#CoseBelle, Art for Art's Sake, cinema, Monday Mood(s), Uncategorized

#MondayMoods: guarda, leggi, commenta. Possibilmente a sproposito.

mmdef

Complice una visita familiare che ha reso le mie gambe più toniche e il mio stomaco più prominente, il tempo da dedicare a quel calderone di cose che in un modo o nell’altro possiamo definire cultura non è stato molto.

Serie Tv

Ho riguardato – in un tempo un po’ più lungo degli ultimi sette giorni – tutto The Mentalist, perché mi ero dimenticata chi fosse Red John e perché durante il fine settimana in Grecia ho avuto occasione di parlare di questa serie che a suo tempo bistrattai un po’. Penso che sia un prodotto piacevole, gestito in modo intelligente e senza prendere (troppo) in giro lo spettatore con fastidiosi cliffhanger, con dei personaggi notevoli.

Libri

Sto rileggendo, a una decina di anni dal primo incontro, 54 di Wu Ming. Ne approfitto per condividere il mio scetticismo nei confronti degli e-book: non è questione di snobismo da carta stampata (o da maestra d’arte in arte della stampa e restauro del libro) e sebbene le borse più leggere e la possibilità di saltellare tra un libro e l’altro senza dovermi portare volumi appresso siano ottimi motivi per apprezzare il formato elettronico, i miei occhi un po’ problematici e la vanità che mi fa preferire un viso senza occhiaie hanno la meglio.

Per non parlare della differenza che un libro cartaceo può fare su Instagram. Ammettiamolo, sia i paperback che le edizioni economiche danno un’allure vintage e intellettuale alle foto.

Le occhiaie da e-book sono evidenti epoco estetiche, a meno che non si abbiano 16 anni o il viso di Carolina Crescentini.

Film

Ho guardato l’ultimo di Michael Moore, Where To Invade Next. È un film gradevole, moderatamente interessante, caratterizzato dalla punta di orgoglio americano tipico dei lavori precedenti del regista che tendo a giustificare pensando che volendo cambiare gli Stati Uniti, se Moore si limitasse a sottolinearne solo i lati negativi il pubblico non empatizzerebbe con il contenuto; la sviolinata a stelle e strisce è volta a coinvolgere un’audience che volente o nolente, negli USA ci vive e probabilmente ha la bandiera issata in giardino.

Ne consiglio la visione, anche solo per pensarci due volte prima di tentare la Lotteria Americana per la carta verde.

 

Annunci
Standard
cinema, Film, Foto, Libri

I film per l’infanzia: fate pensieri felici

Non so se i bambini di oggi associno, come accadeva a molti di noi, il Natale al film Disney dell’anno. O ai film Disney, perché i nostri astuti genitori sapevano che piazzarci sul divano e far partire una videocassetta – possibilmente registrata da Tele+ – con un cartone animato Made in Walt equivaleva a guadagnarsi un paio d’ore di relax.

Se non di più, perché le videocassette avevano un nastro particolarmente lungo e si riusciva a registrare ben due film su un unico supporto.

Però anche oggi, trentenni o poco più, molti di noi hanno il film Disney preferito:nel mio caso, e lasciamo da parte le speculazioni psicanalitiche in merito, Peter Pan.

Il problema di una mente ossessivo-compulsiva come la mia risiede appunto nell’ossessione che a volte mi coglie per certi oggetti o prodotti, soprattutto se adiuvata da una folta schiera di amici e parenti illuminati per i quali regalare un cuscino peloso di Tinkerbell ad una trentenne è perfettamente normale.

Qui sopra: il cuscino in questione e una tazza da mezzo litro a tema.

La genesi del personaggio di J.M Barrie, oltre ad essere stata malamente raccontata in Finding Neverland, per ora la lascerò da parte; tanto lo sappiamo tutti che la vena sotterranea di crudeltà e morte che sovente serpeggia nelle fiabe e nei libri per bambini viene bellamente ignorata da mamma Disney, che preferisce finali pucciosi conditi da messaggi subliminali che neanche le linee 144.

A mio parere, la bellezza di Peter Pan risiede, tra le altre cose, nel suo essere eterno e allo stesso tempo “relegato” a un certo periodo: noi lettori lo conosciamo solo in relazione alle avventure del trio Darling, ma l’essenza stessa del suo personaggio lo rende aperto a qualsiasi avventura, precedente e futura.

