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Snobismi culturali (sembra un post serio ma viggiuro che non è così)

Quando mi iscrissi all’Università, ero una snob tremenda.

Non tout court, ché non ho mai avuto le possibilità economiche e morali per esserlo, ma solo – solo! – per quanto riguarda il cinema.

Credo in effetti di essere stata come la maggior parte degli studenti di cinema: altezzosa, elitaria, sprezzante verso la televisione e verso le mode del momento (Colazione da Tiffany anyone?).

Una tremenda cagacazzi, ne converrete.

Ad eccezione di Beautiful, guilty pleasure che non mi toglierò mai perché è un’eredità lasciatami dalla nonna (ho mai parlato di mia nonna, splendida avellinese con il bob color mogano e le unghie laccate nei toni del rosso rubino?), snobbavo qualunque forma di intrattenimento bassa o mainstream.

Rimandiamo ad un’altra occasione la derisione per essere passata al lato oscuro del tubo catodico.

Tornando all’epoca in cui ero una ventenne o poco più che vestiva solo di nero o con improbabili capi effetto divano acquistati in Corso Palestro, ad un certo punto ho realizzato che non sarei mai divenuta la Sofia Coppola delle Prealpi piemontesi, la Maya Deren della cintura Ovest, la Kathryn Bigelow degli alpeggi: mi sono fermata, ho fatto un bel pianto, poi ho fatto una risata e ho deciso di piantarla lì.

Pochi anni dopo, a seguito di una cocente e non ancora metabolizzata mazzata morale, ho sviluppato un senso di inferiorità nei confronti della Settima Arte e ho deciso che solo la tv poteva capirmi.

E che era meglio essere la prima tra gli ultimi che l’ultima tra i primi.

Bel ragionamento del cazzo, nevvero?

Questo flashback è volto agli elitari del lo conoscevo prima che diventasse famoso, quelli che massacrano la loro band preferita perché ha firmato un contratto con una major discografica, quelli che Sofia Coppola mi piaceva prima di Marie Antoinette, e comunque i macarons li mangiavo prima che uscisse il film, e anche le Converse me le dovevo far portare da Londra perché qui non si usavano e comunque tutti mi sfottevano perché le indossavo.

Raga, rilassatevi.

A ben guardare, la cultura mainstream è divertente.

Basta avere gli strumenti per capirne i meccanismi, basta trovarne i lati piacevoli.

Solo pochi anni fa mi vergognavo ad ammettere di essere una spettatrice affezionata di The Vampire Diaries, di passare intere serate spiaggiata davanti al pc per guardare tutte le serie tv che trovavo online invece di frequentare più assiduamente le sale d’essai.

Invece ora le serie tv sono il nuovo cinema, tutti a lodarle e a straparlarne e sapete che c’è, è figo che sia così.

Più pubblico uguale più soldi uguale più qualità, e se siete scettici pensate a True Detective e ditemi se dieci anni fa una serie del genere sarebbe stata possibile.

Eppoi le serie tv ci rendono intelligenti, ci spingono a cercare riferimenti e sottintesi, aiutano con l’inglese: nella patria del doppiaggio, lo streaming online è nutrimento per il cervello.

E se per mesi abbiamo letto su tutti i social che la felicità è reale solo se condivisa, per quanto mi riguarda vale lo stesso per la conoscenza: far conoscere prodotti culturali “alti” aiuta ad elevare il livello medio dei prodotti stessi e a creare cultura attraverso un medium che ultimamente ha tutt’altri scopi.

Ciò non toglie che io guardassi le serie tv prima che le guardassero tutti. Gne gne gne.

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Strategie di sopravvivenza alle relazioni sbilanciate: let me (and tv) entertain you

Certo che l’autunno regala sempre grandi soddisfazioni.

Narcolessia e letargia acuta a parte, finalmente posso riprendere le profonde riflessioni esistenziali utilizzando le nuove stagioni delle serie tv, così da non dovermi sbattere troppo a spiegare ed è proprio questo il bello della globalizzazione dell’intrattenimento: abbiamo (quasi) tutti una conoscenza più o meno approfondita del mondo della televisione, delle serie tv e dei loro attori. Viva la rete insomma, che mi permette di scrivere periodi semplici ascoltando Carmen Consoli.

Patisco stretta tra due correnti opposte – Vaughn e Farrell, che un po’ detesto e un po’ mi incuriosiscono per l’imminente partecipazione a True Detectivedomandandomi se anche questa volta, come spesso accade, ci ripeteremo sempre meno convinti che come Cohle e Hart nessuno mai per poi adattarci al nuovo status quo e dirci che i due nuovi veri detective non sono poi così male.

