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Wake me up quando mi passerà la letargia

Saranno le giornate più corte, le temperature più basse, l’aumento di cose da fare e di luoghi in cui andare, o forse l’innata letargia che è forse tipica di chi in autunno c’è nato, sta di fatto che le energie mi hanno abbandonata e anche dopo quelle notti in cui riesco a dormire più di otto ore, sono una larva che si trascina indossando fin d’ora gli stivaletti invernali, neanche abitassi in un anfratto alpino.

A malapena resto sveglia quando dovrei, quasi mi addormento sull’autobus nonostante la guida estremamente sportiva degli autisti, se non esco in pigiama o in ciabatte è un miracolo.

Stamattina ho persino fatto colazione con muesli e acqua, ma a mia discolpa ho reso il pastone un po’ meno disgustoso con farina di cocco e polvere di cacao amaro.

Insomma, a mettere insieme le idee per il post sui libri non ce la faccio. Sarà l’ansia da prestazione che mi coglie quando mi avvicino alla letteratura con fini divulgativi, ma proprio non ce la fo.

Magari diventerà un post di consigli per i regali di Natale, ammesso che qualche amico di chi mi legge ami leggere tomi leggeri e piacevoli come un’emicrania da sinusite.

Intanto trascorro i pochi momenti liberi di veglia bevendo tè anni Novanta come quello alla rosa canina che ho portato dal Kosovo, facendomi tingere i capelli di biondo violino (miseramente sparito dopo un paio di lavaggi), creando improbabili decorazioni autunnali per la casa (ossia barattoli in vetro riempiti di pigne dorate, rose secche e fili di lucine al Led di Tiger) e guardando le serie tv dell’adolescenza, come Buffy e Will & Grace.

Se solo potessi evitare di uscire di casa per andare in ufficio e trascorrere effettivamente le mie giornate in pigiama e ciabatte, allora sì che sarebbe un autunno degno di nota.

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#CoseBelle, Art for Art's Sake, cinema, Monday Mood(s), Uncategorized

#MondayMoods: guarda, leggi, commenta. Possibilmente a sproposito.

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Complice una visita familiare che ha reso le mie gambe più toniche e il mio stomaco più prominente, il tempo da dedicare a quel calderone di cose che in un modo o nell’altro possiamo definire cultura non è stato molto.

Serie Tv

Ho riguardato – in un tempo un po’ più lungo degli ultimi sette giorni – tutto The Mentalist, perché mi ero dimenticata chi fosse Red John e perché durante il fine settimana in Grecia ho avuto occasione di parlare di questa serie che a suo tempo bistrattai un po’. Penso che sia un prodotto piacevole, gestito in modo intelligente e senza prendere (troppo) in giro lo spettatore con fastidiosi cliffhanger, con dei personaggi notevoli.

Libri

Sto rileggendo, a una decina di anni dal primo incontro, 54 di Wu Ming. Ne approfitto per condividere il mio scetticismo nei confronti degli e-book: non è questione di snobismo da carta stampata (o da maestra d’arte in arte della stampa e restauro del libro) e sebbene le borse più leggere e la possibilità di saltellare tra un libro e l’altro senza dovermi portare volumi appresso siano ottimi motivi per apprezzare il formato elettronico, i miei occhi un po’ problematici e la vanità che mi fa preferire un viso senza occhiaie hanno la meglio.

Per non parlare della differenza che un libro cartaceo può fare su Instagram. Ammettiamolo, sia i paperback che le edizioni economiche danno un’allure vintage e intellettuale alle foto.

Le occhiaie da e-book sono evidenti epoco estetiche, a meno che non si abbiano 16 anni o il viso di Carolina Crescentini.

Film

Ho guardato l’ultimo di Michael Moore, Where To Invade Next. È un film gradevole, moderatamente interessante, caratterizzato dalla punta di orgoglio americano tipico dei lavori precedenti del regista che tendo a giustificare pensando che volendo cambiare gli Stati Uniti, se Moore si limitasse a sottolinearne solo i lati negativi il pubblico non empatizzerebbe con il contenuto; la sviolinata a stelle e strisce è volta a coinvolgere un’audience che volente o nolente, negli USA ci vive e probabilmente ha la bandiera issata in giardino.

Ne consiglio la visione, anche solo per pensarci due volte prima di tentare la Lotteria Americana per la carta verde.

 

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Art for Art's Sake, cinema, Libri

Libri per ogni stato d’animo, volume 1: schermaglie familiari

Le famiglie allargate possono essere fonte inesauribile di novità e di allegria, ma a volte sono dei covi di serpi.

