Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Aggiornamenti disordinati

  • Ciao, sono viva e vagante nella mia afosa città natale;
  • vorrei scrivere dello spettacolo Ephebos della Clarendon Company visto lunedì, ma al momento sono impegnata in una complicata operazione di scroccaggio wifi e l’instabilità del segnale mi fa temere perdite improvvise e tragiche del materiale. Eppoi, ogni volta che penso a quel musical mi commuovo e piango quindi forse dovrei prima rimettermi in sesto emotivamente.
  • Sono oltretutto molto impegnata nell’indovinare la password del wifi di uno dei miei vicini, non per beceri scopi di scrocco (non solo, almeno), ma perché la rete in questione ha un nome così bello da essere diventata un’ossessione.
  • Che password usereste per la rete “Zompa fossi”?
  • Caro zompatore di fossi, se passi di qua non prendertela. Si scherza. Qual è la tua password?
  • Andrò a vedere la mostra di fotografie di Robert Capa a Palazzo Reale e ne scriverò da profana, come feci per il collega Cartier-Bresson; se già i lavori di quest’ultimo mi erano sembrati stridenti rispetto all’ambiente, non oso immaginare l’accostamento delle stesse sale agli scatti di guerra di Capa. Forse avrò uno shock visivo.
  • Prego apprezzare la fatica che sto facendo per scrivere, considerando che l’unica posizione che mi permette di captare la rete libera è la seguente:
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Da sinistra: bracciolo divano, netbook, cuscino + peluche a maialino per poggiarmi, testa con bellissimi occhiali.

  • Nient’altro. Voi come va?

 

Appena riuscirò ad accedere a una biblioteca dotata di wifi, vi delizierò col tragicomico trasloco che mi è toccato la scorsa settimana, con le cose da fare a Pisa e a Torino in giugno (in questo mese la Toscana, ahimè, vince), con la ricetta del polpettone fritto di mio padre e con il musical della Clarendon.

E se non troverò una biblioteca, tenterò la fortuna a Palazzo Nuovo sperando che il sistema di UniTo riconosca ancora la mia matricola. 

Baci baci!

 

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Back to basic: come risolvere l’inevitabile caos di un trasloco

Disclaimer: post riservato quasi esclusivamente al gentil sesso, non me ne vogliano i lettori maschietti; penso comunque che alcuni di loro potrebbero trovare la lettura utile.

Intrappolata da due giorni in una camera in via di smantellamento, ho velocemente iniziato a odiare tutto ciò che usciva dallo spazio apparentemente esiguo in cui ho vissuto nel corso dell’ultimo anno: indumenti, scarpe, libri, borse, oggetti di ogni sorta e dimensione si sono riversati sul letto e di fronte alla grande e accogliente valigia che lentamente si riempiva ho avuto un moto di disgusto verso il superfluo.

Ho quindi (saggiamente?) deciso di adottare una tattica per me inusuale e quasi sacrilega: la selezione naturale degli oggetti.

Se in un primo momento ogni forcina per capelli, ogni fotocopia sembrava possedere un valore intrinseco e un’anima che mi chiedeva silenziosamente di non privarmi di tanta possibile (ma improbabile) utilità, poco alla volta la foga del ritorno all’ordine (cit.) si è impossessata delle mie mani, ha ottenebrato il mio cervello e il risultato sono state una decina di buste piene di cose.

So che pare impossibile, ma non lo è ed ora vi dimostrerò scientificamente come procedere all’eliminazione di ciò che non sono non è necessario, ma neanche utile.

Primo passo: che cosa ho? Sgomberate il letto e/o il tavolo, create delle pile di oggetti uguali o simili al fine di realizzare l’entità numerica di ogni categoria. Vi assicuro che guardando il cumulo dei jeans che si faceva sempre più alto, sono stata colta da un misto di stupore e vergogna.