Le relazioni, che fatica.

Un po’ come quando si subisce un lutto – e non solo di morte delle carni parlo – e si passa il tempo a struggersi e distruggersi, e a ricattare emotivamente amici e conoscenti per farsi regalare sostanze psicotrope nel tentativo un po’ maldestro di evitare quella fase che se non sbaglio è l’elaborazione del lutto stesso.

Nel frattempo, l’altra persona è nell’aldilà a preparare pancake.

Che al di fuori del pazzo pazzo mondo di Mystic Falls, corrisponderebbe ad un rapporto (di amore? Amicizia? Col proprio cucciolo di Yorkshire?) vagamente sbilanciato, in cui una delle due parti tende a somigliare appunto ad uno Yorkshire scodinzolante e adorante e l’altra parte è quella del “visualizzato ma non risposto” su WhatsApp, and you all know what I mean.

A giudicare dall’onnipresente e onnipotente e onnisciente (e forse anche onnivoro) Facebook, l’autunno è il periodo dell’anno in cui tali squilibri sbocciano come le primule ad Aprile: sarà per le infatuazioni estive che a volte (appunto) sbocciano ed altre si mutano in imprevedibili compilation di stalking selvaggio, sarà che fa freddo ed è facile passare i pomeriggi in casa a rimuginare, sta di fatto che la home page del social più usato e odiato della storia è un florilegio (spero apprezzerete il continuum stagionale di questo concetto) di link, status e video che rimandano alla questione pancake di cui sopra.

La buona notizia è che è assai improbabile un risvolto parallelo a quello del nostro esempio: dato che mi sembra ovvio che la dolce Elèna (la squartatrice drogata che soffre per quello che prepara la colazione alla sua migliore amica morta) deciderà di farsi cancellare dalla memoria il suo tragico amore, il suddetto tragico amore metterà via padelle e farina e si rifarà vivo, facendoci ripiombare nella noiosissima prima stagione, credo che la maggior parte delle vittime della stessa sindrome sarà abbastanza fortunata da non dover vivere un tale strazio.

In ogni caso, come insegnano le geniali autrici di queste guide, tanto vale proiettare gioie e dolori sulle altrui (possibilmente fittizie) relazioni, e in questo caso vi assicuro che la love story tra la drogata (di timo e basilico) e il Gordon Ramsey dell’aldilà offre una vasta gamma di sfumature: come si può evincere dalla .gif qui sopra*, non è una storia à la Bella & Edward, è più come se Léon avesse iniziato ad uscire con Christiane F.

Finché non ripiomberemo nello scazzo infinito delle dinamiche della prima stagione.

E ora come minimo, voglio un assegno mensile dalla CW per questa contorta e probabilmente dannosa, ma non per questo non efficace pubblicità.

Chissà quanti lo stanno pensando di me proprio ora (fonte)

*Alcuni giorni fa un collega mi ha detto che “gli uomini tendono a fare gli stronzi perché effettivamente ad alcune donne piacciono così. Tu, credo che se qualcuno facesse lo stronzo gli spaccheresti in testa una bottiglia di assenzio, poi gliela faresti pagare con tanto di scontrino”. Pancakes nell’andilà my ass,insomma.

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cinema, Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Pisa

Piani di rinascita morale che manco S-ai-entology

– Sono caduta.

– Di nuovo?!

(cit. io e il mio compare di lavoro, in un fine settimana a caso tra gli ultimi sette)

 

L’autunno è sempre un periodo di passaggio, con i traumi connessi: il passaggio dalle infradito fluo alle sneakers (che malediremo quando marciranno miseramente alle prime piogge), quello da una ridente località di villeggiatura alla triste e laboriosa metropoli, o dai massacranti e sottopagati lavori estivi ad uno stato costante di disoccupazione e/o depressione.

Io esprimo il mio disagio cadendo.

Tre volte in un mese e mezzo non è male come media, soprattutto se a seguito della prima caduta mi sono vista costretta a spalmarmi il ginocchio sinistro di fondotinta per non sembrare più scema del necessario nelle foto delle nozze di mia zia.

Come se non bastasse, una recentissima e non ancora elaborata delusione ha trasformato questo ottobre nell’autunno del mio scontento, ma aspetto fiduciosa che si muti in gloriosa estate sotto il sole di Pisa.

