Film, Viaggi

Buone idee realizzate male (tra Tirana ed Atene)

Dopo mesi di vita quotidiana dedicata al lavoro e a sporadiche visite oltremare, l’idea di un fine settimana in Grecia era molto allettante.

In fondo la Grecia è a due passi, a Maggio le temperature sono buone e la mia unica incursione nelle terre elleniche fu una vacanza di famiglia a Corfù nei primi anni ’90, quindi perché no?

Ecco, questo è un esempio del continuo flusso di potenziali buone idee che ad un certo punto nel processo di attuazione si trasformano in buone idee realizzate male. A volte malissimo.

Per esempio, recarsi ad Atene per un fine settimana è una buona idea, scegliere come mezzo di trasporto un autobus lo è un po’ meno. Soprattutto se il tempo di percorrenza è di circa 14 ore perché guarda un po’, la Grecia è vicina ma è anche grandicella.

Un’altra buona idea in potenza è riempire la memoria esterna dello smartphone di film, ma sceglierli a caso solo perché trattano di argomenti a cui mi sono interessata nell’ultimo periodo è, diciamolo, un’idea del cazzo.

Piazza delle Cinque Lune è un thriller politico fatto di troppe parole e di pochissima azione, di voli sul centro di Siena manco fosse uno spot dell’Ente per il Turismo e di un esilarante riferimento ad Intrigo Internazionale. Esilarante perché in contrasto con la poca azione dell’intero racconto, un inseguimento in aeroplano è un po’ eccessivo.

Però la scelta di questo film è stata appunto una potenziale buona idea, quindi sono pronta ad ammettere che se non l’avessi guardato nel bel mezzo della notte, seduta su un autobus in viaggio tra Grecia e Albania, forse lo avrei apprezzato di più.

Anche se il doppiaggio non ha aiutato: è un film italiano recitato in inglese e poi doppiato, e fa male al cuore sentire la voce affibbiata al povero Donald Sutherland. La voce di Stefania Rocca sembra appartenere alle peggiori soap opere nostrane e l’unico professionista in tal senso è l’immenso Giancarlo Giannini, peccato che pronunci una ventina di battute su due ore di film.

In soldoni, se la mia più recente potenziale buona idea è stata quella di trascorrere 14 ore (più altre 14 al ritorno) su un autobus in compagnia di quel film senza prima leggerne un paio di recensioni, quello degli autori è stata indubbiamente cercare di girare un film di genere su un argomento anche molto interessante – i punti oscuri del rapimento Moro – con i soldi del Monte dei Paschi: quella Siena così luminosa, da cartolina, non crea l’ambiente adatto.

Per compensare la buona idea realizzata male della settimana, ho almeno evitato di entrare in ufficio alle 9 il giorno del rientro: arrivata a Tirana alle 6 del mattino, sarebbe stata un’idea paragonabile a quando tornavo a Torino con il volo Alitalia delle 5:25 e dall’aeroporto andavo in azienda, per poi addormentarmi nell’ufficio del CEO.

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Atene è immensa. Dopo quasi due anni a Tirana, colorata e stretta tra i monti, quegli edifici chiari a perdita d’occhio fino al mare sono stati quasi uno shock.

 

 

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da Torino a Tirana, Torino

Amara terra mia, amata terra d’altri

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Torino/Tirana

Vi racconto una storia.

C’è su YouTube una ragazza originaria di questa strana, caotica e bellissima città in cui ho scelto di abitare.

La ragazza vive in Italia da molti anni, figlia delle migrazioni dei primi anni Novanta.

La ragazza si è costruita un piccolo impero fatto di lezioni di trucco pur non eccellendo in tale campo, di vlog in cui disseziona le sue giornate armata di videocamera e computer pur non avendo fondamentalmente nulla da dire e di vlog di viaggi, quasi tutti sponsorizzati (beata lei).

La fanciulla non brilla per creatività, non buca lo schermo, ma riesce a guadagnare con le attività sopracitate: non è un genio del marketing e spesso, come la maggior parte delle sue colleghe beauty guru del web, ha fatto scivoloni tali da far pensare che assumere un consulente d’immagine sarebbestata una buona idea.

A me i video di questa ragazza non piacciono, perché quando investo il mio tempo libero voglio che ne valga la pena: non leggerei un libro brutto, non guarderei una serie tv che non mi piace e via discorrendo.

Questa ragazza a volte si lascia andare a critiche e commenti negativi sulla sua città e sull’Italia in generale, venendo puntualmente massacrata da patriote fiammegganti che si premurano di dirle che l’Italia le ha dato da mangiare, l’ha “salvata dal barcone” e che se non le piace, dovrebbe tornarsene da dove è venuta.

Una forma mentis che vorrebbe ringraziamenti e applausi da ogni straniero che decide di vivere nel nostro Paese, a prescindere dalle circostanze.

Si deve ringraziare e basta.

Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere. Ma qui siamo personcine educate e non lo facciamo.

