Considerazioni sparse, teledipendenza

I coinquilini secondo la tivù

Condividere la casa è un’esperienza che ogni essere senziente dovrebbe fare, anche solo per qualche mese: non solo perché ognuno di noi è verosimilmente il coinquilino di merda di qualcun’altro, anche perché fornisce un vasto repertorio di aneddoti con cui deliziare amici, commensali, colleghi, sconosciuti incontrati in treno sulla tratta Torino-Pisa che sentono l’irrefrenabile desiderio di conversare.

Inoltre, durante la convivenza forzata, soprattutto se si verifica durante gli anni dell’Università, la casa di famiglia assume un’aura paradisiaca fatta di calma, igiene e privacy che ad ogni visita fa mettere in discussione l’insana scelta di andare a vivere con dei perfetti sconosciuti.

Perché purtroppo, la condivisione degli spazi personali è molto diversa dall’idea rosea che ci è stata trasmessa, ad esempio, da Friends: non solo in termini di pulizia degli spazi comuni e divisione delle spese, anche e soprattutto perché abituarsi alle abitudini quotidiane di persone fondamentalmente estranee non è esattamente una passeggiata.

Per due volte tra il primo e il secondo anno di permanenza a Pisa ho condiviso la casa, entrambe le volte con risultati discutibili e un’allergia al pelo felino del tutto nuova e solo in un’occasione una convivenza si è trasformata in amicizia.

Non sono di certo stata la coinquilina perfetta in nessuna delle due occasioni, quindi evito di percorrere il viale dei ricordi, ma visto che i mesi trascorsi a condividere la casa con estranei li ho trascorsi fondamentalmente chiusa in camera a sfondarmi il cranio (con lo studio? Giammai!) con film e serie tv, e considerando che Netflix è appena approdato nel Bel Paese (e io non sono affatto invidiosa, proprio come per Spotify), colgo l’occasione per consigliare a chiunque stia dividendo la casa con coinquilini di merda, a chi l’ha fatto in passato o a chi si accinge a compiere questa scelta insana una serie tv già comparsa su queste pagine:

Chi si è spellato le mani in favore di Breaking Bad apprezzerà particolarmente l’ultimo coinquilino.

Io come sempre, apprezzo particolarmente Dawson.

Infine, per gradire, alcuni ricordi fotografici dei miei mesi da coinquilina. Nell’ordine: in cucina c’era una lavagna formato scuola (che credo provenisse in effetti da un edificio scolastico); per il compleanno ricevetti dai coinquilini un pigiama in pile estremamente sexy, una torta vegan e una pignatta dalla forma equivoca, corredata da un mio ritratto.

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Cartoline di un (inizio) estate

Sarà il lavoro che mi porta in giro quattro giorni a settimana (lasciandomi però liberi i miei amatissimi giorni feriali, ma lo saprete già visto che su Instagram me la tiro alla grande con l’hashtag #yourmondayismysunday), sarà che arriva l’estate e nonostante il conclamato pesaculismo preferisco deambulare per le strade sabaude piuttosto che dal divano al frigo, sta di fatto che ho mandato il blog in vacanza senza neanche programmarlo.

Una specie di last minute RyanAir per Tampere, che lo compri perché costa 30,99 Euro e poi ti ritrovi in un luogo che non sapresti localizzare su un planisfero e chissà perché.

Però anche da Tampere ritengo si possa fare una telefonata a casa ogni tanto, se la si può fare dagli studi Mediaset durante le registrazioni di Chi vuol essere milionario lo si potrà ben fare da lassù, e dunque questa è la mia telefonata a casa per raccontare cosa sto facendo – escludendo ovviamente i dettagli imbarazzanti, che riceveranno un trattamento speciale con post a loro dedicati in futuro – e rassicurare nonni, genitori, zii e conigli nani domestici a cui faccio da zia.