Secondo passo: cosa mi serve? Poche balle, l’abbondante metà di ciò che possediamo è del tutto superflua. Ci servono davvero tutte quelle paia di ballerine? E quei pantaloni che non ci entrano da un decennio ma che non si sa mai? Siamo sincere: a parte rari casi, nel corso di una stagione indossiamo grossomodo gli stessi capi e gli stessi accessori. La regola che ho adottato è stata: se ho passato più di un mese e mezzo senza utilizzarlo, non mi serve. (Ovviamente, discorso a parte per libri, medicinali, fotografie)

Terzo passo: cosa me ne faccio del superfluo? Le opzioni sono diverse: dal passaggio ad amiche (scelta saggia che vi renderà contente quando le vedrete utilizzare ciò che avete dato ma che potrà far vacillare la vostra autostima nel constatare che quei jeans che a voi stavano demmerda sembrano cuciti addosso alla vostra longilinea amica) alla donazione alle varie associazioni di volontariato che si occupano di questo tipo di servizi (non temete: anche il vostro top di paillette dorate sarà loro utile, lo venderanno a qualche altra squilibrata come voi; sconsiglio i cassoni deputati al recupero degli indumenti che si vedono per strada perché a Torino li vedo sempre saccheggiati, e in almeno un’occasione mi è parso di rivedere qualcosa di tremendamente familiare su un banco dell’usato al mercato), ai negozi tipo Mercatopoli che vi daranno una commissione se e quando venderanno i vostri tesori, fino alla soluzione per eccellenza (ma qui, ahimè, parlo solo alle sabaude): IL GRAN BALON. Un paio di amiche vi hanno portato il loro superfluo un paio di settimane fa e pare si siano divertite moltissimo, non vedo l’ora di unirmi al gruppo.

Quarto (e ultimo) passo: e se poi…? NO. Ragazze, no. Se già solo avete considerato la possibilità di disfarvene, vuol dire che dovete farlo. Quella t-shirt con scritto Il principe azzurro è gay sarà di cattivo gusto anche tra quindici anni, fatevene una ragione e procedete anzi a un mea culpa per averla acquistata e date via anche quella disgustosa borsa dal colore improbabile che tenete custodita come l’anello di Frodo e quelle scarpe a punta che vi possono servire giusto per schiacciare i ragni negli angoli, o per ferire un eventuale malintenzionato.

Giuro che al termine di questa rehab in quattro step vi sentirete benissimo. Ve lo assicuro. Al momento, ho rinchiuso (quasi) tutti i miei averi in due valigie. Ora passo alla decimazione delle scarpe, dopodiché potrò dormire serena e in un mondo più ordinato.

Fatemi sapere se la cura funziona, ci vuole coraggio per iniziare ma al termine si viene colte da un ordine mentale incredibile e molto piacevole.

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Considerazioni sparse, Monday Mood(s), Pisa, universi paralleli, what I call love

A posteriori: fuori sede sì o no? [Bizzarri Monday Mood(s)]

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Non so come né ho ancora realizzato a pieno quanto è accaduto, ma la scorsa settimana ho concluso il secondo livello di studi universitari.

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Eggià, mi sono laureata in un corso dal nome lungo e vago, in una città abbastanza lontana dalla mia, indossando una camicetta color granata per rendere omaggio al mio luogo d’origine (e al gol al 94° che mi ha fatto vincere 15 euro, ma è un’altra storia) ed ora mi accingo a lasciare le umide sponde dell’Arno per tornare a quelle  del Po, sempre che lo smantellamento della mia camera non richieda più di cinque giorni.

Come scrissi tempo fa, arrivando in una città universitaria come questa non si può fingere di non sapere che si tratta di un passaggio, di un’esperienza con una data di scadenza, qualcosa che finirà e a volte ripeterselo fa bene, soprattutto quando la nostalgia di casa o il tedio della città medio-piccola si fanno sentire più del solito.

Purtroppo e naturalmente, arrivando alla fine di un percorso di questo tipo ogni consapevolezza si perde nella più o meno profonda disperazione: soprattutto se si vive in una casa dello studente o si ha la (grandissima) fortuna di avere un rapporto con i coinquilini che non prevede minacce di morte quotidiane, il momento del distacco può essere leggermente traumatico, e la gioia per la fine degli studi può tramutarsi nel corrispettivo della sala cinematografica illuminata alla fine di un film particolarmente coinvolgente: destabilizzante.

