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Post noioso in cui blatero di documentari e mi autocommisero un po’

Non scrivo di cinema da tanto, più o meno da quando il “dai che a farlo sono bravina” si è tramutato in “faccio schifo e dovrebbero lobotomizzarmi”.

Affrontare i fallimenti non è mai stata una mia dote.

E a quanto pare neanche scrivere di cinema, ma oggi mi gira bene e ci riprovo, senza aspettative né pressioni autoindotte: per la prima volta da anni, non ho preso neanche una riga di appunti guardando il film.

Non dico nulla di nuovo scrivendo che fin dagli albori del cinema, rappresentazione fedele del reale e spettacolarizzazione sono stati punti focali della pratica cinematografica; scendendo più nello specifico, la pratica documentaristica è stata (ma qui si va ancora più indietro nel tempo, alla nascita della fotografia) oggetto di seghe mentali studi che in breve volevano trovare una risposta alla domanda: l’atto stesso di inquadrare e fotografare (o filmare) una determinata porzione di realtà invece che un’altra determina una teatralizzazione della realtà? E il montaggio, non contribuisce forse a creare un’ulteriore finzione?

Lasciando le risposte a tali quesiti a persone più preparate della sottoscritta, e tralasciando le opere di registi che hanno scelto di girare film di finzione come fossero documentari, l’oggetto di questo già noiosissimo post è un documentario di circa un’ora dal titolo Il libraio di Belfast, diretto dalla valdostana Alessandra Celesia: un documentario anomalo, del tutto privo di colonna sonora non diegetica (aka esterna ai fatti narrati) e di commento fuori campo, che narra un paio di giorni della vita di John Clancy, libraio in pensione ed ex alcolizzato, di un ragazzo dislessico appassionato di storia e di suo fratello, rapper in erba, e di una giovane cameriera che sogna di cantare.

Già il titolo posiziona geograficamente l’azione, ma il passato recente di Belfast e dell’Irlanda del Nord emerge lateralmente, o meglio accompagna la vita dei personaggi come se vi fosse entrato di prepotenza e non avesse alcuna intenzione di andarsene: il libraio racconta della sua infanzia a Sailorstown, quartiere in cui convivevano protestanti e cattolici accomunati dalla povertà, e richiama le bombe incendiarie che nel 1974 distrussero lo storico mercato di Smithfield e con esso il suo negozio, mentre i versi composti dal giovane rapper torna costantemente il concetto di sopravvivenza (che io ho interpretato come un’opposizione agli slogan come No surrender, tipici del passato violento della città).

La macchina da presa segue i personaggi mostrandone i gesti quotidiani, lasciando intravedere le cicatrici conseguenti a trent’anni di conflitto senza analizzarle o renderle didascaliche: nella più pura pratica documentaristica, essa mostra.

Un aspetto interessante è l’assenza di collocazione etnica dei personaggi: non sappiamo se essi siano cattolici o protestanti, lealisti o nazionalisti, perché la loro appartenenza religiosa è meno importante dell’appartenenza al tessuto sociale della città, e al loro ruolo di memoria storica del passato recente; il tema della memoria ritorna con le “cacce” che John Clancy effettua per scovare dei libri rari per amici e clienti: infatti, molti di quei volumi richiamano la storia recente della città, alludendo ad una necessità dei suoi abitanti di ricordare.

Insomma è un bel film che vale i suoi 54 minuti di durata, sia dal punto di vista storico e sociale che da quello documentaristico, proprio per l’assenza di elementi cinematografici esterni.

So di essere stata particolarmente noiosa quest’oggi, prometto che il prossimo post sarà superficiale, vaneggiante e inutile come i precedenti.

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cinema, Considerazioni sparse, musica, Uncategorized

Buongiorno, autunno (mi lamento, incasino il blog, guardo film)

Edit: qualcuno avrà già letto parte di questo post, visto che sono un’imbecille tecnologica che vuol sentirsi figa utilizzando l’app di WordPress. Peccato che io non sappia usarla e continui a mandare in pubblicazione cose a caso. 

