amori, cinema, Considerazioni sparse, musica

Considerazioni sparse: da grande voglio somigliare a… (anzi, fossi figa somiglierei a…)

Quando ero un po’ più piccola*, capitava sovente di trovarsi con le amiche (e nel mio caso, anche con gli amici) e di lasciarsi andare a conversazioni oziose, sognanti e del tutto prive di velleità culturali.

Ho ripensato ad alcune di esse smantellando la mia camera, in quanto molte superfici del mobilio sono decorate con ritagli di giornali e settimanali (principalmente Ciak e FilmTv, con incursioni di Vanity Fair e D la Repubblica delle Donne), che rappresentano nella maggior parte i soggetti di quelle oziose discussioni.

Amavamo confrontare i nostri imperfetti visi, corpi e cervelli con quelli degli attori che molti di noi studiavano, desiderandoli e quasi divertendoci nello scoprirci così irrimediabilmente inferiori. Come se fosse possibile essere superiori ad un’icona, o ad un mito.

Uno dei miei amici desiderava Cillian Murphy, e ne desiderava anche le sembianze. Come il suo desiderio rasentasse l’ossessione al punto da farci compiere un viaggio attraverso l’Europa nella speranza di incontrarlo è un’altra storia.

Un altro sosteneva che ci fosse una somiglianza tra me e Liz Jagger, ma in senso derisorio: ne aveva trovato una foto su Vogue, vestita male e con un’espressione francamente bruttina. La cruda realtà è che la fanciulla in questione è molto bella, e che tutto si può dire fuorché che io le somigli.

Però avrei voluto somigliare a Liv Tyler (o meglio, avrei voluto somigliare alla Liv Tyler di Io ballo da sola). Ironia vuole che la mia più cara amica le somigliasse in modo incredibile.

Accanto ad un’immagine tratta dal film in questione spiccano i volti di Audrey Hepburn in bianco e nero con le labbra colorate in fucsia, lo Ziggy Stardust di Bowie allo specchio, Rita Hayworth nei panni di Gilda, Marilyn Monroe e Jack Lemmon sul set di A qualcuno piace caldo, un fotogramma di Billy Elliott ed uno di The Dreamers, l’immagine di una Mini rosa e la foto di un’attrice porno di cui non ricordo il nome, vestita di fiori tropicali.

Infine, le locandine de Il monello e di Match Point ed alcune immagini di Jonathan Rhys-Meyers, verso il quale nutrivo gli stessi sentimenti ambivalenti del mio amico verso Murphy. Nel senso che, se il caso avesse voluto farmi nascere maschio, avrei voluto avere quell’aspetto. Come al solito, mi sarei accontentata di poco.**

Prima o poi, con l’aiuto di Photoshop cercherò di sintetizzare un’immagine a partire da quelle appena elencate, per poter capire quale sarebbe stato il risultato di una tale ipotetica unione.

Non so a che conclusioni pensassi di giungere scrivendo questo post, le uniche che mi sovvengono sono le seguenti:

– è insieme affascinante, inquietante ed un po’ triste che determinate persone vengano iconizzate in età tanto giovane, tanto da rendere difficile il riconoscimento di un’immagine più adulta o senile; mi torna in mente il concetto di flusso di Simmel (recentemente studiato per un esame), e la tragedia di chi tenta di cristallizzarsi in una forma statica: emblematica Marilyn, che negli ultimi anni si era trasformata nella versione iconizzata di se stessa, attraverso l’enfatizzazione di elementi caratteristici come i capelli sempre più chiari e le sopracciglia sempre più scure. Lei stessa si era fatta icona pop, prima che la società contemporanea la congelasse in quella forma.

– ho avuto qualche difficoltà con la mia identità di genere, mi pare ovvio

– a riguardare l’insieme di tali immagini, nasce il sospetto che mia madre mi nutrisse con minestroni ed LSD, e con questa considerazione ho mandato in vacca ogni pretesa di serietà ed è meglio che vada a dormire cercando di non notare le somiglianze tra le attuali condizioni della mia stanza e quella di Mark Renton in Trainspotting.

*avevo scritto più giovane, ma ho avuto un brivido di terrore e ho preferito cambiare termine

**naturalmente, mi riferisco all’attore nella sua versione pre-palestra e pre-orrendi baffetti

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cinema, musica, what I call love

Marilyn, Bob Dylan, il riso, le luci, la magia ed altre cose che attestano la mia pazzia

A film is a ribbon of dreams. The camera is much more than a recording apparatus; it is a medium via which messages reach us from another world that is not ours and that brings us to the heart of a great secret. Here magic begins.

Che disastro avere a che fare con chi ama troppo il cinema.

Niente tempi morti, niente luci o dialoghi sbagliati, niente noia e mai, mai fine al lavorìo mentale che costruisce, distrugge, ricostruisce, cambia. Una vita che devono essere mille vite, e dev’essere il film che più ci garba.

Devono esserci i gesti di Cary Grant, gli occhi di Bette Davis, i capelli di Mae West, i sorrisi di Marilyn Monroe, la sigaretta di Marlon Brando ed il neo di Robert De Niro.

Per sempre giovani, immortalati nel The End più perfetto (per la cronaca: quello di Butch Cassidy and the Sundance Kid), con la colonna sonora da brividi (di nuovo per la cronaca: Pat Garret & Billy the Kid di Bob Dylan o Paradiso Perduto) e la certezza di non invecchiare mai.

