Beauty, cinema, Considerazioni sparse, Libri, Monday Mood(s), musica, teledipendenza

Diventare grandi in pubblico

Il titolo di questo post è la traduzione del titolo di un episodio di Trainspotting, ed è anche quello di un album di Lou Reed del 1980.

trainspotting

Questo brano di questo libro e la tazza di Peter Pan. Abbiamo un problema?

Se c’è una cosa che davvero amo dei libri di Welsh, sono i titoli ispirati a brani più o meno famosi del passato, vedi il crudele ma geniale racconto C’è una luce che non si spegne mai (da There Is A Light That Never Goes Out, The Smiths, 1986), sempre in Trainspotting.

Ho mai menzionato il fatto di aver studiato quel video per un esame? Dio, se adoro i nuovi media.

Comunque, non è di questo che volevo scrivere. Ho ben altro di cui lamentarmi.

Noi nate nella seconda metà degli anni Ottanta abbiamo da gestire una patata bollente non da poco, conseguente ad un problema di origine cinematografico-televisiva.

Un problema non da poco, causato da alcuni personaggi di finzione che hanno come loro emblema quella stronzetta lamentosa di Joey Potter.

Joey Potter, per chi non la ricordasse o fosse troppo giovane per averne mai sentito parlare, era una dei protagonisti della fortunata serie televisiva Dawson’s Creek, una serie in cui un gruppo di adolescenti occupava le giornate remando su barchette di legno, disquisendo di argomenti universali e guardando film di Steven Spielberg.

Na rottura di palle infinita, ne converrete, ma per qualche congiunzione astrale il prodotto ebbe un successo incredibile.

E ci rovinò la vita sotto molti, moltissimi aspetti.

Tralascerò, per questa volta, i danni provocati alla percezione e alle aspettative nell’ambito dei rapporti tra i sessi, per concentrarmi ai disastri di stile, e alle difficoltà che una ragazza cresciuta con il modello di Joey Potter incontra quando, alla soglia dei trent’anni, necessita di smettere di indossare Converse All Star ogni santissimo giorno.

Per prima cosa, dobbiamo ammettere che Joey si vestiva demmerda.

I costumisti della serie si sono accaniti sulla povera Katie Holmes con una furia degna delle mitologiche Erinni, e l’hanno coperta con salopette di denim, bandane (bandane!), berrettini di lana a cuffia e altre oscenità che potrete facilmente scoprire su Google.

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Non che gli altri personaggi fossero agghindati in modo migliore, ma in linea di massima noi ragazzine ci identificavamo con la brunetta figlia-di-un-pusher, mentre sarebbe stato molto più sano utilizzare come modello la bionda Jen perché ammettiamolo, nessuno di noi sopporterebbe un’amica come Joey Potter.

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Il cuore del problema è però un altro, ossia la mancata crescita stilistica del personaggio: nel corso di sei stagioni la fanciulla finisce il liceo, scappa in barca col migliore amico del suo “grande amore”, va al college dove inizia una relazione con un professore e in tutto ciò, continua a vestirsi demmerda.

Anche i capelli, persino quando un po’ schiariti, continuano a far cagare.

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Si evince che ad avere come modello una Malvestita, non è che noi nate-nella-seconda-metà-degli-anni-Ottanta potessimo venir su delle icone di stile.

Chi è venuto immediatamente dopo di noi ha potuto apprendere i segreti dello stile da Marissa Cooper di The O.C., e così mentre noi ancora indossavamo le benedette Converse All Star, loro già utilizzavano le ballerine che guarda un po’, sotto i vestitini stanno giusto un po’ meglio.

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Quelli ancora dopo hanno rischiato di diventare cocainomani con Serena Van Der Woodsen di Gossip Girl e delle megere psicopatiche con Blair Waldorf della stessa serie, ma entrambi i personaggi erano comunque meglio vestiti della nostra Joey.

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Così, mentre a diciassette anni mia cugina sa perfettamente cosa le sta bene e cosa no, come abbinare i capi e come acconciarsi i capelli in millemila modi diversi, io ancora vado in giro la domenica pomeriggio in questo modo

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E sì, mi rendo conto di aver iniziato questa parabola discendente blaterando di letteratura e musica per poi finire nella “cultura” pop e nel trash, ma che posso fare, a incanalare le mie energie mentali in ambiti seri e costruttivi c’ho provato e ho miseramente fallito. Con queste conseguenze.