Lo sa bene Steven Spielberg, che ha dato alle avventure di Wendy & co. un sequel che è un cult, Hook (1991); lo sanno anche Joe Wright e Jason Fuchs, regista e sceneggiatore di Pan, uscito in Italia un mese fa e arrivato nel mio salotto ieri sera.

Pan è un prequel che sceglie una versione molto diversa dalle indicazioni date da Barrie circa le origini del ragazzo che non cresce, che qui passa i primi 12 anni in orfanotrofio, arriva all’Isola che non c’è per fare il minatore e fa amicizia con personaggi particolari che torneranno, eccome se torneranno, nella versione classica che tutti conosciamo.

Sebbene si perda parecchio il senso profondo di Peter Pan, il film è molto gradevole, la grafica è spettacolare e i dialoghi, improntati su un tipo di umorismo molto inglese, rendono alcuni personaggi particolarmente brillanti.

La battuta finale, per dire, è esilarante, sebbene il terzo atto del film non mi sia piaciuto molto.

Anche i pirati che cantano Smells like teen spirit con i bambini-minatori sono notevoli.

Insomma, è un film che guarderei volentieri con i miei cuginetti e nipoti la sera di Natale, ma in versione trilogia insieme alla versione Disney e a quella di Spielberg.

Però visto che di orfani si parla, e che mentre una trentenne si emoziona davanti a un film per bambini c’è chi manco una casa per ripararsi, io la butto lì: affanculo i regali di Natale, meglio una donazione ad un’associazione seria e affidabile che si occupa di bambini in difficoltà.

Così per dire, poi se preferite regalare le vasche da bagno plasticose Sephora va bene uguale.

 

 

Standard
cinema, Considerazioni sparse

Presto in sala: opinioni a caldo su American Sniper

Sinossi: Chris Kyle è un ragazzone texano che sogna di diventare un cowboy e che, dopo gli attacchi all’ambasciata americana in Kenya, si arruola nei Navy SEAL dove emergono le sue doti di cecchino. Durante l’addestramento conosce Taya, che diventerà sua moglie.

Dopo l’11 Settembre, Chris parte per la prima delle quattro missioni in cui avrà il compito di proteggere, dall’alto dei tetti iracheni, i Marines a caccia di guerriglieri di Al-Qaeda.

Nonostante la sua precisione col fucile lo renda presto un eroe, le quattro missioni lo cambieranno profondamente (ma va?) e lo porteranno ad alienarsi sempre di più dalla vita civile, dalla moglie e dai figli.

Partiamo dalla mia passione per i film di guerra, soprattutto per quelli in cui uno dei due eserciti non è “regolare” (Battaglia di Algeri I love you): la storia del Novecento, soprattutto per quanto riguarda le guerre anticoloniali, è il mio pane.

Anzi lo era, prima di trovarmi a scrivere boiate imperiali per il piccolo schermo.

American Sniper (che spero tantissimo venga tradotto in un ruspante Il Cecchino Americano) è un film di questo tipo, peccato che ci venga richiesto di parteggiare per gli stronzi la parte sbagliata.

E questo è un problema, perché a noi il protagonista piace assai ed è anche sorprendentemente bravo, ma ad ogni colpo sparato verso un iracheno il nervoso va alle stelle.

Povero Clint, lui ci prova a farci incazzare con gli iracheni, questi stronzi che non hanno neanche il buon gusto di giocare ad armi pari e invece stanno in abiti civili anche se nascondono AK-47 nel pavimento. Se invece, magari, volessero inviare un araldo con tanto di trombetta per annunciare i nuovi progetti di guerriglia…

Perché se è vero che vengono mostrati personaggi inquietanti e sanguinari (“the butcher” sembra sorto dall’inferno), qua e là si insinua nello spettatore il ragionevole dubbio che non proprio tutti quelli che nascondono armi siano affiliati di Al-Qaeda. Sai com’è, ti invadono illegittimamente il Paese, ci sta che a qualcuno girino un po’ e decida di difendersi da sti mascelloni con l’accento yankee.

Devo però ammettere che questo è uno dei pochi diretti da Eastwood che non mi è dispiaciuto. Ma forse è solo perché per me un Navy SEAL in Iraq non è un eroe, se invece fossi riuscita ad identificarmi col protagonista, probabilmente avrei trovato l’intero film stucchevole.

