Considerazioni sparse, Torino

Tornare a casa: How To

“Questi pantaloni ti stanno larghi, strano, mi sembravi ingrassata”

“Ho trovato 5 Euro nei tuoi jeans e li ho dati in beneficienza. Tanto se li avevi lasciati lì, significa che non ti servivano”

canta brani di Franco Battiato ininterrottamente dalle 6 del mattino

Avete appena assistito ad alcuni dei più recenti esempi di dimostrazioni affettuose che la mia genitrice e da poco padrona di casa ha riversato sulla mia personcina.

Tornare a vivere nel nido materno dopo tre anni, soprattutto – ahem – alla mia età, può causare più traumi di un’adolescenza campagnola con genitori separati. Ho mai raccontato che la mia famiglia era l’unica di cui a scuola si sapesse che era un tantinello – come dire – esplosa? Negli anni Novanta, nei paeselli ai piedi delle Alpi certe notizie si tenevano adeguatamente chiuse dietro le porte delle cascine (o rustici, come amano chiamarle gli agenti immobiliari). Vedi cosa succede ad avere dei genitori hippy.

Il fatto che la mia camera da letto, recentemente riallestita come salotto-con-soppalco, sia invasa di valigie e scatoloni non ha reso la genitrice particolarmente serena. E il fatto che alcuni degli imballi risalgano al trasloco dalla campagna, occorso circa otto anni fa, non ha migliorato il suo umore. Immaginate quando ha scoperto che una scatola era piena di barattoli da un litro di colori a tempera ormai irrimediabilmente essiccati.

Ho dunque deciso di stilare una lista, una sorta di vademecum che aiuti chi, già traumatizzato dalla fine dell’esperienza fuori sede (o semplicemente fuori casa), si ritrovi a rientrare tra le amorevoli mura domestiche.

  • Discrezione is the way

Non fate come me, non irrompete nella placida tranquillità familiare come uragani assetati di tetti di fattorie del Midwest americano. Siate cauti e astuti: un pezzo alla volta, un libro sullo scaffale al giorno, il resto tutto sordidamente nascosto dietro le ante degli armadi che manco a Narnia. Se poi anche la vostra stanza è stata riadattata a salotto, studio, deposito, officina meccanica, siate ancora più infidi: tenete in ordine, non osate riposizionare altrove gli oggetti (candele cosparse di glitter, raffinati cestini in vimini, piante di dimensioni preistoriche) accuratamente collocati nei luoghi dove una volta facevano bella mostra di sé le foto incorniciate di voi ubriachi di Jameson & ginger ale al festival del cinema di Dublino, o l’immonda ed immensa collezione di merchandise di Peter Pan della Disney; ne va della vostra vita, io vi avverto. Mostrate un rispetto che in realtà non avete affatto, e appena gli orridi guardiani del Nuovo Ordine Casalingo avranno abbassato la guardia, lentamente sferrate l’attacco.

  •  Mostrate iniziativa

Non vedevamo l’ora di lavare i piatti ogni sera, vero? E quanto c’era mancato, caricare il cestello della lavatrice di casa! (Per quest’ultima attività, occhio a quello che fate: sono riuscita ad allagare bagno, ingresso e pianerottolo delle scale nel maldestro tentativo di mostrarmi utile). Portate giù la spazzatura. Andate a comprare il pane e a ritirare le raccomandate. Sorbitevi infiniti pipponi su come e quando si fanno le cose (Non lasciare la bustina del tè nel pentolino che si macchia! [cit.]) mostrando sorrisi smaglianti e affilati che neanche un branco di lupi del Gran Sasso.

  •  Il kit per le emergenze

Ossia, un’elegante e discreta pochette in cui conservare accuratamente dosi massicce di valium. O di valeriana, se siete fermi sostenitori dei rimedi naturali. Anche i fiori di Bach vanno bene, anni fa mia madre riuscì a stordirci un mio ragazzino come neanche dei sedativi per cavalli avrebbero potuto*. Ah, non fraintendete, non sono per voi. Mescolateli ad una tazza di tè fumante che servirete ai vostri amati padroni di casa. Non prima di aver tolto la bustina dal pentolino, sia chiaro.

Buone feste a tutti.

