30ThingsAboutMe, Considerazioni sparse

Crescere un po’ (o anche no)

A volte si verificano situazioni che mai avresti preventivato nell’istante in cui il sonno della ragione di ha spinta a cliccare “crea nuovo blog” su WordPress, e non mi riferisco agli ormai noti incesti in fattoria: c’è che in alcuni sporadici casi, le minchiate acute riflessioni, peraltro non richieste, che riverso su queste pagine e sul mondo si rivelano vagamente utili a qualcuno, e non posso che gioirne tramite brindisi autocelebrativi a base di consistenti dosi di distillati provenienti dall’area anglofona del continente (o di salutari succhi di melograno, come più spesso accade ultimamente).

Queste situazioni si verificano sovente da quando pubblicai quel post sui metodi creativi che alcuni agenti commerciali di aziende per la fornitura di energia elettrica non meglio specificate (dagli agenti stessi) utilizzano per far firmare fraudolentemente dei contratti: il post in questione riceve visite quasi quotidianamente, sintomo – credo – che quelle coppie stile il gatto e la volpe ancora scorazzano per i pianerottoli di ignari cittadini, consapevolezza questa che non mi rende particolarmente serena ma non vedo l’ora di trovarmeli davanti di nuovo.

È accaduto di nuovo questa mattina, mentre con gli occhi ancora gonfi ma accuratamente truccati e una tazza di tè verde non zuccherato in mano cazzeggiavo mi informavo su temi politici, economici, ambientali e ora la smetto tanto ci siamo capiti, se non stavo guardando i tutorial di CarlitaDolce poco ci mancava.

Insomma, questo lettore (ciao Davide!) mi ha chiesto delucidazioni sul magico e oscuro mondo del DAMS, a cui ho risposto volentieri, per poi concludere con una spinosa domanda sulle possibilità lavorative che offre tale facoltà.

Ok, smettiamo tutti di ridere, diamoci un contegno, siamo persone adulte e non fa ridere prendersi gioco delle disgrazie altrui.

A parte se queste riguardano il delitto Matteotti, che voi non lo sapete ma quando mi sento sfigata e inutile accendo la tivù su RaiStoria sperando ci siano documentari che mi ricordino che non mi va poi così male.

Dicevo, la domanda sul lavoro.

Basta ridere, su.

Mi ha fatto ricordare che avevo omesso di raccontare che, contro ogni previsione oggettiva o astrale, ho un lavoro.

Un lavoro vero, eh. Con tanto di scrivania e telefono. Pazzesco, vero? Vi pregherei di non dare immediatamente il via al totoscommesse sulla data in cui verrò licenziata con disonore, grazie.

Visto che, tra l’altro, non sto scrivendo in orario di lavoro ma ho furbescamente programmato il post ieri sera. 

Com’era prevedibile (da tutti tranne che da me), settare il mio corpo e la mia fragile mente su nuovi, rigidi orari non è stato particolarmente semplice o indolore.

Sul mio cellulare sono attive una quantità tale di sveglie che farei prima a non andare a dormire.

La sera (o come accade molto più di frequente, la mattina) devo prepararmi il pranzo. Com’è prevedibile, mi sto nutrendo perlopiù di insalate.

Lo so, c’è chi sta peggio, Matteotti per esempio. Ad ogni modo, ad uso e consumo dei miei amati lettori e magari anche a quelli che giungono su questa pagina cercando un buon motivo per intraprendere un percorso di studi potenzialmente suicida, inizierò a breve a deliziarvi con i furbissimi barbatrucchi che sto utilizzando per comportarmi, per la gioia di tutti e soprattutto di mia madre, come una persona adulta e responsabile.

Primo capitolo: risveglio e colazione.

Coming soon. 

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Back to basic: come risolvere l’inevitabile caos di un trasloco

Disclaimer: post riservato quasi esclusivamente al gentil sesso, non me ne vogliano i lettori maschietti; penso comunque che alcuni di loro potrebbero trovare la lettura utile.

