Considerazioni sparse, teledipendenza, Torino

Niente che il fritto non possa guarire

Nonostante sia venerdì pomeriggio, il sole splenda alto in cielo e la radio abbia da poco trasmesso un brano che mi ha rallegrata a sufficienza, sento il bisogno profondo di lamentarmi, e lamentarmi molto, e solo per rispetto dello 0,1% dei lettori che non ha già chiuso la pagina web a seguito di questa premessa, non mi lascerò andare ad un flusso di coscienza che farebbe rimpiangere a Joyce, Svevo e compagnia di essere venuti al mondo.

Primo, il sole splende alto in cielo e io indosso un maglione. Di lana.

Nero.

L’idiozia scorre potente in me.

Tale improbabile scelta va di pari passo con il motivo per cui la mia folta chioma sprigioni un intenso odore di frittura, che va bene che lavoro a Mirafiori Sud, ma non è più il 1962 e anche i più intransigenti puristi della cucina meridionale si sono evoluti. O sono stati stroncati dal colesterolo.

Ma perché mai, ci si chiederà spersi, una donnina così a modo si è ridotta a vestire un becchino di Reykjavik e a celebrare generazioni e generazioni di avi terroni?

Fondamentalmente, il motivo è che sono impegnata in una convivenza à la Will & Grace che prevede che solo un’esigua parte del mio armadio-color-carta-da-zucchero-a-sei-ante abbia avuto la possibilità di varcare la soglia, e che alle 23 di un qualsiasi giovedì si preparino e poi ingurgitino 750 g di polpette fritte ricoperte di Sottilette. Light, che noi ci teniamo alla linea.

Tale improvviso cambio di coordinate GPS ha determinato inoltre un leggerissimo cambio (quarantaminutiporcatroia) nella quantità di tempo che impiego per raggiungere l’ufficio, e di conseguenza la temperatura percepita all’alba non è necessariamente la stessa che mi attende all’arrivo.

Se poi fossi minimamente scaltra, magari porterei con me un cambio per eventualità simili, invece che indossare sotto il suddetto maglione una canottiera a stampa azteca black&white, per esempio.

Ora, considerando che seppur piacevole e potenzialmente letale, questa convivenza non è stata frutto di una scelta ma di una serie di sfortunati eventi, oltre a rischi indicibili e traversie innumerevoli, ritengo di avere il diritto di lamentarmi un po’.

Giusto per finire in bellezza la settimana, e prepararmi al week end.

Ma non ne ho più voglia, perché tra un’ora e mezza uscirò da questo ufficio e andrò ad uccidermi di fritti, film, alcol e serie tv.

Perché non l’ho scritto, ma tra il mio Will Truman e me intercorrono conversazioni di questo stampo:

1948110_10151991107142475_1722792136_n

A proposito, qual è il titolo di quel dannato film? E perché ho iniziato a chiedermelo stamane alle 8:30, e non l’ho ancora cercato su Wikipedia?

Quindi andiamo in pace, non lamentiamoci (almeno finché non affronterò il rovente sole marzolino con sto cazzo di maglione) e buon fine settimana.

1798723_10151991092187475_1597215508_n

Polpette fritte nella sugna e poi Masterchef: che notti brave.

1004517_10151991089307475_1561726770_n

Capi d’abbigliamento adatti al clima e chiome di bell’aspetto MA terribilmente odorose

Standard
Considerazioni sparse, Libri, Torino, voyages

Traumatici rientri e altre storie d’amore

Nella vita ci sono poche certezze, e anche quelle poche non è che siano sempre così solide.

Per fortuna.

Per esempio, io sono convinta che anche se il volere dell’universo mi porterà a vivere – che so, su un’isola del pacifico dove raccoglierò noci di cocco e mi ustionerò il viso, mannaggia ai geni recessivi del rutilismo, ad ogni ritorno nella mia città di origine io verrò qui, dove sono ora.

Nella gloriosa Biblioteca Civica Centrale, a guardare dalle finestre l’edificio in cui ho passato cinque anni  e da cui ad un certo punto mi hanno sbattuta fuori con un diploma di restauratrice che il Signore solo lo sa se mi è mai servito a qualcosa.

