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Cose che ho imparato sul lavoro, parte terza: riposare il cervello

Ieri l’operatore telefonico a cui mi sono affidata per cazzeggiare su Instagram in orario di ufficio intrattenere importanti contatti con le italiche vette ha compiuto il salto verso il 4G, la connessione supermegaveloce che, dopo settimane in cui mezza città usufruiva di internet alla stessa velocità del 1999, è stata una piacevole sorpresa.

Peccato che alcuni minuti dopo, sia arrivato puntuale il messaggio che mi informava di aver superato l’80% dei GB compresi nel mio piano tariffario.

Esattamente quello che accade con il lavoro: scegliendo un lavoro poco impegnativo, o che non interessa particolarmente, si vivacchia senza grandi slanci né grandi cadute e forse non è il sogno che si aveva da bambini, ma insomma, c’è l’affitto da pagare e quindi si fa.

Oppure si sceglie, o finalmente si ottiene, un lavoro intellettualmente stimolante, dinamico, nel quale spalancare le proprie ali e dare il meglio di sé: inevitabilmente si finisce a lavorare 15 ore al giorno, ad accettare paghe che neanche nei cotonifici inglesi del XIX secolo o a esaurirsi mentalmente e fisicamente fino a ridursi a un cumulo di stracci con i capelli sporchi di cinque giorni e la congiuntivite nervosa.

Questa “legge di Murphy” ha ovviamente le sue eccezioni, ma in generale ne sono stata succube in più di un’occasione ed eccoci di fronte alla terza cosa che ho imparato sul mondo del lavoro: strapazzarsi non deve diventare una routine.

Dedicarsi completamente ad un progetto per un periodo di tempo limitato fa bene, è una sorta di esercizio fisico oltre che mentale: è un po’ la differenza tra la prima parte di una gara e lo sprint finale. Affrontare l’intera gara come si affronta lo sprint prima del traguardo è folle, dannoso e fonte di errori.

Come quando un video della mia cuginetta finì in una trasmissione tv che per fortuna non era in diretta.

Lavorare costantemente come se si fosse a poche ore da una scadenza non fa bene e alla lunga fa fare errori,

Come quando bloccammo l’intera azienda per tre ore per un messaggio non consegnato.

fa dimenticare elementi importanti senza i quali il momento in cui la concentrazione è davvero necessaria può diventare una Waterloo.

Come quando dopo una trasferta, dimenticammo uno striscione pubblicitario enorme e nuovo di pacca a 600 km dalla ditta.

Prendersi del tempo per sé e conservare abbastanza energie per svolgere attività piacevoli consente di lavorare meglio rispetto allo stress costante che alla lunga toglie lucidità e prontezza.

Ve lo dice una minchiona che una mattina ha pianto perché una persona a caso si è messa a fare la bulla su un lavoro che manco le competeva.

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Infine, soprattutto per quanto riguarda i lavori creativi, il modo migliore di stimolarsi è fare delle piccole pause durante la giornata per leggere qualcosa, ascoltare della musica e simili.

Senza esagerare, ché poi si fanno le sei senza che l’e-mail sia stata neanche aperta e si finiscono in un giorno i GB sul cellulare.

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Considerazioni sparse, teledipendenza, Uncategorized

Cose che ho imparato sul lavoro: rimuovere “teamwork skills” dal CV

Un’improvvisa ispirazione mi è planata davanti agli occhi, un fulmine mi ha attraversato il cervello e nel giro di una manciata di secondi ho capito quale sarebbe stato l’argomento del secondo caiptolo della rubrica Cose che ho imparato sul lavoro.

Se per molti anni la mia vita professionale è stata benedetta dalla presenza di colleghi e colleghe piacevoli – almeno quelli con cui mi trovavo a stretto contatto – con i quali sono riuscita ad instaurare facilmente rapporti di amicizia duraturi, ad un certo punto ho dovuto imparare che non ogni collega è un amico, non ognuno di loro ha ben chiari i limiti della libertà personale e che anche se alcuni di loro mi possono sembrare svegli come muri di cemento, cortesia e gentilezza sono necessarie.

Quasi sempre.

