Considerazioni sparse, Libri, Torino, voyages

Traumatici rientri e altre storie d’amore

Nella vita ci sono poche certezze, e anche quelle poche non è che siano sempre così solide.

Per fortuna.

Per esempio, io sono convinta che anche se il volere dell’universo mi porterà a vivere – che so, su un’isola del pacifico dove raccoglierò noci di cocco e mi ustionerò il viso, mannaggia ai geni recessivi del rutilismo, ad ogni ritorno nella mia città di origine io verrò qui, dove sono ora.

Nella gloriosa Biblioteca Civica Centrale, a guardare dalle finestre l’edificio in cui ho passato cinque anni  e da cui ad un certo punto mi hanno sbattuta fuori con un diploma di restauratrice che il Signore solo lo sa se mi è mai servito a qualcosa.

A scegliere l’università sbagliata, questo sì.

Ad ogni modo, pur ammettendo la notevole presenza di masochismo insita nel recarsi ogni mattina a piedi da casa mia alla biblioteca (30 minuti abbondanti a respirare le delicate fragranze plumbee di corso Francia), arrivare e bere un caffè della macchinetta che per farmi ancora più male prendo senza zucchero, sedermi in fondo per smanettare sul pc senza che qualcuno possa sbirciare le pagine imbarazzanti che apro ed infine mettermi a leggere online il romanzo su cui ho scritto la tesi, c’è qualche forza a me sconosciuta che ogni mattina mi fa credere che venire qui non sia poi un’idea tanto cattiva.

Allora Forza a Me Sconosciuta, parliamone.

Mi sono svegliata alle 5:30 senza alcun motivo, ho cercato di riaddormentarmi in compagnia di Anna Karenina ma nulla, ho ciondolato per casa bevendo tè amaro finché sono stata abbastanza certa che se fossi entrata nella vasca da bagno non mi sarei addormentata e non sarei quindi affogata,

per quale insano motivo continui a farmi credere che i miei dubbi esistenziali, il latente senso di colpa per il troppo fancazzismo, la stanchezza, avrebbero trovato pace tra queste mura?

Cosa devo espiare, quale peccato originale mi porto dietro?

Per fortuna ci sono gli amici d’infanzia, sempre pronti a raccogliermi con il cucchiaino ogni volta che rientro in città sconvolta e assonnata; mentre uno di loro mi invia sul cellulare cori da stadio reinterpretati e poco lusinghieri, l’altra si prepara (spero) a spegnermi delle sigarette addosso per evitare che io mi addormenti durante i pasti:

imm

E così mentre attendo con ansia l’ora del pasto, seguo il consiglio di Alex Britti e mi uccido di caffeina.

 

Post Scriptum: nel caso non lo aveste fatto, gentili signori io consiglio vivamente di leggere il romanzo di cui sopra; sebbene io ci abbia messo circa sei mesi a riprenderlo in mano dopo averlo letto, riletto, scomposto e analizzato, Eureka Street va letto. Come si può non leggere un libro che inizia così:

es

Annunci
Standard
cinema, Monday Movies

Monday Movies: se un thriller ti fa pensare ad Al Bano c’è qualcosa che non va

Prima di commentare brevemente il film di Michael Greenspan uscito quest’anno, vorrei riportare il testo del messaggio che ho inviato alla mia amica durante la visione (stavamo anche intrattenendo un’avvincente sfida a Ruzzle), così vi fate un’idea sul tenore del commento sottostante:

Sto guardando il film più merdoso del mondo e ti dico solo che una battuta mi ha fatto pensare ad Al Bano!

Siamo tutti d’accordo che un thriller che faccia pensare all’usignolo di Cellino San Marco non possa in alcun modo essere una pietra miliare nel suo genere? Bene, allora procediamo.

La trama: una studentessa scompare e le coinquiline affittano la sua stanza ad una ragazza in fuga da un padre violento; una delle altre due (della terza non interessa a nessuno, tanto va in vacanza col ragazzo ad inizio film e torna alla fine) ha un ex fidanzato violento, sospettato di essere coinvolto nella sparizione dell’amica, che la nuova inquilina uccide con un’ascia. Peccato che poi quest’ultima chieda alla nuova amica di far fuori suo padre.

Eventuali punti di interesse: una delle due protagoniste è Katie Cassidy, nota per vestirsi incredibilmente male nella nuova versione di Melrose Place e per essere il personaggio meno noioso in millemila stagioni di Gossip Girl; l’altra somiglia occasionalmente a Chuckie la bambola assassina.

