Considerazioni sparse

Chiavi di ricerca #1

Avendo coraggiosamente concluso il capitolo 2 della mia tesi (il fatto che non esista alcun capitolo 1 è un dettaglio), posso dedicarmi a futili attività senza troppi sensi di colpa. A meno che non mi telefoni nei prossimi minuti La Donna Capace Di Farmi Sentire In Colpa Pure Se Posticipo La Sveglia Di Cinque Minuti, che per comodità chiamo mamma.

La futile attività di oggi è la lettura di tutte le chiavi di ricerca che hanno portato a questi lidi nel corso dei quattordici mesi appena (appena?) trascorsi.

Alcune sono notevoli.

Misfits tuta arancione questa un po’ la capisco perché la vorrei anche io. Con i miei capelli sembrerei un fantastico mandarino, e col mio fisico ne avrei anche la forma.

Scimmia urlatrice giuro che non riesco a ricordare dove e perché ho scritto queste due parole, ma sono soddisfatta di averlo fatto.

Vampire Diaries merda non riesco a decidere se costui/ei sia un coprofago amante di Ian Somerhalder, o un povero Cristo costretto a sorbirsi le lagne di Nina Dobrev da una fidanzata autoritaria (nel secondo caso, un consiglio: bello mio, lascia perdere: non ci sta. A meno che tu non abbia le sopracciglia di Damon, gli addominali di Tyler e lo sguardo da fesso di Stefan).

Nn avere più l’età x fare certe cose fidati, finché scrivi in questo modo, hai l’età per tutto. A parte votare, e se così non fosse spero che tu non l’abbia mai fatto.

Nina Dobrev divano eh? Un feticista del mobilio per salotti?

Chris Colfer senza denti Gabry, qui lo so che sei tu.

Devo fare un tema su chi vorrei assomigliare da grande Venti euro e lo scrivo io. Anche dieci bastano, via.

Zia Assunta eccola.

Chissene appunto.

Ricerca di inglese su Vampire Diaries poi uno dice la scuola italiana.

Accessorize artigianale vallo a dire ai bambini che infilano perline nelle fabbriche del Bangladesh.

Donne con baffi mi è appena tornato in mente che devo fare la ceretta.

Scrivi cose serie giuro che ogni volta ci provo, ma non mi riesce. Spero abbia trovato blogger meno cazzoni su altre sponde.

Linguaggio Aldo Moro escrementi qui non mi esprimo, va oltre la mia comprensione e non ho alcuna intenzione di cercare su Google queste quattro parole. Ma se qualcuno ha capito il senso, è pregato di spiegarmelo.

Come posso assomigliare a un’altra questo davvero non lo so, da una vita cerco di somigliare a Tata Francesca con scarsi risultati.

Baffi Hitler ho capito che devo depilarmi, ora anche basta però!

S*opata il dono della sintesi.

The Lying Game Sutton è cattiva no, è solo scema. Fidati.

“Vado a letto con mio fratello” figa questa idea di usare le virgolette per fingere che a dirlo sia qualcun altro, e di non essere un pervertito. Sei un pervertito!

Perché sono indietro con lo studio? Perché perdi tempo a cercare informazioni inutili su Google. E su questo blog. E queste io le chiamo affinità elettive.

Cani antidroga concerto Manson c’erano, ma si facevano i fatti loro. Infatti, il Filaforum sembrava Amsterdam.

Attrice baffi tyler su YouPorn poesia ermetico-futurista

стюарт таунсенд sì, anche io.

Ora non vorrei offendere nessuno, ma a volte penso che questo blog sia l’unica pagina web disponibile per i villeggianti di Ravenhill. O magari sono io che scrivo troppe cazzate, chissà.

 

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La solitaria e silenziosa fine dei Monday Movies

C’è che anche le studentesse fuori corso e fuori sede ogni tanto lavorano, non troppo che altrimenti non si sentono sufficientemente inutili.

C’è che tali sporadici impegni lavorativi tendono ad essere geograficamente lontani dalla città deputata agli studi, e che il lunedì è diventato il giorno dei lunghi viaggi in treno (so di averlo già scritto da qualche parte, ma dovrebbero farmi AD di Trenitalia. Ormai conosco a memoria tutti gli orari di tutti i treni di tutte le stazioni del centro-nord).

La diretta conseguenza è la soppressione (temporanea?) di quel cumulo di considerazioni insensate che chiamavo Monday Movies, perché di film ne sto guardando pochi e pure bruttini.