Parliamo fuori dai denti, se fossi una persona in grado di confrontarmi col prossimo, probabilmente non scriverei un blog ma finalmente mi impegnerei nel tentativo di scrivere una sceneggiatura (ah ah ah); se avessi the guts per dire a chi mi straccia i maroni che mi sta stracciando i maroni, probabilmente vivrei meglio ma poi non avrei niente per cui lamentarmi e sarei costretta a fare, non so, il bucato o il minestrone da congelare.

Non sto qui a parlare di simpatie, anche se bisogna ammettere che se le abitudini fastidiose provengono da persone che ci piacciono, esse risultano molto meno pesanti; qui si parlerà di atteggiamenti che la buona norma vorrebbe estirpati alla radice e bruciati in mezzo alle sterpaglie a inizio autunno.

Cosa fare se le norme minime del vivere comune vengono sistematicamente ignorate da persone che già in partenza non gradiamo particolarmente?

L’esperienza recente mi ha portata a considerare una soluzione che ho imparato grazie al mio discernimento dalla vita reale in favore delle serie tv. Don’t believe me, just watch:

Lo so, me ne rendo conto, è una soluzione che potrebbe causare strascichi poco piacevoli, così come mi rendo conto che la mia incapacità di reazione (a volte ci metto giorni a capire che mi è stata detta una cattiveria, anima candida che sono) si sposa male con un atteggiamento à la Chloe (Chloe è la brunetta interpretata da Kristen Ritter qui sopra).

Tempo fa, ho avuto molto da imparare da due miei superiori: uno di loro utilizzava occhiate-lanciafiamme per inibire esplosioni di maleducazione e incompetenza generalizzate, l’altro preferiva un approccio diretto e sincero, oh se era sincero.

Sono entrambe soluzioni adottabili, ma nei casi in cui sia possibile prevenire l’invivibilità lavorativa credo che simpaticissime e-mail gonfie di smile con piccoli suggerimenti e delicate richieste di civiltà possano essere d’aiuto.

Oh, anche il silenzio di fronte a domande di straordinaria imbecillità aiuta. Mutismo completo, espressione simile ai faccioni sul Monte Rushmore, sguardo fisso davanti a sé e avanti così tutto il giorno, che otto ore non sono poi così lunghe.

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La Lista della Vergogna: ecco perché sono una pessima collega

Da giorni ho pronto un post sui fragili equilibri negli ambienti di lavoro, o per dirla facile sulle fastidiose abitudini delle persone con cui si condivide l’ufficio, e di come fare per sopravvivere senza venire arrestati per tentata strage o, peggio, per mobbing.

Però stamattina ho dovuto fare ammenda e ammettere a me stessa di essere una collega di lavoro con abitudini tremende. Almeno per certi versi.

L’epifania mi ha colta mentre applicavo diligentemente dei cerottini su entrambi i talloni (cazzo di scarpe da corsa che dovrebbero essere comode e invece mi massacrano i piedi): mi sono chiesta se potesse essere un atto fastidioso per i miei compagni d’ufficio, soprattutto perché in quattro dividiamo uno spazio non esattamente enorme.

Da lì a fare un elenco di tutte le abitudini che potrebbero infastidire i colleghi e spingerli a lanciarmi giù dal balcone quando esco a telefonare, il passo è stato breve.

A mia discolpa, devo dire che quasi tutte le cattive abitudini di cui sono portatrice malsana possono essere racchiuse nel macroinsieme del “mi pesa il culo e non voglio andare in bagno per qualsiasi stupidaggine”, che in questi termini può far supporre che io utilizzi i vasi delle piante come wc, ma viggiuro che no.

Quello che faccio comodamente seduta alla scrivania, in taluni casi con l’ausilio della webcam così non devo neanche usare lo specchietto, si trova nella Lista della Vergogna che ora vado a compilare:

  • Applicare cerotti su varie aree dei piedi
  • Applicare o ritoccare il rossetto
  • Fare lo scrub alle labbra, quello che ho preparato alcuni giorni fa
  • Mangiare i cracker, che come già detto in questo periodo ho una fame che Enrico VIII Tudor levati (nel link, una preview delle dimensioni che presto avrà il mio viso)
  • Applicare con nonchalance un deodorante (rool on, che mica sono una bestia)
  • Ascoltare la musica a volume molto alto, anche se in cuffia (qui c’è un motivo, ma ne parleremo nel post sulle cattive abitudini altrui)
  • Rispondere male quando a mio insindacabile giudizio mi viene posta una domanda stupida, atteggiamento che denota una certa dose di spocchia e arroganza ma che non riesco proprio ad evitare.

