#CoseBelle, Considerazioni sparse, what I call love

#CoseBelle: la moda di seconda mano

Visto che dal post sui capelli sono entrata nel mood frivolezze, e in attesa di raccogliere adeguatamente le idee per raccontare dell’opera omnia di Fred Vargas che sto finendo di leggere, perché non parlare di vestiti?

Da almeno un anno non compro abbigliamento nelle catene low cost (vedi H&M, Zara e simili): in parte perché il rapporto qualità-prezzo non è più conveniente, in parte per ragioni un po’ meno egoistiche.

A proposito del primo motivo, ho un paio di jeans comprati nella nota catena svedese ormai 9 anni fa, ancora oggi in perfette condizioni. Ne ho un altro paio dello stesso brand acquistato 3 anni fa e pagato quasi il doppio, che mi si è sfaldato tra le mani come un frutto in decomposizione in un quadro decadente.

Ma parliamo di argomenti meno frivoli.

Quello che ho letto alcuni giorni fa su Il Fatto Quotidiano (qui l’articolo) mi ha convinta che le multinazionali dell’abbigliamento a basso costo tendano ad essere, come dire, IL MALE.

Credo che pur non potendo fermare le guerre, le epidemie o risolvere il problema dei senzatetto, nelle scelte quotidiane si possa fare la differenza; quindi a prescindere dai prezzi e dalla qualità dei capi, io da loro non ci compro perché lucrare sulla crisi mediorientale e sullo sfruttamento dei minori è una porcata colossale. Punto.

Non essendo diventata improvvisamente ricca, non ho abbandonato il low cost per i brand medio-alti della moda. Al contrario, viaggio a velocità di crociera nel low-low cost, che sebbene suoni come off-off Broadway e sembri quindi sinonimo di cose brutte che non fanno dormire la notte, è in realtà un mondo pieno di sorprese.

In Albania, paese meraviglioso in cui l’usato non è ancora diventato vintage, nei negozi di abbigliamento e scarpe di seconda mano si possono fare dei veri affari.

Negli ultimi mesi, costretta ad adattarmi ad un inverno sottozero che non credevo possibile a queste latitudini, ho comprato un ensamble giaccone-maglione-stivali, spendendo circa 30 euro.

Naturalmente mi sono dovuta finalmente piegare a quei concetti che mia madre ha tentato di inculcarmi negli ultimi 20 anni: la maglia dev’essere in lana e non in tessuti sintetici, gli stivali in pelle e non in scarti di copertone. che ormai ho una certa età e i maglioncini in acrilico sono per fanciulle meno attempate.

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Una soffice nuvola di lana merinos che nasconde la panza quando esagero con il pane.

Quando sono a Torino mi diletto con i mercati rionali; durante l’ultima visita, per 50 cent mi sono portata a casa un paio di Levi’s.

Un’altra attività è lo scambio: si può fare con le amiche, con gli swap parties o con i familiari. La famiglia di mia madre è composta quasi per intero da donne che condividono grossomodo la stessa taglia e gli stessi gusti, quindi ad ogni cambio di stagione enormi borse colme di capi d’abbigliamento vengono trasferite da una casa all’altra, portando un po’ di atmosfera natalizia ad ogni arrivo.

A mio parere, riciclare la moda è un’attività divertente e creativa. Certo bisogna avere un po’ di tempo per spulciare tra cestoni e banchi colmi di orrori anni ’80 e camicie macchiate di giallo in corrispondenza delle ascelle, ma il risultato regala soddisfazioni: niente magliette che si autodistruggeranno dopo sei mesi, niente minori sfruttati in fabbrica, niente accumulo di rifiuti nelle enormi discariche dell’abbigliamento.

Anche perché a Tirana non si fa la differenziata, quindi oltre al riuso dei barattoli di vetro per conservare semi, farine e pasta corta, il riciclo dell’abbigliamento è un po’ l’unico modo che ho per credere di star aiutando il pianeta.

 

 

 

 

 

 

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#instaweek problemi cromatici edition: l’attrazione morbosa per colori che ci stanno male

Disclaimer: da leggere ascoltando questo brano. O per i più giovincelli, questo.

Ammetto senza vergogna alcuna di essere stata tentata fino all’ultimo di intitolare questo post alla hit che lanciò tre tamarri nel paradiso internazionale della musica dance demmerda. Basta consultare la loro pagina Wikipedia per scoprire che essa è tradotta il ventotto lingue, il che significa che in almeno una trentina di Paesi quel brano è stato passato dalle radio, canticchiato, magari è stato anche la love song di qualcuno.