Allora passo il poco tempo disponibile per lo studio a mettere insieme materiale di studio appunto, peccato che i pc della biblioteca si rifiutino di riconoscere la mia pen drive viola col fiocchetto verde e così non posso salvare tutti quegli interessanti articoli da Jstor. E mi attacco al tram.

Poi scopro che il “lavoro” che sto cercando di mettere insieme è stato già realizzato, in una versione ridotta, misconosciuta e poco brillante certo, ma il punto è che c’è già.

E che non lo sapevo.

Aspetto da un momento all’altro di avere il mio primo, clamoroso crollo nervoso.

Ci sono ottime probabilità che il prossimo post lo scriverò da Ravenhill.

Tante care cose.

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cinema

Facciamoci del male: i film dell’infanzia ed i loro effetti sulla (mia) psiche

Eqquindi è successo che il post precedente (sì, quello allegro e traboccante di gioia) ha scatenato una retrospettiva mentale che si è trasformata in ricerca compulsiva su YouTube. L’argomento di tale interessantissima operazione? I miei primi ricordi cinematografici.

I risultati sono stati oltremodo… inaspettati, quantomeno a livello generale, ed inaspettatamente (oh, giuro che se la vicina di sopra non smette di urlare ad un essere ignoto di girare su “RAIUNOOOO”, faccio saltare la corrente al condominio. Che tanto il netbook ha la batteria carica. Tamarra delle popolari mode: off), dicevo, inaspettatamente ricordo con chiarezza disarmante il contesto che ne accompagnò la visione.

Quindi pronti via, ecco un ulteriore tassello che, sommato a quelli già noti, rende estremamente probabile la previsione che mi vede ad imparare improbabili filastrocche a Ravenhill.

Se ripercorro la mia sciagurata esistenza a ritroso, l’elemento cinematografico che come una costante si ripresenta lungo un arco di tempo di circa… ahem… tutta la vita è Labyrinth di Jim Henson, e se qualcuno osasse affermare di non conoscerlo, costui verrebbe messo alla gogna, schernito ed obbligato ad una visione coatta – stile Arancia Meccanica – del film e di TUTTI i contenuti speciali. Finite le minacce (che oggi la tamarra che vive in me è particolarmente annoiata, e forse vuole fare a botte ma spero di no, ché son piccina e me le prenderei), torno alle mie memorie: c’è da premettere che durante gli anni dell’infanzia, i due sciagurati che mi hanno messa al mondo hanno tenuto un atteggiamento molto, ma molto restrittivo nei confronti della televisione; a noi bambine erano concessi i cartoni animati delle 20 ed il telegiornale delle 20:30, più la visione di alcuni film. Labyrinth era uno di questi, ed io lo amavo come solo una bambina sa amare una fiaba come quella. O come sa farlo un’ultraventenne prossima alla laurea, che poi è uguale. L’unica sofferenza era il finale: come accadeva con Peter Pan, non ho mai compreso il motivo per cui le protagoniste femminili di queste storie decidessero di tornare a casa. Eppoi il re di Goblyn aveva un’espressione così delusa, ed era l’unico a restare chiuso fuori dalla stanza… sì, sindrome di Stoccolma a palate. (Ad onor del vero, se Jareth avesse rapito la mia sorellina, non mi sarei sbattuta così tanto. Povera piccola bertuccia, quanti traumi ho da farmi perdonare). (pic)

Maledetta fanciulla dal cuore di pietra!

Proseguendo sul filo dei ricordi, si incontrano tre film animati: la primissima volta che entrai in un cinema vidi La Sirenetta, all’età di quattro anni; non so come sia possibile che ancora ricordi la sensazione di straniamento nel camminare in quell’enorme sala buia, senza sapere ciò che sarebbe successo di lì a poco: immagini animate di dimensioni incredibili, granchi canterini e sirene innamorate. Una figata, così com’è una figata ricordare ancora oggi quelle sensazioni.

Arriviamo però agli altri due film animati: non so se qualcun altro ricorda quell’atmosfera un po’ oscura che pervase parte della produzione animata tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta; io la rimembro perché quei due film maledetti, Taron e la pentola magica e La collina dei conigli, me la facevano far sotto dalla paura. Se il primo non era poi così pauroso (ma andatelo a dire ad una bambina che vede un drago orribile rapire il maialino di Taron con i suoi artigli affilati), il secondo è stato un trauma spaventoso. Tipo che alcuni anni fa chiesi ad un amico di scaricarlo trovarmene una copia, ma impiegai settimane prima di riguardarlo: sangue, conigli che strappano le orecchie ad altri conigli, gatti incazzati e chi più ne ha, più ne metta. (Però è un gran film, giuro. Purtroppo, ogni qualvolta decida di guardarlo la Piccola Me si ripresenta lagnosa e spaventata, rendendo talvolta la visione un tantinello spiacevole). (pic1 e pic2)

Eddai, non venitemi a dire che sono personaggi da film per bambini!

