cinema, teledipendenza, what I call love

Età percepita: tredici anni

All’età di tredici anni, trangugiavo la cena per poter uscire prima possibile con gli amici.

Tredici anni dopo, non vedo l’ora di far cena perché mi aspetta l’ultima puntata di This is England ’88.

Le persone crescono e le priorità cambiano? Non proprio.

Diciamo che l’età avanza, il resto rimane quasi invariato.

Che potrei parlare per ore della poetica di Meadows, della ricerca del bello nel “non bello”, della sfida (vinta a mani basse) di adattare un prodotto nato per il grande schermo alla televisione e di tutte quelle altre cose che mi rendono una persona un po’ pedante e noiosa,

ma la realtà è che Serialmente mi ha spoilerato l’ultimo episodio (la peste a tutte e due le vostre famiglie) e, sebbene fosse prevedibile ma non troppo, non vedo l’ora di avere davanti agli occhi questo momento.

Sì, il mio tenero cuoricino ha ancora tredici anni.

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Considerazioni sparse, teledipendenza

Come diventare buoni (ma anche no)

Alle prese con la prima puntata di Misfits e con l’accento quasi incomprensibile degli attori che vi recitano. Ho deciso di comportarmi seriamente, iniziando a guardare la prima serie invece di fiondarmi subito sulla terza che, come avevo accennato, ha l’incredibile pregio di avere tra gli attori Joe Gilgun.

Visto che non riesco a trovare le puntate di This is England ’88, mi consolo come posso.

Forse dovrei occupare il tempo in modo più costruttivo, per esempio svuotando la libreria in vista dell’imminente invasione della mia cameretta da parte della mia sorellina, soprattutto considerando che l’anno che verrà è potenzialmente l’ultimo (sì, la profezia Maya mi sconvolge un po’. Sono troppo fatalista), sarebbe carino da parte mia adoperarmi in quelle cose noiose comunemente chiamate buone azioni.

Come svuotare librerie, essere gentile anche con le persone cui sfascerei in testa bottiglie su bottiglie (possibilmente di vetro pesante, come quelle del Prosecco o quelle di vodka special edition) o regalare – ispirata dai deliziosi francesismi della serie che sto guardando –  magliette personalizzate riportanti la scritta Relax, I don’t give a crap about your shit, never did and never will. 

Che sarò pure stronza, ma almeno tento di scrivere i periodi in modo che non facciano vomitare sangue chi li legge. Così, per dire.

Inoltre, mi chiedevo se oltre ai propositi per l’anno nuovo (ormai non faccio neanche più finta di crederci), si potesse anche avere un desiderio.

Ma forse mi toccherà attendere Babbo Natale l’anno prossimo, ammesso che i Maya abbiano sbagliato qualcosa.

Ad ogni modo, la visione di Misfits mi ha ispirata profondamente: dunque  vorrei mandare in dono, corredato di fiocco rosso e stelline dorate, l’assistente sociale ammazzadolescenti dotato della splendida ascia con cui ha sventrato la porta del bagno e, suppongo, il poveretto che lo occupava. Astenersi perditempo.

 

E sì, rientrerebbe decisamente nelle buone azioni.

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cinema, musica, teledipendenza, voyages

Mission: Impossible, ovvero come un giorno (che non è oggi) dimostrerò al mondo che Evita non è una cagata pazzesca

Ho in mente da alcuni giorni di scrivere un post sul film Evita, per dimostrare a tutti i miscredenti che storcono il naso ogni qualvolta io lo nomini che poche storie, è un film davvero figo.

Cioè ha una colonna sonora da paura, un Antonio Banderas da strapparsi gli abiti di dosso che canta con quell’accento spagnolo che non fatemi continuare, una storia interessante ed una Madonna quarantenne che interpreta Evita dall’età di quindici anni (!) in su.

Ok, quest’ultima caratteristica non aiuta la mia tesi.

Purtroppo però sono appena arrivata a casa dopo cinque ore di treno, parte delle quali passate a conversare con due signore livornesi particolarmente loquaci, dunque sono stanca e le mie sinapsi sono ancora più incasinate del solito.