Ma visto che amo darmi una parvenza intellettuale del tutto ingiustificata dai fatti, ho desistito.

Veniamo al punto della questione, ossia la morbosa attrazione che negli ultimi mesi mi ha portato a indossare con frequenza un po’ allarmante capi nei toni del blu.

Tengo a precisare che a me il blu sta decisamente male: il mio incarnato leggermente giallastro, i capelli tendenti al rame e le iridi color muschio non fanno di me un fototipo particolarmente adatto ai cobalto, agli oltremare, ai blu di Prussia.

Ma qualcosa è accaduto e non so spiegarmelo, proprio come il buon Tiziano.

Vado ora a fornire documentazione fotografica del problema, con immagini di dubbio gusto condivise con l’Instagram.

Reperto numero uno, la sciarpina a pois sul gilet da uomo taglia XXL

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Mi rende molto orgogliosa ricordare che la spesa sostenuta per la combo maglia + foulard ammonta a 1 euro. Mercato di Corso Racconigi je t’aime.

Reperto numero due, la blusetta smanicata di seta con rosa al collo

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Incredibile come anche questo capo, peraltro una rottura di palle perché si stropiccia ad ogni respiro, mi sia costato un euro nonostante sia di pura seta. Pensierino del giorno: forse la seta è stata a lungo appannaggio delle classi più agiate perché per non farla stropicciare sono necessarie movenze alquanto leggiadre che a me, nipote di operai FIAT, mancano. O forse perché se c’è una governante che stira, la vita è più semplice.

Reperto numero tre, la gonna a portafoglio

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Me la definiscono una “gonna da contadina”, forse perché il mio svantaggio verticale la fa scendere fino a metà polpaccio invece di farla adagiare appena sotto le ginocchia, o forse perché dovendo camminare ogni giorno lungo il tragitto casa-lavoro tendo a non indossare tacchi che trasformerebbero i marciapiedi di Tirana in campi minati. Anyway, 3 o 5 euro in Corso Palestro.

Reperto numero quattro, la mano della mia nipotina e una borsa blu

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Questa foto è stata inserita solo per suscitare tenerezza e distogliere l’attenzione dai miei tremendi selfie allo specchio dell’ascensore dell’ufficio.

Reperto numero cinque, la cugina di campagna

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Maxi gonna in cotone a stampa psichedelica nei toni del blu, Converse All star blue navy, un cucciolone di 14 anni di nome Scotty. Dettaglio gonna:

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Naturalmente qui la gonna c’entra poco, volevo solo mostrare al mondo la finissima ed elegante collana a fiori che contribuisce a quel look hippy californiana tanto amato dalla fashion blogger più famosa al mondo.

Potrei parzialmente giustificarmi con l’aver ricevuto in dono la Obag blu che fa capolino da un paio di foto, ma sappiamo bene che dopo lo sdoganamento del color block alcune stagioni fa, sarebbe solo una scusa.

Ora, approfondiamo questa questione del blu. L’internet mi informa delle proprietà rilassanti e purificanti di questo colore, aggiungendo che per i cinesi è il colore dell’immortalità.

Vedi ad essere nata un tantino più a Est.

Per quanto invece riguarda proprio il vestiario, e copio da qui,

Nell’abbigliamento: è un colore che spegne le passioni violente ed induce uno stato di calma: questo colore va indossato per affrontare le prove difficili della vita. Le persone che vestono di blu chiaro tendono all’ introversione e a una certa chiusura esterna. E’ il colore del temperamento flemmatico.

E credo che con questo, abbiamo risolto il mistero e trovato la risposta più verosimile.

Prove difficili, introversione, flemma: check.

Resta solo da sperare che questo periodo passi in fretta, ché la mia sfumatura giallognola con i toni del cielo fa proprio a pugni.

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Il sondaggione natalizio!

Parliamo di argomenti seri. Parliamo delle feste natalizie. Avanguardia pura, lo so.

Ne avrei scritto anche un paio di mesi fa, se solo avessi saputo che mettendo piede nell’età (ah-ah-ah) adulta il Natale non sarebbe più stato l’imperterrito collassare sul divano guardando Una poltrona per due e compagnia bella mentre si smaltiscono i postumi – alcolici e di semi assideramento – della sera prima.