Bello il coniglietto, né?

Per concludere questa raccolta di traumi infantili, ho conservato i due aneddoti meno verosimili ma assolutamente reali: la visione de La guerra del fuoco e Schindler’s List, verso i nove anni.

Se il primo titolo non era parte – almeno, non che io sappia – di un “progetto educativo” specifico (ma forse invece sì, dovrei chiedere a mio padre), e la sua presenza in casa era imputabile alle maledette collane di videocassette de L’Unità, il secondo film aveva un valore educativo assolutamente chiaro che purtroppo coinvolse un’altra bambina (Alice, se mi leggi, sappi che mi dispiace tantissimo). (pic)

Accadde che mio padre si adirò perché scoprì che gli ultimi due libri che avevo preso in prestito dalla biblioteca della mia scuola elementare erano Se questo è un uomo e La tregua; un po’ scioccato dalla notizia, decise che se volevo approfondire tali argomenti, avremmo passato il pomeriggio a guardare Schindler’s List e lui mi avrebbe spiegato cos’è la Shoah, quando e come avvenne, eccetera. Il caso volle che la mia amichetta Alice mi telefonasse proprio quel sabato pomeriggio per giocare insieme; mio papà la invitò a guardare il film con noi.

Ora, provate ad immaginare due bambine di nove anni sedute su un divano con gli occhi sbarrati, mentre il mio papà periodicamente metteva il film in pausa e ci spiegava cosa stava succedendo. Ovviamente lui non ricorda, ma ogni volta che io ed Alice ci rivediamo, ricordiamo quell’incredibile pomeriggio. (pic)

Comunque Spielberg, sei perfido. Povero bambino.

E pensare che, nonostante tutto ciò che ho appena scritto, ho comunque voluto studiare Cinema. Mi sa che il ricovero a Ravenhill è sempre più vicino.

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cinema, teledipendenza

“All I wanted to do was come to London and sell a dead nazi’s head!”

C’è qualcosa di molto particolare nelle modalità con cui gli inglesi trattano l’abusato tema dei nazisti all’interno delle serie tv; sarà che non li hanno mai avuti “in casa”, sarà perché non ci sono centinaia di tromboni inclini al moralismo facile, sarà che forse qualche hippy spiritoso ha riempito di acido lisergico gli acquedotti londinesi, fatto sta che ogni qualvolta mi trovi davanti al “nazi episode” di un telefilm inglese, so che mi aspettano grandi risate.

Alcune sere fa ho avuto modo di domandarmi se prima o poi gli attori tedeschi si stancheranno di essere convocati per produzioni italiane o francesi per recitare ruoli da soldati o gerarchi nazisti, soprattutto in virtù della stereotipizzazione con cui essi vengono rappresentati; tale utilissima considerazione è scaturita dalla visione di L’uomo che verrà, tuttavia riguarda anche produzioni d’oltralpe: prima o poi riuscirò a concludere un breve testo riguardo un film guardato a Gorizia lo scorso luglio, La Rafle, acclamato da critica e dal pubblico e profondamente detestato dalla sottoscritta.

Non che la mia opinione valga qualcosa, però m’ha annoiata anche in virtù della presenza di quei nazistereotipi che dopo Schindler’s List anche basta.

Pausa terremoto. 

Per un istante ho creduto che non fosse un sisma, bensì la mia reazione al troppo vino bevuto ieri sera. Sto per vomitare.

Dunque, per tornare all’argomento principale, ovvero le modalità narrative con cui alcune produzioni televisive britanniche inseriscono il nazismo ed i nazisti, porterò un paio di esempi:

– Psychoville, di cui scrissi alcuni mesi fa. Una parte della seconda stagione verte sul tentativo di riportare in vita la testa criocongelata di un gerarca nazista (il titolo del post è una battuta di uno dei personaggi della serie, l’inquietante Mr. Jelly). Tralasciando il personaggio del nazista stesso, inverosimilmente ridicolo anche nella parlata anglo-tedesca, la sequenza emblematica del dissacrante lavoro compiuto da autori e regista si colloca nel sottoscala del negozio di giocattoli, all’interno del quale il giocattolaio conserva ogni tipologia di memorabilia nazisti. Se non bastasse l’assurdità della passione di un giocattolaio cicciottello e bonario per la paccottiglia hitleriana, egli viene mostrato intento a stirare delle fascette su cui spicca la svastica. Ora, qualcuno mi dica se in Italia sarebbe mai stato possibile mandare in onda un prodotto con contenuti di questo tipo senza incappare in un coro indignato di chi non tollera che “una pagina nera della nostra storia” venga svilita e ridicolizzata.