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30ThingsAboutMe, musica, universi paralleli, what I call love

Say my name, say my name

Una breve visita della mia sorella minore e la galoppante smemoratezza della Genitrice (la quale mi chiama con i nomi dell’intero albero genealogico nostro, del vicino e della panettiera senza azzeccare mai) mi hanno ispirata ad aprire le ante buie del passato meno recente, e a fare ammenda per certe cosucce. O forse solo a riderci sopra.

I nomi hanno avuto una rilevanza decisamente eccessiva, nei rapporti familiari. Soprattutto in quelli tra sorelle.

Il mio secondo nome è il primo della mia sorella maggiore, e se per me questa caratteristica era fonte di gioia infinita e voglia di giocare con lei sempresempresempre, per la malcapitata derubata dell’identità nominale tale somiglianza fu quasi certamente fonte di un certo fastidio.

Ma il bello arrivò con la sorellina, quella venuta al mondo tre anni e mezzo dopo il lieto ed insuperabile evento della mia nascita.

Avendo forse già annusato una certa predisposizione alla malvagità nella sottoscritta, i miei astuti-ma-non-troppo genitori decisero di farmi scegliere il nome che la nuova arrivata avrebbe portato con sé verso l’infinito ed oltre.

Bocciati Stellina e Viola, ci accordammo per un nome sobrio, normale, non legato a fiabe o miti popolari e diverso da quel Scimmia che tanto mi sembrava appropriato.

Bene, a poche settimane dalla nascita, i miei genitori ascoltarono una canzone* e decisero di tradire e infrangere il loro impegno e di cambiare il nome.

E non si limitarono a quello, oh no signori della giuria, quei folli utilizzarono la mia scelta accurata e ponderata come secondo nome.

Oltre il danno, la beffa. Credo che solo Malefica non invitata alla festicciola per Aurora abbia condiviso un tale senso di offesa e infatti anch’io meditai vendetta:

in assenza delle competenze stregonesche della presto-sui-nostri-schermi fata malvagia, mi arrangiai con quello che avevo sottomano, ossia due cucciole di gatto estremamente gelose del nuovo cucciolo appena arrivato in casa.

Gliele misi nella culla, sperando in una vendetta laterale che non mi avrebbe vista come mandante (perché fortunatamente, al contrario di quanto accade nei film Disney le mie gatte non parlavano). A pensarci bene, tra le attitudini professionali dovrei inserire “boss malavitoso”.

Purtroppo seppur brillante, la mente di una bambina di tre anni e mezzo non può competere con quella di due adulti, anche se rincoglioniti da notti insonni e urla di neonata. In breve fui beccata, cazziata e ancor’oggi la mia crudeltà mi viene rinfacciata con riferimenti a tale episodio.

Se solo mi avessero dato retta sul nome, forse oggi sarei una persona migliore.

Per fortuna, nonostante le angherie la sorellina è rimasta grossomodo candida come una Aurora contemporanea e nonostante io metta periodicamente il mio destino tricologico nelle sue mani, ad oggi non vi sono state vendette.

*Vorrei fare presente che c’era una canzone che conteneva il medesimo nome e che a me è sempre piaciuta molto, e che se avessero mentito sostenendo che era quella la causa scatenante, forse le cose sarebbero andate diversamente.

**Che cosa avrà poi avuto da dire al Signore sta fanciulla, io non lo capisco. E neanche come si possa dare ad una bambina il nome di un personaggio che soffre che Dio la manda.

 

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Guardare Ewan McGregor che guarda i treni

Ci sono, per ogni generazione e ogni gruppo sociale, dei feticci culturali che accomunano e poi persistono nel tempo. Per le ragazze dell’età di mia sorella (classe 1989), in particolare per quelle romantiche-ma-un-po’-dark, questo oggetto feticcio è probabilmente il fenomeno Twilight; per quelle dell’età della mia cugina più piccola è forse non ne ho idea, sono troppo fottutamente vecchia per saperlo.

Per la mia generazione, e per il gruppo sociale a cui appartenevo durante l’adolescenza (che potrebbe forse essere identificato con I Fattoni), questo oggetto culturale feticcio è stato Trainspotting.

Uscito nelle sale quando molti di noi erano ancora alle medie, il suo fascino marcio ha persistito e si è tramandato fino a quando abbiamo iniziato a farci le canne abbiamo iniziato a scoprire qualcosa sul mondo esterno al tedioso villaggetto di campagna in cui abbiamo passato l’infanzia, la prepubertà e l’adolescenza.