Ciao, sono una carota.
(pic)

Devo ammettere che in un primo momento mi ero quasi convinta di avere a che fare con un buon film, soprattutto a causa dell’apparente approccio critico al genere maschile come perpetratore di violenza immotivata ed irrazionale contrapposto ad un femminino forte ed autosufficiente; persino le scene lesbo sembravano avere una motivazione che esulava dal voyeurismo fine a se stesso (malsana idea nata dall’assenza di corpi nudi nelle scene in questione), purtroppo però tutto si risolve in un pasticcio che nelle ambientazioni ricorda il di gran lunga migliore Scream, nella costruzione di un nucleo familiare disfunzionale e perverso richiama vagamente l’orrenda famiglia di Non aprite quella porta e nel personaggio del padre mi ha fatto tornare alla mente Les amants criminels mancando tuttavia di tutti gli spunti brillanti che avrebbero potuto derivare da quei film.

Grazie al cielo uno dei due antagonisti risparmia a tutti noi il classico monologo-del-moribondo, purtroppo però la figlia psicopatica con l’antipatica tendenza a voler uccidere chi l’ha messa al mondo fa in tempo a sparare la puttanata  frase del secolo che ci riporta ad Al Bano citato in apertura, infatti precedentemente nel chiedere all’amica di ricambiare il favore uccidendole il padre le aveva detto

Che cazzo Amanda tu sei libera!

Per non farci mancare niente, nessuno dei ‘cattivi’ risulta credibile ed è un peccato, perché il personaggio del padre offriva ottimi spunti; nota di demerito all’ex fidanzato violento: assolutamente bidimensionale, inutile, stupido e privo di motivazioni.

Se almeno la ragazza scomparsa fosse rimasta tale, o quantomeno fosse stata trovata morta, forse la fine si sarebbe salvata e si sarebbe potuta trarre un qualche (ah! ah! ah!) riferimento morale o qualche bestialità del genere.

Nota di demerito ai costumi, che va bene le ambientazioni à la Scream, ma non è che ogni film con studentesse inseguite da pazzi assassini deve necessariamente ricordare gli anni Novanta.

Standard
Considerazioni sparse, musica

Confessioni (di una povera adolescente traumatizzata)

Ho saggiamente deciso di continuare a rimandare la stesura dello psicologicamente devastante post “star che amavo in gioventù il cui ricordo mi causa notevole imbarazzo” per concentrarmi su una specie di malato sequel di questo post.

La necessaria premessa è che fin dalla pre-adolescenza, la mia amatissima serpe in seno best friend evah era solita molestarmi psicologicamente con improbabili somiglianze riscontrate tra me e celebrità random dell’epoca.

Peccato che tali celebrità fossero sempre, e ripeto sempre, uomini.

L’infausto inizio (cit.) fu una frase buttata lì come per caso:

Hai gli stessi denti di Howie dei Backstreet Boys (che, per chi non lo ricordasse, era lo pseudo latinoamericano con la faccia da babbeo. Un complimentone, insomma).

Eccolo qui, con tutto lo splendore della sua dentatura.

Alcuni mesi dopo, la stessa meravigliosa fanciulla decise che sì, forse forse qualcosa dei denti di Howie c’era, ma in effetti a ben guardare c’era un altro cantante la cui arcata dentaria era straordinariamente simile alla mia. E guarda un po’, avevamo anche gli stessi occhi (e sopracciglia, ma almeno questo reatò implicito. Grazie Martina).

Robbie Williams Wallpaper @ go4celebrity.com

 

Oh, non sapete che fatica trovare una foto in cui si vedessero i denti (belli, tra l’altro).

Comunque. Pensare che ero convintissima di somigliare a Geri Halliwell.

Uguale proprio.

Ripensandoci oggi che il buon YouTube mi ha proposto la visione di un vecchio video del buon ex Take That (gruppo che graziaddio ho avuto la fortuna di risparmiarmi, dato che intorno ai dieci anni i miei gusti musicali si limitavano a quello che mio padre suonava alla chitarra), ho realizzato che se per caso potessi scegliere di essere un’altra persona per diciamo… una settimana, sceglierei Robbie.

Robbie all’epoca di Escapology. Che forse voi non lo sapete e storcete in naso nel leggere queste frasi, ma Escapology è un album figo (ed anche Robbie all’epoca lo era).

Con tante canzoni fighe, alcune delle quali (direi quasi tutte) hanno anche dei testi notevoli.

(Dopo queste ultime righe, direi che ogni possibilità di diventare una critica musicale è svanita. Meno male che non è mai stato un mio obiettivo).

