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Cartoline di un (inizio) estate

Sarà il lavoro che mi porta in giro quattro giorni a settimana (lasciandomi però liberi i miei amatissimi giorni feriali, ma lo saprete già visto che su Instagram me la tiro alla grande con l’hashtag #yourmondayismysunday), sarà che arriva l’estate e nonostante il conclamato pesaculismo preferisco deambulare per le strade sabaude piuttosto che dal divano al frigo, sta di fatto che ho mandato il blog in vacanza senza neanche programmarlo.

Una specie di last minute RyanAir per Tampere, che lo compri perché costa 30,99 Euro e poi ti ritrovi in un luogo che non sapresti localizzare su un planisfero e chissà perché.

Però anche da Tampere ritengo si possa fare una telefonata a casa ogni tanto, se la si può fare dagli studi Mediaset durante le registrazioni di Chi vuol essere milionario lo si potrà ben fare da lassù, e dunque questa è la mia telefonata a casa per raccontare cosa sto facendo – escludendo ovviamente i dettagli imbarazzanti, che riceveranno un trattamento speciale con post a loro dedicati in futuro – e rassicurare nonni, genitori, zii e conigli nani domestici a cui faccio da zia.

Il contenuto delle mie giornate non lavorative è riassumibile fotograficamente nel seguente modo:

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Insomma mi vesto male as usual, ma pare che le fashion blogger abbiano portato in auge le Birkenstock abbinate alla qualunque quindi la mia soluzione di emergenza per riuscire a camminare nonostante un tragico incidente sul lavoro che ha visto coinvolti in mio mignolino destro e un pesantissimo oggetto non fa, pare, così cagare;

poi cerco disperatamente non Susan, ma capi d’abbigliamento e accessori per una festa a tema Navy che avrà luogo tra un paio di settimane, indosso collane imbarazzanti e del tutto inadeguate alle temperature correnti, tento di alleviare la cinghialite che si impossessa dei miei arti inferiori ai primi caldi e cerco ristoro (sempre durante i deambulamenti sabaudi) sedendo su panchine e leggendo un’edizione BUR del 1982 del Beautiful degli anni Cinquanta.

A proposito, piccola chicca per i lettori torinesi che, come me, sono un po’ incazzatelli per il prezzo dei libri: nei mercati di corso Brunelleschi e corso Svizzera ci sono banchi letteralmente coperti di libri di ogni sorta, dalle memorie del lattaio di Borgo Vittoria all’opera omnia di Tolstoj.

Invece per i pisani, se si attraversa il Ponte di Mezzo e si imbocca la prima travera di corso Italia sulla destra per poi svoltare nuovamente nella medesima direzione, ci si trova (quasi) davanti ad una libreria che applica sconti del 50% su quasi tutti gli articoli.

Ci sono persino dei testi presenti in alcuni programmi d’esame (almeno, per il mio corso di laurea ce n’erano a bizzeffe) ad un prezzo decisamente inferiore rispetto alla Feltrinelli che sorge imponente a poche centinaia di metri.

Ho però guardato un film davvero brillante e divertente, Padre Vostro, che è una boccata d’aria fresca in questi tempi di suore che vincono i talent show. Consigliato, non solo agli estimatori della cinematografia balcanica.

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Art for Art's Sake, cinema, Considerazioni sparse

Post potenzialmente blasfemo: l’approccio religioso alle arti

La religione può essere indubbiamente una chiave di lettura di alcuni (molti) film, sia che essi si approprino di elementi religiosi narratologicamente che visivamente: diverse produzioni non incentrate su tale argomento presentano richiami più o meno riconoscibili ai simboli cari a determinati culti.

Ho ritenuto doveroso fare questa premessa per pararmi il culo poter scrivere la seguente frase: religione e religiosità sono due elementi che, nella personalissima e contestabile visione del mondo della sottoscritta, si collocano in bilico tra la cultura pop e la noia più assoluta.

Prima di essere spedita all’inferno a calci nel culo, forse è meglio specificare la blasfemia appena scritta: non sono credente, tuttavia conosco abbastanza la religione cattolica in virtù dei molti anni passati a studiare la storia dell’arte, e dell’infanzia passata in un paese di campagna-barra-montagna in cui l’unico luogo di aggregazione era l’oratorio (che io frequentavo nonostante fossi non battezzata e figlia di una coppia non sposata composta peraltro da un divorziato. Una combo infernale, appunto); se a tali premesse di tutto rispetto aggiungo una particolare predilizione per la religiosità kitsch dell’America centrale – predilizione visiva, non di contenuti – tutto diviene più chiaro.

Tuttavia (e qui il tuttavia ci sta dibbrutto), diffido sempre delle interpretazioni troppo assolute quando si tratta di arte: se la visione di filmacci sulla vita di santi sconosciuti non può che portare ad analisi esclusivamente legate alla dottrina religiosa, la ricerca ossessiva di segni che indichino riferimenti di quel genere è, a mio avviso, sintomo di chiusura mentale e preludio alla noia mortale di chi si trova a leggere tali follie.

Non ce l’ho con chi decide di approfondire la tematica religiosa ammettendo che essa è solo una delle possibili chiavi di lettura, o chi decide di affrontare il lavoro di un determinato autore in virtù delle sue credenze; ho da poco letto un articolo abbastanza interessante relativo al rapporto di Walt Disney con il Cristianesimo che mi è parso obiettivo, intelligente e non privo di spunti notevoli; dall’altra parte, esso tende a “dimenticare” altri aspetti della vita di Disney che avrebbero potuto svelarne le contraddizioni pur senza abbandonare l’ambito di interesse del pezzo.

Ce l’ho invece chi grida al miracolo di fronte a bestialità come il cortometraggio che si propone di convertire il mondo all’antiabortismo proponendo un ridicolo ed assurdo parallelo tra la “l’olocausto che negli anni Quaranta era legale in Germania, e l’aborto che è oggi legale negli States”.

Sì, avete letto bene. Una tesi da manicomio criminale, ma questa è solo la mia personalissima opinione.

E ce l’ho anche con chi si scaglia contro film o altri prodotti culturali quando questi inseriscono tematiche o richiami religiosi in contesti ironici, comici o dissacranti; pur tentando di comprendere le difficoltà di accettare che una credenza così profonda non venga trattata con rispetto, mi chiedo se costoro si rendano conto che la religione – ed in particolare il Cattolicesimo – è pop, e non certo per colpa di eventuali artisti miscredenti: per avvalorare tale tesi vi invito alla visione delle seguenti immagini, simbolo di come per i credenti stessi (non voglio generalizzare, mi correggo: per molti credenti) la religione sia anche spettacolo, kitsch, collezionismo:

E quindi che si incazzassero di meno, ecco.

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