*Padri, ecco il mio regalo di Natale per voi: temete che un infido adolescente con gli ormoni impazziti attenti all’onore della vostra bambina? Lasciate perdere le minacce, un po’ di Rescue Remedy e sarà più stordito che dopo mezzo litro di grappa di ginepro dell’alta Val Susa.

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cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza, Torino

Improbabili giustificazioni alla passione per lo streaming

Nella stanza in cui mi trovo ora ci sono una televisione, un netbook  uno smartphone accesi.

La prima trasmette un film (RaiMovie è sempre una buona idea), il secondo sta caricando un episodio di una serie tv (Hannibal non è necessariamente una buona idea col caldo, ma noi ci vogliamo male) e la pagina di un quotidiano, sull’ultimo c’è aperta l’interfaccia di un social network.

Prodotti culturali, di informazione o di intrattenimento shakerati come un Daiqiri Frozen ai frutti tropicali e rilocati (cit.) un po’ a casaccio su media differenti: non riesco a guardare una serie tv in televisione perché i colori sono troppo saturi, il doppiaggio mi annoia e l’alta definizione non è necessariamente un pregio (vi assicuro che Blake Lively in HD non è sto granché); le ‘immagini di copertina’ di Facebook si vedono meglio sullo schermo di uno smartphone, i quotidiani cartacei sono scomodi e spesso terribilmente costosi (capito, inutile quotidiano di Torino?) e i cinema in linea di massima puzzano di muffa e di pulizie sommarie e i proiezionisti hanno evidenti problemi nel centrare lo schermo con il proiettore. Per non parlare dei sette dannatissimi euro che pretendono da una non-più-ventiseienne e da poco non-più-studentessa.

Intendiamoci, non sono una fan del cinema a casa a tutti i costi né viceversa, insomma una pacchianata come Il grande Gatsby sarebbe probabilmente insopportabile su uno schermo domestico e così anche Titanic, nonostante mieta milioni di spettatori ad ogni passaggio televisivo (non so perché ce l’ho con Di Caprio oggi, forse è stata un’associazione inconscia tra lui e la sua ex fiamma citata più su, vai a capire); allo stesso modo, molti film recenti (soprattutto quelli di produzione nostrana) sembrano più adatti alla visione in prima serata su Canale5 che su uno schermo cinematografico: a chi interessa vedere i pori sul naso di Carolina Crescentini?

Per quanto riguarda le serie tv, c’è da ammettere che finché le reti non si decideranno ad acquistare i prodotti un po’ più celermente e a licenziare in tronco i doppiatori (perché Sheldon Cooper ha un’inflessione nella voce che è di solito riservata alle peggiori macchiette di personaggi omosessuali? PERCHE’?), lo streaming e il download regneranno sovrani mietendo vittime come lo scheletro della morte in certe opere del Medioevo; dall’altra parte però, rendiamo grazie al palinsesto pomeridiano e pre-serale italico per averci insegnato che se un’interruzione pubblicitaria piomba appena dopo il climax, a fine réclame NON SUCCEDERA’ ASSOLUTAMENTE NULLA. Davvero, proprio una mazza di niente e se dovesse accadere qualcosa, sarà un evento telefonato e privo di suspense.

Da questo punto di vista, la visione dell’episodio privato delle interruzioni pubblicitarie possiede una carica di aspettativa più simile a quella del film guardato in sala o su supporti domestici come il DVD: la svolta narrativa piomba tra capo e collo anche se a volte le dissolvenze e gli stacchi a nero suggeriscono il precedentemente esistente pausa pubblicitaria, inoltre se un episodio è terribilmente noioso e/o riassuntivo ci si può allegramente addormentare per poi eventualmente riprendere la visione in un triste pomeriggio di giugno in cui si ha l’influenza, le placche in gola, tutte le serie sono in pausa estiva e Dexter non è ancora iniziato.

(Giubilo: tra 11 giorni torna Dexter!)

Non so bene dove volevo andare a parare con questa ode alla fruizione disordinata o non convenzionale, certo non guarderei mai un episodio di Hannibal sul telefonino ma magari uno di That 70s Show sì, è tutta una questione di contenuti e di estetica e i prodotti meno visivi e più centrati sui dialoghi necessitano più che altro di un impianto audio adeguato e non di schermi particolarmente vasti.

Mentre penso ad una conclusione brillante per queste elucubrazioni abbastanza fini a se stesse e facilone, guardo Hannibal che l’episodio si è caricato e sono indietro di tre per colpa dell’assenza di connessione nella mia abitazione sabauda (no, non sono riuscita ad indovinare la password di Zompafossi).