Ah già, Pisa. La ridente cittadina che quando piove non si bagna. No, Pisa esonda.

L’acqua pare emergere dall’asfalto (e probabilmente è proprio così, considerando la portata del sistema fognario) per distruggere e deridere i migliori esemplari di scarpe impermeabili. Gente, non c’è via di scampo e solo i miei concittadini sabaudi possono capire la malinconica tranquillità di un pomeriggio autunnale a Torino: cielo plumbeo, freddino-ma-non-troppo.

Capisco perfettamente le sublimi meraviglie dello sturm-und-drang autunnale pisano, ma se persino gli ombrelli formato capannone industriale riescono a contenere l’acqua che esce da ogni dove, la sensazione di essere capitata nel bel mezzo della stagione dei monsoni è abbastanza ricorrente.

Per fortuna è ricominciato The Vampire Diariesalmeno posso spiaggiarmi sul letto e stordirmi il cervello – amanti delle creature soprannaturali di Mystic Falls, c’ho degli scoop pazzeschi su questa stagione ma posso solo dire che temo fortissimi mal di testa da confusione nel corso dei prossimi mesi. Stop.

Tutto questo per proporre un programma in tre passi per una convalescenza post-delusione quanto più possibile serena. Io lo sto mettendo in atto e per ora sembra funzionare. Solo che la corda che ho scelto per il cappio è un po’ troppo ruvida.

Giorno 1: il letargo

Nei momenti di disperazione nera, bisogna dormire. Ma prima, a onor del vero, bisognerebbe non dormire per alcuni giorni: è un ottimo modo per devastare anima e corpo al punto da non riuscire a capire cosa sia successo, ed evitare picchi depressivi troppo acuti e troppo vicini al fattaccio. Una volta ridotti a larve umane in stato confusionale, è il momento di dormire ininterrottamente per un paio di giorni. Ci saranno sporadici risvegli accompagnati da lucide considerazioni sulla situazione in corso, ma non importa: basta chiudere gli occhi e va tutto a posto.

Importante: non bisogna parlare con nessuno, soprattutto con i propri familiari. Le conseguenze sarebbero dotti lacrimali terribilmente infiammati. Meglio mandare un sms millantando influenze, scarlattine, tubercolosi o alluce valgo per tranquillizzare gli affetti prima di dormire.

Giorno 2: l’autocommiserazione

Superate le 36-barra-48 ore di sonno quasi ininterrotto, si può procedere ad una serie di step simili a quelli che si mettono in pratica alla fine di una relazione amorosa: dolci, bevande calde, alcol, film e letteratura sono i migliori aiutanti in questo senso. Per le disperazioni autunnali poi, il rifiorire delle serie tv ci viene in aiuto perché c’è una gran scelta di format e generi che permette anche ai più schizzinosi di trovare una nicchia di tranquillità.

Per questa fase, meglio tenere alla larga amici e parenti: vuoi per la necessità di estraniarsi dal mondo crudele, vuoi per l’odore non proprio fragrante di un corpo rimasto sotto le coperte per un numero di ore a due cifre, consiglio vivamente di continuare, nei limiti del possibile, con l’isolamento.

Giorno 3: la rinascita (forse)

Bene, è giunto il momento di tornare a piccoli passi nella civiltà. Una doccia è decisamente necessaria, così come una dose estremamente grande di tè verde o di un altro infuso depurativo che ci faccia – ahem – espellere i residui del giorno 2.

Siamo forse pronti ad affrontare il mondo, la luce, i colori, le voci? Certo che no, ma come disse Hugh Grant nessun uomo è un’isola (poi disse anche io sono quella cazzo di Ibiza! , argomentazione che non depone a favore della mia tesi, ma facciamo finta di nulla e proseguiamo, che tanto a fine film si ricrede) e in linea di massima, un caffè con un’amica non ha mai ucciso nessuno.

A meno che l’amica non fosse una delle ziette un po’ tuonate di Cary Grant, ma anche qui ci inoltriamo in terreni accidentati e quindi escluderemo questa possibilità, per il momento.

Anche un pranzo in compagnia di poche persone selezionate non è male, ma la vera manna dal cielo è, di nuovo, l’alcol. Un aperitivo al volo o una serata intima passata a sorseggiare birra alla ciliegia (o Negroni sbagliato, dipende dai gusti (io ho scelto il secondo) (ma io faccio schifo)) possono risultare delle buone soluzioni.