Il contenuto delle mie giornate non lavorative è riassumibile fotograficamente nel seguente modo:

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Insomma mi vesto male as usual, ma pare che le fashion blogger abbiano portato in auge le Birkenstock abbinate alla qualunque quindi la mia soluzione di emergenza per riuscire a camminare nonostante un tragico incidente sul lavoro che ha visto coinvolti in mio mignolino destro e un pesantissimo oggetto non fa, pare, così cagare;

poi cerco disperatamente non Susan, ma capi d’abbigliamento e accessori per una festa a tema Navy che avrà luogo tra un paio di settimane, indosso collane imbarazzanti e del tutto inadeguate alle temperature correnti, tento di alleviare la cinghialite che si impossessa dei miei arti inferiori ai primi caldi e cerco ristoro (sempre durante i deambulamenti sabaudi) sedendo su panchine e leggendo un’edizione BUR del 1982 del Beautiful degli anni Cinquanta.

A proposito, piccola chicca per i lettori torinesi che, come me, sono un po’ incazzatelli per il prezzo dei libri: nei mercati di corso Brunelleschi e corso Svizzera ci sono banchi letteralmente coperti di libri di ogni sorta, dalle memorie del lattaio di Borgo Vittoria all’opera omnia di Tolstoj.

Invece per i pisani, se si attraversa il Ponte di Mezzo e si imbocca la prima travera di corso Italia sulla destra per poi svoltare nuovamente nella medesima direzione, ci si trova (quasi) davanti ad una libreria che applica sconti del 50% su quasi tutti gli articoli.

Ci sono persino dei testi presenti in alcuni programmi d’esame (almeno, per il mio corso di laurea ce n’erano a bizzeffe) ad un prezzo decisamente inferiore rispetto alla Feltrinelli che sorge imponente a poche centinaia di metri.

Ho però guardato un film davvero brillante e divertente, Padre Vostro, che è una boccata d’aria fresca in questi tempi di suore che vincono i talent show. Consigliato, non solo agli estimatori della cinematografia balcanica.

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cinema, Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Gruppo di ascolto per ex studenti DAMS

Mentre ancora mi chiedo per quale motivo io sia in biblioteca di sabato mattina, perché abbia mischiato qualunque tipo di alcolico mi sia capitato sottomano ieri sera, se la mia genitrice stia progettando di porre fine alle mie sofferenze per vendicarsi di averla svegliata nel cuore della notte facendo sbattere le scarpe che reggevo in mano su ogni superficie della casa, quanto schifo farà il ragù di castagne con cui ho deciso di avvelenare i miei amici stasera (questa mattina ho inviato alla mia amica il seguente sms: “Fammi cucinare o oggi mi parte un embolo“, e lei ha fortunatamente acconsentito), comunque dicevo mentre ancora mi trastullo le meningi con tali importanti quesiti, qui c’è gente che ha bisogno di risposte.

Scorrendo i termini di ricerca con cui si è arrivati a queste pagine, ho trovato una frase che mi ha stretto il fegato il cuore, così ho deciso di rispondere alla domanda (sebbene posta senza punto interrogativo) del confuso navigatore virtuale.

Pronti a sciogliervi in lacrime? La frase è

Ho fatto il dams e ora

Allora mio caro lettore, anima pura che ancora cerchi una risposta a questa domanda, così d’impulso mi verrebbe da dirti corri nella direzione opposta all’Università più in fretta che puoi, ma so che forse sei già giunto a tale conclusione, pertanto ti narrerò della mia esperienza, così avrai un ottimo esempio di cosa non fare.

Posto che io ho avuto tutto il tempo di chiedermi cosa fare una volta terminato il DAMS, in quanto avendoci messo un po’ più di tre anni a finirlo ho potuto stilare una seria e ponderata lista di possibilità che ha infine portato alla saggia e sempre molto ponderata (ho deciso in circa otto minuti e mezzo, confermando la diceria secondo la quale io non penso prima di fare le cose) scelta di trasferirmi in Toscana, e considerando che non so se tu abbia terminato il corso triennale o specialistico (ma sospetto fortemente che la prima opzione sia quella più verosimile), ti consiglierei di infilare in una valigia il minimo indispensabile, e di fuggire con un volo Ryanair, EasyJet o simili.

Parliamoci chiaro, con una laurea in DAMS si fa ben poco, a parte le figuracce con gli amici quando ti chiedono Di chi è quel film e tu non lo sai, a parte non riuscire a godersi una proiezione perché lo pseudo critico che è in te si presenta con tutta la sua boria e pretende di analizzare ogni.fottuto.dettaglio*, a parte avere una laurea non particolarmente richiesta nel mondo del lavoro odierno che ti porterà a comportarti come un imbecille ventenne per lunghi anni, mentre i tuoi amici si sposeranno, faranno figli e compreranno case.