– Misfits, attuale ossessione televisiva della sottoscritta. Sebbene l’episodio di cui sto per scrivere mostri pochi elementi comuni con le strutture narrative cui la serie ci ha abituati, prediligendo un andamento più classico ed una notevole diminuzione di momenti anti-climax, esso contiene alcuni elementi che funzionano alla grande: dalla trovata geniale di giustificare una vittoria della Germania sulle forze alleate (Hitler – straordinariamente simile ad un maiale – che trova un telefonino, residuo di un viaggio nel tempo con scopi omicidi) alla gigantesca svastica cucita sulle tute arancioni del community service, per finire con il brutale pestaggio cui Kelly sottopone il Fuhrer mentre gli chiede perché debba essere un tale stronzo.

Non avendo ancora iniziato ad ossessionarmi con Doctor Who non posso trattare dell’episodio “andiamo ad uccidere Hitler”, tuttavia a quanto ho letto sulla mia Bibbia, esso è costruito con l’umorismo dissacrante comune a Psychoville ed a Misfits.

Se penso ai modi con cui le produzioni italiane si occupano degli stessi temi, mi vengono in mente improbabili e stereotipati film tv affollati di tedeschi urlanti. Nessuna sperimentazione, nessun tentativo di interpretazione. Il medesimo problema che hanno tanti film sulla Shoah, troppo legati alla costruzione standard che attinge a piene mani da Schindler’s List e che mira al patetismo ed alla facile commozione più che allo sfruttamento del mezzo cinematografico per dire anche le stesse cose, ma con soluzioni estetiche differenti.

Per dire, credo che le brevi sequenze di Shutter Island relative al campo di concentramento siano estremamente più belle, espressive e devastanti della maggior parte dei film ambientati ad Auschwitz.

Ma questa è solo un’opinione, quando avrò tempo da perdere e deciderò di riguardare La Rafle tenterò di esprimerla meglio.

Ad ogni modo, anche in questo caso viva la tivù di Sua Maestà.

Nel caso mi sbagliassi, e la televisione nostrana avesse dato la luce a prodotti innovativi o anche solo non noiosi sull’argomento, sono pronta a ritrattare e ad ammettere umilmente i miei errori.

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teledipendenza

Genialità

Torno a parlare di Psychoville per consigliare vivamente il sito “Best Murders”, ideato e gestito da David Sowerbutts, personaggio inquietante ed un po’ disgustoso (ma anche tenero in qualche strano modo), grande appassionato di serial killers. Il sito presenta una home page dedicata alla madre di David con tanto di sonetto, delle descrizioni dettagliate corredate da verosimilissimi ritratti dei “fav killers”, uno splendido gioco online. Il tutto in un inglese più unico che raro.

http://www.bestmurders.co.uk

A questo proposito, ecco una delle scene a mio avviso più geniali della seconda stagione: le statue di cera dei più famosi assassini si animano e cantano a David una canzone in stile Broadway, per consigliargli il metodo migliore per uccidere un suo ex collega.

 

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Psychoville pt.1, o uno dei modi con cui la BBC dà mer*a alla tivù pubblica italiana

Ci dev’essere qualcosa di davvero insolito in Gran Bretagna. Sarà l’ingente quantità di the, sarà l’avere nel XXI secolo una famiglia reale, o aver invaso e devastato mezzo pianeta – chi lo sa. Sta di fatto che questa piccola isoletta dalla forma bizzarra ha – mettetevi seduti, prendete fiato – una television pubblica guardabile.

Chi se lo aspettava, vero? Che ci potesse essere qualcosa oltre Magalli, Tiberio Timperi, Augusto Minzolini e Federica Sciarelli. E dire che la concorrenza, eccezion fatta per l’impero di Murdoch, consiste in Channel Four, quello che produce decine di film (Bridget Jones, quasi ogni commedia con Hugh Grant, Orgoglio e Pregiudizio, Trainspotting). Altro che Rete4 con Forum.