Ora, qualcuno mi dica se è giusto che io passi il pomeriggio a studiare (LAUGHING TRACK) mentre il prestante giovanotto seduto accanto a me si diletta nella stesura di testi teatrali assolutamente X-rated.
Ne converrete, la giustizia non sta di casa tra le pareti color albicocca della Biblioteca Civica Centrale.
La mia sanità mentale si sta esaurendo, come la-serie-un-tempo-fighissima-conosciuta-come-Dexter. Che, detto per inciso, ci ha donato una stagione conclusiva talmente poco accattivante e/o interessante che nel corso della visione di una puntata, il tempo pareva scorrere così lentamente da farmi credere che fossero le 22, mentre erano appena le 21.
Il fatto che io sia uscita di casa come una furia, convinta di essere in ritardo per quella che si è poi rivelata una free-drinks-night-out, è un particolare che avrei preferito omettere ma già che ho citato l’evento, lo sputtanamento è d’obbligo.
Gli dei benedicano le amiche che ti accolgono a casa anche quando ti presenti con 50 minuti di anticipo.

Comunque, ieri sera su Iris è andato in onda La pelle che abito di Pedro Almodovar (il quale ormai probabilmente ha perso un po’ il contatto con la realtà e con il mestiere in senso stretto, visto che nei titoli di testa si legge “Un film di ALMODOVAR”. Il nostro beneamato Hank commenterebbe calm down, Alfred Bitchcock).

Puntualizziamo: in generale, i suoi film mi piacciono molto. Ho molto amato Parla con lei Volver, nonostante in quest’ultimo la scena in cui Penelope Cruz canta sia orribilmente fuori sincrono.

E anche La pelle che abito è, in potenza, un bel film: la storia è originale, le pulsioni presenti in tutti i film del regista sono rappresentate e indagate in modo interessante, MA se anche si cerca di dissociare il viso del bell’Antonio (Banderas) dalle francamente tristi pubblicità Mulino Bianco e dai dialoghi con le galline, se anche si vuole soprassedere all’ uomo tigre che vive in giardino o ai richiami poco raffinati alle arti visive, resta il fatto che se in principio il regista gioca con lo spettatore, confondendolo attraverso informazioni contrastanti e quindi stuzzicando la curiosità di chi vuole capire e dare un senso a ciò che guarda, dopo i flashback il focus si sposta su “vediamo se riesce a scappare” e fin qui va anche bene, peccato che non sia la fuga in sé la fine del film (sarebbe stato meglio, credo), ma il ritorno a casa: ciao mà, sono io. Basta, punto, fine, arrivederci e grazie.

Chissene se sono una strafiga e non il belloccio drogatello di sei anni prima. Eccomi. Amami.

Persino la madre del bell’Antonio, che avrebbe potuto essere uno di quegli splendidi personaggi femminili di altri film di Almodovar, sparisce un po’ e i suoi tormenti, i suoi rimorsi sono troppo superficiali, troppo buttati lì.

E va beh, comunque meglio delle serie poliziesche che ammorbano i canali televisivi e che non mi fanno dormire (già c’ho un vicino non esattamente stabile, mi mancano solo le paranoie di essere aggredita nel sonno), inoltre c’è una versione molto bella di Between the Bars di Elliot Smith:

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Art for Art's Sake, cinema

Suggestioni horror d’altri tempi: The Theatre Bizarre

Nonostante il genere horror non sia esattamente uno dei miei preferiti, tendo a preferirne la scuola ‘classica’ rispetto alle derive psicologiche tornate in auge negli ultimi anni: quindi benvenuti mostri, streghe e maledizioni e pollice verso per vicini di casa psicopatici e simili, perché è tanto più bello restare turbati e privi di spiegazioni spicciole, e perché se non si è Hitchcock, meglio lasciar perdere: il pistolotto psichiatrico funziona solo in Psycho.

Theatre-Bizarre-Poster-Artwork

La struttura di The Theatre Bizarre mi ha incuriosita perché è composto da sei episodi slegati tra loro ma uniti sulla trama che li contiene, quella cosiddetta ‘di primo livello’: infatti, i sei frammenti vengono proiettati all’interno di un vecchio teatro e presentati da marionette dalle sembianze umane riprese dalla tradizione parigina del Grand Guignol, e col procedere delle storie pare che la spettatrice, una ragazza intrigata dall’edificio teatrale in disuso, assuma progressivamente le fattezze di una marionetta.

I sei racconti contenuti nella cornice del teatro sono diretti da sei differenti registi e sono profondamente diversi uno dall’altro per contenuti, ambientazione ed estetica, ma mi è parso che fossero tenuti insieme dal filo rosso di una visione malefica del femminino, quasi di una ‘donna ragno’ che ricorre nel corso della visione.