Apprezzabile il flashback con la scena di caccia al cervo, ma solo se è un omaggio voluto a Cimino e dai, è Eastwood, sarà così di certo.

Voto: 8,5

 

Standard
cinema, Monday Mood(s), Monday Movies, teledipendenza

I preferiti dell’anno, Monday Movies edition

A rileggere i post di cinema degli ultimi 12 mesi, mi vergogno di me stessa.

Sarà che sul blog condivido la parte peggiore di me, quella più cazzona e tragicomica, sarà che il trauma dello scorso autunno ha lasciato più strascichi del previsto, sta di fatto che quando mi è capitato di guardare dei film davvero interessanti, non sono mai riuscita a scriverne.

Ma a tutto c’è rimedio, quindi per concludere l’anno ho deciso di riesumare i Monday Movies e raggruppare quelli che a mio parere sono stati i film più fighi tra quelli guardati negli ultimi 12 mesi.

Cominciamo con Lucy di Luc Besson, che merita una menzione anche solo per essere il primo film in cui non ho provato fastidio alla vista di Scarlett Johansson. Confesso di essere una di quelle brutte persone che sono state soddisfatte nel vederla morire in Match Point, fate voi.

Lucy è un bel film con una bella storia e un personaggio – la Scarlett appunto – davvero interessante. E poi un’eroina (ma non troppo) in un mondo di eroi maschi e virili non è male.

Voto: 7,5

Proseguo con Gone Girl, confessando che in base al titolo e all’attore protagonista, pensavo fosse stato diretto da Ben Affleck stesso.

Ho dei seri problemi con questo film e ho provato invano a scriverne un paio di settimane fa: la storia è buona, gli attori sono bravi, le ambientazioni mi sono piaciute molto ma la regia mi ha fatto terribilmente incazzare.

Ci sono molti modi per condurre il pubblico lungo una strada di apparenze per poi svelare la verità con un coup de théâtre, ma Fincher preferisce trattare i suoi spettatori come dei deficienti: non ci sono indizi sparsi che portino a mettere in dubbio quanto si vede, il regista si erge a divinità del mondo che mostra e allo spettatore non resta che guardare, aspettando che il narratore per immagini (sorry for the rigurgito accademico) si decida a svelargli qualcosa. Peccato.

Voto: 9 alla storia e agli attori, 5 a Fincher

What We Do In The Shadows è geniale. Non ne ho ancora scritto, ma l’espediente “finto reality” è un trucchetto narrativo che mi piace moltissimo: al diavolo I voice over e le immagini commentative, al diavolo la perfezione stilistica, i personaggi commentano i fatti direttamente alla macchina da presa.

Va da sé che Modern Family sia, a mio parere, uno show meraviglioso proprio per questa impostazione. E per altre molte ragione di cui un giorno(forse) deciderò di scrivere.

Se poi prendiamo uno dei trend più abusati degli ultimi anni, i vampiri, e ne facciamo una commedia impostata come un docureality, il mio cuore è preso.

Comunque, voto: 8,5. Guardatelo.

Beneath The Harvest Sky è un altro gioiello: trattare l’adolescenza non è facile, il rischio di cadere nel moralismo o di allontanarsi dai personaggi rendendoli macchiettistici o eccessivi è sempre dietro l’angolo ma signori miei, questo film riesce a trattare vita (e morte) dei suoi protagonisti in un modo talmente crudo ma delicato da meritare tutti i premi che ha vinto.

Voto: 9

Tutto qui? Tutto qui. Perché per quanto possa aver apprezzato il film di Veronica Mars, non credo che tra 10 anni me ne ricorderò (ma non è detto, in fondo ancora ricordo a memoria quasi tutti i testi di Pezzali & Repetto).

Sono come sempre più che benvenuti i vostri preferiti del 2014, ché tempo per i film si trova (quasi) sempre.

Standard
Considerazioni sparse

Preferisco il rumore del mare

Nella mia famiglia, vita e lavoro non sono mai stati entità gemelle.

Neanche sorelle, anzi neanche imparentate alla lontana.

Nel bene e nel male, sono cresciuta con lo stesso tipo di mentalità: aziendalismo sticazzi, chinare la testa anche no, giustificare ingiustizie neanche per sogno.