Quindi riassumendo, la mia comunissima esperienza è stata: laurea breve presa in tempi non così brevi, laurea magistrale conseguita in tempo in una città lontana-ma-non-troppo, in un ateneo più prestigioso ma non meno incasinato, è sabato mattina e sono in biblioteca con i postumi di una serata francamente devastante a scrivere su un blog. Fai un po’ te.

Quindi la fuga come unica soluzione?

Mi si perdoni il francesismo, FUCK YEAH. A meno che tu non abbia studiato a Gorizia, in quel caso potresti forse essere tra i pochi eletti che sfrutteranno il famigerato ‘pezzo di carta’.

*Ieri il mio solito amico ha detto che quando scrivo non sono più ‘narrativa’ ma ‘saggistica’, infliggendomi una metaforica ma dolorosissima pugnalata nel cuore. Maledetta università.

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Considerazioni sparse, Pisa, Torino, universi paralleli

La piccola grande Torino e la blogosfera

Nessuno mi crede, quando sostengo pubblicamente che Torino è un buco.

Soprattutto i pisani d’adozione, abituati a vedere commissioni di dieci minuti mutate in ore perché a Pisa, quando ti azzardi a mettere il naso fuori casa, incontri qualcuno che conosci. E con “qualcuno”, intendo “almeno una decina di persone, in punti diversi della città”. E sembra brutto non prendere un caffè con ognuna di loro.

Negli anni trascorsi sulle rive dell’Arno ho accumulato una tale quantità di caffeina che non dovrei stupirmi di dormire tre ore per notte.

Però lo si sa, che Pisa è così. Torino no. Torino sembra grande, immensa, con tutti quei portici e quei vialoni alberati.

torino

E quindi è pure peggio. Provateci voi a mantenere l’aplomb quando, a diciassette anni, incontrate una collega di vostro papà sull’autobus in un orario in cui dovreste essere a scuola.

Poi, provate a ripetere l’esperienza con la professoressa di storia dell’arte che sta portando una classe a godere delle meraviglie barocche del centro cittadino, o con quello di educazione fisica che porta un’altra mandria di studentesse a fare ginnastica ai Giardini Reali.

E infine con lo zio, che non ricordavo lavorasse in via Roma.

Non è facile guardarsi intorno con circospezione ogni volta che si fanno telefonate “personali”, perché la propria madre potrebbe essere sullo stesso autobus, né evitare qualcuno perché o si inizia a frequentare solo il “bar di Al Bano” di corso Francia, o prima o poi ci si incontra. L’ultima volta sono entrata in un locale dei Murazzi, ho sentito distintamente “Oh tizio, guarda, c’è Anna Giulia!” e un attimo dopo, un paio di persone che non mi amano molto hanno abbandonato il posto.

So che quest’ultimo aneddoto mi fa apparire come una brutta persona, ma giuro che di solito non lo sono. Anche se a volte, trovo che la seguente immagine rispecchi in parte quel lato di me che vorrei saper tenere sopito.

friends

Ma tornando al discorso iniziale, ci sono alcune – rare – occasioni in cui questa atmosfera paesana tipica di Torino sa essere piacevole.

Come, ad esempio, quando dopo aver seguito e interagito con una blogger per mesi, scopri che avete importanti amicizie in comune.

E che fai, non ne approfitti?

Inauguro quindi la rubrica “meet the blogger”, perché spero a brevissimo di aver modo di prendere un caffè (dove per caffè si intende vodka) con la brillante autrice di Gynepraio.

E se non conoscete il suo blog, fateci un giro. Non ve ne pentirete.

O se ve ne pentirete, potrete sempre detestarmi cordialmente e uscire dai luoghi pubblici non appena mi vedrete entrare.

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Piani di rinascita morale che manco S-ai-entology

– Sono caduta.

– Di nuovo?!