So che amate l’immagine che ho inserito a caso in questo post.

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Considerazioni sparse, Monday Mood(s), Pisa, universi paralleli, what I call love

A posteriori: fuori sede sì o no? [Bizzarri Monday Mood(s)]

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Non so come né ho ancora realizzato a pieno quanto è accaduto, ma la scorsa settimana ho concluso il secondo livello di studi universitari.

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Eggià, mi sono laureata in un corso dal nome lungo e vago, in una città abbastanza lontana dalla mia, indossando una camicetta color granata per rendere omaggio al mio luogo d’origine (e al gol al 94° che mi ha fatto vincere 15 euro, ma è un’altra storia) ed ora mi accingo a lasciare le umide sponde dell’Arno per tornare a quelle  del Po, sempre che lo smantellamento della mia camera non richieda più di cinque giorni.

Come scrissi tempo fa, arrivando in una città universitaria come questa non si può fingere di non sapere che si tratta di un passaggio, di un’esperienza con una data di scadenza, qualcosa che finirà e a volte ripeterselo fa bene, soprattutto quando la nostalgia di casa o il tedio della città medio-piccola si fanno sentire più del solito.

Purtroppo e naturalmente, arrivando alla fine di un percorso di questo tipo ogni consapevolezza si perde nella più o meno profonda disperazione: soprattutto se si vive in una casa dello studente o si ha la (grandissima) fortuna di avere un rapporto con i coinquilini che non prevede minacce di morte quotidiane, il momento del distacco può essere leggermente traumatico, e la gioia per la fine degli studi può tramutarsi nel corrispettivo della sala cinematografica illuminata alla fine di un film particolarmente coinvolgente: destabilizzante.

Questo accumulo emotivo può tradursi in comportamenti apparentemente inspiegabili come passare un’intera giornata nella biblioteca del proprio dipartimento a leggere libri su libri inerenti i propri studi (true story: say hello to the Biblioteca di Storia delle Arti’s wifi connection) o cadere addormentati per lo sfinimento del far nulla alle ore più improbabili.

Il fatto poi che tutti (TUTTI!) si sprechino nel guardarti con occhi da cerbiatto per dirti con un filo di voce e quindi te ne vai…? non aiuta affatto, così come la nostalgia a priori di chi vuole assicurarsi che comunque tornerai per la loro laurea e teme che nonostante le rassicurazioni, non lo farai.

Ad ogni modo, se si escludono questi minuscoli traumi psicologici e si riesce ad ignorare le domande di chi ti chiede cosa farai ora, l’esperienza universitaria fuori sede è una figata.

Orari completamente sballati, ingrassamenti e dimagrimenti improvvisi e apparentemente inspiegabili, ogni giorno è lunedì ed ogni sera è sabato e viceversa, ogni viaggio in treno che riporta a casa ha la carica emotiva di un melodramma in costume e ogni ritorno (di solito di domenica sera tardi) è insieme uno stress e un sollievo, non sai più cosa è tuo e cosa della tua coinquilina/vicina di stanza.

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Mi rendo conto solo ora che le ripercussioni psicologiche di un Erasmus di due anni e mezzo (cit.) sono notevoli e si amplificano con l’avvicinarsi del giorno della partenza, ossia della fine effettiva dell’esperienza fuori sede, ma lo rifarei mille volte. Anzi, quando iniziano le pre-iscrizioni all’università?

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Doni rinvenuti sulla propria scrivania una qualsiasi mattina post-festa patronale

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Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Torino vs. Pisa parte I: l’abbigliamento delle poco-più-che-ventenni

L’aspetto della vita pisana da fuori sede che fin dal principio mi ha turbata notevolmente è stato l’enorme, inconcepibile (per me) differenza tra il look delle ragazze che liete passeggiano sui lungarni e quello del loro corrispettivo torinese.

Mi spiego: se in un qualsiasi pomeriggio di primavera vi trovate a fare due passi in Borgo Stretto, a prendere un gelato in piazza Garibaldi o a fare aperitivo in piazza della Pera e fate attenzione alle poco-più-che-ventenni che vi circondano, notate un tripudio di colori, fiori di ogni forma, camicette leggerissime nei toni pastello, ballerine colorate e sciarpe arcobaleno, lunghe chiome o tagli corti ma colorati.

