Art for Art's Sake, cinema, Citazioni a casaccio, Libri, musica, teledipendenza

Monday Mood(s) part I: 11 febbraio 2013

Avrei tanto, tanto voluto deliziare il mondo con un’edizione fresca di stampa dei Monday Movies, purtroppo però i film guardati nell’ultima settimana appartengono a quella categoria di film di cui personalmente (ed immagino sia così anche per i miei amati lettori, poi correggetemi se sbaglio) preferirei si smettesse di parlare, dato che si è già scritto molto e che nella maggior parte dei casi, ciò che viene scritto non aggiunge elementi utili ma si limita a ribadire concetti già ampiamente conosciuti.

Per intenderci, si tratta di Il Padrino, Bastardi senza gloria, Schindler’s List ed altri film simili ad essi, ossia quelli che guardi quando sei malata e vuoi solo crogiolarti nel dolore guardando immagini conosciute e sentendo sfumature di voci note come quelle dei propri familiari.

In sostanza, niente Monday Movies ma per questa settimana Monday Mood(s), un insieme eterogeneo (aka a cazzo di cane) di immagini, brani musicali, video et simili; unica avvertenza: oggi piove, fa freddo, forse nevicherà e non mi sento molto bene dunque non ci si aspettino fringuelli, boccioli di rosa e biscottini al miele.

monday mood

Cinque anni di Istituto d’Arte evidentemente utilissimi. Bellissimo header. Se qualche anima buona volesse fornirmene uno un po’ meno quintaelementare, magari non creato con le funzioni base di Paint, ne sarei molto felice

Let’s get started.

Most people think of themselves as individuals, that there’s no one on the planet like them.

(Dal film Submarine di Richard Ayoade [2010])

Era il mondo, il mondo in quanto tale, che era fuori dalla sua portata, tutta quella costruzione assurdamente grande, complicata, casuale, incommensurabile, quella marea incessante di relazioni umane, politiche, culture, storie… (Jonathan Coe, La banda dei brocchi, 2004)

Immagine di Laz Marquez per la locandina del film The Birds (1963) di Alfred Hitchcock

https://www.youtube.com/watch?v=Mz_62kJfPlI

Sangue chiama sangue, ed in giorni come questi niente eguaglia un bel po’ di trash vampiresco.

(Sì, sto ancora guardando The Lying Game e ne avrei da dire sulla differenza tra la creazione di un personaggio carico di sfumature e l’apparente schizofrenia di quelli della serie, ma rimando ai prossimi giorni).

Annunci
Standard
cinema, teledipendenza

Frustrazione pomeridiana, con l’aggravante dei futili motivi

Odio tutto e tutti, perché a dispetto di quanto scrissi qui, ho continuato saltuariamente a guardare quell’orrore di noia e di errori che è The Lying Game.

Saltuariamente qui sta per “pezzi di puntate random, solitamente nulla di più del previously e della fine, se e quando mi ricordo che esiste”.

Dunque in questo noioso pomeriggio di ottobre passato a farmi ‘na cultura sul ruolo della donna nelle corti cinquecentesche – e prima che qualcuno me lo chieda no, non ho cambiato corso di studi. Almeno credo. – ho pensato di svagare la mente con qualche minuto di vuoto totale, e cosa c’è di più totalmente vuoto delle espressioni facciali della nostra beneamata Alexandra Chando?

Scopro poi che la puntata che mi accingevo a guardare è l’ultima di questa stagione, quindi mi sono messa comoda e mi son detta: “questa me la guardo tutta, un ci so’ cazzi”.

Non so se esiste una divinità che ci fa resistere stoicamente alla noia, ma se così fosse credo che abbia passato mezz’ora accanto a me, tenendo ferma la mano che voleva chiudere la pagina web e finire la Keglevich che occhieggia dal ripiano alto della scrivania; non so spiegare la difficoltà nel distinguere i due personaggi della Chando, la voglia di picchiare tutti i personaggi secondari e condannarli ad un’eternità di comparsate in teen horrors per la loro inutilità e piattezza e di relegare gli sceneggiatori nello sgabuzzino di casa mia a scrivere la tesina sulle donne di corte.

Dopo questa lunga e travagliata mezz’ora, aspettavo quantomeno di scoprire il meraviglioso (se vabbè) cliffhanger che mi avrebbe lasciata col fiato sospeso fino alla prossima stagione (che sicuramente è: le due gemelle si ritrovano alla festa di compleanno, i genitori le sgamano e fanno delle facce profondamente interrogative e turbate FINE).

Invece NO! Perché non importa su quali siti cercassi sta benedetta puntata, ogni volta si interrompe al 30′!

Che sia un modo del dio-che-fa-resistere-stoicamente-alla-noia di dirmi che non è il caso, e che forse sarebbe meglio finire la Keglevich piuttosto che assistere ad un tale – presunto – smaronamento?