Ho passato, chiedo scusa.

Per chi non conoscesse Trainspotting, shame on you e subito a leggere il libro di Irvine Welsh e a guardare quei tremendi anni Ottanta nel film di Boyle.

C’è in particolare un elemento scaturito dal fenomeno Trainspotting che si è radicato per bene nelle teste della mia generazione, e questo elemento ha il volto lentigginoso di Ewan McGregor.

Quasi tutte le fattone fanciulle nutrivano una sorta di amore perverso per il personaggio di Renton (a me personalmente piaceva Sick Boy, ma io son anche stata svariati anni in cura da una psicologa – anzi tre – e quindi non sono un esempio esemplificativo su nulla), e questa indomita passione ha seguito ogni fase della carriera del bel scozzese (ance se ammettiamolo, con palandrana e treccina in Star Wars era un po’ un ammazzalibido);  lo si è amato mentre se la cantava in Moulin Rouge! (anche se quella tinta nero corvino gli stava un po’ demmerda), mentre se la cantava di nuovo in Down With Love e persino in quel pippone alleniano che porta il titolo di Sogni e delitti.

Pur preferendo l’ossigenato Jonny Lee Miller, non sono mai stata immune al fascino fulvo del giovane Renton e così alcuni anni fa ho speso parte dei miei sudati risparmi in una copia in dvd di Nora, un film abbastanza tremendo in cui il Nostro interpreta nientemeno che James Joyce. E la libido è di nuovo ai minimi storici.

Trainspotting group

E insomma oggi è il compleanno di Ewan McGregor, e una clip tratta da Trainspotting e postata su Facebook ha raccolto gli apprezzamenti delle fanciulle della mia generazione. Perché Ewan McGregor è Mark Renton, e non importa quanto mi piaccia in Velvet Goldmine, nel nostro immaginario lui continuerà a rubare libri nei negozi, ad andare in overdose con un pezzo di Lou Reed come sottofondo, a rubare i filmini domestici del suo migliore amico e a fare tutte quelle orribili azioni che ce lo hanno reso così caro.

E allora buon compleanno, Ragazzo in affitto.

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cinema, Considerazioni sparse, musica, teledipendenza

Drammatiche confessioni di fine anno

L’indolenza che occasionalmente mi assale e mi rende incapace delle azioni più elementari – che so, togliere il filtro del tè alla vaniglia dal pentolino – ha raggiunto, nel corso degli ultimi giorni, vette inimmaginabili: ho passato la vigilia di Natale spalmata sul divano, in un pigiama estremamente sexy, a guardare Il diario di Bridget Jones ma no, non ho avvertito alcuna empatia con la protagonista, grazie per averlo chiesto.

Ho anche riguardato, senza motivazione alcuna, Radiofreccia. Avete capito bene, Radiofreccia, quel film i cui capitoli sono contraddistinti da vari oggetti fluttuanti in cieli straordinariamente celesti. Ma ho risollevato leggermente il livello con Don Jon, ormai a me noto come l’unica volta in cui Scarlett Johansson mi è quasi piaciuta. Ma di questa antipatia tratterò magari in seguito. Con uno psichiatra.

Per farla breve, ogni qualvolta mi avvicino al divano la mia capacità critica mi abbandona e mi trovo in balìa degli eventi. E in un attimo sono le due di notte e ho visto un altro film completamente inutile.

Pertanto, vorrei che qualcuno mi sommergesse di buone motivazioni per evitare di guardare il biopic su Lady Diana.

Sono estremamente seria, ho avuto un breve ma tormentato periodo di tossicodipendenza da Lady D, occorso immediatamente dopo la tragica dipartita della bionda (ex) principessa. Che devo dire, ero molto giovane (ma indossavo già le t-shirt dei Guns n’Roses), era estate e mi annoiavo. Naturalmente, l’idea di svolgere i compiti assegnati per le vacanze mi sfiorò solo un paio di settimane più tardi, ad alcune ore dal rientro a scuola.

Raccolsi da casa di mia nonna tutti gli articoli pubblicati su riviste estremamente serie quali Chi, GrandHotel, Oggi e simili e li conservai in buste di plastica trasparente, accuratamente riposte in un raccoglitore bianco che probabilmente era stato trafugato da qualche ufficio, perché non vedo altri motivi plausibili per giustificarne la presenza tra i miei averi di undicenne. Ricordo che una delle riviste pubblicava persino un fumetto a puntate con la storia della (s)fortunata lady, e ne approfitto per congratularmi con l’ideatore di tale avanguardistico progetto.