Ora vediamo cosa si può incontrare nel capoluogo piemontese, nelle medesime condizioni ambientali: siamo in via Garibaldi o al Quadrilatero, magari in piazza Castello a oziare davanti a Palazzo Madama o a spendere 7/8 euro per un aperitivo in piazza Vittorio; ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è NERO. Con un po’ di grigio e rari sprazzi fucsia. Giacchette di pelle o tessuto tecnico, stivali di produzione tedesca da 300 euro anche d’estate, cappottini strutturati e privi di fronzoli stile FRAV, caschetti liscissimi con frangette corte che fanno sembrare i bambini de Il villaggio dei dannati, borse ricavate da copertoni di autoarticolati e vendute per cifre impressionanti, bigiotteria ricavata da forchette. Tutto. Nero.

 

Nero, grigio, Trippen e niente fronzoli: sembra così sabauda!

 

Il problema, o meglio il mio problema, si è posto in seguito all’ambientamento della sottoscritta in terra pisana: dopo i primi timidi tentativi di abbinare t-shirt vagamente colorate alle decine di pantaloni neri, dopo l’abbandono degli stivali da motociclista e dello smalto-nero-pure-a-ferragosto, il mio esiguo guardaroba ha iniziato ad arricchirsi di capi improponibili sulle rive del Po: pantaloncini bianchi (bianchi! Capite?!), gonne a fiori o color corallo, golfini rosa cipria o giallo senape e persino un improbabile abitino con una stampa di fragole, ciliegie, banane e ananas.

Poi è arrivato il momento di tornare a casa per le vacanze, e istintivamente ho riesumato i capi da funeral party e li ho distrattamente lanciati nel trolley (che comunque è inspiegabilmente color limone); era il 30 luglio, non si poteva stare senza occhiali da sole neanche in casa e la mia valigia conteneva solo.oggetti.neri. Con qualche concessione al grigio e (addirittura!) al rosso.

Dietro pressioni esterne di chi esterrefatto non capiva come la ragazza con l’abito macedonia stesse impacchettando quegli indumenti, ho azzardato un po’ di verde e di azzurro. Usati pochissimo e dopo infiniti tentennamenti, naturalmente. 

E solo di giorno, che l’aperitivo/pre serata/serata torinesi sono necessariamente desaturati.

Credo sia il clima a determinare questa profonda differenza, insieme allo snobismo radical chic di certi ambienti torinesi e alle sfumature dei tramonti pisani, che fanno venir voglia di abbinare i colori come neanche i clown.

Il radical chic-intellettualoide-artistoide a Torino è nero e risente dell’anima post-industriale della città, quello pisano è più hippy e farebbe volentieri la vendemmia sui colli pisani, se solo non avesse da preparare quel terribile esame di filosofia del pensiero post-moderno per settembre.

Naturalmente, sto generalizzando. Ho amiche di pura razza piemontese che non disdegnano il rosa o i fiorellini, così come ci sono fanciulle a Pisa che non stonerebbero in un locale finto underground del centro torinese. Diciamo che in generale, quelle che ho elencato sono le caratteristiche peculiari della fauna presa in esame, poi c’è chi segue lo stesso stile dai 14 anni e non cambierà mai e chi si fa una frangetta troppo corta ma poi capisce che sta male al 90% della popolazione mondiale e preferisce optare per dei boccoli à la Candy Candy, e noi vogliamo bene a tutti loro.

Soprattutto a chi non si fa la frangetta troppo corta.

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Considerazioni sparse, Pisa

Vivere a Pisa da fuori sede: mangiare (bene) con poco

La mia avventura da studentessa e da fuori sede si accinge a finire, gli oggetti personali da impacchettare e mandare (portare) nella capitale sabauda sono tanti e tutti ancora al loro posto, procrastinare continua ad essere la mia attività preferita e non sarà un titolo di studio a cambiare la realtà delle cose, la copertina della mia tesi è nera come la disperazione (cit. un amico particolarmente catastrofico) e l’ufficio che si occupa di studenti mediamente poveri non sembra comprendere le richieste che gli faccio, sebbene usufruiamo circa della stessa madrelingua (cit. una vecchia canzone, e con vecchia intendo della mia adolescenza).

