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I miei due cent su David Bowie, senza velleità intellettuale alcuna

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Normalmente non amo i necrologi del web per la star del cinema o della musica di turno, figuriamoci scriverne uno di mio pugno, ma David Bowie era molto più di una star del cinema e della musica.

Lo vedo dalle decine di video pubblicati su Facebook, da chi sceglie una canzone ammettendo di amarla pur non conoscendone altre e da chi si improvvisa grande estimatore della prima ora.

Il bello di un personaggio come Bowie è, secondo me, che ha spaziato talmente tanto non solo tra le arti, ma anche esplorando ogni anfratto della sperimentazione musicale e recitando in film culto come Labyrinth e Fuoco cammina con me, per poi buttarla in caciara con Il mio west di Pieraccioni, che è impossibile non averlo incontrato, sfiorato, a volte adorato. Artisticamente parlando, s’intende.

A quanto mi dicono, l’Esile Duca Bianco è entrato nella mia vita quando ero poco più che una neonata: mia zia diciottenne, appena tornata da Londra con una zazzera ossigenata sulla testa, mi faceva da baby sitter ascoltando – perché gli anni erano quelli – Tonight in loop.

Pochi anni dopo, fu l’ora del rito di passaggio-Labyrinth: un film per bambini che è molto più di questo, è un mondo magico e crudele che rappresenta la crescita (ne ho scritto brevemente qui, se qualcuno fosse interessato).

All’ormai veneranda età di diciassette anni, per la festa di Carnevale a scuola scelsi di vestirmi da Bowie nel video di Life on Mars. Insomma, più o meno così.

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Un anno dopo, durante una scampagnata alla Settimana della Moda di Milano uno dei miei più cari amici mi regalò Reality. Impiegai mesi a capirlo, forse proprio in quell’occasione mi accorsi che Bowie è geniale (anche) nel suo essere fruibile su moltissimi livelli, ma che quando voleva farla difficile, ci riusciva benissimo.

Della serie, sicuri di aver capito cosa sto cantando, bitches?

Per molti della mia generazione, Bowie è stato un po’ così: è entrato nelle nostre playlist, nei nostri videoregistratori, nelle nostre pagine Facebook sotto diverse forme. La mia preferita, va da sé, è quella del re dei Goblin.

Anche se, al contrario di quanto disse Sarah alla fine del film, lui ha un gran potere su di noi. Non potrebbe essere altrimenti.

 

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I film dell’infanzia: l’immenso Labyrinth

Mi rendo conto che probabilmente una buona parte di chi mi legge non ha la più pallida idea di cosa sia Labyrinth, mentre l’altra parte ha probabilmente i lucciconi agli occhi a causa di decine di immagini improvvisamente riaffiorate alla memoria, tra le quali: David Bowie con leggings di diversi colori, Jennifer Connelly sedicenne con due sopracciglia che anticiparono il mood attuale di quasi trent’anni, un bambino vestito da Waldo rapito e un labirinto da affrontare.

Il film è diretto da Jim Henson (creatore dei Muppets) e prodotto dalla Lucasfilm di George Lucas, comprende una ventina di marionettisti e, ma questo è un dato positivo probabilmente solo per me, Helena Bonham-Carter fu scartata per il ruolo della protagonista, andato poi appunto a Jennifer Connelly.

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Dunque Henson, Lucas e Terry Jones (sceneggiatore, già nei Monty Python) realizzano un film fantasy che esce nelle sale nel 1986 e che sarebbe metafora del processo di crescita della giovane e iraconda Sarah.

Adolescente orfana di madre e gelosa del fratellastro Toby, il suo sentirsi incompresa la fa vivere in un mondo di giocattoli e di fiabe: il labirinto, la principessa nel carillon, tutta la sua camera da letto è intrisa di giochi e bambole che richiamano gli elementi che si snoderanno nel racconto.

Insomma Sarah invoca il Re dei Goblin (David Bowie) chiedendogli di portare via il piangente fratellino, salvo poi pentirsene e trovarsi costretta ad affrontare il labirinto che protegge la città dei goblin in 13 ore, o Toby verrà tramutato in un goblin.