Questo accumulo emotivo può tradursi in comportamenti apparentemente inspiegabili come passare un’intera giornata nella biblioteca del proprio dipartimento a leggere libri su libri inerenti i propri studi (true story: say hello to the Biblioteca di Storia delle Arti’s wifi connection) o cadere addormentati per lo sfinimento del far nulla alle ore più improbabili.

Il fatto poi che tutti (TUTTI!) si sprechino nel guardarti con occhi da cerbiatto per dirti con un filo di voce e quindi te ne vai…? non aiuta affatto, così come la nostalgia a priori di chi vuole assicurarsi che comunque tornerai per la loro laurea e teme che nonostante le rassicurazioni, non lo farai.

Ad ogni modo, se si escludono questi minuscoli traumi psicologici e si riesce ad ignorare le domande di chi ti chiede cosa farai ora, l’esperienza universitaria fuori sede è una figata.

Orari completamente sballati, ingrassamenti e dimagrimenti improvvisi e apparentemente inspiegabili, ogni giorno è lunedì ed ogni sera è sabato e viceversa, ogni viaggio in treno che riporta a casa ha la carica emotiva di un melodramma in costume e ogni ritorno (di solito di domenica sera tardi) è insieme uno stress e un sollievo, non sai più cosa è tuo e cosa della tua coinquilina/vicina di stanza.

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Mi rendo conto solo ora che le ripercussioni psicologiche di un Erasmus di due anni e mezzo (cit.) sono notevoli e si amplificano con l’avvicinarsi del giorno della partenza, ossia della fine effettiva dell’esperienza fuori sede, ma lo rifarei mille volte. Anzi, quando iniziano le pre-iscrizioni all’università?

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Doni rinvenuti sulla propria scrivania una qualsiasi mattina post-festa patronale

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Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Torino vs. Pisa parte I: l’abbigliamento delle poco-più-che-ventenni

L’aspetto della vita pisana da fuori sede che fin dal principio mi ha turbata notevolmente è stato l’enorme, inconcepibile (per me) differenza tra il look delle ragazze che liete passeggiano sui lungarni e quello del loro corrispettivo torinese.

Mi spiego: se in un qualsiasi pomeriggio di primavera vi trovate a fare due passi in Borgo Stretto, a prendere un gelato in piazza Garibaldi o a fare aperitivo in piazza della Pera e fate attenzione alle poco-più-che-ventenni che vi circondano, notate un tripudio di colori, fiori di ogni forma, camicette leggerissime nei toni pastello, ballerine colorate e sciarpe arcobaleno, lunghe chiome o tagli corti ma colorati.

Ora vediamo cosa si può incontrare nel capoluogo piemontese, nelle medesime condizioni ambientali: siamo in via Garibaldi o al Quadrilatero, magari in piazza Castello a oziare davanti a Palazzo Madama o a spendere 7/8 euro per un aperitivo in piazza Vittorio; ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è NERO. Con un po’ di grigio e rari sprazzi fucsia. Giacchette di pelle o tessuto tecnico, stivali di produzione tedesca da 300 euro anche d’estate, cappottini strutturati e privi di fronzoli stile FRAV, caschetti liscissimi con frangette corte che fanno sembrare i bambini de Il villaggio dei dannati, borse ricavate da copertoni di autoarticolati e vendute per cifre impressionanti, bigiotteria ricavata da forchette. Tutto. Nero.

 

Nero, grigio, Trippen e niente fronzoli: sembra così sabauda!

 

Il problema, o meglio il mio problema, si è posto in seguito all’ambientamento della sottoscritta in terra pisana: dopo i primi timidi tentativi di abbinare t-shirt vagamente colorate alle decine di pantaloni neri, dopo l’abbandono degli stivali da motociclista e dello smalto-nero-pure-a-ferragosto, il mio esiguo guardaroba ha iniziato ad arricchirsi di capi improponibili sulle rive del Po: pantaloncini bianchi (bianchi! Capite?!), gonne a fiori o color corallo, golfini rosa cipria o giallo senape e persino un improbabile abitino con una stampa di fragole, ciliegie, banane e ananas.