Qui sopra: i due personaggi interpretati dalla Chando. Sono molto frustrata dalla pigrizia dei truccatori, dei parrucchieri e dei costumisti ma soprattutto da quella degli autori: seriamente, due gemelle che non si sono MAI incontrate hanno i medesimi tagli e colori di capelli? Nessuna delle due nel 2011 ha un tatuaggio o un piercing? Persino ne Il cowboy con il velo da sposa una delle due doveva tagliarsi i capelli per somigliare all’altra!

Standard
teledipendenza

The Lying Game

Quanto sto per scrivere determinerà il crollo disastroso della stima di chiunque nei miei confronti, o meglio di chi non ha ancora avuto la fortuna di conoscere certi minuscoli e trascurabili lati della mia deliziosa persona: in una parola, il trash.

Tuttavia, per poter blaterare su questo telefilm nuovo di pacca è necessario che io sveli determinati segretucci che tanto amavo tener nascosti, perché tanto vale dirlo invece di cercare scuse assurde: (respiro profondo, uno due tre via)

io guardo The Vampire Diaries.

Occhei, l’ho detto, ora liberissimi di deridermi fino alla fine dei miei giorni che a questo punto, se tutto va come previsto, dovrebbe essere il 21 dicembre dell’anno prossimo. Emmenomale, mi sento di dire a questo punto.

Smettendo di divagare e di sputtanarmi, ho appena guardato la prima metà del pilot di The Lying Game, serie tv ‘mmerigana che pare collocarsi sulla scia di Pretty Little Liars (o almeno così sostiene chi guarda entrambi, io non lo faccio. Anche se neanche questa precisazione risolleverà le sorti dell’opinione che chi legge ha per me). Dal poco che so di Pretty Little Liars, ovvero che ha una colonna sonora imbarazzante e che si tiene in piedi narrando del rapporto tra alcune adolescenti e dei loro segreti, il paragone sembra azzeccato.

Se non fosse che, in virtù dell’ignobile confessione fatta poc’anzi, mi è parso che The Lying Game strizzi un po’ (troppo?) l’occhio alla serie del beneamato Kevin Williamson – beneamato da me, fan sfegatata di Dawson’s Creek e da sempre derisa in quanto parte del Team Dawson. Per iniziare, se il giochino gemella buona-gemella cattiva è vecchio, noioso ed abusato, gli elementi estetici volti a distinguere le due sorelle richiamano molto l’immagine dei due personaggi interpretati da Nina Dobrev nel serial sui vampiri. Che lo sappiamo tutti che quando si affidano due parti alla stessa attrice diventa necessario distinguere visivamente i personaggi in modo che lo spettatore comprenda immediatamente quale dei due sta guardando, ma un po’ di fantasia non avrebbe fatto male. Per farla breve, Emma è un’Elena sciatta e Sutton è vestita esattamente come Catherine, con tanto di skinny neri e tronchetti tacco 12.

L’impressione generale è che in mancanza di idee originali, gli autori abbiano preferito riciclare vecchi stilemi cari al cinema ed alla televisione, ovvero la contrapposizione tra persone simili fisicamente ma differenti nel carattere; in fondo è tipica dell’adolescenza, ovvero del target a cui la serie si rivolge, la confusione tra chi si è e chi si vorrebbe essere, e la possibilità di indossare i panni di qualcun altro ricalca proprio le insicurezze adolescenziali. Di nuovo il commento è uno solo: fantasia, per favore.

Per restare in argomento, come se non bastasse ho avuto l’impressione che la giovane Alexandra Chando attingesse a piene mani al repertorio dobreviano (e dopo questa, vado a seppellirmi) nella caratterizzazione dei personaggi, comprese smorfie e mossette. Nessuno mi crede quando sostengo a voce alta (molto raramente, ed in luoghi appartati) che Nina Dobrev si stia cimentando in un’ottima prova attoriale nell’interpretare Elena e Catherine, ma l’impressione è che qui si esageri: a tratti il mio cervello creava un episodio parallelo, ma ambientato nella ridente Mystic Falls, in cui per motivi non meglio identificati Elena e Catherine si scambiavano i ruoli, questa volta consapevolmente.

Certo The Lying Game è una serie della ABC Family, dunque non è che potessi aspettarmi faville e neanche dei personaggi interessanti o una storyline accattivante, ma… ho perso il filo. Insomma, non ci si può aspettare niente ed è esattamente quello che si ottiene, condito con un po’ di sbadigli dovuti ai tempi eccessivamente dilatati ed alla conseguente mancanza del ritmo necessario a rendere guardabile un teen drama con misteri e segreti annessi.

E per tentare di giustificare l’ingiustificabile, ovvero la visione non più segreta di The Vampire Diaries a chi è rimasto scettico sulle doti attoriali della Dobrev, ecco perché ho iniziato a guardarlo. E fondamentalmente, ecco perché continuo a farlo.

Edit: scopro proprio ora che l’autrice è effettivamente la stessa di Pretty Little Liars, grazie a Serialmente (leggetelo!)

Standard