(cit. io e il mio compare di lavoro, in un fine settimana a caso tra gli ultimi sette)

 

L’autunno è sempre un periodo di passaggio, con i traumi connessi: il passaggio dalle infradito fluo alle sneakers (che malediremo quando marciranno miseramente alle prime piogge), quello da una ridente località di villeggiatura alla triste e laboriosa metropoli, o dai massacranti e sottopagati lavori estivi ad uno stato costante di disoccupazione e/o depressione.

Io esprimo il mio disagio cadendo.

Tre volte in un mese e mezzo non è male come media, soprattutto se a seguito della prima caduta mi sono vista costretta a spalmarmi il ginocchio sinistro di fondotinta per non sembrare più scema del necessario nelle foto delle nozze di mia zia.

Come se non bastasse, una recentissima e non ancora elaborata delusione ha trasformato questo ottobre nell’autunno del mio scontento, ma aspetto fiduciosa che si muti in gloriosa estate sotto il sole di Pisa.

Ah già, Pisa. La ridente cittadina che quando piove non si bagna. No, Pisa esonda.

L’acqua pare emergere dall’asfalto (e probabilmente è proprio così, considerando la portata del sistema fognario) per distruggere e deridere i migliori esemplari di scarpe impermeabili. Gente, non c’è via di scampo e solo i miei concittadini sabaudi possono capire la malinconica tranquillità di un pomeriggio autunnale a Torino: cielo plumbeo, freddino-ma-non-troppo.

Capisco perfettamente le sublimi meraviglie dello sturm-und-drang autunnale pisano, ma se persino gli ombrelli formato capannone industriale riescono a contenere l’acqua che esce da ogni dove, la sensazione di essere capitata nel bel mezzo della stagione dei monsoni è abbastanza ricorrente.

Per fortuna è ricominciato The Vampire Diariesalmeno posso spiaggiarmi sul letto e stordirmi il cervello – amanti delle creature soprannaturali di Mystic Falls, c’ho degli scoop pazzeschi su questa stagione ma posso solo dire che temo fortissimi mal di testa da confusione nel corso dei prossimi mesi. Stop.

Tutto questo per proporre un programma in tre passi per una convalescenza post-delusione quanto più possibile serena. Io lo sto mettendo in atto e per ora sembra funzionare. Solo che la corda che ho scelto per il cappio è un po’ troppo ruvida.

Giorno 1: il letargo

Nei momenti di disperazione nera, bisogna dormire. Ma prima, a onor del vero, bisognerebbe non dormire per alcuni giorni: è un ottimo modo per devastare anima e corpo al punto da non riuscire a capire cosa sia successo, ed evitare picchi depressivi troppo acuti e troppo vicini al fattaccio. Una volta ridotti a larve umane in stato confusionale, è il momento di dormire ininterrottamente per un paio di giorni. Ci saranno sporadici risvegli accompagnati da lucide considerazioni sulla situazione in corso, ma non importa: basta chiudere gli occhi e va tutto a posto.

Importante: non bisogna parlare con nessuno, soprattutto con i propri familiari. Le conseguenze sarebbero dotti lacrimali terribilmente infiammati. Meglio mandare un sms millantando influenze, scarlattine, tubercolosi o alluce valgo per tranquillizzare gli affetti prima di dormire.

Giorno 2: l’autocommiserazione

Superate le 36-barra-48 ore di sonno quasi ininterrotto, si può procedere ad una serie di step simili a quelli che si mettono in pratica alla fine di una relazione amorosa: dolci, bevande calde, alcol, film e letteratura sono i migliori aiutanti in questo senso. Per le disperazioni autunnali poi, il rifiorire delle serie tv ci viene in aiuto perché c’è una gran scelta di format e generi che permette anche ai più schizzinosi di trovare una nicchia di tranquillità.

Per questa fase, meglio tenere alla larga amici e parenti: vuoi per la necessità di estraniarsi dal mondo crudele, vuoi per l’odore non proprio fragrante di un corpo rimasto sotto le coperte per un numero di ore a due cifre, consiglio vivamente di continuare, nei limiti del possibile, con l’isolamento.

Giorno 3: la rinascita (forse)

Bene, è giunto il momento di tornare a piccoli passi nella civiltà. Una doccia è decisamente necessaria, così come una dose estremamente grande di tè verde o di un altro infuso depurativo che ci faccia – ahem – espellere i residui del giorno 2.