Dal quarto giorno (che per me sarà domani) bisogna tirarsi su le maniche (anzi meglio di no, che fa freschino di questi tempi), ingegnarsi e trovare dei piani alternativi. Che forse sarebbe stato il caso preparare prima, ma ci siamo capiti – procrastination is my middle name, baby.

Ok, lo so che i fallimenti altrui sono una manna per l’autostima, quindi a dimostrazione di aver superato i giorni peggiori, condividerò ciò che mi è successo:

sono andata in un posto, a fare una cosa che preparavo da almeno quattro mesi, ma purtroppo all’apice del climax mi è sembrato di sentire il personaggio di Brad Pitt in The Mexican che mi diceva

Sembri un soldato tedesco fatto prigioniero: io non zo niente! Niente!

E sì, lo so che non è delicato riportare certe battute nei giorni delle controverse esequie dello stronzo delle Ardeatine, ma per dovere di cronaca ho dovuto farlo.

Il Dio degli ebrei mi perdonerà.

 

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cinema, Considerazioni sparse, Libri, teledipendenza

Le vere femministe ammazzano i vampiri

A volte capita che un autore uomo costruisca dei personaggi femminili d’acciaio. Non capita spesso, ma quando accade è difficile dimenticarsene.

Un paio di ore fa, MTV ha trasmesso l’ultimo episodio dell’ultima stagione di Buffy l’ammazzavampiri; pur non essendomi ancora ripresa dalla prima visione del medesimo episodio (risalente ormai a una decina d’anni fa), ho deciso di verificare se in veste di donna (ahah) adulta (ahahah) lo avrei guardato con occhi diversi, e con il sorrisetto di chi ritiene la sé adolescente un po’ sciocchina.

Col cavolo. Ho quasi pianto.

Comunque, la giovane e atletica Sarah Michelle Gellar mi ha fatto ripensare alla seconda metà degli anni Novanta, quando le ragazzine dei Paesi occidentali (e ricchi) si convinsero di essere imbattibili, speciali, unite in una sorellanza universale che le Spice Girls (o più probabilmente il loro manager, Simon Fuller) definivano Girl Power.

Mia madre aveva in casa l’imponente libro di Simone de Beauvoir Il secondo sesso, sulla cui copertina spiccava il simbolo del femminile in rosa antico. Cercai di leggerlo, poi tornai ai balletti delle Spice Girls ma mi convinsi che questa Simone doveva essere una gran tosta, per i suoi tempi.

Proprio in quel contesto, il film del 1992 Buffy l’ammazzavampiri venne adattato dal suo creatore Joss Whedon per il piccolo schermo: la prima stagione andò in onda negli Stati Uniti nel 1997, l’ultima si concluse nel 2003. Tra i personaggi della serie, spiccano diverse figure femminili che compiono percorsi particolari che quasi sempre le rendono autoconsapevoli, forti, indipendenti: l’imbranata Willow diventerà una strega, poi una strega cattivissima, infine addirittura una dea passando dall’amore per un licantropo a quello per un’altra strega (amore lesbo negli anni Novanta in una serie per teenager, non so se mi spiego); la stessa Buffy nel corso degli anni diventa sempre più tosta, nonostante le continue mazzate (fisiche ed emotive) che le vengono inflitte. Il mio personaggio preferito era Faith, la cacciatrice attivatasi a seguito di una delle varie morti di Buffy, perché era davvero una badass e passava leggiadra da uno schieramento all’altro come ci si cambierebbe i calzini; eppure, anche il suo ruolo era davvero ben costruito, infatti dopo essersi fatta abbindolare dal preside (che, come molti già sapranno, non era un semplice impiegato), lo sfancula per combattere al fianco della protagonista e rischiare la vita più e più volte.

L’ultima puntata poi, al di là del trauma emotivo che provoca (povero, piccolo Spike), veicola un messaggio davvero potente: Buffy decide di far sì che non ci sia più una sola cacciatrice per generazione, ma che ogni ragazza lo diventi in potenza: dividendo i suoi poteri con tutte (tutte!) le fanciulle del mondo, non solo riesce a richiudere la bocca dell’inferno che sfiga vuole si trovasse sotto la sua scuola, ma a risvegliare una nuova consapevolezza nelle ragazze.