C’è da dire che i sudditi della vecchia con i berretti colorati riescono ad appassionarsi ad abomini quali Celebrity Big Brother, Katie & Peter (non fatemelo scrivere, è un reality su Peter Andre e Katie Price. Mi vien male solo a ripensare ai loro volti, o alla voce di lui in improbabili canzoni pop degli anni Novanta), e a leggere riviste che raccolgono le true stories più improbabili e disgustose, come “ho lasciato mio marito e vado a letto con mio fratello”, “il mio ragazzo ubriaco è caduto nel canale con il furgone della ditta”. Ho un gran collezione di tali capolavori dell’editoria periodica, che lo dico a fare.

Però dalle brume della brughiera inglese a volte emergono dei prodotti televisivi di alto livello sia recitativo che di sceneggiatura, fatti di una comicità assurda, surreale e dissacrante; è stato il caso di Little Britain, indimenticata (da me) sitcom recitata quasi esclusivamente dai due creatori, Lucas e Walliams, nelle vesti di tutti i personaggi principali.

E’ ora il caso di Psychoville, altro prodotto BBC composto di due serie di sei episodi ciascuna; anche in questo caso gli autori sono due: Reece Shearsmith e Steve Pemberton, e come in little Britain interpretano la maggior parte dei personaggi, i quali non sono più una versione esasperata dei sudditi di Sua Maestà, bensì sono caratterizzati da insiemi di aspetti improbabili: abbiamo quindi il clown alcolizzato truccato come il Joker di Heath Ledger e senza una mano, madre e figlio legati da una forma un po’ disgustosa del complesso di Edipo ed appassionati di serial killers, il proprietario del negozio di giocattoli antichi che commercia sottobanco accessori nazisti (ed in una inquadratura viene mostrato mentre stira una fascetta militare con la svastica nel seminterrato del negozio) ed un’enorme quantità di altri personaggi; anche quelli secondari tendono ad essere delineati in modo attento e non superficiale. E’ il caso della “signorina faccia da coccinella”, che compare solo nella seconda serie come spalla (nel vero senso del termine) del clown monco Mr.Jelly: una donna anziana ed un po’ rincoglionita che vive in un ospizio.

La prima serie si snoda intorno ad un omicidio commesso dai personaggi principali durante il loro internamento nell’ospedale di Ravenhill; essi infatti ricevono lettere e videocassette che li accusa con il classico “I know what you did”. Così il clown monco e la sua nemesi Mr.Jolly, madre e figlio Sowerbutts, l’infermiera convinta che un bambolotto sia suo figlio Freddy, un anziano cieco collezionista di peluche ed un nano ex-pornoattore torneranno in modi diversi proprio a Ravenhill, dove li aspetta la resa dei conti. O forse no.

Gli autori si divertono a giocare col pubblico, a portarlo al climax salvo poi far implodere la suspence con svolte ridicole o paradossali, mescolando le carte in tavola ed inserendo nuovi personaggi senza suggerire quale sarà il loro ruolo nella narrazione. Non vi è traccia del patto autore-spettatore con cui solitamente si svelano dettagli prima che i personaggi li colgano (Hitchcock insegna), l’unica cosa che si può fare è restare buoni incollati allo schermo, aspettando il colpo di scena o la battuta surreale.

Prima di guardare il video qui sopra, è bene sapere che questa sequenza segue un omicidio commesso proprio dai due personaggi presenti e danzanti. Enjoy.

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teledipendenza, voyages

Di nuovo appìsa, di nuovo telefilm sui vampiri.

L’estate per quanto mi riguarda è finita.

Il rientro a Pisa – quattro ore di intercity, con buona pace dei soliti regionali – è stato estenuante e noioso, la scoperta dei mille e più disastri che le due bestie del demonio hanno combinato in casa non è stato un buon modo di finire la settimana.

Voglio dire, oltre che abbandonare escrementi vari in giro per la cucina e vomitare nelle loro stesse ciotole, hanno ridotto a brandelli una delle mie magliette. Che avevo comprato un mese e mezzo fa. Per dieci euri.

La città e semivuota, solo matricole cariche di documenti per l’iscrizione e turisti troppo biondi che fanno troppe foto parlando a voce troppo alta.

Data la gran quantità di tempo libero, ho iniziato a guardare le prime puntate di True Blood. Per ora non mi entusiasma (sarà che non c’è un Ian Somerhalder nel cast, per fare un’ipotesi), ma la sigla è davvero bella.

A breve un commento su Psychoville, ovvero uno degli esempi volti a dimostrare la teoria secondo cui la tivù pubblica non dev’essere necessariamente una merda come da noi.

 

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