Non saprei come giustificare una tale passione, soprattutto considerando che non ancora adolescente, mostravo già un interesse per i defunti non esattamente sano. Non so quando decisi di liberarmi della collezione più imbarazzante mai posseduta (la successiva riguardò David Bowie, che quantomeno era vivo e aveva una qualche utilità nel mondo. Poi iniziai a cambiare domicilio con il succedersi delle stagioni, e smisi di raccogliere oggetti inutili. Se non l’avessi fatto, credo fermamente che sarei ormai protagonista di una puntata di Sepolti in casa).

Ammesso che qualcuno abbia inspiegabilmente deciso di guardare una tale inutilità, o anche se nessuno l’avesse fatto ma si sentisse di insultarmi pubblicamente per aver solo considerato l’idea di sprecare due ore di fronte a La storia segreta di Lady D (santo cielo che titolo, sembra uno di quei telefilm trasmessi da MTV), prego chiunque si trovi a passare da queste parti di dissuadermi dal malsano proposito. Ringrazio sentitamente.

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Considerazioni sparse, Torino

Tornare a casa: How To

“Questi pantaloni ti stanno larghi, strano, mi sembravi ingrassata”

“Ho trovato 5 Euro nei tuoi jeans e li ho dati in beneficienza. Tanto se li avevi lasciati lì, significa che non ti servivano”

canta brani di Franco Battiato ininterrottamente dalle 6 del mattino

Avete appena assistito ad alcuni dei più recenti esempi di dimostrazioni affettuose che la mia genitrice e da poco padrona di casa ha riversato sulla mia personcina.

Tornare a vivere nel nido materno dopo tre anni, soprattutto – ahem – alla mia età, può causare più traumi di un’adolescenza campagnola con genitori separati. Ho mai raccontato che la mia famiglia era l’unica di cui a scuola si sapesse che era un tantinello – come dire – esplosa? Negli anni Novanta, nei paeselli ai piedi delle Alpi certe notizie si tenevano adeguatamente chiuse dietro le porte delle cascine (o rustici, come amano chiamarle gli agenti immobiliari). Vedi cosa succede ad avere dei genitori hippy.

Il fatto che la mia camera da letto, recentemente riallestita come salotto-con-soppalco, sia invasa di valigie e scatoloni non ha reso la genitrice particolarmente serena. E il fatto che alcuni degli imballi risalgano al trasloco dalla campagna, occorso circa otto anni fa, non ha migliorato il suo umore. Immaginate quando ha scoperto che una scatola era piena di barattoli da un litro di colori a tempera ormai irrimediabilmente essiccati.

Ho dunque deciso di stilare una lista, una sorta di vademecum che aiuti chi, già traumatizzato dalla fine dell’esperienza fuori sede (o semplicemente fuori casa), si ritrovi a rientrare tra le amorevoli mura domestiche.

  • Discrezione is the way

Non fate come me, non irrompete nella placida tranquillità familiare come uragani assetati di tetti di fattorie del Midwest americano. Siate cauti e astuti: un pezzo alla volta, un libro sullo scaffale al giorno, il resto tutto sordidamente nascosto dietro le ante degli armadi che manco a Narnia. Se poi anche la vostra stanza è stata riadattata a salotto, studio, deposito, officina meccanica, siate ancora più infidi: tenete in ordine, non osate riposizionare altrove gli oggetti (candele cosparse di glitter, raffinati cestini in vimini, piante di dimensioni preistoriche) accuratamente collocati nei luoghi dove una volta facevano bella mostra di sé le foto incorniciate di voi ubriachi di Jameson & ginger ale al festival del cinema di Dublino, o l’immonda ed immensa collezione di merchandise di Peter Pan della Disney; ne va della vostra vita, io vi avverto. Mostrate un rispetto che in realtà non avete affatto, e appena gli orridi guardiani del Nuovo Ordine Casalingo avranno abbassato la guardia, lentamente sferrate l’attacco.