Siamo forse pronti ad affrontare il mondo, la luce, i colori, le voci? Certo che no, ma come disse Hugh Grant nessun uomo è un’isola (poi disse anche io sono quella cazzo di Ibiza! , argomentazione che non depone a favore della mia tesi, ma facciamo finta di nulla e proseguiamo, che tanto a fine film si ricrede) e in linea di massima, un caffè con un’amica non ha mai ucciso nessuno.

A meno che l’amica non fosse una delle ziette un po’ tuonate di Cary Grant, ma anche qui ci inoltriamo in terreni accidentati e quindi escluderemo questa possibilità, per il momento.

Anche un pranzo in compagnia di poche persone selezionate non è male, ma la vera manna dal cielo è, di nuovo, l’alcol. Un aperitivo al volo o una serata intima passata a sorseggiare birra alla ciliegia (o Negroni sbagliato, dipende dai gusti (io ho scelto il secondo) (ma io faccio schifo)) possono risultare delle buone soluzioni.

Dal quarto giorno (che per me sarà domani) bisogna tirarsi su le maniche (anzi meglio di no, che fa freschino di questi tempi), ingegnarsi e trovare dei piani alternativi. Che forse sarebbe stato il caso preparare prima, ma ci siamo capiti – procrastination is my middle name, baby.

Ok, lo so che i fallimenti altrui sono una manna per l’autostima, quindi a dimostrazione di aver superato i giorni peggiori, condividerò ciò che mi è successo:

sono andata in un posto, a fare una cosa che preparavo da almeno quattro mesi, ma purtroppo all’apice del climax mi è sembrato di sentire il personaggio di Brad Pitt in The Mexican che mi diceva

Sembri un soldato tedesco fatto prigioniero: io non zo niente! Niente!

E sì, lo so che non è delicato riportare certe battute nei giorni delle controverse esequie dello stronzo delle Ardeatine, ma per dovere di cronaca ho dovuto farlo.

Il Dio degli ebrei mi perdonerà.

 

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Incontri estivi: gli “incaricati Enel” porta a porta e le loro splendide truffe

Li avevo incontrati l’ultima volta un paio di anni fa, a Pisa.

Tizio era entrato in casa esibendo un cartellino di riconoscimento con stampato un nome femminile e chiedendo a gran voce di vedere “l’ultima bolletta”, per potere – a suo dire – rimediare al peccato capitale da noi commesso, non avendo ancora provveduto a “togliere l’imposta statale”.

Giunto nella nostra cucina con al seguito un donnone di nero vestito che sembrava incapace di proferir parola, si è fatto consegnare la fantomatica ultima bolletta.

La donna si guardava intorno, e i suoi sguardi perplessi di fronte all’accozzaglia di mobili, libri, tazze e gatti ci avevano causato attacchi di ridarella contenuti a fatica.

Tizio, un ragazzo evidentemente appena maggiorenne, continuò a lungo a sostenere di essere l’incaricato della compagnia con cui avevamo il contratto per la fornitura dell’elettricità, ma per sua sfortuna né io, né la coinquilina feticista delle tazze eravamo le intestatarie del contratto, quindi lui e la sua silenziosa socia erano stati messi alla porta.

Purtroppo non tornarono più, avrei gradito scambiare qualche parola per chiedergli delucidazioni in merito all’informazione ricevuta telefonando al numero verde della nostra compagnia elettrica, ossia che non avevano idea di cosa stessi parlando e che certo la strana coppia non era alle loro dipendenze.

A seguito di alcuni articoli usciti su diversi quotidiani (uno dei quali scritto dal mio coinquilino, effettivo intestatario del famoso contratto, che aveva fatto una giornata di prova presso l’agenzia che mandava in giro quegli sciamannati).

Invece ieri ho carpito (per non dire deliberatamente origliato) sull’autobus una conversazione tra tre ragazzi molto giovani, due dei quali svolgono il medesimo lavoro di Tizio e del donnone; bene, questi due fanciulli si sono vantati per un abbondante quarto d’ora delle tecniche insegnategli dal loro diretto superiore: frasi che, per loro diretta ammissione, erano un cumulo di cazzate volte a convincere il malcapitato di turno a firmare il fraudolento contratto che, di fatto, fa sì che la gestione dell’energia passi ad un’altra compagnia (non ho ancora capito quale).