Intrappolata da due giorni in una camera in via di smantellamento, ho velocemente iniziato a odiare tutto ciò che usciva dallo spazio apparentemente esiguo in cui ho vissuto nel corso dell’ultimo anno: indumenti, scarpe, libri, borse, oggetti di ogni sorta e dimensione si sono riversati sul letto e di fronte alla grande e accogliente valigia che lentamente si riempiva ho avuto un moto di disgusto verso il superfluo.

Ho quindi (saggiamente?) deciso di adottare una tattica per me inusuale e quasi sacrilega: la selezione naturale degli oggetti.

Se in un primo momento ogni forcina per capelli, ogni fotocopia sembrava possedere un valore intrinseco e un’anima che mi chiedeva silenziosamente di non privarmi di tanta possibile (ma improbabile) utilità, poco alla volta la foga del ritorno all’ordine (cit.) si è impossessata delle mie mani, ha ottenebrato il mio cervello e il risultato sono state una decina di buste piene di cose.

So che pare impossibile, ma non lo è ed ora vi dimostrerò scientificamente come procedere all’eliminazione di ciò che non sono non è necessario, ma neanche utile.

Primo passo: che cosa ho? Sgomberate il letto e/o il tavolo, create delle pile di oggetti uguali o simili al fine di realizzare l’entità numerica di ogni categoria. Vi assicuro che guardando il cumulo dei jeans che si faceva sempre più alto, sono stata colta da un misto di stupore e vergogna.

Secondo passo: cosa mi serve? Poche balle, l’abbondante metà di ciò che possediamo è del tutto superflua. Ci servono davvero tutte quelle paia di ballerine? E quei pantaloni che non ci entrano da un decennio ma che non si sa mai? Siamo sincere: a parte rari casi, nel corso di una stagione indossiamo grossomodo gli stessi capi e gli stessi accessori. La regola che ho adottato è stata: se ho passato più di un mese e mezzo senza utilizzarlo, non mi serve. (Ovviamente, discorso a parte per libri, medicinali, fotografie)

Terzo passo: cosa me ne faccio del superfluo? Le opzioni sono diverse: dal passaggio ad amiche (scelta saggia che vi renderà contente quando le vedrete utilizzare ciò che avete dato ma che potrà far vacillare la vostra autostima nel constatare che quei jeans che a voi stavano demmerda sembrano cuciti addosso alla vostra longilinea amica) alla donazione alle varie associazioni di volontariato che si occupano di questo tipo di servizi (non temete: anche il vostro top di paillette dorate sarà loro utile, lo venderanno a qualche altra squilibrata come voi; sconsiglio i cassoni deputati al recupero degli indumenti che si vedono per strada perché a Torino li vedo sempre saccheggiati, e in almeno un’occasione mi è parso di rivedere qualcosa di tremendamente familiare su un banco dell’usato al mercato), ai negozi tipo Mercatopoli che vi daranno una commissione se e quando venderanno i vostri tesori, fino alla soluzione per eccellenza (ma qui, ahimè, parlo solo alle sabaude): IL GRAN BALON. Un paio di amiche vi hanno portato il loro superfluo un paio di settimane fa e pare si siano divertite moltissimo, non vedo l’ora di unirmi al gruppo.

Quarto (e ultimo) passo: e se poi…? NO. Ragazze, no. Se già solo avete considerato la possibilità di disfarvene, vuol dire che dovete farlo. Quella t-shirt con scritto Il principe azzurro è gay sarà di cattivo gusto anche tra quindici anni, fatevene una ragione e procedete anzi a un mea culpa per averla acquistata e date via anche quella disgustosa borsa dal colore improbabile che tenete custodita come l’anello di Frodo e quelle scarpe a punta che vi possono servire giusto per schiacciare i ragni negli angoli, o per ferire un eventuale malintenzionato.

Giuro che al termine di questa rehab in quattro step vi sentirete benissimo. Ve lo assicuro. Al momento, ho rinchiuso (quasi) tutti i miei averi in due valigie. Ora passo alla decimazione delle scarpe, dopodiché potrò dormire serena e in un mondo più ordinato.

Fatemi sapere se la cura funziona, ci vuole coraggio per iniziare ma al termine si viene colte da un ordine mentale incredibile e molto piacevole.

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