A scegliere l’università sbagliata, questo sì.

Ad ogni modo, pur ammettendo la notevole presenza di masochismo insita nel recarsi ogni mattina a piedi da casa mia alla biblioteca (30 minuti abbondanti a respirare le delicate fragranze plumbee di corso Francia), arrivare e bere un caffè della macchinetta che per farmi ancora più male prendo senza zucchero, sedermi in fondo per smanettare sul pc senza che qualcuno possa sbirciare le pagine imbarazzanti che apro ed infine mettermi a leggere online il romanzo su cui ho scritto la tesi, c’è qualche forza a me sconosciuta che ogni mattina mi fa credere che venire qui non sia poi un’idea tanto cattiva.

Allora Forza a Me Sconosciuta, parliamone.

Mi sono svegliata alle 5:30 senza alcun motivo, ho cercato di riaddormentarmi in compagnia di Anna Karenina ma nulla, ho ciondolato per casa bevendo tè amaro finché sono stata abbastanza certa che se fossi entrata nella vasca da bagno non mi sarei addormentata e non sarei quindi affogata,

per quale insano motivo continui a farmi credere che i miei dubbi esistenziali, il latente senso di colpa per il troppo fancazzismo, la stanchezza, avrebbero trovato pace tra queste mura?

Cosa devo espiare, quale peccato originale mi porto dietro?

Per fortuna ci sono gli amici d’infanzia, sempre pronti a raccogliermi con il cucchiaino ogni volta che rientro in città sconvolta e assonnata; mentre uno di loro mi invia sul cellulare cori da stadio reinterpretati e poco lusinghieri, l’altra si prepara (spero) a spegnermi delle sigarette addosso per evitare che io mi addormenti durante i pasti:

imm

E così mentre attendo con ansia l’ora del pasto, seguo il consiglio di Alex Britti e mi uccido di caffeina.

 

Post Scriptum: nel caso non lo aveste fatto, gentili signori io consiglio vivamente di leggere il romanzo di cui sopra; sebbene io ci abbia messo circa sei mesi a riprenderlo in mano dopo averlo letto, riletto, scomposto e analizzato, Eureka Street va letto. Come si può non leggere un libro che inizia così:

es

Standard
Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Aggiornamenti disordinati

  • Ciao, sono viva e vagante nella mia afosa città natale;
  • vorrei scrivere dello spettacolo Ephebos della Clarendon Company visto lunedì, ma al momento sono impegnata in una complicata operazione di scroccaggio wifi e l’instabilità del segnale mi fa temere perdite improvvise e tragiche del materiale. Eppoi, ogni volta che penso a quel musical mi commuovo e piango quindi forse dovrei prima rimettermi in sesto emotivamente.
  • Sono oltretutto molto impegnata nell’indovinare la password del wifi di uno dei miei vicini, non per beceri scopi di scrocco (non solo, almeno), ma perché la rete in questione ha un nome così bello da essere diventata un’ossessione.
  • Che password usereste per la rete “Zompa fossi”?
  • Caro zompatore di fossi, se passi di qua non prendertela. Si scherza. Qual è la tua password?
  • Andrò a vedere la mostra di fotografie di Robert Capa a Palazzo Reale e ne scriverò da profana, come feci per il collega Cartier-Bresson; se già i lavori di quest’ultimo mi erano sembrati stridenti rispetto all’ambiente, non oso immaginare l’accostamento delle stesse sale agli scatti di guerra di Capa. Forse avrò uno shock visivo.
  • Prego apprezzare la fatica che sto facendo per scrivere, considerando che l’unica posizione che mi permette di captare la rete libera è la seguente:
IMG_20130605_232734

Da sinistra: bracciolo divano, netbook, cuscino + peluche a maialino per poggiarmi, testa con bellissimi occhiali.

  • Nient’altro. Voi come va?

