fisso è più economico. Si trova in via delle Cascine, di fronte al supermercato PAM. L’alternativa è in via Santa Maria, in cui si possono scegliere 18 (mi pare siano 18) portate stando comodamente seduti e senza doversi scannare con altri affamati. 
  • Pizzeria Mediceo 15 l’ambiente è gradevole e la pizza è buona, in più da lunedì a giovedì è possibile avere pizza, bibita e dolce per 8 euro (anche a cena). L’indirizzo lo indica il nome stesso.

 

Insomma questa è l’esperienza accumulata in due anni e mezzo, ho preso anche qualche fregatura ma più che altro nei bar e nelle tavole calde (grazie al cielo); su richiesta, mi impegnerò ad onorare il nome di questo blog compilando una lista dei posti migliori per caffè e colazioni.

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Considerazioni sparse, musica, Pisa, Torino, what I call love

Aggiornamenti casuali dal tedio pomeridiano

Il silenzio degli ultimi giorni è da imputarsi all’influenza che ha ben pensato di palesarsi il 30 di aprile (alle carissime amiche che me l’hanno passata prometto tremenda vendetta),

al perdurare di correzioni su correzioni di quelle 200 pagine che dovrò discutere a breve e di cui ricordo ben poco (figuraccia mode: ON),

all’imminente trasferta lombarda per un’altra tappa del tour della Birra Ceca, questa volta a bordo di tre comodi regionali che arrancheranno su e giù per gli Appennini in barba a quel dannato Frecciargento o come si chiama che tra Firenze e Bologna mi ha solo fatto vedere gallerie e facce schifate dal profumo sublime della mia insalatina alla feta fresca,

ad uno stato comatoso della materia grigia che a malapena mi ha lasciato le forze di guardare The Mentalist (niente Red John anche stavolta, mettiamoci l’anima in pace, ma l’episodio non era pessimo)

e ad altre motivazioni random che nascondono cumuli* di apatia, di caldo e di sonno, quest’ultimo incentivato dalla saggia decisione di dormire con l’hennè in testa sporcando le lenzuola appena cambiate e procurandomi deliziosi e ricorrenti dolori cervicali.

Che altro dire, Pisa in questa stagione è particolarmente bella, il cielo si specchia nell’Arno celando quel colore marroncino che lo caratterizza nelle giornate uggiose, ma anche la breve sosta nella mia Torino la scorsa settimana non è stata male, con il tempo abbastanza sereno da permettermi una full immersion di mercati da cui sono riemersa con un completino camicetta di seta granata + gonna nera al ginocchio per la modica cifra di 5 euro. Tutto cartellinato, ma risalente a qualche collezione del Paleozoico.

Che dite, urge un vademecum per l’acquisto low cost a Torino? Devo condividere i segreti accumulati dopo intere mattinate passate a rovistare tra i banchi di tutti i mercati di Torino Ovest? Se i “sì ti prego fallo immediatamente” supereranno i “whatever…”, magari mi armerò di pazienza e lo scriverò.

Ed ecco un po’ di mood primaverile pisano, tra acquazzoni improvvisi e giornate quasi estive.

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Ed ecco invece un piccolo assaggio di primavera sabauda, antitetica a Pisa ma ugualmente affascinante.

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*è mai possibile che questa parola ogni volta mi riporta in mente il brano degli 883? Ma sto bene?

 

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cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza

Non trovo un titolo adatto. Comunque cinema, tv, streaming, Twitter, Un posto al sole.

Il povero cinema è dato per morto o moribondo già da diversi anni, se si pensa che gli inventori della settima arte lo definirono un’invenzione senza futuro certe visioni apocalittiche sul destino del grande schermo si fanno quantomai tragiche.

Per molto tempo ho avuto un’opinione terribilmente snob in merito, in parte dovuta al mio ateneo di provenienza in cui lo studio dei film e delle teorie del cinema era abbastanza radicale, nel senso che storcevo il naso (non ancora rotto) sostenendo che nessun prodotto televisivo avrebbe MAI potuto eguagliare le opere cinematografiche, per non parlare della fruizione tramite web.

Negli ultimi anni, complice il proseguimento degli studi in un ambiente abbastanza diverso da quello da cui provengo, a piccoli passi sono diventata più tollerante, fino a diventare una big fan di alcune tipologie di produzioni televisive, non necessariamente di quelle realizzate con un impianto estetico o narrativo più vicino al grande schermo (vedi Boardwalk Empire).

L’aspetto divertente del contesto odierno è secondo me il lento declino della televisione (a cui mi ero appena abituata) di fronte alla fruizione via web di prodotti sì pensati per il piccolo schermo, ma sovente stravolti in fase di doppiaggio o ignorati dalle reti televisive nostrane perché, come un certo tipo di cinema, fanno fatica a tenere il passo con i cambiamenti sociali e tecnologici.