Gli elementi ci sono tutti, no? Il capriccio dell’infanzia, l’errore, il percorso da affrontare che altri non è che un processo di crescita e responsabilizzazione.

Fin dal brano di apertura ogni strada sembra condurre in quella direzione: Underground, ovviamente cantata da David Bowie, che rivolgendosi ad una ragazzina (little girl) la consola:

Nessuno può biasimarti per essertene andata […] Non dirmi che la verità fa male, ragazzina / Perché fa male da morire / Ma giù nel sottosuolo troverai persone vere […] una terra serena, una luna di cristallo

‘nsomma, il buon David (ossia il re dei goblin) vuole attrarre Sarah in un sottosuolo in cui i dispiaceri e le sofferenze della vita quotidiana non esistono, e vuole tenercela piuttosto a lungo:

E’ solo per sempre
Non è poi tanto tempo

Ed è questo il vero fascino, almeno a mio parere, dell’intera storia: ammettendo che il personaggio di Bowie sia frutto, come tutto l’universo fantastico del film, della mente di Sarah, la contrapposizione tra buoni e cattivi non è poi così netta.

Tant’è che ancora oggi tendo a parteggiare un po’ per il cattivo, il re dei goblin: il suo mondo è affascinante, fatto di magia e creature fantastiche e luccica. Nel labirinto, quasi tutto luccica.

Comprese le giacche – e le guance – di David Bowie.

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Neanche le feste sembrano male laggiù nel labirinto, a meno che non si decida di infrangere eleganti pareti in vetro con una sedia rococò, in quel caso si può finire in una discarica fatta degli oggetti che amavamo e che abbiamo dimenticato.

Decisamente crudele, no?

Tornando alla storia, la giovane Sarah si avventura nel labirinto convinta di poterlo attraversare in meno di 13 ore; la sicurezza del re dei goblin che la fanciulla fallirà inizia a vacillare quando il suo buon cuore le fa guadagnare la simpatia di bizzarri personaggi che si coalizzano per aiutarla a raggiungere il castello reale: il risultato sono una serie di trucchetti e inganni (da bambini avremmo detto “sta barando!” o, come spesso fa Sarah, “non è giusto!”) che ce lo rendono un po’ antipatico, ma mai troppo.

Insomma il suo personaggio rappresenterebbe la parte più egoista e crudele dell’infanzia: faccio quello che voglio, se non mi va di prendermi cura del mio fratellino spero che qualcuno lo porti via, baro sulle regole e se qualcuno osa sottovalutarmi, cerco di terrorizzarlo.

Magari non tutti da bambini hanno avuto una tale predominanza della parte egoista della personalità, ma io sì e quindi I feel you, David.

Affrontate tutte le prove e i tranelli disseminati lungo il percorso, Sarah giunge al castello accompagnata dagli alleati che ha trovato lungo il cammino: Ludo il gigante buono (la forza), Hoggle il codardo dal cuore d’oro (la paura) e Sir Dydimus il cavaliere à la Don Quixote (il coraggio); deve infine affrontare nella battaglia finale il potente re che tenta di sedurla nuovamente offrendole i suoi sogni.

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Ora, potrebbe essere che solo ai bambini tremendamente egoisti come me si sia spezzato il cuore quando Bowie sospira I can’t live within you e quando Sarah lo rifiuta definitivamente, ma qui torniamo al chi te l’ha fatto fare di rinunciare a tutto e tornare alla tua noiosissima vita che ha le sue radici nel Mago di Oz.

Ma sì, ma certo, in fondo anche Robin Williams/PeterPan/Peter Banning in Hook afferma che vivere può essere un’avventura meravigliosa, e noi un po’ gli crediamo e un po’ facciamo finta per non annegare nella nostalgia dell’infanzia ormai lontana.

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In un modo o nell’altro, Sarah riesce a sconfiggere la parte peggiore dell’infanzia e a tenere con sé, nel caso ne dovesse avere bisogno, la migliore (di nuovo interpretata dai bizzarri alleati trovati nel labirinto). Il povero re dei goblin, sotto forma di gufo, rimane chiuso fuori dalla finestra.

Il bene ha vinto, l’eroe ha completato il percorso di crescita rinunciando ad essere il centro del suo universo personale in favore di un’attitudine più altruista. Il piccolo Toby – sempre vestito da Waldo – è salvo, Sarah può abbandonare l’infanzia e iniziare il suo processo di crescita.