 

Appena riuscirò ad accedere a una biblioteca dotata di wifi, vi delizierò col tragicomico trasloco che mi è toccato la scorsa settimana, con le cose da fare a Pisa e a Torino in giugno (in questo mese la Toscana, ahimè, vince), con la ricetta del polpettone fritto di mio padre e con il musical della Clarendon.

E se non troverò una biblioteca, tenterò la fortuna a Palazzo Nuovo sperando che il sistema di UniTo riconosca ancora la mia matricola. 

Baci baci!

 

Standard
cinema, Considerazioni sparse

Quando dico che dovrei occuparmi di risorse umane…

Appena alzata nonostante la sveglia fosse puntata alle ore 7 antimeridiane (smettete di ridere, grazie) e di fronte ad un quasi disgustoso cappuccino preparato col caffè solubile, leggo su Il Fatto Quotidiano questo articolo:

Il prossimo Papa si chiami Francesco I 

A prescindere dall’evidente impossibilità che quanto auspicato dall’articolo si verifichi e dall’aura pop che nella mia testa circonda la figura di San Francesco d’Assisi (io continuo ad immaginarlo nell’atto di cantarsela felice come in Fratello Sole, Sorella Luna – video sotto), trovo che questa sarebbe un’ottima occasione per la Chiesa di farsi pubblicità positiva, e di mostrare che lei sì, combatte la crisi! Ora immaginiamo di trovare domattina TuttoAffari (lo so che ce l’abbiamo solo a Torino, chiamatelo un po’ come vi pare, Il Fogliaccio o chessò) un annuncio di questo tipo:

La Chiesa Cattolica Romana ti cerca!

Istituzione millenaria universalmente riconosciuta

ricerca dirigente di Altissimo livello

causa abbandono del precedente.

Richiesti conoscenza latino classico (livello C2),

carnagione adatta ad abiti bianchi,

certificato di battesimo, disponibilità

a trasferirsi a Roma, attitudine ai viaggi.

No sposati, no perditempo o calvinisti, no ISEE >30000

No Milingo.

Inviare CV, ISEE 2012 e certificato di battesimo

entro marzo A.D. 2013

Milingo è triste, ci teneva ad essere lui il Papa Nero dei Pitura Freska.

Sì, d’accordo, torno a studiare.

Però voi vi puppate il musical cristiano.

Ditelo, ammettetelo che avete ridacchiato leggendo la pubblicità dei 500 euro in sovrimpressione ad un video dedicato al poverello d’Assisi.

Secondo me è la volta buona che il vicino di casa viene a spaccarmi il pc. O a regalarmi un paio di cuffie.

Standard
Considerazioni sparse, musica, Torino, voyages

Giugno

La scorsa settimana ho iniziato a scrivere un post sulle vergogne adolescenziali, giusto per non farmi mancare nulla, ma la festa della birra di Parma ha fatto sì che restasse a metà, in attesa di una conclusione.

Data la scarsità di idee del periodo, credo che lo riciclerò presto.

Parma, dicevo.

Una delle fiere più inutili, con tanto di chiusura forzata immediatamente dopo la fine della partita di domenica sera (partita che mi interessava talmente tanto da occupare le due ore di durata a dormire, disegnare uno stormo di rondini sul mio braccio, bere birra, varie ed eventuali).

Attacchi d’arte dietro al bancone

Il risveglio domenicale è stato davvero notevole, in quanto ognuno degli occupanti della stanza d’albergo aveva escogitato un metodo personalizzato per isolarsi dal mondo esterno:

P. ha dormito indossando i miei occhiali da sole;

F. con una maglietta sul viso;

Io ascoltando la musica in cuffia.

Vederci dall’esterno prima del risveglio sarebbe stato esilarante.

Il tutto a conclusione di una settimana particolarmente devastante, fatta di nottate in aula studio, poco sonno ed un esame saltato perché mi sono presentata in facoltà il giorno dopo l’appello.

Dopo una brevissima sosta torinese, effettuata per far visita al mio Iccri nel giorno del suo compleanno – abbiamo parlato ininterrottamente per due ore, fino al mio trasferimento in Toscana ci incontravamo quasi ogni mattina al bar ed ora è necessario condensare tutte le cazzate in pochissimo tempo, il ritorno in terra pisana è stato lungo e debilitante.