Così la ragazza speciale, la predestinata che ha passato anni a sfrantecare di calci vampiri e demoni vari (quasi sempre maschi, naturalmente), quella che ha rinunciato al suo Unico Vero Amore senza fare troppe storie e che ha intrattenuto allegre liasons di letto con il suo nemico più acerrimo, sceglie di dividere ciò che ha con tutte. E di lasciare morire l’uomo che sostiene di amare (Non è vero. Ma grazie per averlo detto è una delle battute più spezzacuore della storia) perché il piano venga portato a termine, e i demoni tornino all’inferno.

C’è poi tutta la questione dell’esorcismo degli orrendi anni del liceo, con l’atto liberatorio di far sprofondare scuola e cittadina intera in una voragine senza fondo, e il non prendersi sul serio (la conversazione sui centri commerciali è magistrale). Insomma, Whedon è un fottuto genio e chi vi dirà il contrario è uno spudorato maschilista: vogliamo poi parlare del colpo da maestro di identificare il cattivo delle prime stagioni con Billy Idol? (e a proposito della questione “duro dal cuore tenero” e “cattivo che diventa buono”, direi che gli autori delle vicende dei fratelli Salvatore hanno vagamente preso spunto dal triangolo tra Buffy, Angel e Spike).

Poi noi ragazzine siamo cresciute, alcune hanno pensato che piuttosto che fare affidamento sulle proprie capacità fosse più facile sostenere gli esami universitari (s)vestite succintamente, altre hanno pensato che fosse più facile affidarsi ad un maschietto che si prendesse cura di tutto, altre ancora piangono davanti a un telefilm e lo scrivono su internet, invece di studiare visto che sono andate in biblioteca a piedi.

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cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza

Non trovo un titolo adatto. Comunque cinema, tv, streaming, Twitter, Un posto al sole.

Il povero cinema è dato per morto o moribondo già da diversi anni, se si pensa che gli inventori della settima arte lo definirono un’invenzione senza futuro certe visioni apocalittiche sul destino del grande schermo si fanno quantomai tragiche.

Per molto tempo ho avuto un’opinione terribilmente snob in merito, in parte dovuta al mio ateneo di provenienza in cui lo studio dei film e delle teorie del cinema era abbastanza radicale, nel senso che storcevo il naso (non ancora rotto) sostenendo che nessun prodotto televisivo avrebbe MAI potuto eguagliare le opere cinematografiche, per non parlare della fruizione tramite web.

Negli ultimi anni, complice il proseguimento degli studi in un ambiente abbastanza diverso da quello da cui provengo, a piccoli passi sono diventata più tollerante, fino a diventare una big fan di alcune tipologie di produzioni televisive, non necessariamente di quelle realizzate con un impianto estetico o narrativo più vicino al grande schermo (vedi Boardwalk Empire).

L’aspetto divertente del contesto odierno è secondo me il lento declino della televisione (a cui mi ero appena abituata) di fronte alla fruizione via web di prodotti sì pensati per il piccolo schermo, ma sovente stravolti in fase di doppiaggio o ignorati dalle reti televisive nostrane perché, come un certo tipo di cinema, fanno fatica a tenere il passo con i cambiamenti sociali e tecnologici.

Ad esempio, le generazioni giovani prediligono la serialità rispetto al prodotto autoconcluso tipico del cinema, e fruiscono sempre più spesso i prodotti televisivi attraverso lo streaming; questi due aspetti permettono di interagire in tempo quasi reale con i fan delle serie tv del resto del mondo, di abituarsi alle lingue straniere (aspetto secondo me importantissimo, sia per ragioni di internazionalizzazione che di completezza del prodotto che si guarda) e di sentirsi fighi parlando di argomenti conosciuti da pochi.

Inoltre, lo streaming permette di guardare l’episodio quando si vuole, di interrompere e riprendere la visione senza intromissioni pubblicitarie e senza essere schiavi del palinsesto delle reti tv; d’altra parte, il fatto che moltissimi attori e autori posseggano profili sui social network con cui interagire favorisce la sensazione di partecipazione attiva allo show, soprattutto in alcuni casi: per mesi i fan di The Vampire Diaries (non ne parlavo da troppo tempo e volevo inserirlo) hanno auspicato sul web il ritorno di un personaggio molto amato, Elijah, e quando se lo sono trovato sullo schermo molti di loro hanno creduto che la richiesta massiccia avesse condizionato le decisioni degli autori in merito. Da parte loro, questi ultimi giocano abilmente con il loro pubblico lasciando spesso credere che sia effettivamente così.