Qualche esempio:

1. Monsoon

Pezzo sulle leggiadre donzelle che si lanciano tra le braccia (lenzuola) dell’aitante Robbie sperando di diventare famose sui celeberrimi rotocalchi britannici

 

2. Me and My Monkey

Messicani, droga, pistole ed un sacco di altre cose kitsch. Quasi un film di Tarantino senza immagini.

 

3. Love Somebody Nan’s Song

Bellissime, profonde, struggente la prima e dolcissima la seconda. Perché un badass può anche avere un cuore (sciogliamoci tutti insieme).

 

(Non trovo una versione del secondo pezzo che non sia accompagnato da improbabili traduzioni o da immagini di persone care defunte, quindi se vi va cercatevela da soli che qui c’è già abbastanza trash senza aggiungere altro cattivo gusto).

Dunque sì, potessi scegliere sarei Robbie in quegli anni. Ciò non toglie che avrei molto gradito ricevere notizia di somiglianze con persone appartenenti quantomeno al mio stesso genere, ma tant’è.

Alcuni anni fa Martina mi confessò di aver riflettuto sulla possibilità di andare insieme a me al concerto del bellimbusto di cui sopra in occasione del mio compleanno.

Non potete immaginare la delusione nel sapere che l’idea era stata accantonata. Dunque vi sfido a confessare: qual è la somiglianza mai confessata? Le vostre orecchie ricordano quelle di Berlusconi? Il vostro naso quello di Ashlee Simpson pre-rinoplastica?

Confessate. Ricchi premi in palio.

 

 

Standard
voyages

Amiche, Capitani, Lingue Sconosciute, Giovani Ariani e Viaggi in Furgone (o anche, “Agosto”)

C’è che andare in vacanza con la propria migliore amica per la prima volta apre nuovi mondi.

Quando ti svegli in un appartamento nizzardo indossando la parte inferiore del bikini, una canotta a righe ed una camicia di jeans, scopri che tu ed il vino francese potreste iniziare a conoscervi meglio nonostante il gap linguistico (stupisco qualcuno se affermo che l’unica parola in francese da me pronunciata in cinque giorni è stata merci, rivolta al venditore di mandorle caramellate sulla spiaggia?).

Quando il primo acquisto della vacanza è una confezione da 12 di birra chiara, improvvisamente comprendi il significato di affinità elettive. Che ci sarà un motivo se l’amicizia con la sinuosa fanciulla con cui viaggi dura da circa vent’anni.

Quando due baldi giovini che hanno artisticamente decorato la propria epidermide con simpatici simboli di apprezzamento verso il Terzo Reich fissano te e la tua amica insistentemente, e tu pensi che stiano per uccidervi brutalmente a causa del tatuaggio in ebraico che ti decora il polso, magari lei ti tranquillizzerà facendoti notare che forse vogliono solo provarci.

Poi grazie al cielo non hanno fatto nessuna delle due cose, per la cronaca.

E così, ad agosto quasi terminato, quando già mi preparavo allegra al rientro pisano, mi aspetta un improvviso viaggio (di lavoro, come ha tenuto a specificare colui che chiamo Capitano Giacomo Uncino) verso la Mitteleuropa.

Se mi doveste incontrare prossimamente e vi venisse il dubbio che io mi trovi in stato interessante, tranquilli: sarà tutta birra.

Standard
amori, Torino, universi paralleli, what I call love

Universi Paralleli: gli amici d’infanzia (part I)

“Queste “piccole donne”, quanto sono piccole? Voglio dire…sono piccole da far paura?”  (Joey Tribbiani)

Certe amicizie d’infanzia non te le togli più di torno.

Ci puoi provare, puoi anche trasferirti a 400 chilometri di distanza, niente da fare: un se movono.

Sono gli unici ad essere nei tag del blog, che non è che il tag lo si regala così, senza pensarci.

Quando ho conosciuto Martina, voleva farmi dormire sotto la finestra da cui entrava la pioggia. Pioveva da una settimana ed io ero appena guarita dagli orecchioni. Cercare di farmi venire la polmonite a otto anni è sempre un ottimo inizio.

Abitavamo in due paesini adiacenti, ci appiccicammo una all’altra e così rimanemmo fino ai quattordici anni. Finimmo per somigliarci fisicamente, ancora oggi ci prendono per sorelle. Lei è quella figa naturalmente.

Un giorno di circa tredici anni fa, mi confessò di avere una cotta per il mio fidanzatino, uno che mi piaceva da un paio d’anni abbondanti. Le dissi di prenderselo, che se era contenta lei, ero contenta pure io. (Ovviamente sto enfatizzando, mi ero stancata del fanciullo e fui ben contenta di farmi da parte)

Quando mi ricoverarono in ospedale durante le vacanze di Natale del ’99, venne tutti i giorni a trovarmi e a mangiare i miei pasti. Venni dimessa la sera di Capodanno, festeggiammo insieme vestite come delle imbecilli (ovviamente, ci vedevamo molto fighe).