  •  Mostrate iniziativa

Non vedevamo l’ora di lavare i piatti ogni sera, vero? E quanto c’era mancato, caricare il cestello della lavatrice di casa! (Per quest’ultima attività, occhio a quello che fate: sono riuscita ad allagare bagno, ingresso e pianerottolo delle scale nel maldestro tentativo di mostrarmi utile). Portate giù la spazzatura. Andate a comprare il pane e a ritirare le raccomandate. Sorbitevi infiniti pipponi su come e quando si fanno le cose (Non lasciare la bustina del tè nel pentolino che si macchia! [cit.]) mostrando sorrisi smaglianti e affilati che neanche un branco di lupi del Gran Sasso.

  •  Il kit per le emergenze

Ossia, un’elegante e discreta pochette in cui conservare accuratamente dosi massicce di valium. O di valeriana, se siete fermi sostenitori dei rimedi naturali. Anche i fiori di Bach vanno bene, anni fa mia madre riuscì a stordirci un mio ragazzino come neanche dei sedativi per cavalli avrebbero potuto*. Ah, non fraintendete, non sono per voi. Mescolateli ad una tazza di tè fumante che servirete ai vostri amati padroni di casa. Non prima di aver tolto la bustina dal pentolino, sia chiaro.

Buone feste a tutti.

*Padri, ecco il mio regalo di Natale per voi: temete che un infido adolescente con gli ormoni impazziti attenti all’onore della vostra bambina? Lasciate perdere le minacce, un po’ di Rescue Remedy e sarà più stordito che dopo mezzo litro di grappa di ginepro dell’alta Val Susa.

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Traumatici rientri e altre storie d’amore

Nella vita ci sono poche certezze, e anche quelle poche non è che siano sempre così solide.

Per fortuna.

Per esempio, io sono convinta che anche se il volere dell’universo mi porterà a vivere – che so, su un’isola del pacifico dove raccoglierò noci di cocco e mi ustionerò il viso, mannaggia ai geni recessivi del rutilismo, ad ogni ritorno nella mia città di origine io verrò qui, dove sono ora.

Nella gloriosa Biblioteca Civica Centrale, a guardare dalle finestre l’edificio in cui ho passato cinque anni  e da cui ad un certo punto mi hanno sbattuta fuori con un diploma di restauratrice che il Signore solo lo sa se mi è mai servito a qualcosa.

A scegliere l’università sbagliata, questo sì.

Ad ogni modo, pur ammettendo la notevole presenza di masochismo insita nel recarsi ogni mattina a piedi da casa mia alla biblioteca (30 minuti abbondanti a respirare le delicate fragranze plumbee di corso Francia), arrivare e bere un caffè della macchinetta che per farmi ancora più male prendo senza zucchero, sedermi in fondo per smanettare sul pc senza che qualcuno possa sbirciare le pagine imbarazzanti che apro ed infine mettermi a leggere online il romanzo su cui ho scritto la tesi, c’è qualche forza a me sconosciuta che ogni mattina mi fa credere che venire qui non sia poi un’idea tanto cattiva.

Allora Forza a Me Sconosciuta, parliamone.

Mi sono svegliata alle 5:30 senza alcun motivo, ho cercato di riaddormentarmi in compagnia di Anna Karenina ma nulla, ho ciondolato per casa bevendo tè amaro finché sono stata abbastanza certa che se fossi entrata nella vasca da bagno non mi sarei addormentata e non sarei quindi affogata,

per quale insano motivo continui a farmi credere che i miei dubbi esistenziali, il latente senso di colpa per il troppo fancazzismo, la stanchezza, avrebbero trovato pace tra queste mura?

Cosa devo espiare, quale peccato originale mi porto dietro?

Per fortuna ci sono gli amici d’infanzia, sempre pronti a raccogliermi con il cucchiaino ogni volta che rientro in città sconvolta e assonnata; mentre uno di loro mi invia sul cellulare cori da stadio reinterpretati e poco lusinghieri, l’altra si prepara (spero) a spegnermi delle sigarette addosso per evitare che io mi addormenti durante i pasti:

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E così mentre attendo con ansia l’ora del pasto, seguo il consiglio di Alex Britti e mi uccido di caffeina.

 

Post Scriptum: nel caso non lo aveste fatto, gentili signori io consiglio vivamente di leggere il romanzo di cui sopra; sebbene io ci abbia messo circa sei mesi a riprenderlo in mano dopo averlo letto, riletto, scomposto e analizzato, Eureka Street va letto. Come si può non leggere un libro che inizia così:

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Considerazioni sparse, Torino, universi paralleli

Universi paralleli: storie di vicinato urbano

Ogni regione, ogni città hanno i loro luoghi comuni, le loro verità arcaiche che fa sì che i toscani siano considerati simpaticissimi, i genovesi tirchi che manco Paperon de’ Paperoni, i romani coatti e via così, su e giù per lo stivale.

