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I film dei pomeriggi a letto: quando scoprii che Paul Rudd non è Casey Affleck

Dopo un solo giorno di attività post-convalescenza, sono di nuovo bloccata a letto in condizioni pietose; il lato positivo della faccenda è che ho recuperato un po’ di episodi di serie tv e che ho guardato un film*, Ain’t Them Bodies Saints, di David Lowery, che come si dice made my day.

Come se non bastasse, il film in questione mi ha aiutata a risolvere un’annosa questione che mi tormentava da tempo, ossia da quando cominciai ad avere immagini confuse del volto di Casey Affleck, il fratello minore del più noto Ben: il dubbio risaliva alla visione di 200 Cigarettes in quanto mi ero erroneamente convinta che il fratello del buon Ben fosse un altro (per essere precisi, Paul Rudd), uno che secondo me somigliava molto di più al bell’Affleck maggiore: immaginate la mia sorpresa quando, in sala per guardare quell’interminabile film dal titolo lunghissimo sull’assassinio di Jesse James interpretato da Brad Pitt e appunto da Casey Affleck, non mi sono trovata davanti il volto che mi aspettavo.

Così mi son convinta che i fratelli Affleck fossero tre.

Lo so, son problemi da non dormirci la notte. Ad ogni modo, grazie alla mia indisponenza ho potuto porre fine ai miei dubbi e, felice e serena, mi son goduta la compagnia del vero Casey e di Rooney Mara in un film che mi è piaciuto, per usare un termine squisitamente tecnico, un sacchissimo.

Per cominciare, è una specie di western anomalo, nel senso che è un western come può esserlo Misfits di John Huston; l’ambientazione è texana e il periodo sono gli anni Sessanta (o almeno, così sostiene il New York Times); i protagonisti sono Rooney Mara, la versione statunitense di Lisbeth Salander (che in questo film mi ha ricordato Jennifer Connelly e forse per questo mi è stata subito simpatica), il buon Casey Affleck, Ben Foster (che ha fatto un sacco di cose interessanti, ma che io ho subito collegato al boy scout detenuto di My Name is Earl) e Keith Carradine, che per restare nel mondo delle serie televisive è stato il padre di Penny in The Big Bang Theory e l’agente FBI Lundy in Dexter.

La storia inizia con una rapina finita male ad opera di Ruth (Mara), Bob (Affleck) e Freddy (whatever), il figlio di Skerritt (Carradine); Freddy muore e Bob viene arrestato dopo essersi preso la responsabilità del ferimento dell’agente Patrick Wheeler (Foster), colpito invece da Ruth.

Quattro anni dopo, Ruth e la bambina avuta da Bob vivono un’esistenza semplice in una casa messa a loro disposizione da Skerritt; questa esistenza pacifica si incrina con l’evasione di Bob dal carcere e nell’attesa che egli torni dalla donna, che nel frattempo ha fatto innamorare di sé proprio l’agente ferito quattro anni prima.

Il soggetto è abbastanza convenzionale, ma l’utilizzo di elementi caratteristici del western lo rende piacevole e non noioso; la contrapposizione tra Bob e Patrick richiama un po’ i duelli tra cowboys, salvo però lasciare lo spettatore libero di scegliere se schierarsi con il romantico fuorilegge o con il poliziotto dal cuore d’oro: infatti sono entrambi personaggi positivi, ma la sopravvivenza di entrambi è decisamente fuori discussione (come è solito nei western classici, pare che nella placida cittadina texana non ci sia posto per entrambi); Bob sembra incarnare gli slanci della giovinezza e il rifiuto delle leggi che regolano la società cui appartiene, mentre Patrick, poliziotto buono e silenziosamente innamorato della donna che lo ha quasi ucciso, rappresenta un po’ l’età matura, la sicurezza che Bob non potrà mai garantire alla sua famiglia.

Il film è stato presentato al Sundance a gennaio, dove ha vinto il premio per la miglior fotografia, che in effetti gioca un ruolo fondamentale nella costruzione di un’atmosfera nostalgica che pare già suggerire l’impossibilità del progetto di Bob di realizzarsi: i campi lunghi in esterni sono sovente contro luce, la color correction virata alternativamente al giallo e al blu e le cornici architettoniche interne alle inquadrature rimandano ad un passato perduto, concluso e consegnato alla storia (ciò che accade, per prendere ad esempio un altro western atipico, in Butch Cassidy and the Sundance Kid ); i silenziosi campi lunghi sulle campagne si contrappongono alle inquadrature strette dedicate al placido ambiente domestico delle due donne e alla calma attesa che lo pervade.

Come spesso accade nei film di genere, l’universo del film è fatto di archetipi e di miti che esistono in un tempo lontano e irraggiungibile: il racconto procede secondo le regole del film classico e a renderlo “diverso” è l’ambiguità con cui vengono affrontati i temi del bene e del male, dell’amore e del passato che ritorna: in alcuni punti, la risoluta determinatezza di Bob mi ha un po’ ricordato il folle desiderio di Gatsby di far rivivere il passato esattamente com’era. In questi termini credo che l’eccessiva eleganza formale, criticata da più parti, sia invece utile alla costruzione di un tempo remoto come se fosse un ricordo, ossia in qualche modo idealizzato come spesso succede con le memorie d’infanzia.