Anche voi però, mai che qualcuno mi abbia detto che crescendo non si sarebbero più potuti indossare gli stivali di pelo verde pino e i maglioni puffosi che fanno sembrare un’alpaca.

Mai che qualcuno mi abbia detto che scolarsi un litro di vin brulé con la scusa del “fa freddo, fa tanto inverno, dovrò pure instagrammare qualcosa stasera” avrebbe compromesso il rendimento professionale della settimana successiva.

Ma io confido in voi, e vengo qui a testa china a chiedere umilmente consiglio.

Perché sì, come Bridget Jones al galà annuale degli avvocati, anche io sono stata invitata ad una raffinata ed elegante cena aziendale (non mia, l’azienda dove lavoro probabilmente ci farà passare la mezzanotte del 31 in ufficio) e non so che cazzo mettermi.

Forse dovrei chiedere consiglio alla Dittatrice del Buon Gusto, ma temo che le mie umili proposte mi varrebbero un paio di lustri nel carcere delle Malvestite.

Partiamo dai fondamentali: considerando che il giorno in questione sarò al lavoro tutto il giorno, che ovviamente non avrò il tempo di passare da casa e che usare il cesso aziendale per un cambio à la Clark Kent mi sembra un tantino eccessivo,

tenendo conto che il saccheggio del reparto costumi mi è reso impossibile dalla taglia media delle fanciulle che ne fanno uso,

non dimenticando che però potrei impietosire il make up artist e farmi dare una ritoccatina qua e là per somigliare a un essere umano,

queste sono le idee che il mio sovraccaricato cervello ha messo insieme per non somigliare a Sofia Vergara in orario d’ufficio.

1. Tubino non troppo corto né troppo scollato, tipo questo di Asos, con un tronchetto di un colore neutro e una collanazza gigantesca stile albero di Natale, giusto per restare in tema.

Image 1 of ASOS Pencil Dress with Structured Fold SleeveImage 1 of ASOS EXCITE ME Ankle Boots

2. Gonnella frù frù nera, maglioncino neutro ma vagamente luccicoso, décolleté e collant coprenti neri, orecchini pendenti e luccicosi come un lampadario a gocce.

Image 1 of SHORT SKIRT WITH ELASTICATED WAIST from Zara Image 1 of Vero Moda Highneck Chunky Knit Jumper

Image 1 of Coast Sorcha Geo Drop Earrings

3. Gonna importante verde bosco o magenta, top nero, stivali neri (sì, fa un po’ Signora del West ma a me garba parecchio), collanazza in tinta.

Image 1 of Coast Meslita Full SkirtImage 1 of Calvin Klein Jalisa Heeled Knee High Boots

Image 1 of ASOS Emerald Jewel Ribbon Choker NecklaceImage 1 of Paper Dolls Berry Collar Necklace

Votate, votate, votate, commentate, commentate, commentate (cit).

Passando al resto, e dando per scontato che mosso da umana pietà e natalizia benevolenza, il make up artist mi sistemerà le fattezze, parliamo di capelli.

In un impeto di cazzeggio sono passata dal rame scuro al castano altrettanto scuro, ma sto meditando di schiarire un po’ le chiome e apportare una leggerissima modifica (vedi: ciuffone tipo frangia malcresciuta), che fo? Lo faccio? Non lo faccio? Tengo i capelli sciolti e un po’ mossi o faccio una crocchia da nonnina, magari laterale?

 

 

 

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Lontano dagli occhi, vicino al cuore: sopravvivere a un autunno non italiano

Quando di là, sull’altro blog che scrivo tentando di non lasciarmi andare al flusso di coscienza come faccio qui, ho stilato un elenco raccontando com’è stato il primo rientro in Patria, ho dimenticato un elemento che mi sta lentamente uccidendo.

L’autunno.

Due giorni a Torino e il mio fragile corpicino sabaudo si è convinto – e giustamente, dico io – che la stagione dei crop top, dei sandali e delle code di cavallo anti-afa fossero terminati.

Non che fossi scontenta, a me l’autunno piace assai e anche il cappottino che ho prontamente acquistato durante una passeggiata in compagnia al mercato di Piazza Benefica (sì, sono stata abbastanza infida da dirottare una passeggiata familiare al mercato. E da comprare dal banco in cui si trovano solo prodotti con le etichette tagliate).