Dei torinesi, si diceva fossero falsi e cortesi. Non so quali fossero le condizioni socio-ambientali dell’epoca in cui un tale luogo comune si radicò nelle genti, ma sono ben convinta nell’affermare che, forse a seguito dell’invasione di noi terùn, i torinesi siano più facilmente inquadrabili nei termini casinari e molesti.

Ma facciamo un salto indietro, fino alla tragica estate del 2005, quando la mia Genitrice decise arbitrariamente di abbandonare il placido (e pieno di matti) paesino di campagna in cui avevo pascolato per i miei primi vent’anni per portarmi nella metropoli, nella Prima Capitale d’Italia (e sti cazzi), in un quartiere il cui nome porta l’aristocratico prefisso borgata.

Ricordo che la prima sera trascorsa in città, rimasi senza sigarette e impiegai un’abbondante mezz’ora nella valutazione quale tabaccaio fosse più vicino e quale quello sito nella via meno pericolosa, al fine di non rischiare la mia giovane vita per un pacchetto di Philip Morris gialle (un amore d’infanzia sosteneva fossero ‘buonissime’, e come un’imbecille io iniziai a fumarle). Individuato l’obiettivo, mi scapicollai con le monete in mano e tornai a casa con i polmoni in gola, ma sana e salva. Erano le 9 di sera di agosto, c’era una luce che neanche a mezzogiorno e io avevo temuto per la mia vita.

Provate a immaginare come mi sentii quando scoprii che l’attività notturna più praticata tra le strade della mia borgata era la prostituzione, messa in atto da energumeni che non avrebbero sfigurato negli All Blacks ma che sfoggiavano lunghe chiome bionde che neanche Barbie Raperonzolo.

Con gli anni ci si abitua a tutto, ai vicini che passano la domenica a fare grigliate su un balcone grande come la casa delle bambole, alla ragazzina che passa le estati ad ascoltare musica leggera a palla mentre prende il sole sul balcone (non quello delle grigliate, un altro), ai vicini che spostano i mobili ogni mattina prima delle 8, ai topi d’appartamento che si lanciano in avventurose scalate delle facciate dei condomini alla ricerca di fantomatiche casseforti.

(e alla madre della mia amica che chiamava la mia da balcone a balcone – Teresa! Teresa!)

Ma la prova che i torinesi hanno perso l’aura di cortesia che probabilmente li contraddistingueva ai tempi in cui da piazza Castello passavano carrozze e cavalli consiste nell’analisi dei rapporti tra vicini. Non i vicini che vorrei ammazzare per aver fatto scoprire ai corrieri della droga che la mia via è assolutamente adatta ai loro commerci (ragazzino del civico 3, me la pagherai), ma quelli che hanno lo scazzo dentro, insito in ogni piega del loro essere, e che dunque trovano troppo faticoso telefonare all’azienda che si occupa del ritiro dei rifiuti solidi urbani per comunicare che c’è un secchio colmo di detriti da portare via.

Così il secchio in questione è stato palleggiato tra tutti i portoni dell’isolato, finché qualcuno (credo un inquilino del mio stabile) non vi ha affisso il seguente messaggio:

2013-09-17 08.52.13

Ma anche questo gesto coraggioso è stato vano, e il secchio è rimasto per giorni così, abbandonato al suo destino su marciapiedi decorati da maleodoranti ricordini lasciati dai cani del vicinato.

Quasi più emozionante di quando rubarono il contenitore dei rifiuti in vetro dal portone accanto al mio, provocando sconcerto e domande esistenziali sulle motivazioni (se ripenso al disastro che facemmo in paese all’età di quindici anni, spostando e ricollocando complementi d’arredo come sedie da esterni e vasi di fiori, comprendo che la motivazione è, di nuovo, lo scazzo).

Ecco perché, quando gli amici del sud Italia mi raccontano storie improbabili concludendo che di sicuro al nord siamo più precisi e meno pigri, ripenso al mio quartiere – pardon, borgata – e sorrido, riflettendo sull’evoluzione della specie e chiedendomi perché non ho studiato l’antropologia dello zarro di periferia, una materia di cui avrei potuto divenire una luminare.

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