Poi è arrivato il momento di tornare a casa per le vacanze, e istintivamente ho riesumato i capi da funeral party e li ho distrattamente lanciati nel trolley (che comunque è inspiegabilmente color limone); era il 30 luglio, non si poteva stare senza occhiali da sole neanche in casa e la mia valigia conteneva solo.oggetti.neri. Con qualche concessione al grigio e (addirittura!) al rosso.

Dietro pressioni esterne di chi esterrefatto non capiva come la ragazza con l’abito macedonia stesse impacchettando quegli indumenti, ho azzardato un po’ di verde e di azzurro. Usati pochissimo e dopo infiniti tentennamenti, naturalmente. 

E solo di giorno, che l’aperitivo/pre serata/serata torinesi sono necessariamente desaturati.

Credo sia il clima a determinare questa profonda differenza, insieme allo snobismo radical chic di certi ambienti torinesi e alle sfumature dei tramonti pisani, che fanno venir voglia di abbinare i colori come neanche i clown.

Il radical chic-intellettualoide-artistoide a Torino è nero e risente dell’anima post-industriale della città, quello pisano è più hippy e farebbe volentieri la vendemmia sui colli pisani, se solo non avesse da preparare quel terribile esame di filosofia del pensiero post-moderno per settembre.

Naturalmente, sto generalizzando. Ho amiche di pura razza piemontese che non disdegnano il rosa o i fiorellini, così come ci sono fanciulle a Pisa che non stonerebbero in un locale finto underground del centro torinese. Diciamo che in generale, quelle che ho elencato sono le caratteristiche peculiari della fauna presa in esame, poi c’è chi segue lo stesso stile dai 14 anni e non cambierà mai e chi si fa una frangetta troppo corta ma poi capisce che sta male al 90% della popolazione mondiale e preferisce optare per dei boccoli à la Candy Candy, e noi vogliamo bene a tutti loro.

Soprattutto a chi non si fa la frangetta troppo corta.

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Considerazioni sparse, Pisa

Vivere a Pisa da fuori sede: mangiare (bene) con poco

La mia avventura da studentessa e da fuori sede si accinge a finire, gli oggetti personali da impacchettare e mandare (portare) nella capitale sabauda sono tanti e tutti ancora al loro posto, procrastinare continua ad essere la mia attività preferita e non sarà un titolo di studio a cambiare la realtà delle cose, la copertina della mia tesi è nera come la disperazione (cit. un amico particolarmente catastrofico) e l’ufficio che si occupa di studenti mediamente poveri non sembra comprendere le richieste che gli faccio, sebbene usufruiamo circa della stessa madrelingua (cit. una vecchia canzone, e con vecchia intendo della mia adolescenza).

In tutto questo accumulo di mansioni che svolgerò come sempre tre secondi prima della scadenza, vorrei rendermi socialmente utile consigliando ai fuori sede presenti e futuri alcuni luoghi in cui mangiare e bere non è poi così costoso; mi riferisco soprattutto (ma non solo) ai miei pari, studenti borsisti che in rare e centellinate occasioni si concedono il lusso di rinunciare al pasto della mensa e a quelli che vanno a mensa e subito dopo al ristorante (tratto da una storia vera).