Bene, il ritorno di qua dall’Adriatico in total black, con le Superga e il suddetto cappotto (che è color… polvere? Crusca d’avena? Cielo su Mirafiori? Capelli di Angela Lansbury post-Signora in Giallo? Bof) è stato sì d’effetto, ma molto poco consono alle condizioni del luogo.

Insomma, le temperature sono tali da farmi uscire con i sandali e da aver steso sulle unghie un estivo e assai infantile smalto bianco con qualche glitter, ma le mie membra sanno che altrove è autunno, e si comportano di conseguenza: letargo, mal di testa, riposini a cazzo mentre che ne so, sto leggendo un romanzo di Fred Vargas e io non dormo MAI mentre leggo Fred Vargas.

E ancor più grave, niente defilé in giro per Tirana con il cappotto color topo sbiadito e lo smalto color – vino? Sangue arterioso? Uva nera? Prugne? Dio, che fatica i colori. Cinque anni di istituto d’arte ed eccoci qui.

Mi sto quindi sfondando con una cura ricostituente fai-da-te (o DIY, che dir si voglia) che comprende:

pastiglie effervescenti dai sapori improbabili per integrare le vitamine e i minerali;

litri e litri di tè di ogni gusto e aroma, ma soprattutto quelli con altissimo contenuto di teina;

frutta di stagione, che non so come mai ma tutti dicono faccia un gran bene;

Camionate di pastiglie di ginseng e vagonate di quelle di magnesio.

Ora, se non verrò colta da un’overdose di Vitamina C o non mi si ossideranno le membra per i troppi minerali, credo che a breve tornerò a sproloquiare di film & serie tv: che Tirana lo voglia o meno, l’autunno è arrivato e finalmente gli schermi (dei pc) sono caldi e colmi di nuove proposte.

Che tra le altre cose, Sky sta per trasmettere True Detective, e se qualche folle non l’avesse ancora guardato e fosse abbastanza ricco da avere Sky, LO GUARDI IMMEDIATAMENTE. Per gli altri, quelli che come me dipendono da NowVideo e VideoPremium, sono disponibile a condividere i link. Ma che lo si faccia prima dell’inizio della seconda stagione, vi raccomando amici miei.

Se invece avete rimedi e consigli per non soccombere alla narcolessia mentre fuori ci sono 30°, siate i benvenuti.

To be continued.

Letargo permettendo.

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Art for Art's Sake, Monday Mood(s)

Gli anni Novanta, la moda, le betulle e le irritazioni da ortiche.

Non sono una fan dei fashion blogs. Sovente mi annoiano a morte, soprattutto quando somigliano ad un qualsiasi servizio fotografico da rivista allungato a dismisura.

O quando è evidente che la blogger in questione non capisce una sega niente di moda, a parte conoscere il mantra delle wannabe fashionista che recita più o meno così:

Se è in una vetrina del centro, va bene.

Se una blogger più famosa di me l’ha indossato, va benissimo.

Se mi è stato inviato gratuitamente, o addirittura mi pagano, che ve lo dico a fare.

C’è però una parte di me che si diverte a leggere i post di chi ha un minimo di competenza in materia, chi conosce la storia della moda, chi ricorda le collezioni precedenti e i termini sartoriali, chi non ammorba il web con le proprie foto, chi scrive blog con dei contenuti.

A parte il geniale Ma ti sei vista?, che mi piace in toto ad esclusione dell’ultimo post, oggi girovagando invece di studiare come un mulo da soma  sono capitata su questo Tumblr.

C’è qualcosa di perversamente affascinante negli abiti che sfilavano sulle passerelle negli anni Novanta, sarà che li guardavo con gli occhi acritici di bambina, saranno i capi a vita alta, le meraviglie firmate Christian Lacroix (pur essendo in delirio pseudo-minimalista, resto una grande amante delle linee barocche e delle fantasie caciarone), i volti di quelle che imparammo essere le bellezze (e che poi si fecero fotografare fatte come delle cucuzze alcuni anni dopo) o quei tessuti lucidi dai colori accesi, non so dirlo ma so che sono rimasta folgorata.