Quando poi si mischiano affari e affetti, il rischio Guerra dei Roses è dietro l’angolo.

Chiedetelo ad Adán Barrera, uno dei protagonisti de Il potere del cane e del suo sequel, Il cartello.

Trent’anni di guerra con Art Keller, prima alleato e poi acerrimo nemico in una relazione alla Red & Toby Nemiciamici.

Perché Adán Barrera è un pezzo grosso dei narcotrafficanti messicani, mentre Art è un agente dell’antidroga. Insomma, roba che la faida tra Capuleti e Montecchi sembra una schermaglia tra dirimpettai, perché se Art ha alle sue spalle la potenza di fuoco degli Stati Uniti – o almeno è quello che crede, Adán ha con sé un’organizzazione apparentemente invincibile, feroce econnessa a tutti i livelli.

Il problema sorge quando Art Keller, dopo aver stipulato un accordo apparentemente vantaggioso per sradicare la produzione di oppio in Messico, scopre che la sua controparte – Miguel Angel Barrera, lo zio di Adán – l’ha un tantinello usato per raggiungere scopi non troppo nobili.

La reazione di Art è quella che capita a tutti quando uno zio o un cugino ti offrono un lavoro e finisce che non ti pagano, o che ti ritrovi a svolgere mansioni che non erano negli accordi: t’incazzi come una biscia e mediti vendetta.

Peccato che la vendetta in casa Keller-Barrera preveda sparatorie, morti ammazzati, torture e tradimenti.

E se alla fine del primo romanzo, datato 2005, sembra che la guerra personale tra i due protagonisti sia giunta a una conclusione, il secondo (2015) mostra che non è così, e che sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico niente è come sembra, a parte la morte.

Attorno ai due antagonisti si muovono cecchini irlandesi, mafiosi italiani appassionati di pesche sciroppate, alte cariche vaticane e personaggi tanto puliti e onesti che ad ogni pagina se ne teme il decesso.

Poi il terremoto che nel 1985 distrusse Città del Messico, le FARC colombiane, degli esuli cubani e la mano lunga dell’Opus Dei.

A onor del vero sono solo a metà de Il cartello, ma in questo romanzo all’equazione si aggiungono giornalisti onesti e poliziotti sporchi come una canna fumaria, il femminicidio di massa di Ciudad Juárez e le elezioni presidenziali messicane, il culto della Santa Muerte e chi più ne ha, più ne metta.

Consigliati a chi è in un momento di rotta con la famiglia, per sublimare con la letteratura la voglia di scatenare una guerra civile per far valere le proprie ragioni.

Tra l’altro, l’anno scorso l’autore, Don Winslow, ha finalmente ceduto i diritti di entrambi i libri e pare che Ridley Scott stia lavorando all’adattamento de Il cartello e che avrebbe richiesto Leonardo Di Caprio come protagonista: certa che non ne faranno una porcata come accadde con un altro romanzo di Winslow, Bobby Z – Il signore della droga, attendo fiduciosa l’inizio della produzione.

 

 

 

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Considerazioni sparse, Libri, teledipendenza

Iniziare il 2016 senza voice over si può

A posteriori, mi sembra quasi assurdo aver scelto – ormai dodici anni fa – di studiare cinema: a causa di un traumatico incontro con il film Piccole Donne, nella mia scala di valori la letteratura ha sempre battuto il cinema a mani basse.

C’è da ammettere che quella scala non è cambiata poi così tanto, considerando che come specializzazione (e amore incontrastato) ho scelto la sceneggiatura.

Non mi è ancora oggi facile approcciare l’adattamento di un libro che ho letto senza un po’ di pregiudizio, ma a mia discolpa c’è da ammettere che spesso gli adattamenti risultano troppo letterari e poco filmici. Per capirci: la mia modestissima e facilmente criticabile opinione è che se un adattamento è costruito sul voice over, cioè se sceneggiatore e regista non riescono a usare le immagini per veicolare ciò che vogliono trasmettere, tanto vale lasciare in pace libro e scrittore e dedicarsi ad altro.

Tuttavia ieri, trovata casualmente una miniserie tratta da Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, non ho potuto resistere a guardarla immediatamente.

Il libro della Christie mi fu regalato da mia sorella maggiore per l’undicesimo compleanno; lo finii molto in fretta e nel corso degli anni, l’ho riletto più volte perché diciamocelo, è un giallo cazzutissimo.