  • Il Numero 11 la meraviglia. Porzioni di carne rossa assolutamente esagerate, prodotti a km.0, acqua gratis, niente coperto, pane e dolci prodotti sul posto. I contro sono l’impossibilità di prenotare che determina file chilometriche soprattutto nel fine settimana e la condivisione del tavolo con perfetti estranei, elemento che non è negativo di per sé ma lo diventa se i commensali sono particolarmente molesti come me. Mio padre vuole andarvi a mangiare ogni volta che viene a trovarmi, e si sa che i genitori tendono ad essere abbastanza esigenti in fatto di cibo. Mi mancherà il controfiletto di cavallo con patate, anche se il mio stomaco ringrazierà per la sua assenza. Lo si può trovare in via San Martino, la prima traversa di corso Italia dopo aver attraversato il Ponte di Mezzo.
  • Osteria Santa Caterina il menù alla carta non è economicissimo, ma è possibile usufruire di quello turistico e avere per 15 euro un antipasto, un primo, una tagliata, un dolce, il caffè ed un calice di vino, tutto di buona qualità. In più, a pranzo con 5 euro si può accedere al buffet che è composto da piatti preparati sul momento e davvero molto buoni. Si trova in via Santa Cecilia, a mezzo metro da piazza Santa Caterina.
  • Wok World è inutile che storciate il naso e fingiate di non aver mai preso d’assalto un “all you can eat” nippo-cino-whatever: non ci crede nessuno. Il locale è molto capiente, il buffet davvero fornito e il cibo non è affatto male, si va dal sushi (preparato sul momento) alle fritture, ai piatti composti di pietanze crude cucinate nel wok seduta stante. Spesso è sovraffollato, soprattutto a pranzo perché il menù fisso è più economico. Si trova in via delle Cascine, di fronte al supermercato PAM. L’alternativa è in via Santa Maria, in cui si possono scegliere 18 (mi pare siano 18) portate stando comodamente seduti e senza doversi scannare con altri affamati. 
  • Pizzeria Mediceo 15 l’ambiente è gradevole e la pizza è buona, in più da lunedì a giovedì è possibile avere pizza, bibita e dolce per 8 euro (anche a cena). L’indirizzo lo indica il nome stesso.

 

Insomma questa è l’esperienza accumulata in due anni e mezzo, ho preso anche qualche fregatura ma più che altro nei bar e nelle tavole calde (grazie al cielo); su richiesta, mi impegnerò ad onorare il nome di questo blog compilando una lista dei posti migliori per caffè e colazioni.

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Considerazioni sparse, musica, Pisa, Torino, what I call love

Aggiornamenti casuali dal tedio pomeridiano

Il silenzio degli ultimi giorni è da imputarsi all’influenza che ha ben pensato di palesarsi il 30 di aprile (alle carissime amiche che me l’hanno passata prometto tremenda vendetta),

al perdurare di correzioni su correzioni di quelle 200 pagine che dovrò discutere a breve e di cui ricordo ben poco (figuraccia mode: ON),

all’imminente trasferta lombarda per un’altra tappa del tour della Birra Ceca, questa volta a bordo di tre comodi regionali che arrancheranno su e giù per gli Appennini in barba a quel dannato Frecciargento o come si chiama che tra Firenze e Bologna mi ha solo fatto vedere gallerie e facce schifate dal profumo sublime della mia insalatina alla feta fresca,

ad uno stato comatoso della materia grigia che a malapena mi ha lasciato le forze di guardare The Mentalist (niente Red John anche stavolta, mettiamoci l’anima in pace, ma l’episodio non era pessimo)

e ad altre motivazioni random che nascondono cumuli* di apatia, di caldo e di sonno, quest’ultimo incentivato dalla saggia decisione di dormire con l’hennè in testa sporcando le lenzuola appena cambiate e procurandomi deliziosi e ricorrenti dolori cervicali.

Che altro dire, Pisa in questa stagione è particolarmente bella, il cielo si specchia nell’Arno celando quel colore marroncino che lo caratterizza nelle giornate uggiose, ma anche la breve sosta nella mia Torino la scorsa settimana non è stata male, con il tempo abbastanza sereno da permettermi una full immersion di mercati da cui sono riemersa con un completino camicetta di seta granata + gonna nera al ginocchio per la modica cifra di 5 euro. Tutto cartellinato, ma risalente a qualche collezione del Paleozoico.

Che dite, urge un vademecum per l’acquisto low cost a Torino? Devo condividere i segreti accumulati dopo intere mattinate passate a rovistare tra i banchi di tutti i mercati di Torino Ovest? Se i “sì ti prego fallo immediatamente” supereranno i “whatever…”, magari mi armerò di pazienza e lo scriverò.

Ed ecco un po’ di mood primaverile pisano, tra acquazzoni improvvisi e giornate quasi estive.

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Ed ecco invece un piccolo assaggio di primavera sabauda, antitetica a Pisa ma ugualmente affascinante.

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*è mai possibile che questa parola ogni volta mi riporta in mente il brano degli 883? Ma sto bene?