Guardavamo Friends in televisione, sognando una casa condivisa con altri amici. Avevamo già progettato le stanze e lei sa ancora a memoria il “ballo di Joey”.

Si trasferì in città, ci vedemmo sempre meno. Compleanni, qualche serata. Poca roba. Quando riuscivamo ad incontrarci sembrava non fosse passato un giorno, tuttavia sembrava che le strade si fossero separate.

Un giorno qualsiasi di un qualsiasi luglio del 2005, la mia genitrice-dittatrice mi comunicò con fare marziale che ci saremmo a breve trasferite in città. A breve significava due settimane dopo. Improvvisai urla, scenate e minacce.

Attese che concludessi la mia messinscena per dirmi che l’appartamento nuovo era nella via in cui abitava Martina. Lei stava al civico 13, noi saremmo andate al 15.

C’è bisogno di dire che smisi immediatamente di fare piazzate?

Certe mattine autunnali andavamo insieme in università, ed in alcune occasioni ci scoprivamo vestite nello stesso modo. Sembravano tornati i tempi del ti-guardo-e-capisco-a-cosa-pensi, e fu effettivamente così.

Abitare una accanto all’altra voleva dire vedersi almeno una volta al giorno, anche solo per un caffè, una commissione in posta o una sigaretta sotto casa.

Ci furono i cinema, le sbronze nel bar dietro casa o sul suo divano, i matrimoni dei vecchi amici diventati adulti molto prima di noi.

Ci fu un altro ricovero in ospedale, venne a farmi compagnia anche se non c’era cibo da scroccarmi.

Il temporaneo trasferimento a Pisa non ha cambiato nulla, ha solo aggiunto un po’ di nostalgia.

Prima ancora della mia famiglia, quando decido di tornare a Torino avverto lei.

E lei mette una bottiglia di rosso in frigo.

A breve, Amici d’Infanzia episodi 2 e 3: Mickey Blu ed El Masnou

Standard
Torino, what I call love

Le immani difficoltà di una fuori sede: i fine settimana a casa

Tornare a casa, anche solo per un fine settimana, può innescare una catena di dinamiche che portano a risultati inimmaginabili;

può darsi che arrivando in stazione in tarda serata, si decida che tanto vale restare in centro e si passi la notte in un locale dei Murazzi, finché la frase non si affaccia verso le 5:

Io sono ubriaca ed ho fame“, vero leitmotiv di nottate come quella.

I Murazzi (pic)

Può quindi accadere che ci si fermi nel peggior locale del centro per mangiare una fetta di pizza o un panino, e si faccia finta di non notare le condizioni igieniche in cui costoro cucinano e servono da mangiare, che tanto tutto l’alcol che si è ingerito disinfetterà tutto,

e che ci si ritrovi chiusi fuori casa, che la tua famiglia è ormai completamente abituata a vivere senza i tuoi rientri più o meno silenziosi all’alba, e allora si va a dormire da qualche altra parte che sono le 5 e mezza e non si può mica suonare il campanello, no?

Se si è proprio fortunati, può accadere che un membro di quella stessa famiglia ti telefoni un paio d’ore dopo per comunicarti che non è possibile che tu non sia riuscita ad aprire la porta, ed a quel punto ciao sonno e benvenuto sabato mattina (mattina? Sono le 7:45…)*

Arrivati al pomeriggio attraversando indenni vari stadi di quel caro amico che dalle mie parti si chiama abbiocco, si può decidere di farsi del male e di scortare l’Amica in centro, che è tanto una bella giornata e si può uscire senza giacca. Consiglio: se già si vive in un perenne dormiveglia con sporadici episodi di addormentamento improvviso, non è consigliabile recarsi in centro a piedi. Che mezz’ora non è molto, ma provate a spiegarlo al vostro corpo.

Concluso il sabato pomeriggio attraversando rischi indicibili e traversie innumerevoli, alcuni sfortunati eventi potrebbero portare ad accamparsi sul comodissimo divano dell’Amica con qualche bottiglia di vino in corpo, salvo risvegliarsi con la luce calda della domenica mattina e trovare una colazione che non ve lo sto a dire quanto era abbondante e buona, e ricordare perché ami incondizionatamente  fin da quando avevi otto anni la sinuosa fanciulla dai capelli rossi che ti sta preparando il caffè.