Insomma, andate e amatelo tutti. I miei anni Novanta hanno il sapore della campagna in cui sono cresciuta, un ambiente in cui ,se si esclude la giornalaia sessantenne che occasionalmente presenziava alle cene comuni indossando un folgorante abito rosso, non era semplice entrare in contatto con l’haute couture; però la televisione ce l’avevo anche io, così come i Venerdì di Repubblica sulle cui pagine si potevano trovare microscopiche immagini delle passerelle, e quel Tumblr demoniaco mi ha fatto tornare indietro di tanti anni.

Non abbastanza da riuscire nuovamente ad arrampicarmi sulle betulle, né da rischiare che un genio di zio si nasconda dietro un muretto per strofinarmi un ramo di ortica sulle gambe nude (sì, ero proprio una campagnola), e certo in questa nostalgia c’è un po’ di quel malefico piano di marketing chiamato vintage, ma sono entrata in questa spirale dei ricordi (vedi il post precedente) e non riesco proprio a uscirne.

Ah, la moda del 1995! (Non vorrei scriverlo, ma capita spesso che io mi vesta come la terza da sinistra. E la quinta. E sicuramente si tratta di un trauma infantile, visto che nel ’95 avevo dieci anni e sono certa che avrei tanto voluto vestirmi così). (pic)

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Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Torino vs. Pisa parte I: l’abbigliamento delle poco-più-che-ventenni

L’aspetto della vita pisana da fuori sede che fin dal principio mi ha turbata notevolmente è stato l’enorme, inconcepibile (per me) differenza tra il look delle ragazze che liete passeggiano sui lungarni e quello del loro corrispettivo torinese.

Mi spiego: se in un qualsiasi pomeriggio di primavera vi trovate a fare due passi in Borgo Stretto, a prendere un gelato in piazza Garibaldi o a fare aperitivo in piazza della Pera e fate attenzione alle poco-più-che-ventenni che vi circondano, notate un tripudio di colori, fiori di ogni forma, camicette leggerissime nei toni pastello, ballerine colorate e sciarpe arcobaleno, lunghe chiome o tagli corti ma colorati.

Ora vediamo cosa si può incontrare nel capoluogo piemontese, nelle medesime condizioni ambientali: siamo in via Garibaldi o al Quadrilatero, magari in piazza Castello a oziare davanti a Palazzo Madama o a spendere 7/8 euro per un aperitivo in piazza Vittorio; ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è NERO. Con un po’ di grigio e rari sprazzi fucsia. Giacchette di pelle o tessuto tecnico, stivali di produzione tedesca da 300 euro anche d’estate, cappottini strutturati e privi di fronzoli stile FRAV, caschetti liscissimi con frangette corte che fanno sembrare i bambini de Il villaggio dei dannati, borse ricavate da copertoni di autoarticolati e vendute per cifre impressionanti, bigiotteria ricavata da forchette. Tutto. Nero.

 

Nero, grigio, Trippen e niente fronzoli: sembra così sabauda!

 

Il problema, o meglio il mio problema, si è posto in seguito all’ambientamento della sottoscritta in terra pisana: dopo i primi timidi tentativi di abbinare t-shirt vagamente colorate alle decine di pantaloni neri, dopo l’abbandono degli stivali da motociclista e dello smalto-nero-pure-a-ferragosto, il mio esiguo guardaroba ha iniziato ad arricchirsi di capi improponibili sulle rive del Po: pantaloncini bianchi (bianchi! Capite?!), gonne a fiori o color corallo, golfini rosa cipria o giallo senape e persino un improbabile abitino con una stampa di fragole, ciliegie, banane e ananas.

Poi è arrivato il momento di tornare a casa per le vacanze, e istintivamente ho riesumato i capi da funeral party e li ho distrattamente lanciati nel trolley (che comunque è inspiegabilmente color limone); era il 30 luglio, non si poteva stare senza occhiali da sole neanche in casa e la mia valigia conteneva solo.oggetti.neri. Con qualche concessione al grigio e (addirittura!) al rosso.

Dietro pressioni esterne di chi esterrefatto non capiva come la ragazza con l’abito macedonia stesse impacchettando quegli indumenti, ho azzardato un po’ di verde e di azzurro. Usati pochissimo e dopo infiniti tentennamenti, naturalmente. 

E solo di giorno, che l’aperitivo/pre serata/serata torinesi sono necessariamente desaturati.

Credo sia il clima a determinare questa profonda differenza, insieme allo snobismo radical chic di certi ambienti torinesi e alle sfumature dei tramonti pisani, che fanno venir voglia di abbinare i colori come neanche i clown.