In tutto questo accumulo di mansioni che svolgerò come sempre tre secondi prima della scadenza, vorrei rendermi socialmente utile consigliando ai fuori sede presenti e futuri alcuni luoghi in cui mangiare e bere non è poi così costoso; mi riferisco soprattutto (ma non solo) ai miei pari, studenti borsisti che in rare e centellinate occasioni si concedono il lusso di rinunciare al pasto della mensa e a quelli che vanno a mensa e subito dopo al ristorante (tratto da una storia vera).

  • Il Numero 11 la meraviglia. Porzioni di carne rossa assolutamente esagerate, prodotti a km.0, acqua gratis, niente coperto, pane e dolci prodotti sul posto. I contro sono l’impossibilità di prenotare che determina file chilometriche soprattutto nel fine settimana e la condivisione del tavolo con perfetti estranei, elemento che non è negativo di per sé ma lo diventa se i commensali sono particolarmente molesti come me. Mio padre vuole andarvi a mangiare ogni volta che viene a trovarmi, e si sa che i genitori tendono ad essere abbastanza esigenti in fatto di cibo. Mi mancherà il controfiletto di cavallo con patate, anche se il mio stomaco ringrazierà per la sua assenza. Lo si può trovare in via San Martino, la prima traversa di corso Italia dopo aver attraversato il Ponte di Mezzo.
  • Osteria Santa Caterina il menù alla carta non è economicissimo, ma è possibile usufruire di quello turistico e avere per 15 euro un antipasto, un primo, una tagliata, un dolce, il caffè ed un calice di vino, tutto di buona qualità. In più, a pranzo con 5 euro si può accedere al buffet che è composto da piatti preparati sul momento e davvero molto buoni. Si trova in via Santa Cecilia, a mezzo metro da piazza Santa Caterina.
  • Wok World è inutile che storciate il naso e fingiate di non aver mai preso d’assalto un “all you can eat” nippo-cino-whatever: non ci crede nessuno. Il locale è molto capiente, il buffet davvero fornito e il cibo non è affatto male, si va dal sushi (preparato sul momento) alle fritture, ai piatti composti di pietanze crude cucinate nel wok seduta stante. Spesso è sovraffollato, soprattutto a pranzo perché il menù fisso è più economico. Si trova in via delle Cascine, di fronte al supermercato PAM. L’alternativa è in via Santa Maria, in cui si possono scegliere 18 (mi pare siano 18) portate stando comodamente seduti e senza doversi scannare con altri affamati. 
  • Pizzeria Mediceo 15 l’ambiente è gradevole e la pizza è buona, in più da lunedì a giovedì è possibile avere pizza, bibita e dolce per 8 euro (anche a cena). L’indirizzo lo indica il nome stesso.

 

Insomma questa è l’esperienza accumulata in due anni e mezzo, ho preso anche qualche fregatura ma più che altro nei bar e nelle tavole calde (grazie al cielo); su richiesta, mi impegnerò ad onorare il nome di questo blog compilando una lista dei posti migliori per caffè e colazioni.

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Considerazioni sparse

Metodi per risparmiare: aggiornamento

Dimenticavo il metodo di risparmio di ogni donzella del terzo millennio con una connessione internet, abbastanza faccia tosta e una vaga propensione all’esibizionismo.

Questo metodo necessita di una preparazione abbastanza lunga, ma pare dia i suoi frutti.

Istruzioni:

– Dotarsi di una connessione ADSL

– Aprire un blog

– Fare un’accurata ricerca su internet per scoprire quali sono le aziende cosmetiche più propense a donare prodotti a chiunque in cambio di miserrimi post sui blog (chiamasi marchette)

– Scrivere spesso di tali prodotti. Non sono necessari post accurati o sinceri, spesso basta fare copia-incolla del comunicato stampa che si trova sul sito dell’azienda

– Attendere di ricevere dalle aziende in questione vagonate di prodotti

– Scrivere dei doni ricevuti sottolineandone l’efficacia, il packaging delizioso, varie ed eventuali

– Repeat as needed.

Io non l’ho mai fatto, non credo di avere abbastanza scaltrezza da mascherare l’evidenza della marchetta ma a quanto pare questo deficit non è necessariamente un problema, basta fare un giro tra le centinaia di imbarazzanti beauty blog che ammorbano il web. Quindi

AZIENDE COSMETICHE! Provvedete alla mia mancanza di soldi inviandomi prodotti gratuitamente!