Credo che alla luce di tutto ciò, oltre ad invitare chiunque ne abbia voglia a condividere la propria Lista della Vergogna, il gesto più onesto che io possa fare è rimuovere la dicitura “good team work skills” dal mio CV.

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A onor del vero, oltre ai cracker mi ingozzo anche di preparazioni più elaborate. Sempre in orario di lavoro.

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Un esempio di attività che dovrei svolgere in bagno e che invece svolgo comodamente seduta sul mio culo

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A volte tengo la musica talmente alta da poterla ascoltare con le cuffie lontane dalle orecchie.

A proposito, come si può notare con il blu si intravedono vaghi segni di ripresa: siamo arrivati alla base neutra + decori blu-celesti, stiamo facendo passi avanti.

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Cose che ho imparato sul lavoro, episodio 1

Inauguriamo questo settembre con una rubrica nuova di pacca, elaborata a seguito della serie di sfortunati eventi capitatimi in ambito professionale negli ultimi mesi. Sento di dover sottolineare che di soli drammi lavorativi si tratta, perché nonostante la diarrea verbale e l’assoluta mancanza di pudore (dopotutto scrivo un blog), continuo a pensare che certe cosucce sia meglio custodirle in altri luoghi.

Una premessa è d’obbligo, perché se dopo mesi di silenzio mi ripresento vagheggiando di drammi professionali senza contestualizzare, facevo prima a comprare un bloc notes e a riversarvi i miei drammi senza tediare l’internet.

Dunque, premessa: poco meno di tre mesi fa, l’azienda in cui lavoravo ha subìto un terremoto che neanche se Kim Kardashian scivola e batte il suo notevole posteriore per terra. Senza entrare nel dettaglio, è stata una situazione a tratti disperata e ad altri esilarante, che si è conclusa in un esodo più o meno forzato di gran parte del personale verso altri lidi.

Fedele a dieci anni di saltellamenti tra un’azienda e l’altra, ho deciso di andarmene prima che mi cacciassero a calci nel culo e nel giro di alcune settimane ho iniziato a lavorare in un contesto molto diverso, ma sempre legato ai media e alla comunicazione.

Orbene, guardandomi indietro ho capito di aver accumulato una notevole esperienza di errori più o meno madornali che mi piacerebbe, nei limiti del possibile, evitare da ora in poi.

Senza ulteriori indugi, partiamo con il primo errore, non necessariamente il più grave.

Non condividere sui profili social privati notizie o post legate al luogo in cui lavoro.

Beh, qui è necessaria una precisazione. Un conto è fare marketing leggero, inserendo qua e là riferimenti a prodotti o servizi, un altro è condividere spasmodicamente contenuti sfacciatamente promozionali.

Voglio dire, lo scorso anno mi sono sprecata nel consigliare i prodotti di un’azienda ma, giuro, l’ho fatto perché quei prodotti sono una fottutissima bomba. Tanto che pur vivendo in un Paese in cui non sono distribuiti, continuo ad utilizzarli regolarmente.

Però alcuni mesi fa ho scritto un post su Facebook con il quale facevo fondamentalmente promozione all’azienda in cui lavoravo (quella del culo di Kim Kardashian, per intenderci), e sono convinta che fu un errore: prima di tutto perché i miei contatti Facebook non sono necessariamente amici stretti, quindi condividere informazioni troppo dettagliate sul luogo in cui lavoravo – e nel mio caso si tratta anche di un altro Paese – non è necessariamente una buona idea.

Ma non è questa la motivazione principale.

La vera ragione è che il mio profilo privato è il mio cazzo di profilo privato, mentre la pagina ufficiale di un’azienda è una cosa completamente diversa e se gestita bene, non necessita che i dipendenti si sforzino di tirare l’acqua al suo mulino. Quando una Social Web Manager mi chiese di “fare like” ai post della pagina dell’azienda, avrei voluto risponderle che mi stava fondamentalmente comunicando di non essere in grado di svolgere il suo lavoro in modo adeguato.