 

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Considerazioni sparse, Pisa

Consigli pratici per studentesse fuori sede (e squattrinate)

Dopo quasi due anni e mezzo di vita fuori sede, dopo essermi abituata alla veneranda età di ventiquattro anni a dividere gli spazi privati con estranei, dopo il successivo trasloco nella Casa dello Studente che ora mi causa tanta sofferenza e un ulteriore trauma da abbandono,

ho sviluppato particolari doti volte a risparmiare le esigue quantità di denaro che ho da gestire quotidianamente (con esigua ci si riferisce a una moneta da due euro, nel migliore dei casi), soprattutto per ciò che riguarda quelle spese necessarie ma fastidiose come il necessaire da toilette.

A un mese dalla drammatica fine della mia vita universitaria, passo il testimone a chi dopo di me si troverà ad affrontare le medesime sfide quotidiane.

  • Da alcuni mesi ho smesso di comprare lo struccante, sostituendolo in un primo momento con un panno in microfibra che inumidito e poi passato sul viso rimuove il trucco ma lascia la pelle un po’ secca, ed ultimamente con una soluzione di acqua e olio d’oliva: scuotere bene, versare poche gocce su un batuffolo di cotone, passare sul viso. Voilà.

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  • Dato che la sfortuna tende a divertirsi con la sottoscritta, ho acquistato da Kiko un correttore semi secco che ho salvato dal cassonetto sotto casa con una goccia di olio di mandorle; la consistenza è ovviamente più oleosa, ma con una passata di cipria si risolve tutto.

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  • Sto per scrivere un’ovvietà, ma i campioncini gratuiti sono i migliori amici di ogni fanciulla squattrinata ed è cosa buona e giusta farne scorta come se non ci fosse un domani. Tanto prima o poi qualcosa in profumeria la compreremo, tanto vale armarsi di faccia da schiaffi e farsi riempire di free samples. A proposito di acquisti in profumeria, altro consiglio: sostituire le tinte chimiche con gli hennè, che rinforzano il capello senza mutarne completamente il colore, così che capelli più forti + meno ricrescita uguale meno spese; oltretutto gli hennè costano meno delle tinture chimiche, quindi altro risparmio. Per chi si trova a Pisa consiglio l’erboristeria di via San Martino quasi angolo corso Italia, sia perché vendono hennè di qualità in molte colorazioni che per la gentilezza delle due proprietarie, che tra le altre cose mi hanno dato (e avevo speso appena 6,50 eur0) la bustina verde nella foto qui sotto, piena di campioncini de L’Erbolario.
  • IMG_20130403_174006Il passo successivo è mantenere l’ordine nei propri esigui spazi, problema parzialmente ovviato dalla costruzione di un portaoggetti fatto con una scatola di thè ricoperta di coloratissimi ritagli di giornale. Il risultato è carino e tutti i miei orecchini profumano di vaniglia.

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  • Ultimo consiglio, solo per le coraggiose: armarsi di ago e filo e modificare gli abiti che non piacciono più invece di comprarne di nuovi. Ci vuole pazienza ma non è necessariamente difficilissimo, giusto ieri ho tagliuzzato un paio di jeans bootcut tirandone fuori degli skinny che volevo da tempo ma che i prezzi proibitivi anche delle catene low cost mi avevano impedito di comprare. Ovviamente prima o poi dovrò pregare mia sorella di ripassare le cuciture a macchina, ma nel frattempo il risultato non è male.

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I consigli successivi sono i più banali e vanno dall’accidentale caduta in borsa di una bustina di zucchero quando si va al bar all’altrettanto accidentale caduta di una bustina di miele (i due prodotti uniti fanno uno scrub pazzesco), alla sostituzione del primo piatto a mensa con un secondo frutto così da avere un po’ di vitamine in frigo, o al riempimento di mezze d’acqua dalle colonne della mensa stessa (questo però non  l’ho mai fatto, mi vergogno).

So per certo che ci sono altri metodi di cui non sono a conoscenza, eventuali testimonianze lasciate nei commenti andranno prontamente ad aggiornare questo post.

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