L’aspetto interessante è che i diversi approcci dei registi fa sì che alcune parti siano gradevoli e narrativamente interessanti, mentre altre siano oggettivamente brutte: è il caso di Wet Dreams, un horror onirico in cui il confine tra sogno e realtà si fa sempre più labile mentre gli incubi di castrazione del protagonista fedifrago si fanno sempre più concreti e incombenti, con francamente disgustose inquadrature di parti anatomiche amputate e una recitazione imbarazzante.

Gli estimatori dei film à la Dario Argento prima maniera apprezzeranno sicuramente il primo frammento, Mother of Toads, un racconto in cui antiche superstizioni, magia e creature notturne concorrono alla creazione di un universo magico da cui pare impossibile fuggire, con l’aggiunta di alcuni elementi propri dell’horror più classico: due turisti americani in giro per il vecchio continente, una creatura delle tenebre che vive nelle profondità di un bosco e che è capace di mutare la propria forma per sedurre e distruggere, il tutto accompagnato da una colonna sonora gotica davvero inquietante. In questo racconto le forze oscure della notte distruggono quelle razionali del progresso e della tecnologia, affermandosi come vincitrici anche se invisibili ai più.

I disturbi psichici tipici dei primi film di Roman Polanski emergono in I Love You, incentrato sulla disperazione della vita di tutti i giorni e sugli eventi che possono distruggere un’esistenza apparentemente normale; anche qui, la causa scatenante è una donna che pare vivere allo scopo di far innamorare e poi abbandonare gli uomini; la dominante bianca del film enfatizza la visione disturbante dell’esplosione di sangue che lo conclude.

Il segmento The Vision si allontana dall’immaginario orrorifico per mostrare la storia di una bambina che dopo aver assistito ad un incidente stradale mortale, pone alla madre domande sulla morte: privo di una temporalità lineare, solo alla fine si riesce a ricostruire l’insieme degli eventi; in qualche modo sembra riflettere sul confine labile tra la vita e la morte, sulla fragilità del corpo umano e sulla percezione di essa da parte di una mente infantile.

In Vision Stains si potrebbe rilevare una riflessione sul tema dello sguardo e di come esso si inserisce nel cinema, sulle pulsioni voyeuristiche portate all’estremo dalla televisione dei reality show e qui ulteriormente spinte alla necessità di appropriarsi di parti biologiche altrui per riviverne le esperienze.

Sweets torna nuovamente sul tema delle relazioni sentimentali, ancora una volta proponendo una donna gelida contrapposta ad un uomo debole.

Ho di recente letto un saggio (per chi fosse interessato: “Lo splatter (il montaggio) e l’imago del corpo in frammenti” di Roberto Nepoti, contenuto in “The Body Vanishes. La crisi dell’identità e del soggetto nel cinema americano contemporaneo”, a cura di Franco La Polla) che esplora l’evoluzione dell’immaginario horror a partire dalle tavole anatomiche rinascimentali, passando appunto per il Grand Guignol fino ad arrivare ai film splatter e gore; nel ripercorrere questo percorso per immagini e in particolare soffermandomi sul teatro parigino ospite della celebre e crudele marionetta, e proseguendo nel parallelo tra quanto scritto dall’autore e il film, ho trovato interessante verificare come quest’ultimo suggerisca un asservimento del corpo e della mente umana ad un’entità malefica che attraverso il cinema priva la spettatrice malcapitata della propria volontà e dell’umanità, assorbendo quest’ultima.

Per non parlare poi dei riferimenti alle origini del cinema e al suo debito nei confronti dell’intrattenimento teatrale “basso”, enfatizzato dall’ambientazione dell’azione in un teatro dismesso (che io immaginavo un po’ meno moderno e decisamente meno americano nel leggere la trama prima della visione, ma questo è decisamente un’impostazione mentale dovuta al contesto europeo in cui sono cresciuta) alla suddivisione in episodi completamente slegati uno dall’altro, fino agli inquietanti ed incomprensibili intermezzi.

Non diventerà mai un cult del suo genere, ma la visione è piacevole (escluso ovviamente Wet Dreams), i diversi approcci all’universo dell’horror sono interessanti e insomma sì, lo consiglio.

The Theatre Bizarre

USA/Fr 2011

D.Buck, B.Giovinazzo, D.Gregory, K.Hussain, T.Savini, R.Stanley

The Theatre Bizarre (2011) screens

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