Cosa quindi, mi ha spinta a rischiare di sorbirmi tre ore di un prodotto potenzialmente mediocre e, peggio ancora, con la possibilità che fosse narrato in voice over?

Potrei rimandare la risposta ai diversi post che ho dedicato alla serialità televisiva britannica, per la quale nutro un’ammirazione che rasenta l’idolatria (se voleste saperne di più, cliccate qui), ma riassumo qui alcuni motivi per i quali se amate la letteratura e gli audiovisivi di buona qualità, dovreste dare una chance a questa serie.

Primo, gli inglesi sono bravissimi a veicolare il messaggio tramite immagini e di conseguenza, niente voice over; inoltre, grazie a una fotografia magistrale tali immagini sono obiettivamente molto belle.

Proseguendo, scopriamo che l’aderenza all’opera letteraria è quasi totale, ad eccezione di alcune modifiche politically correct (Nigger Island diventa Soldier Island e altre cosine così) e di piccoli dettagli poco rilevanti.

I personaggi sono convincenti (ma qui c’è da ringraziare Agatha Christie) e gli attori li interpretano molto bene (e qui invece si ringrazia l’addetto casting), ma soprattutto, mentre il finale del libro prevederebbe, in un adattamento particolarmente fedele, un voice over, con un colpo da maestro questo non accade.

Sembrerò folle, ma un voice over quasi certo che si tramuta in un dialogo è per me più emozionante di Jim Carrey nei panni del Conte Olaf, o dei flashback di Beautiful con tutti i modi in cui Stephanie ha tentato di uccidere Brooke.

Insomma, se siete ancora in ferie e volete trascorrere tre ore in compagnia di una serie ben fatta sia narrativamente (di nuovo, grazie Agatha) che visivamente, se amate le atmosfere retrò e i crimini impuniti, And then there were none è una buona scelta.

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Monday Moods: piccole gioie domestiche

Visto che siamo nella settimana di Halloween ma il post sui film e le serie tv consigliate per un sabato sera giovane e pazzerello l’ho già scritto, i Moday Moods riguarderanno altro.

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Libri.

Sto leggendo, nelle poche serate in cui non mi addormento alle 22 davanti al computer, un libricino che comprai non so quando né dove per una cifra che difficilmente superò i due euro.

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Una storia semplice raccontata con uno stile narrativo delicato e solo in pochissime occasioni leggermente ridondante. Una storia d’amore non d’amore, l’atmosfera un po’ sfocata dei ricordi lontani, il tentativo di non romanzare a posteriori un personaggio, Bruna, che pare fin dall’inizio avvolto da un’atmosfera spettrale.

Frivolezze.

Saremo anche femmine in carriera, ma certi dettagli da donzelle possono far bene all’anima: le routine di bellezza, per quanto possano essere basiche, sono un modo per prenderci cura di noi stesse e SIGNORE IDDIO FERMATEMI, MI STO ESPRIMENDO COME SE STESSI PUBBLICIZZANDO UN PRODOTTO.

Quello che intendo è che avere dei piccoli rituali per la domenica sera può contribuire a non far sentire così tanto la malinconia da lunedì incombente che il beneamato Giacomo L. espresse così bene un paio di secoli fa:

diman (domenica, ndr) tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.

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La mia beauty routine della domenica sera è darmi lo smalto sulle unghie sorseggiando secchielli di tè verde aromatizzato con miele e zenzero, magari ascoltando l’album che associo, forse solo perché la terza traccia è intitolata Sunday, alle domeniche placide senza un cazzo da fare.

Visto che in frivolezze c’è finita anche la musica, non ho motivi di dilungarmi oltre. Buona settimana di fine ottobre a voi.

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Monday Moods, #freepress edition

Ci proviamo a mantenere viva questa rubrica, che a scriverla ci va poco e finalmente ho realizzato un header che non fa sanguinare i dotti lacrimali?

Ci proviamo.

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Cinema, Serie tv e simili, ossia i miei passatempi preferiti oltre ad applicare e poi rimuovere maschere per il viso peel-off.

Sto riguardando Scrubs dalla prima stagione: per chi non lo conoscesse, è una comedy ambientata in un ospedale, narrata (orrore) dalla voce fuori campo del protagonista, il dottore alle prime armi JD. Voice over a parte, è un piacevole tuffo nel passato, visto che MTV l’ha trasmessa a ripetizione per anni; anzi, credo sia stata proprio questa serie a far intravedere ai capoccioni del network i vantaggi di trasmettere serie tv invece dei video di P.Diddy che anche ammettendo li volessi guardare, potrei comodamente farlo da YouTube.