Tutti questi meccanismi tendono a favorire non solo l’identificazione con i personaggi ma anche una forma abbastanza forte di affezione, anch’essa abilmente sfruttata dagli uffici stampa con indiscrezioni e gossip relativi alle relazioni tra gli attori (salvo poi essere sovente beccati con le braghe calate, come nel caso Pattinson/Stewart).

Questi sentimenti di vicinanza con quanto si fruisce attraverso uno schermo hanno anche aiutato l’affermarsi del fenomeno vlog, ossia i video-blog ospitati da piattaforme come YouTube all’interno dei quali gli autori chiacchierano amabilmente della propria vita; questa tipologia di video ha ultimamente sostituito i ben noti video tutorial, determinando l’emergere di persone del tutto prive di talento, capacità o cose da dire che hanno guadagnato un largo seguito proprio perché periodicamente raccontano i fatti loro; in questo caso identificazione e affezione coincidono, poiché spesso in questi video ci sono riferimenti a commenti ricevuti dagli utenti e perché sovente i temi trattati sono gli stessi che costellano la vita quotidiana dei fruitori, come ad esempio le diete (argomento “caldo” degli ultimi mesi).

Credo che la mia generazione si collochi in bilico tra lo snobismo cinefilo e l’entusiasmo per i nuovi metodi di fruizione, poiché molti di noi non rinuncerebbero per nulla al mondo alla visione di determinati film in una sala cinematografica ma tollerano la visione domestica nel caso in cui non si è certi della qualità del prodotto in relazione al prezzo del biglietto del cinema; i cineasti più innovativi lavorano su entrambi i fronti, realizzando film da cui traggono miniserie per il piccolo schermo e inserendo video dei dietro le quinte su internet; negli Stati Uniti e in Gran Bretagna questi metodi fluidi sono utilizzati spesso e bene, dalle nostre parti possiamo accontentarci di ricevere le novità e le foto di Un posto al sole sul nostro telefonino e di sperare che MTV acquisti i diritti della nuova stagione di Skins, ottima produzione inglese che le reti maggiori non trasmetteranno mai perché ci sono degli adolescenti, c’è dell’alcol, ci sono le droghe, c’è del sesso e queste cose vanno bene solo su Studio Aperto o da Barbara d’Urso.

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Drammi post-adolescenziali: c’è vita dopo la Casa dello Studente?

Giornata di acquisti verdi – dentifricio, shampoo, rasoi, pomata; poi di improbabile commozione per il pensionamento della portinaia che evidentemente è sintomo della mia imminente partenza da questi luoghi piovosi,

e a questo proposito:

mai avrei pensato che lo sguardo verso il dopo sarebbe stato così traumatico, l’esperienza della casa dello studente modifica la percezione della realtà in modi che non avrei mai potuto immaginare;

chi mi sfamerà se non la mensa?

dove troverò acqua calda ventiquattro ore al giorno, una macchinetta del caffè in corridoio e la vista su un edificio inflazionato ma oggettivamente splendido?

Come potrò dimenticare le chiavi fuori dalla porta dopo essere entrata e poi cercarle disperata in ogni dove temendo di non riuscire a scendere per tempo a salutare la portinaia pensionanda?

Chi mi aprirà la porta quando scenderò nel locale lavanderia lasciando invece le chiavi sul letto?

Avrò di nuovo un locale lavanderia, o anche solo un’asciugatrice?

Sono riuscita a rendere con sufficiente chiarezza il senso di precarietà che in questi giorni mi assale, e che a breve probabilmente assalirà anche il mio ritorno nel mondo del lavoro?

Domande senza risposta, aggravate dall’assenza di uno (o più) uova di Pasqua che avrebbero allietato le mie giornate, ma al cui bisogno ho prontamente sopperito con LA merenda, ossia panino integrale con ricotta di pecora e marmellata di more, accompagnato da un bicchiere di latte.

Sono gonfia ma soddisfatta. E pronta anzi prontissima, dopo l’oculata decisione di abbandonare quel mostro di noia che è Bates Motel ed aver scatenato la fangirl che dorme in me con l’ultimo episodio di The Vampire Diaries, a darmi a passatempi ugualmente rilassanti ma un po’ più utili, come la visione di Les Revenants, sia mai che rispolvero un po’ il francese.

E a dimostrare la mia buona fede, sottolineo che non ho idea di cosa tratti e che lo faccio (quasi) esclusivamente per la lingua, certa che diverrò verde (come i miei acquisti odierni) d’invidia di fronte alle delicate ed eteree sembianze delle giovani d’oltralpe.

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