Un bravo addetto ai social non ha bisogno di molestare i colleghi o di spammarne i profili, mossa peraltro abbastanza controproducente.

Terza ma non ultima ragione per mantenere un distacco professionale sui propri profili privati, non sai mai che fine farà l’azienda in cui lavori o in che termini il vostro rapporto si chiuderà: la vergogna e il darsi dell’idiota per aver confuso lavoro e vita privata in modo troppo sfacciato bruciano, oh se bruciano.

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30ThingsAboutMe, Considerazioni sparse

Crescere un po’ (o anche no)

A volte si verificano situazioni che mai avresti preventivato nell’istante in cui il sonno della ragione di ha spinta a cliccare “crea nuovo blog” su WordPress, e non mi riferisco agli ormai noti incesti in fattoria: c’è che in alcuni sporadici casi, le minchiate acute riflessioni, peraltro non richieste, che riverso su queste pagine e sul mondo si rivelano vagamente utili a qualcuno, e non posso che gioirne tramite brindisi autocelebrativi a base di consistenti dosi di distillati provenienti dall’area anglofona del continente (o di salutari succhi di melograno, come più spesso accade ultimamente).

Queste situazioni si verificano sovente da quando pubblicai quel post sui metodi creativi che alcuni agenti commerciali di aziende per la fornitura di energia elettrica non meglio specificate (dagli agenti stessi) utilizzano per far firmare fraudolentemente dei contratti: il post in questione riceve visite quasi quotidianamente, sintomo – credo – che quelle coppie stile il gatto e la volpe ancora scorazzano per i pianerottoli di ignari cittadini, consapevolezza questa che non mi rende particolarmente serena ma non vedo l’ora di trovarmeli davanti di nuovo.

È accaduto di nuovo questa mattina, mentre con gli occhi ancora gonfi ma accuratamente truccati e una tazza di tè verde non zuccherato in mano cazzeggiavo mi informavo su temi politici, economici, ambientali e ora la smetto tanto ci siamo capiti, se non stavo guardando i tutorial di CarlitaDolce poco ci mancava.

Insomma, questo lettore (ciao Davide!) mi ha chiesto delucidazioni sul magico e oscuro mondo del DAMS, a cui ho risposto volentieri, per poi concludere con una spinosa domanda sulle possibilità lavorative che offre tale facoltà.

Ok, smettiamo tutti di ridere, diamoci un contegno, siamo persone adulte e non fa ridere prendersi gioco delle disgrazie altrui.

A parte se queste riguardano il delitto Matteotti, che voi non lo sapete ma quando mi sento sfigata e inutile accendo la tivù su RaiStoria sperando ci siano documentari che mi ricordino che non mi va poi così male.

Dicevo, la domanda sul lavoro.

Basta ridere, su.

Mi ha fatto ricordare che avevo omesso di raccontare che, contro ogni previsione oggettiva o astrale, ho un lavoro.

Un lavoro vero, eh. Con tanto di scrivania e telefono. Pazzesco, vero? Vi pregherei di non dare immediatamente il via al totoscommesse sulla data in cui verrò licenziata con disonore, grazie.

Visto che, tra l’altro, non sto scrivendo in orario di lavoro ma ho furbescamente programmato il post ieri sera. 

Com’era prevedibile (da tutti tranne che da me), settare il mio corpo e la mia fragile mente su nuovi, rigidi orari non è stato particolarmente semplice o indolore.

Sul mio cellulare sono attive una quantità tale di sveglie che farei prima a non andare a dormire.

La sera (o come accade molto più di frequente, la mattina) devo prepararmi il pranzo. Com’è prevedibile, mi sto nutrendo perlopiù di insalate.

Lo so, c’è chi sta peggio, Matteotti per esempio. Ad ogni modo, ad uso e consumo dei miei amati lettori e magari anche a quelli che giungono su questa pagina cercando un buon motivo per intraprendere un percorso di studi potenzialmente suicida, inizierò a breve a deliziarvi con i furbissimi barbatrucchi che sto utilizzando per comportarmi, per la gioia di tutti e soprattutto di mia madre, come una persona adulta e responsabile.

Primo capitolo: risveglio e colazione.

Coming soon. 

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