Insomma per farla breve, è un film per il quale merita spendere un’ora e mezza: io l’ho guardato in lingua originale, e ora non vorrei azzardare o passare per una maniaca della lingua originale ad ogni costo, ma dopo l’ennesima delusione del doppiaggio (Ballkan Bazarscempio linguistico inenarrabile che probabilmente perde molto del suo spirito comico per colpa del doppiaggio italiano) consiglio timidamente di fare lo stesso.

*Ho anche rivisto Ballkan Bazar, una commedia divertente e intelligente di cui scriverò a breve, soprattutto se dovessi restare inchiodata a letto.

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Improbabili giustificazioni alla passione per lo streaming

Nella stanza in cui mi trovo ora ci sono una televisione, un netbook  uno smartphone accesi.

La prima trasmette un film (RaiMovie è sempre una buona idea), il secondo sta caricando un episodio di una serie tv (Hannibal non è necessariamente una buona idea col caldo, ma noi ci vogliamo male) e la pagina di un quotidiano, sull’ultimo c’è aperta l’interfaccia di un social network.

Prodotti culturali, di informazione o di intrattenimento shakerati come un Daiqiri Frozen ai frutti tropicali e rilocati (cit.) un po’ a casaccio su media differenti: non riesco a guardare una serie tv in televisione perché i colori sono troppo saturi, il doppiaggio mi annoia e l’alta definizione non è necessariamente un pregio (vi assicuro che Blake Lively in HD non è sto granché); le ‘immagini di copertina’ di Facebook si vedono meglio sullo schermo di uno smartphone, i quotidiani cartacei sono scomodi e spesso terribilmente costosi (capito, inutile quotidiano di Torino?) e i cinema in linea di massima puzzano di muffa e di pulizie sommarie e i proiezionisti hanno evidenti problemi nel centrare lo schermo con il proiettore. Per non parlare dei sette dannatissimi euro che pretendono da una non-più-ventiseienne e da poco non-più-studentessa.

Intendiamoci, non sono una fan del cinema a casa a tutti i costi né viceversa, insomma una pacchianata come Il grande Gatsby sarebbe probabilmente insopportabile su uno schermo domestico e così anche Titanic, nonostante mieta milioni di spettatori ad ogni passaggio televisivo (non so perché ce l’ho con Di Caprio oggi, forse è stata un’associazione inconscia tra lui e la sua ex fiamma citata più su, vai a capire); allo stesso modo, molti film recenti (soprattutto quelli di produzione nostrana) sembrano più adatti alla visione in prima serata su Canale5 che su uno schermo cinematografico: a chi interessa vedere i pori sul naso di Carolina Crescentini?

Per quanto riguarda le serie tv, c’è da ammettere che finché le reti non si decideranno ad acquistare i prodotti un po’ più celermente e a licenziare in tronco i doppiatori (perché Sheldon Cooper ha un’inflessione nella voce che è di solito riservata alle peggiori macchiette di personaggi omosessuali? PERCHE’?), lo streaming e il download regneranno sovrani mietendo vittime come lo scheletro della morte in certe opere del Medioevo; dall’altra parte però, rendiamo grazie al palinsesto pomeridiano e pre-serale italico per averci insegnato che se un’interruzione pubblicitaria piomba appena dopo il climax, a fine réclame NON SUCCEDERA’ ASSOLUTAMENTE NULLA. Davvero, proprio una mazza di niente e se dovesse accadere qualcosa, sarà un evento telefonato e privo di suspense.

Da questo punto di vista, la visione dell’episodio privato delle interruzioni pubblicitarie possiede una carica di aspettativa più simile a quella del film guardato in sala o su supporti domestici come il DVD: la svolta narrativa piomba tra capo e collo anche se a volte le dissolvenze e gli stacchi a nero suggeriscono il precedentemente esistente pausa pubblicitaria, inoltre se un episodio è terribilmente noioso e/o riassuntivo ci si può allegramente addormentare per poi eventualmente riprendere la visione in un triste pomeriggio di giugno in cui si ha l’influenza, le placche in gola, tutte le serie sono in pausa estiva e Dexter non è ancora iniziato.

(Giubilo: tra 11 giorni torna Dexter!)

Non so bene dove volevo andare a parare con questa ode alla fruizione disordinata o non convenzionale, certo non guarderei mai un episodio di Hannibal sul telefonino ma magari uno di That 70s Show sì, è tutta una questione di contenuti e di estetica e i prodotti meno visivi e più centrati sui dialoghi necessitano più che altro di un impianto audio adeguato e non di schermi particolarmente vasti.

Mentre penso ad una conclusione brillante per queste elucubrazioni abbastanza fini a se stesse e facilone, guardo Hannibal che l’episodio si è caricato e sono indietro di tre per colpa dell’assenza di connessione nella mia abitazione sabauda (no, non sono riuscita ad indovinare la password di Zompafossi).

So che amate l’immagine che ho inserito a caso in questo post.

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