Non è sempre stato facile, e ancora oggi non lo è: il settore privato è spesso costruito su diversi livelli di schiacciamento costante del dipendente, della sua volontà, della sua voglia di far valere i propri diritti.

All’età di ventun’anni, lavoravo come cassiera – pardon, addetta al servizio clienti, in un negozio del centro. Si vendeva il superfluo, e a volte un po’ di cultura.

Sabati e domeniche al lavoro, un part time promosso a full time quasi senza avvertire, capi settore e dirigenti impegnati a recitare – assai male – la parte degli amici. Per fotterti meglio, bambina mia.

Dopo sei mesi di lavoro, osai chiedere un giorno di permesso.

Me lo negarono.

Andai dalla rappresentante sindacale, che mi rispose “lo sai come va qua dentro“.

Le mancavano pochi mesi alla pensione.

Preparai le dimissioni, con effetto immediato, e li mandai cordialmente affanculo.

Per me l’aziendalismo non esiste, è una bugia grande come il mondo. Essere aziendalisti significa sovrapporre vita e lavoro, e questo non può esistere. Non senza impazzire.

Chi spinge i dipendenti verso la cieca fedeltà al lavoro, gioca sporco.

Chi fa credere che i diritti siano concessioni è un disonesto.

Chi impone condizioni impensabili vuole male ai suoi collaboratori.

Ora rileggo il post un paio di volte, inspiro profondamente e vado a litigare con le Risorse Umane.

Perché come ho scritto poco più su, non è facile per un cazzo.

Standard
cinema, Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Monday Mood(s)

Una disperata supplica a Babbo Natale

Dieci giorni a Natale, fattezze esteriori a fisarmonica, una collezione in continuo aumento di diversi esemplari di shampoo secco sulla cassettiera, decorazioni natalizie acquistate previo spegnimento del cellulare nel mio unico giorno di riposo del cazzo.

Non è semplice respirare lo spirito natalizio, vivendo chiusa in un capannone industriale convertito a open space all’americana che ti fa rivalutare e agognare l’alienamento dell’uomo moderno in uffici-cubicolo due metri per due.

La letterina per Babbo Natale, doverosa alla soglia dei trent’anni, stavolta la faccio coincidere con i buoni propositi per l’anno nuovo in una miscellanea di disgrazie di varia natura.

Prima di tutto, caro Babbo Natale (permettermi di chiamarti ancora così, anche se a queste latitudini sei noto come Babbo Capodanno), mi piacerebbe da morire poter passare almeno una domenica al mese – 24 ore, non un minuto di meno né uno di più – senza ricevere nefasti messaggeri infernali, leggi: email e telefonate dal lavoro. Un solo giorno ogni trenta, non è poi così difficile, no? Come posso scambiarmi urgenti e profondissimi messaggi su WhatsApp con gli amici in Patria, se sono costretta a dare il cellulare in pasto al cagnolino per disfarmene?

Quindi ecco, regalo numero uno: una domenica veramente libera.

Procedendo: già che siamo in tema, non mi dispiacerebbe una settimana di ferie per poter rivedere i miei cari, ché so di aver sempre snobbato e disprezzato le convenzioni sociali relative alle feste comandate, ma da quando sono un’emigrata mi mancano persino le urla intorno al tavolo di legno massiccio della zia.

Ovviamente, compreso nel regalo vorrei un biglietto aereo a/r, possibilmente Alitalia così posso portare indietro la solita tonnellata di Parmigiano della Coop.

Terzo, babbino caro, vorrei essere un po’ più stronza. So che ci sono degli impudici millantatori che sostengono che io lo sia già a sufficienza, ma se così fosse tali malelingue dormirebbero coi pesci con Luca Brasi, invece di pascolare ancora su questa Terra.

Quindi dicevo un po’ di stronzaggine farebbe assai comodo; mi rendo conto che più che un regalo questo dovrebbe essere un buon proposito, quindi facciamo che metà del lavoro lo faccio io e l’altra metà me la regali, ok?

Già che ci siamo, Babbo NataleCapodanno, facciamo che un regalo lo devolgo alle dolci personcine di cui sopra: rendile felici, ma tanto felici, immensamente felici, tanto da renderle anche delle persone migliori. Dai loro soldi, successo, soddisfazioni, pensaci tu ma nel pacchetto inserisci anche un po’ di intelligenza.