Ad ogni modo, decideste di farlo seguendo questa indicazioni mi aspetterei quantomeno un campioncino gratuito. O una marchetta per rendere questo blog famosissimo.

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Considerazioni sparse, Pisa

Consigli pratici per studentesse fuori sede (e squattrinate)

Dopo quasi due anni e mezzo di vita fuori sede, dopo essermi abituata alla veneranda età di ventiquattro anni a dividere gli spazi privati con estranei, dopo il successivo trasloco nella Casa dello Studente che ora mi causa tanta sofferenza e un ulteriore trauma da abbandono,

ho sviluppato particolari doti volte a risparmiare le esigue quantità di denaro che ho da gestire quotidianamente (con esigua ci si riferisce a una moneta da due euro, nel migliore dei casi), soprattutto per ciò che riguarda quelle spese necessarie ma fastidiose come il necessaire da toilette.

A un mese dalla drammatica fine della mia vita universitaria, passo il testimone a chi dopo di me si troverà ad affrontare le medesime sfide quotidiane.

  • Da alcuni mesi ho smesso di comprare lo struccante, sostituendolo in un primo momento con un panno in microfibra che inumidito e poi passato sul viso rimuove il trucco ma lascia la pelle un po’ secca, ed ultimamente con una soluzione di acqua e olio d’oliva: scuotere bene, versare poche gocce su un batuffolo di cotone, passare sul viso. Voilà.

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  • Dato che la sfortuna tende a divertirsi con la sottoscritta, ho acquistato da Kiko un correttore semi secco che ho salvato dal cassonetto sotto casa con una goccia di olio di mandorle; la consistenza è ovviamente più oleosa, ma con una passata di cipria si risolve tutto.

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  • Sto per scrivere un’ovvietà, ma i campioncini gratuiti sono i migliori amici di ogni fanciulla squattrinata ed è cosa buona e giusta farne scorta come se non ci fosse un domani. Tanto prima o poi qualcosa in profumeria la compreremo, tanto vale armarsi di faccia da schiaffi e farsi riempire di free samples. A proposito di acquisti in profumeria, altro consiglio: sostituire le tinte chimiche con gli hennè, che rinforzano il capello senza mutarne completamente il colore, così che capelli più forti + meno ricrescita uguale meno spese; oltretutto gli hennè costano meno delle tinture chimiche, quindi altro risparmio. Per chi si trova a Pisa consiglio l’erboristeria di via San Martino quasi angolo corso Italia, sia perché vendono hennè di qualità in molte colorazioni che per la gentilezza delle due proprietarie, che tra le altre cose mi hanno dato (e avevo speso appena 6,50 eur0) la bustina verde nella foto qui sotto, piena di campioncini de L’Erbolario.
  • IMG_20130403_174006Il passo successivo è mantenere l’ordine nei propri esigui spazi, problema parzialmente ovviato dalla costruzione di un portaoggetti fatto con una scatola di thè ricoperta di coloratissimi ritagli di giornale. Il risultato è carino e tutti i miei orecchini profumano di vaniglia.

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  • Ultimo consiglio, solo per le coraggiose: armarsi di ago e filo e modificare gli abiti che non piacciono più invece di comprarne di nuovi. Ci vuole pazienza ma non è necessariamente difficilissimo, giusto ieri ho tagliuzzato un paio di jeans bootcut tirandone fuori degli skinny che volevo da tempo ma che i prezzi proibitivi anche delle catene low cost mi avevano impedito di comprare. Ovviamente prima o poi dovrò pregare mia sorella di ripassare le cuciture a macchina, ma nel frattempo il risultato non è male.

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I consigli successivi sono i più banali e vanno dall’accidentale caduta in borsa di una bustina di zucchero quando si va al bar all’altrettanto accidentale caduta di una bustina di miele (i due prodotti uniti fanno uno scrub pazzesco), alla sostituzione del primo piatto a mensa con un secondo frutto così da avere un po’ di vitamine in frigo, o al riempimento di mezze d’acqua dalle colonne della mensa stessa (questo però non  l’ho mai fatto, mi vergogno).

So per certo che ci sono altri metodi di cui non sono a conoscenza, eventuali testimonianze lasciate nei commenti andranno prontamente ad aggiornare questo post.

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