Ad esempio, le generazioni giovani prediligono la serialità rispetto al prodotto autoconcluso tipico del cinema, e fruiscono sempre più spesso i prodotti televisivi attraverso lo streaming; questi due aspetti permettono di interagire in tempo quasi reale con i fan delle serie tv del resto del mondo, di abituarsi alle lingue straniere (aspetto secondo me importantissimo, sia per ragioni di internazionalizzazione che di completezza del prodotto che si guarda) e di sentirsi fighi parlando di argomenti conosciuti da pochi.

Inoltre, lo streaming permette di guardare l’episodio quando si vuole, di interrompere e riprendere la visione senza intromissioni pubblicitarie e senza essere schiavi del palinsesto delle reti tv; d’altra parte, il fatto che moltissimi attori e autori posseggano profili sui social network con cui interagire favorisce la sensazione di partecipazione attiva allo show, soprattutto in alcuni casi: per mesi i fan di The Vampire Diaries (non ne parlavo da troppo tempo e volevo inserirlo) hanno auspicato sul web il ritorno di un personaggio molto amato, Elijah, e quando se lo sono trovato sullo schermo molti di loro hanno creduto che la richiesta massiccia avesse condizionato le decisioni degli autori in merito. Da parte loro, questi ultimi giocano abilmente con il loro pubblico lasciando spesso credere che sia effettivamente così.

Tutti questi meccanismi tendono a favorire non solo l’identificazione con i personaggi ma anche una forma abbastanza forte di affezione, anch’essa abilmente sfruttata dagli uffici stampa con indiscrezioni e gossip relativi alle relazioni tra gli attori (salvo poi essere sovente beccati con le braghe calate, come nel caso Pattinson/Stewart).

Questi sentimenti di vicinanza con quanto si fruisce attraverso uno schermo hanno anche aiutato l’affermarsi del fenomeno vlog, ossia i video-blog ospitati da piattaforme come YouTube all’interno dei quali gli autori chiacchierano amabilmente della propria vita; questa tipologia di video ha ultimamente sostituito i ben noti video tutorial, determinando l’emergere di persone del tutto prive di talento, capacità o cose da dire che hanno guadagnato un largo seguito proprio perché periodicamente raccontano i fatti loro; in questo caso identificazione e affezione coincidono, poiché spesso in questi video ci sono riferimenti a commenti ricevuti dagli utenti e perché sovente i temi trattati sono gli stessi che costellano la vita quotidiana dei fruitori, come ad esempio le diete (argomento “caldo” degli ultimi mesi).

Credo che la mia generazione si collochi in bilico tra lo snobismo cinefilo e l’entusiasmo per i nuovi metodi di fruizione, poiché molti di noi non rinuncerebbero per nulla al mondo alla visione di determinati film in una sala cinematografica ma tollerano la visione domestica nel caso in cui non si è certi della qualità del prodotto in relazione al prezzo del biglietto del cinema; i cineasti più innovativi lavorano su entrambi i fronti, realizzando film da cui traggono miniserie per il piccolo schermo e inserendo video dei dietro le quinte su internet; negli Stati Uniti e in Gran Bretagna questi metodi fluidi sono utilizzati spesso e bene, dalle nostre parti possiamo accontentarci di ricevere le novità e le foto di Un posto al sole sul nostro telefonino e di sperare che MTV acquisti i diritti della nuova stagione di Skins, ottima produzione inglese che le reti maggiori non trasmetteranno mai perché ci sono degli adolescenti, c’è dell’alcol, ci sono le droghe, c’è del sesso e queste cose vanno bene solo su Studio Aperto o da Barbara d’Urso.

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Considerazioni sparse, Pisa

Consigli pratici per studentesse fuori sede (e squattrinate)

Dopo quasi due anni e mezzo di vita fuori sede, dopo essermi abituata alla veneranda età di ventiquattro anni a dividere gli spazi privati con estranei, dopo il successivo trasloco nella Casa dello Studente che ora mi causa tanta sofferenza e un ulteriore trauma da abbandono,

ho sviluppato particolari doti volte a risparmiare le esigue quantità di denaro che ho da gestire quotidianamente (con esigua ci si riferisce a una moneta da due euro, nel migliore dei casi), soprattutto per ciò che riguarda quelle spese necessarie ma fastidiose come il necessaire da toilette.

A un mese dalla drammatica fine della mia vita universitaria, passo il testimone a chi dopo di me si troverà ad affrontare le medesime sfide quotidiane.

  • Da alcuni mesi ho smesso di comprare lo struccante, sostituendolo in un primo momento con un panno in microfibra che inumidito e poi passato sul viso rimuove il trucco ma lascia la pelle un po’ secca, ed ultimamente con una soluzione di acqua e olio d’oliva: scuotere bene, versare poche gocce su un batuffolo di cotone, passare sul viso. Voilà.

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  • Dato che la sfortuna tende a divertirsi con la sottoscritta, ho acquistato da Kiko un correttore semi secco che ho salvato dal cassonetto sotto casa con una goccia di olio di mandorle; la consistenza è ovviamente più oleosa, ma con una passata di cipria si risolve tutto.