Dopo aver allegramente deriso “quelli delle popolari” che sono ignoranti e firmano qualsiasi cosa (e qui devo ammettere che ero pronta a litigare, che i miei nonni hanno vissuto “alle popolari” per quarant’anni, e immaginarli truffati da due tamarri imbecilli mi ha fatto salire il sangue alla testa), hanno raccontato all’amico le meraviglie dei loro guadagni:

40 euro per ogni contratto concluso, versamento del 20% dei guadagni all’agenzia (“che se pensi che a fare l’operaio lasci il 50% in tasse, è un cazzo”), disponibilità e anzi attitudine a raccontare qualsiasi balla pur di portare a casa l’agognata firma.

Se in un primo momento provavo pena per i poveretti che pur di lavorare si prendevano la briga di girare porta a porta senza neanche l’ombra di un rimborso spese, dopo aver sentito quella conversazione ho cominciato a considerare che un ragazzo di indole onesta probabilmente andrà a fare l’operaio, anche se dovrà lasciare “il 50% in tasse”, e che invece i figli di puttana continueranno ad oliare il meccanismo delle truffe, del “ma no signora, siamo dell’Enel” e che saranno, in questo modo, complici di chi li manda in giro con le precise istruzioni di circuire le persone.

E mi sentirò pertanto autorizzata, dovessi incontrarli di nuovo, ad insultarli come solo una che ha bazzicato “le popolari” sa fare.

(e di scappare di corsa una volta terminati gli insulti, che a parole son buona ma a forza fisica pecco un pochino).

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cinema, Pisa, teledipendenza, Torino, voyages

Piani estivi: quando le vacanze languono e lo streaming è il tuo migliore amico

A volte ritornano, anche se è metà luglio, il passaggio Piemonte-Toscana è inevitabilmente ingioiellato di treni in ritardo, valigie troppo pesanti ed etti di toma di montagna in trasferta.

Sebbene le ultime settimane di silenzio siano principalmente dovute all’assenza di connessione internet nella mia abitazione torinese (il buon Zompafossi è drammaticamente scomparso dalle reti disponibili) e dalla conseguente visione esclusivamente di DVD e di film trasmessi dalle democratiche reti presenti sul digitale terrestre (non che mi lamenti: da 28 giorni dopo Monsieur Verdoux non mi è andata così male) e dal ritorno alla sana pratica della lettura.

Di libri cartacei, siore e siori.

Uno dei quali è stato immolato nella sua materiale fragilità da un improvviso acquazzone a finestre aperte.

Ciao Famiglia Winshawè stato bello finché è durato.

Nel frattempo le mie amate serie tv sono in pausa estiva (ho in mente un paio di riflessioni sul cannibale più affascinante di sempre, ma a suo tempo) ma per fortuna il buon Dexter è tornato tra noi, e voci di corridoio mi dicono che potrebbe non essere un completo disastro. Vedremo.

Intanto a breve la seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad, uno di quei prodotti che oltre a possedere un’estetica riconoscibile e affatto secondaria alla storia, è forte di un soggetto ‘a tenuta stagna’ in cui gli errori si contano sulle dita di una mano, forse anche di una mano senza alcune dita.

Per il resto, non essendo una grande fan del trash eccessivo e tedioso di True Blood, le mie escursioni estive in terra seriale si ridurranno forse a qualche recupero in corner di prodotti ormai conclusi; anzi, l’occasionale visione di alcuni episodi di Pretty Little Liars e di The O.C. sulle sempre tremende reti Mediaset mi ha contaminato occhi e cervello quindi coraggio miei prodi, consigliatemi una bella serie tivù da cui diventare dipendente.

Nota: ero fortemente propensa a tirarmela pubblicando solo la prima foto, ma visto che sono intellettualmente onesta (a-ha), ho deciso di consegnare a futura memoria anche la seconda. Apprezzate la mia onestà intellettuale, su.

Vorrei inoltre sottolineare che avendo prontamente cancellato la prima immagine da qualsiasi supporto di archiviazione, ho dovuto procedere allo stamp della pagina web e al ritaglio tramite Paint. Le fatiche di una nullafacente.

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