La visione di Scrubs è iniziata subito dopo aver finito di riguardare la settima stagione di How I Met Your Mother, forse per questo ho notato per la prima volta che le due serie hanno molto, moltissimo in comune. Con la differenza che grazie al cielo (e agli autori), JD non sfracella i marroni del mondo intero cercando la persona giusta ad ogni angolo di strada.

Libri, che tanto ci piacciono nonostante il poco tempo per leggerli.

Dato che ancora non parlo la lingua madre del Paese in cui abito da ormai quasi un anno e mezzo, ho avuto la splendida idea di leggere libri in lingua. Inglese. Che non si sa mai dovessi dimenticare l’unica lingua straniera che davvero padroneggio.

La scelta è ricaduta su un’edizione stupenda di Little Women, l’unico libro a parte Peter Pan che mi fa piangere dalla prima pagina, dal “Natale senza regali non è un vero Natale” di Jo: che ci volete fare, anima candida e campagnola sono, da ragazzina passeggiavo tra i filari di viti in autunno rubando l’uva sognando gonne di velluto marron con colletti alti e abbottonati fino al mento.

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Non so se sia un mood, ma sono stata bloccata su Facebook da una giornalista che si ritiene una paladina della libertà di stampa. Qui la storia in screenshot.

Concludo con un mood affatto culturale: ieri sera la nazionale di calcio albanese ha vinto contro l’Armenia, qualificandosi per gli Europei Francia 2016. Vittoria che mi ha portato indietro di nove anni, quando accadde questa cosa qui.

A proposito, invito chiunque non mi segua su Facebook a farlo, poiché se qui ho qualche filtro dato dal pudore, lì manco per sbaglio.

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Monday Mood(s)

Monday Moods, un paio di anni dopo

Nell’estremo tentativo di dare un ordine almeno ad un aspetto della mia vita, ho pensato di iniziare (e probabilmente finire) con le cose semplici, riesumando i Monday Moods e cercando di dar loro un’intestazione che non urli TRISTEZZA da ogni pixel.

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Comincio con il cinema, che non ne scrivo da tanto e ormai molti lettori avranno immaginato – senza tutti i torti – che sia diventata una decerebrata. Sono tutti film visti per la seconda/terza/diociottesima volta, niente di troppo recente.

Il Padrino – trilogia sogno di ricevere un mazzo di fiori enorme per poter commentare What’s this nonsense come il buon Marlon B., di dire a qualcuno Did you go to college to become stupid? You’re stupid! come Sonny a Michael in uno dei flashback, per non parlare della morte di Mary Corleone alla fine del terzo film: una scena capace di risollevare anche le giornate più difficili. Consigliato a chi ha recentemente litigato con qualcuno e vuole sublimare la rabbia.

I soliti sospetti niente, neanche questo film, può impedirmi di dormire durante le scene di sparatorie o inseguimenti: è più forte di me. Consigliato a chi non crede nel potere di una fervida immaginazione.

Animal House ripensare agli anni dell’università convincendosi che tornando indietro si sarebbero fatte scelte diverse è inutile e deleterio: questo film insegna come alcolismo, goliardia, occasionali depravazioni, uccisioni di equini e media dei voti intorno allo zero non avranno alcun peso nella vita “adulta”. Forse. Consigliato ai cosa sto facendo della mia vita.

Spostiamoci sui libri, anche se naturalmente anche qui abbiamo riletture di volumi che hanno volato con me, un anno e qualcosa fa, sul Malpensa-Torino di AirOne.

La casa degli spiriti che come Cent’anni di solitudine, mi frega costringendomi, se abbandono la lettura per qualche giorno, a ripartire da capo perché mi perdo inesorabilmente. Consigliato a chi pensa di avere una famiglia strana (check) ma ne ha comunque nostalgia (check).

Se questo è un uomo trovandomi da alcuni giorni impelagata in un dibattito su questo argomento, ho pensato di riprendere il libro con cui all’età di otto anni feci infuriare mio padre (il quale riteneva che quella non fosse un età adeguata per simili letture, soprattutto senza supervisione e/o spiegazione del contesto). Consigliato a chi si lamenta del suo lavoro, dei colleghi o del capoufficio.

E questo è quanto, se escludiamo una rinnovata ossessione per un medley di David Bowie del 1973 che vado a inserire qui sotto.

Giusto per avere una scusa per ascoltarla di nuovo.

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