Soprattutto il Negroni “sbagliato” a stomaco vuoto.

Il tram numero 13, mezzo di trasporto prediletto nel corso dei lunghi anni passati all’Università di Torino

Per fortuna, G. ha fatto onore alle sue origini sicule e mi ha prontamente sfamata con pasta ed insalata di polpo alle 2 del mattino.

Quando si dice l’amicizia.

E sì, lo so che sto riempiendo i post di foto per ovviare ad un’evidente scarsità di contenuti, ma per ora va così.

Troppi pensieri pochi hanno una logica. Dormendo andranno al loro posto. Spero.

Intanto sistemo la camera, continuando a rammaricarmi di non aver rubato il vasetto di fiori di campo dalla cucina di mia madre. Di sicuro sarebbe stato interessante trasportarlo in treno.

 

Standard
Considerazioni sparse, voyages

Post Inutile della Settimana ed un po’ di buona musica

Comincio col dire che è vero che, come ho scritto su Facebook, ho scritto 300 parole di tesi in un mese. Però nell’ultima mezz’ora quelle parole sono diventate 499, e c’è persino una nota a piè di pagina.

Magico Facebook, contenitore di tutte le notizie meno rilevanti delle nostre vite.

Tipo che se mi succedesse qualcosa di davvero, ma davvero importante, mica lo posterei su Facebook no? Mica è l’assenza di eventi rilevanti a spingermi a pubblicare status sul bucato in lavatrice, o sulla scrivania ricoperta di vestiti.

Assolutamente no.

 

Riflettevo mò non esageriamo: sfanculavo pensando che nell’edificio che ha l’onore di ospitarmi ci sono circa duecento studenti, molti dei quali in questo momento stanno cazzeggiando studiando per gli esami estivi, e mi chiedevo se fosse possibile misurare il livello di attività cerebrale di tutti quanti. Potrebbe essere un modo di valutare il livello dell’ateneo pisano, o per rendersi conto che è meglio smantellare l’università e mandarci tutti a pascolare le pecore a Val della Torre (io ed un’amica d’infanzia stiamo valutando la possibilità di acquistare un gregge. Vedi a studiare le discipline artistiche).

Ad ogni modo, sto scrivendo la tesi. La seconda della mia vita, si spera scritta un po’ meglio rispetto alla precedente. L’ho riletta di recente (giuro che avevo un ottimo motivo per farlo), e sono giunta alla conclusione che quando il meraviglioso, splendido relatore si complimentò per lo stile, mi stava prendendo per il culo e neanche in modo troppo sottile.

Naturalmente, non è che questa consapevolezza sia particolarmente utile nella pratica di scrittura.

Bene, 256 parole e ancora non so perché ho deciso di scrivere.

Eventi importanti/rilevanti/interessanti: se si esclude il viaggio in treno Brescia-Pisa di ieri, zero. Preciso che il viaggio non è stato importante, rilevante o interessante, quindi immagina il resto. Ah no aspè, ho iniziato la tesi. [Risate registrate]

Amare scoperte della settimana: una, ossia l’atroce consapevolezza che puoi anche mangiare insalata per tre giorni (cosa che comunque non ho fatto, non per tre giorni interi perlomeno), se ti scassi ottomila litri di birra al giorno la bilancia segnerà comunque un drammatico +2.

Cose che mi hanno fatta sentire in colpa: una. Essere a Pisa invece che con Iccri, cazzo.

Cose belle: rivedere il mio bimbo dopo dieci giorni. Preciso che il termine bimbo è da intendersi nel senso toscano della parola, non è che c’ho un figlio segreto che non ho mai menzionato.

Pensa che settimana intensa, se avessi anche fatto la lavatrice.

Emozioni da non dimenticare.

Chiudo con qualcosa di piacevole ascolto, così gli amati lettori non mi manderanno affanc al diavolo per avergli fatto perdere tempo con ‘ste minch questo post.

 

 

Standard