Per concludere, ché io sono una persona modesta e in più ho una scadenza appena scaduta, non sarebbe male fare una magia e trasportare solo per un giorno il mercato di Piazza Benefica sotto casa mia.

Fatti prestare un po’ di polvere di fata da Trilly, fai pensieri felici, carica tutti i banchi sulla slitta, fai un po’ tu ma regalami una giornata di shopping come si deve. Non ti chiedo neanche i soldi per gli acquisti, quelli ce li metto io.

Se poi riuscissi a teletrasportare insieme anche i miei compagnucci di scorribande, ti offrirei anche il caffè.

Della macchinetta, a meno che tu non venga di domenica.

Standard
Uncategorized

Snobismi culturali (sembra un post serio ma viggiuro che non è così)

Quando mi iscrissi all’Università, ero una snob tremenda.

Non tout court, ché non ho mai avuto le possibilità economiche e morali per esserlo, ma solo – solo! – per quanto riguarda il cinema.

Credo in effetti di essere stata come la maggior parte degli studenti di cinema: altezzosa, elitaria, sprezzante verso la televisione e verso le mode del momento (Colazione da Tiffany anyone?).

Una tremenda cagacazzi, ne converrete.

Ad eccezione di Beautiful, guilty pleasure che non mi toglierò mai perché è un’eredità lasciatami dalla nonna (ho mai parlato di mia nonna, splendida avellinese con il bob color mogano e le unghie laccate nei toni del rosso rubino?), snobbavo qualunque forma di intrattenimento bassa o mainstream.

Rimandiamo ad un’altra occasione la derisione per essere passata al lato oscuro del tubo catodico.

Tornando all’epoca in cui ero una ventenne o poco più che vestiva solo di nero o con improbabili capi effetto divano acquistati in Corso Palestro, ad un certo punto ho realizzato che non sarei mai divenuta la Sofia Coppola delle Prealpi piemontesi, la Maya Deren della cintura Ovest, la Kathryn Bigelow degli alpeggi: mi sono fermata, ho fatto un bel pianto, poi ho fatto una risata e ho deciso di piantarla lì.

Pochi anni dopo, a seguito di una cocente e non ancora metabolizzata mazzata morale, ho sviluppato un senso di inferiorità nei confronti della Settima Arte e ho deciso che solo la tv poteva capirmi.

E che era meglio essere la prima tra gli ultimi che l’ultima tra i primi.

Bel ragionamento del cazzo, nevvero?

Questo flashback è volto agli elitari del lo conoscevo prima che diventasse famoso, quelli che massacrano la loro band preferita perché ha firmato un contratto con una major discografica, quelli che Sofia Coppola mi piaceva prima di Marie Antoinette, e comunque i macarons li mangiavo prima che uscisse il film, e anche le Converse me le dovevo far portare da Londra perché qui non si usavano e comunque tutti mi sfottevano perché le indossavo.

Raga, rilassatevi.

A ben guardare, la cultura mainstream è divertente.

Basta avere gli strumenti per capirne i meccanismi, basta trovarne i lati piacevoli.

Solo pochi anni fa mi vergognavo ad ammettere di essere una spettatrice affezionata di The Vampire Diaries, di passare intere serate spiaggiata davanti al pc per guardare tutte le serie tv che trovavo online invece di frequentare più assiduamente le sale d’essai.

Invece ora le serie tv sono il nuovo cinema, tutti a lodarle e a straparlarne e sapete che c’è, è figo che sia così.

Più pubblico uguale più soldi uguale più qualità, e se siete scettici pensate a True Detective e ditemi se dieci anni fa una serie del genere sarebbe stata possibile.

Eppoi le serie tv ci rendono intelligenti, ci spingono a cercare riferimenti e sottintesi, aiutano con l’inglese: nella patria del doppiaggio, lo streaming online è nutrimento per il cervello.

E se per mesi abbiamo letto su tutti i social che la felicità è reale solo se condivisa, per quanto mi riguarda vale lo stesso per la conoscenza: far conoscere prodotti culturali “alti” aiuta ad elevare il livello medio dei prodotti stessi e a creare cultura attraverso un medium che ultimamente ha tutt’altri scopi.

Ciò non toglie che io guardassi le serie tv prima che le guardassero tutti. Gne gne gne.

Standard