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  • Sto per scrivere un’ovvietà, ma i campioncini gratuiti sono i migliori amici di ogni fanciulla squattrinata ed è cosa buona e giusta farne scorta come se non ci fosse un domani. Tanto prima o poi qualcosa in profumeria la compreremo, tanto vale armarsi di faccia da schiaffi e farsi riempire di free samples. A proposito di acquisti in profumeria, altro consiglio: sostituire le tinte chimiche con gli hennè, che rinforzano il capello senza mutarne completamente il colore, così che capelli più forti + meno ricrescita uguale meno spese; oltretutto gli hennè costano meno delle tinture chimiche, quindi altro risparmio. Per chi si trova a Pisa consiglio l’erboristeria di via San Martino quasi angolo corso Italia, sia perché vendono hennè di qualità in molte colorazioni che per la gentilezza delle due proprietarie, che tra le altre cose mi hanno dato (e avevo speso appena 6,50 eur0) la bustina verde nella foto qui sotto, piena di campioncini de L’Erbolario.
  • IMG_20130403_174006Il passo successivo è mantenere l’ordine nei propri esigui spazi, problema parzialmente ovviato dalla costruzione di un portaoggetti fatto con una scatola di thè ricoperta di coloratissimi ritagli di giornale. Il risultato è carino e tutti i miei orecchini profumano di vaniglia.

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  • Ultimo consiglio, solo per le coraggiose: armarsi di ago e filo e modificare gli abiti che non piacciono più invece di comprarne di nuovi. Ci vuole pazienza ma non è necessariamente difficilissimo, giusto ieri ho tagliuzzato un paio di jeans bootcut tirandone fuori degli skinny che volevo da tempo ma che i prezzi proibitivi anche delle catene low cost mi avevano impedito di comprare. Ovviamente prima o poi dovrò pregare mia sorella di ripassare le cuciture a macchina, ma nel frattempo il risultato non è male.

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I consigli successivi sono i più banali e vanno dall’accidentale caduta in borsa di una bustina di zucchero quando si va al bar all’altrettanto accidentale caduta di una bustina di miele (i due prodotti uniti fanno uno scrub pazzesco), alla sostituzione del primo piatto a mensa con un secondo frutto così da avere un po’ di vitamine in frigo, o al riempimento di mezze d’acqua dalle colonne della mensa stessa (questo però non  l’ho mai fatto, mi vergogno).

So per certo che ci sono altri metodi di cui non sono a conoscenza, eventuali testimonianze lasciate nei commenti andranno prontamente ad aggiornare questo post.

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Considerazioni sparse, Pisa, teledipendenza

Drammi post-adolescenziali: c’è vita dopo la Casa dello Studente?

Giornata di acquisti verdi – dentifricio, shampoo, rasoi, pomata; poi di improbabile commozione per il pensionamento della portinaia che evidentemente è sintomo della mia imminente partenza da questi luoghi piovosi,

e a questo proposito:

mai avrei pensato che lo sguardo verso il dopo sarebbe stato così traumatico, l’esperienza della casa dello studente modifica la percezione della realtà in modi che non avrei mai potuto immaginare;

chi mi sfamerà se non la mensa?

dove troverò acqua calda ventiquattro ore al giorno, una macchinetta del caffè in corridoio e la vista su un edificio inflazionato ma oggettivamente splendido?

Come potrò dimenticare le chiavi fuori dalla porta dopo essere entrata e poi cercarle disperata in ogni dove temendo di non riuscire a scendere per tempo a salutare la portinaia pensionanda?

Chi mi aprirà la porta quando scenderò nel locale lavanderia lasciando invece le chiavi sul letto?

Avrò di nuovo un locale lavanderia, o anche solo un’asciugatrice?

Sono riuscita a rendere con sufficiente chiarezza il senso di precarietà che in questi giorni mi assale, e che a breve probabilmente assalirà anche il mio ritorno nel mondo del lavoro?

Domande senza risposta, aggravate dall’assenza di uno (o più) uova di Pasqua che avrebbero allietato le mie giornate, ma al cui bisogno ho prontamente sopperito con LA merenda, ossia panino integrale con ricotta di pecora e marmellata di more, accompagnato da un bicchiere di latte.

Sono gonfia ma soddisfatta. E pronta anzi prontissima, dopo l’oculata decisione di abbandonare quel mostro di noia che è Bates Motel ed aver scatenato la fangirl che dorme in me con l’ultimo episodio di The Vampire Diaries, a darmi a passatempi ugualmente rilassanti ma un po’ più utili, come la visione di Les Revenants, sia mai che rispolvero un po’ il francese.

E a dimostrare la mia buona fede, sottolineo che non ho idea di cosa tratti e che lo faccio (quasi) esclusivamente per la lingua, certa che diverrò verde (come i miei acquisti odierni) d’invidia di fronte alle delicate ed eteree sembianze delle giovani d’oltralpe.

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