Sotto questo punto di vista, la giovane Sarah sarà un’adulta leale, generosa e buona; ho sempre sperato che questo pezzo di fan-art si tramutasse in un progetto cinematografico, essendo curiosa come un delfino curioso di sapere a che punto l’egoista e affascinante re si sarebbe ripresentato a tentarla.

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Peccato.

Non che io muoia dalla voglia di rivedere il buon David in leggings.

Quindi Labyrinth è davvero solo una metafora della crescita? No, Labyrinth è prima di tutto una favola fantasy pazzesca, realizzata in modo tale che solo in un paio di sequenze gli stilemi anni Ottanta risultano fastidiosi (maledetti ralenty-con-dissolvenza) che ancora oggi è capace di affascinare grandi e piccini.

Alcuni grandi più di altri.

E sappiamo quanto una favola, per quanto controversa e piena di chiaroscuri, possa rallegrare giornate poco liete.

Poi un giorno troverò la forza di addentrarmi nella ricerca del motivo per cui Bowie qui è rappresentato come un gufo, e che abbia avuto una parte decisamente controversa e poco chiara in Fuoco Cammina Con Me, prequel di Twin Peaks in cui i gufi, come ben sappiamo, non sono quello che sembrano.

Ma non oggi.

Per ulteriori curiosità sul film, fate un salto qui.

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Impressioni di Novembre

Ho un problema.

C’è chi affermerà che ne ho più d’uno, c’è anche chi salirà in improbabili cattedre di psicologia applicata per dimostrarmi l’esistenza di tali problemi, ma purtroppo a me fregancazzo e quindi resto sul singolare maschile: ho un problema e si chiama David Bowie.

La mia relazione con l’Esile Duca Bianco che lancia dardi negli occhi degli amanti ha origini remote, e affonda le radici nella zia diciottenne che tornò da Londra appena in tempo per la mia nascita con una zazzera ossigenata sulla testa e una decina di musicassette (pirata, of course) con la discografia del bell’inglese.

Possiamo quindi affermare che la mia balia artistica sia stato proprio lui, che si chiama come il marchio di certi portafogli che compravo al mercato e che ha influito non poco nelle successive decisioni estetiche: vedi taglio corto arancione, ombretto sberluccicoso celeste Pupa (l’orrore, l’orrore…), bomber viola broccato ed altri abomini.

 (fonte)

Certo David, certo.

Non sto neanche a citare Labyrinth, ché credo sappiamo tutti a cosa mi riferisco.

Insomma ho sempre amato Bowie di un amore devoto e fedele, sono arrivata ad ascoltare a ripetizione Reality fino a trovarvi degli elementi piacevoli (non è stato semplice), la scorsa estate ho persino acquistato una tee con l’immagine della copertina di tale album anche se era troppo grande, anche se costava troppi soldi.

Quando ho letto il nuovo libro di Christiane F., ho sfanculato i passaggi in cui parla male del Duca pensando “una quattordicenne eroinomane si stupisce che un artista del suo calibro non avesse nulla da dirle?”, tralasciando che un po’ di creanza e buone maniere non si negano neanche a un’adolescente troppo avvezza agli oppiacei.

E insomma nonostante questa cieca (e a volte anche sorda) adorazione, non ce l’ho fatta ad ascoltare The Next Day, l’album del 2013, senza la fastidiosa impressione di star ascoltando Reality.

Terribile. Incommentabile (cit).

So di averne parlato bene in precedenza, accecata dal fascino dei primi due singoli e soprattutto del video con Tilda Swinton, ma signore e signori che terribile errore.

Per non parlare del nuovissimo Sue (Or in a Season of Crime), che vanta un testo meraviglioso ma che musicalmente non mi arriva (cit. di nuovo).

E quindi sto qui a chiedermie a chiedervi, come se non avessi altro da fare: l’affetto, l’ammirazione, la stima sono davvero incondizionati? è possibile sorvolare su cagate pazzesche, su delusioni apparentemente insuperabili in virtù di quello che è stato, di un passato glorioso che forse non ritornerà?

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