Gli ultimi fuochi di un fine settimana di questo tipo possono essere un pranzo con il papà e quest’ultimo che ti corregge un lavoro per l’università (già consegnato e corretto da chi di dovere, non pensiate che mi faccio sistemare i lavori dal babbo!), ti prepara un caffè e ti chiede quando vi rivedrete.

Prendere un treno e tornare in quell’altro posto, anch’esso conosciuto come casa, può essere molto difficile. Però ti rendi conto che stai bene, che tutto sta andando nel modo giusto e che maledizione, se non dormi per almeno otto ore rischi la narcolessia.

*estremamente interessante la sensazione di avere di nuovo sedici anni nello svegliarsi dopo un paio d’ore di sonno, con la bocca impastata di vodka e lunghe strisce nere che dagli occhi disegnano ragnatele in giro per la faccia. Come allora, una doccia bollente is the only way.

P.S. Questa settimana niente Monday Movies (grida di giubilo di tutti i cinefili del mondo), sono occupata a digerire le linguine ai frutti di mare in crosta (!), a fare i compiti di inglese per domani (sì sì, devo fare i compiti, non scherzo) e ad ignorare chi pur di non essere ignorato si rende zimbello. Se ne riparla lunedì prossimo, che c’ho da scrivere di un film notevole anzi notevolissimo e mi servono tempo e concentrazione.

Standard
30ThingsAboutMe, cinema, Libri, musica, Torino

#30ThingsAboutMe Part I

Visto e considerato che, come puntualmente esternato su Twitter,

“Riuscire a studiare mentre un vicino di casa (spero di età inferiore ai 10 anni) fa le prove col flauto dolce. #MissionImpossible“,

mi dedico ad attività più frivole (dove per “frivole” si intende “inutili”) come l’attenta compilazione di una delle solite liste di cui non frega niente a nessuno, ma che rilette a distanza di anni (dove per “anni” si intende “giorni”) riescono nel non semplice compito di imbarazzare profondamente.

In questo caso, si tratta di uno dei trend topics di Twitter: 30 Things About Me.

Come se il mondo sentisse il bisogno di sapere certe cose.

Le scriverò per la me stessa del futuro, augurandomi che costei possa essere una personcina migliore dell’attuale e soprattutto che preferisca studiare piuttosto che scrivere boiate inutili sui blog, ecco.

CosaNumeroUno: Mi sono chiesta recentemente quale corso di studi sceglierei se iniziassi ora l’università; chevelodicoafà, mi sono risposta che mi iscriverei nuovamente al DAMS. Magari cercherei di cazzeggiare un po’ meno. Magari.

CosaNumeroDue: Quando abitavo in pianta stabile a Torino non vedevo l’ora di trasferirmi a Pisa, peccato che ora la mia città natale mi manchi tantissimo. Più che altro mi mancano il Quadrilatero, gli aperitivi nei bar sotto casa e le persone con cui facevo queste attività. Soprattutto loro.

CosaNumeroTre: Non ho idea di cosa farò dopo l’università. Neanche un po’. Ma non lo dite ai miei genitori. (Mà, pà, scherzavo. So PERFETTAMENTE cosa voglio fare, tuttapposto!)

CosaNumeroQuattro: In questo momento, i miei libri preferiti sono Il sangue degli altri di Simone de Beauvoir, Che tu sia per me il coltello di David Grossman e Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar. Più l’intramontabile Peter Pan.

CosaNumeroCinque: Amo ed odio che alcuni personaggi cinematografici mi terrorizzino; l’evergreen è l’assassino di Non ho sonno, la new entry il “cattivo” di Ruggine.

CosaNumeroSei: Mi vergogno di ammettere che una considerevole parte della mia memoria a lungo termine è occupata dai testi degli 883. Maledetta pre-adolescenza.

CosaNumeroSette: Sebbene chiunque mi derida quando ne parlo, il concerto di Marilyn Manson a cui ho assistito nel 2001 è stato incredibile. Una figata. A parte passare tra due file di cani antidroga con il fumo nel reggiseno. (Mà, scherzo. Ti pare che sono così sciroccata?)

CosaNumeroOtto: Due estati fa ho incidentato la macchina di mia madre causando duemila euro di danni; da allora ho sempre un po’ di paura quando la guido.

CosaNumeroNove: Tra i film che preferisco, il podio è occupato da tempo immemorabile da La guerra dei bottoni di Robert.

CosaNumeroDieci: L’ultimo film guardato è Un’altra giovinezza di Coppola, ieri sera.

Concludo qui questo post di incredibile interesse culturale e torno ai miei amati studi, approfittando del (temporaneo?) silenzio del flautista della porta accanto. Che dovrebbe scegliere un altro strumento.

Standard