Polvere di riso sul volto per eliminare le zone lucide, abiti in due taglie diverse per aderire come guanti sia in piedi che seduti, le location migliori del mondo o almeno quelle con le luci adeguate. Adeguate a noi, ovviamente.

Che anche le serie tv ci piacciono, ma niente equivarrà a due ore filate in sala, al buio. E niente intervallo che distrae e basta, e ora che non fumo è solo un altro tempo morto.

Non è sempre semplice accettare di non avere davanti Terry Malloy, Holly Golightly, Roger Thornill o Sugar “Kane” Kowalczyk (soprattutto quest’ultima, se posso azzardare una folle classifica).

Però siamo persone normali, in fondo. Giuro.

Che poi, cosa vorrà mai dire amare troppo?

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cinema, teledipendenza, voyages

“non c’ho più l’età per fare certe cose…”

Nota Bene: mi accingo a scrivere questo post in uno stato psicofisico estremamente delicato, e con delicato intendo ubriaco. O meglio, intossicato da tre giorni di alcolici di varia natura ma della medesima provenienza geografica. Che manco a dirlo, il mercato europeo di Arezzo è stato esplosivo.

Orbene, mentre vestita da Jake Jyllenhall in Brokeback Mountain (le camicie a stampa tartan sono un must nel mio armadio) cerco di accumulare calore spostandomi a seconda dell’inclinazione dei raggi solari, mi trovo impegnata nella pratica del Tentare di Riprendermi, uno sport estremo che di quando in quando diviene necessario.

“Di quando in quando” significa: quando ci sono i mercati europei, questi eventi devastanti in cui se magna e se beve indegnamente e ci si ritrova la domenica sera stanchi, puzzolenti e sbronzi a dover smontare lo stand e tornare a casa. Io stanotte ho dormito lungo tutta la tratta Ar-Pi, incurante di tutto.

Il Tentare di Riprendermi prevede alcuni passaggi fondamentali, da applicare alla lettera, pena la ricaduta in stato catatonico per un numero indefinito di ore. Ecco i fondamentali:

1. Niente caffè, solo thè e tisane depurative che altrimenti le occhiaie ci mangeranno la faccia;

2. Doccia bollente di almeno 15 minuti, con ultimo risciacquo quasi freddo così ci svegliamo e, come ama dire la mia lil’sis, “le squame del capello si chiudono“;

3. Pranzo a base di spinaci conditi con olio crudo EBBASTA, che bisogna depurare e far credere a stomaco e fegato che nonostante tutto teniamo ancora a loro;

4. Svacco vergognoso su letto o divano, in compagnia di un telefilm o un film che richiedano un livello di attenzione minimo: consigliatissimi The Vampire Diaries, Buffy, Desperate Housewives o le commedie ‘mmerigane classiche come Arsenico e vecchi merletti, A qualcuno piace caldo, l’infinita saga dell’imperatrice Sissi et simili. Evitare le slapstick, che avranno il solo effetto di far aumentare esponenzialmente il mal di testa e di far tornare in mente eventuali gaffes che l’alcol aveva provveduto a far cadere nell’oblio.

5. Stare al caldo; in questo momento pur stando chiusa in camera, indosso una sciarpa di lana. Non lasciamo il nostro corpo da solo mentre cerca di disintossicarsi, non è carino. E poi è ottobre e fa freddo e i termosifoni sono ancora spenti, ecco.

6. NON BEVIAMO e NON FUMIAMO per almeno due giorni. Sempre per la storia delle occhiaie, ma anche perché non tutti siamo Hank Moody. Chiaro?

7. Ultima ed ancora più importante: giuriamo a noi stessi che non lo faremo mai più. Pensiamolo seriamente, ma evitiamo di dirlo agli amici che tanto sappiamo benissimo che venerdì sera si ricomincerà. Soprattutto, si eviti accuratamente l’espressione “non c’ho più l’età per fare certe cose”.

Ulteriori “surviving rules” sono ben accette, che qua non si finisce mai di imparare quindi coraggio: condividete con me e con il mondo i vostri barbatrucchi da doposbornia!

Un’ultima cosa: da venerdì a domenica il mercato europeo è in piazza Cavour a Livorno (qualcuno sa dov’è?), veniteci e sbronzatevi con me che sono diventata quasi brava a spillare la birra.

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cinema

5 agosto 1962

“A wise girl kisses but doesn’t love, listens but doesn’t believe, and leaves before she is left.”

Some Like It Hot, di Billy Wilder, 1959

 

Ormai più nota per l’immagine inconfondibile che per le eccellenti doti recitative, la figura di Marilyn Monroe ha attraversato intatta i decenni continuando a far parte dell’immaginario erotico maschile (e non solo) e ad essere punto di riferimento per generazioni di donne, non solo attrici.

Si è detto e scritto di tutto sulla sua vita e sulla sua morte, in modo sia pietoso che morboso, ammirato ed iconoclasta, trascinando in secondo piano i film a cui ha partecipato; che sia stato uno dei modi con cui la società delle immagini eleva e poi distrugge le sue icone, una conseguenza della pervasività dei mezzi di comunicazione di massa o un tentativo di sentire più vicina una delle ultime grandi dive, ritengo che il modo giusto per ricordarla sia attraverso il suo lavoro.

Ma questa è solo la mia opinione. Ed ora mi rivedrò Some Like It Hot.



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