Il radical chic-intellettualoide-artistoide a Torino è nero e risente dell’anima post-industriale della città, quello pisano è più hippy e farebbe volentieri la vendemmia sui colli pisani, se solo non avesse da preparare quel terribile esame di filosofia del pensiero post-moderno per settembre.

Naturalmente, sto generalizzando. Ho amiche di pura razza piemontese che non disdegnano il rosa o i fiorellini, così come ci sono fanciulle a Pisa che non stonerebbero in un locale finto underground del centro torinese. Diciamo che in generale, quelle che ho elencato sono le caratteristiche peculiari della fauna presa in esame, poi c’è chi segue lo stesso stile dai 14 anni e non cambierà mai e chi si fa una frangetta troppo corta ma poi capisce che sta male al 90% della popolazione mondiale e preferisce optare per dei boccoli à la Candy Candy, e noi vogliamo bene a tutti loro.

Soprattutto a chi non si fa la frangetta troppo corta.

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teledipendenza, what I call love

B**chy dresscode dell’appartamento 23: Chloe

A parte il rapporto tra film e storia e la sceneggiatura, ciò che più mi affascina nel cinema sono i costumi, il modo in cui definiscono un personaggio e l’invidia verso chi ha un professionista ad occuparsi del modo in cui appare al pubblico.

Lo so che quest’ultima motivazione è abbastanza priva di senso ed inapplicabile alla vita quotidiana, ma tant’è.

Il dolore per la perdita di uno dei miei passatempi preferiti, la visione di Don’t Trust the Bitch in Apartment 23, è in parte dovuto all’apporto geniale dato dalla costumista Leah Katznelson, una che è stata assistente costumista sul set di Romance and Cigarettes e già solo per questo è da amare, al personaggio di Chloe (Krysten Ritter), di fronte alla quale la noiosa June scompare miseramente.

In un’intervista rilasciata a InStyle.com l’attrice racconta del processo creativo che coinvolge(va) sia lei che la Katznelson nella definizione dello stile del personaggio, e il gran numero di siti di fashion e lifestyle che hanno dedicato articoli a questo argomento conferma l’ottima riuscita di questo connubio tra costumista e attrice.

Il guardaroba di Chloe è un trionfo di nero e rosso con aggiunte di stampe animalier (il leopardato regna sovrano) e di occasionali incursioni di blu elettrico, le linee vanno dalle reminiscenze punk-rock all’emulazione di icone di stile del passato fino all’introduzione di stampe autocelebrative in chiave ironica, come il maglioncino rosso con la scritta trés cool.

Gli indumenti scelti non solo si sposano a perfezione con i colori dell’attrice, ma rafforzano le caratteristiche del personaggio diventando contraltare dei toni caldi e delle forme sbarazzine spesso riservati alla controparte buona della bitch, la biondina del Midwest June.

Le rare apparizioni di tonalità differenti dalla palette cromatica di base rafforzano il messaggio da veicolare attraverso il racconto, ad esempio in un episodio Chloe tenta di sedurre due ragazzi fingendosi prima un’amante della natura e poi un’appassionata di pesci rossi, salvo poi uccidere pianta e pesce bagnando la prima con l’acqua del secondo; in quel caso, una giacca ed una borsa verdi destabilizzano lo spettatore, non abituato a tali cromie nel guardaroba del personaggio che però metabolizza l’insieme come un travestimento nel momento in cui realizza che Chloe sta utilizzando quei capi per fingersi ciò che non è. Anche se il materiale di cui è fatta la giacca, la pelle, è già indizio che l’amore per piante ed animali del personaggio non è esattamente genuino.

Le calzature sono sempre dotate di tacchi a spillo vertiginosi che slanciano ulteriormente la figura alta e snella dell’attrice regalandole quell’allure da femme fatale che viene enfatizzata dalle labbra scarlatte.

Personalmente, trovo che il capo più bello che le abbiano mai fatto indossare sul set sia un abito di tessuto trasparente con inserti di paillettes color bronzo, una tonalità che pur non appartenendo a quelle solitamente associate al guardaroba del personaggio rappresenta splendidamente l’immagine da diva-socialite-bitch.

 

Insomma, al di là dei contenuti (che sono comunque notevoli), questa serie vale la visione anche solo per sbavare sul guardaroba della Ritter.

E per James Van Der Beek che interpreta se stesso, ovviamente.

 

 

 

 

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