Tipo che mi sto dimenticando una birra nel congelatore, ma crepa se mi alzo a prenderla.

Inoltre, ho appena scoperto che Joe Gilgun ha una parte nella terza stagione di Misfits.

No dico, Joe Gilgun.

(Lo so che non sembra particolarmente bello o affascinante, ma guardatelo in This is England, in This is England ’86 e poi ne riparliamo. So benissimo che la maggior parte di voi non cambierà idea, ma almeno avrete visto un bel film ed un bel telefilm quindi muti e guardate.)

Ne sovviene che dovrò passare le prossime ore a guardare tale serie tivù, soprattutto l’ultima puntata e non scriverò il motivo, altrimenti ci sarà di nuovo qualche genio che capiterà qui cercando termini osceni ed io sono una brava ragazza e bla bla bla [inserire discorso random volto a preservare la mia immagine già postato svariate volte]

Manco a dirlo, l’idea di correggere la relazione su Bona Sforza non mi sfiora affatto.

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cinema

“I’m still a fuckin’ skinhead at heart”

Stavolta le mie preghiere sono state esaudite, ed il capolavoro This Is England di Shane Meadows sarà finalmente nelle sale cinematografiche nostrane a partire da venerdì.

Ne avevo già accennato qui http://askthemirror.splinder.com/post/23614443/cinema-tivu-una-regina-col-cappello-e-maggie-t, ma dato che oggi ho tempo da buttare vorrei provare ad approfondire i motivi per cui, secondo la mia personale e discutibile opinione, perdersi questo film sarebbe un enorme peccato.

Invece di sproloquiare come faccio spesso, procederò per punti tentando di non essere eccessivamente prolissa. Mission: impossible, insomma.

1. Shane Meadows è un regista giovane, forse è proprio questo il motivo per cui i suoi lavori risultano immediati, privi di estetismi barocchi o di citazioni intellettualoidi.

2. Questo è un film che lavora con le immagini oltre che con i dialoghi; ormai nel cinema mainstream le immagini sono esclusivamente funzionali alla sceneggiatura, la mia opinione è che guardare un film sia diventato come sfogliare un libro illustrato. Bene, This Is England non è così.

3. Gli attori. Ommioddio gli attori. Uno degli aspetti che mi porta spesso a preferire il cinema britannico o europeo in genere al cinema hollywoodiano è la banalità di quest’ultimo nel riproporre schiere di attori che sembrano figli degli stessi genitori, mentre molto spesso i volti degli attori europei sono forse meno belli in senso classico, ma infinitamente più interessanti. Aggiungo che in questo caso sono persino bravi, fate un po’ voi.

4. Grazie a questo film ho potuto conoscere la vera storia del movimento skinhead inglese, e liberarmi dell’immagine che avevo stampata in testa che mi faceva accostare gli skinhead ai naziskin.

5. Una colonna sonora coi controcazzi. L’ho scaricata cioè comprata il giorno dopo aver guardato il film e l’ho ascoltata ininterrottamente per settimane. Al Barry & The Cimarons, Dexys Midnight Runners, The Specials, più una cover non eccelsa ma gradevole di Please Please Please Let Me Get What I Want degli Smiths.

6. I costumi di Jo Thompson. Me ne sono innamorata tanto da scriverci una tesina per il corso di Storia della Moda.

Concludo con la frase che ormai potrei farmi tatuare in fronte: sarebbe da guardare in lingua originale, possibilmente con i sottotitoli dato il fortissimo accento inglese che rende i dialoghi quasi incomprensibili. Insomma da non perdere. Immagino che facendolo uscire ad agosto e – presumo – in poche sale non ne favorirà la diffusione, ma chissà che non si riesca a fargli fare il botto come accadde quattro anni fa con Breakfast On Pluto, un altro capolavoro sottovalutato che come in questo caso arrivò nelle sale a distanza di anni; in quel caso furono due, in questo sono ben cinque.

Dopo averlo guardato toccherà al seguito in forma di telefilm (sono solo quattro puntate) This Is England ’86.

Ah già, quasi dimenticavo: chi viene a vederlo con me?

 

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