Da immigrata, mi chiedo: vivo e lavoro all’estero da un anno e mezzo, lavoro, pago le tasse, l’affitto e le bollette.

Mi è consentito lamentarmi se il prezzo dell’abbonamento dell’autobus aumenta del 33% senza che il servizio sia incrementato? Io credo di sì, a prescindere dal mio essere straniera, perché quell’abbonamento lo acquisto ogni mese e quegli autobus li utilizzo almeno due volte al giorno.

Posso incazzarmi se il congelatore sembra una riserva protetta per pinguini a causa dell’elettricità che nel mese di Dicembre saltava ogni giorno per almeno tre ore, senza che l’azienda competente si premurasse di avvertire, o mettesse a disposizione un numero verde?

Di nuovo, io credo di sì.

Ma forse questo ragionamento funziona a senso unico, solo quando si tratta dell’Italia, perché è un Paese in cui tutto funziona alla perfezione e come ci ha cantato il buon Mino Reitano a reti unificate per anni, di altre belle uguali non ce n’è.

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#CoseBelle, Considerazioni sparse, what I call love

#CoseBelle: la moda di seconda mano

Visto che dal post sui capelli sono entrata nel mood frivolezze, e in attesa di raccogliere adeguatamente le idee per raccontare dell’opera omnia di Fred Vargas che sto finendo di leggere, perché non parlare di vestiti?

Da almeno un anno non compro abbigliamento nelle catene low cost (vedi H&M, Zara e simili): in parte perché il rapporto qualità-prezzo non è più conveniente, in parte per ragioni un po’ meno egoistiche.

A proposito del primo motivo, ho un paio di jeans comprati nella nota catena svedese ormai 9 anni fa, ancora oggi in perfette condizioni. Ne ho un altro paio dello stesso brand acquistato 3 anni fa e pagato quasi il doppio, che mi si è sfaldato tra le mani come un frutto in decomposizione in un quadro decadente.

Ma parliamo di argomenti meno frivoli.

Quello che ho letto alcuni giorni fa su Il Fatto Quotidiano (qui l’articolo) mi ha convinta che le multinazionali dell’abbigliamento a basso costo tendano ad essere, come dire, IL MALE.

Credo che pur non potendo fermare le guerre, le epidemie o risolvere il problema dei senzatetto, nelle scelte quotidiane si possa fare la differenza; quindi a prescindere dai prezzi e dalla qualità dei capi, io da loro non ci compro perché lucrare sulla crisi mediorientale e sullo sfruttamento dei minori è una porcata colossale. Punto.

Non essendo diventata improvvisamente ricca, non ho abbandonato il low cost per i brand medio-alti della moda. Al contrario, viaggio a velocità di crociera nel low-low cost, che sebbene suoni come off-off Broadway e sembri quindi sinonimo di cose brutte che non fanno dormire la notte, è in realtà un mondo pieno di sorprese.

In Albania, paese meraviglioso in cui l’usato non è ancora diventato vintage, nei negozi di abbigliamento e scarpe di seconda mano si possono fare dei veri affari.

Negli ultimi mesi, costretta ad adattarmi ad un inverno sottozero che non credevo possibile a queste latitudini, ho comprato un ensamble giaccone-maglione-stivali, spendendo circa 30 euro.

Naturalmente mi sono dovuta finalmente piegare a quei concetti che mia madre ha tentato di inculcarmi negli ultimi 20 anni: la maglia dev’essere in lana e non in tessuti sintetici, gli stivali in pelle e non in scarti di copertone. che ormai ho una certa età e i maglioncini in acrilico sono per fanciulle meno attempate.

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Una soffice nuvola di lana merinos che nasconde la panza quando esagero con il pane.

Quando sono a Torino mi diletto con i mercati rionali; durante l’ultima visita, per 50 cent mi sono portata a casa un paio di Levi’s.

Un’altra attività è lo scambio: si può fare con le amiche, con gli swap parties o con i familiari. La famiglia di mia madre è composta quasi per intero da donne che condividono grossomodo la stessa taglia e gli stessi gusti, quindi ad ogni cambio di stagione enormi borse colme di capi d’abbigliamento vengono trasferite da una casa all’altra, portando un po’ di atmosfera natalizia ad ogni arrivo.

A mio parere, riciclare la moda è un’attività divertente e creativa. Certo bisogna avere un po’ di tempo per spulciare tra cestoni e banchi colmi di orrori anni ’80 e camicie macchiate di giallo in corrispondenza delle ascelle, ma il risultato regala soddisfazioni: niente magliette che si autodistruggeranno dopo sei mesi, niente minori sfruttati in fabbrica, niente accumulo di rifiuti nelle enormi discariche dell’abbigliamento.

Anche perché a Tirana non si fa la differenziata, quindi oltre al riuso dei barattoli di vetro per conservare semi, farine e pasta corta, il riciclo dell’abbigliamento è un po’ l’unico modo che ho per credere di star aiutando il pianeta.

 

 

 

 

 

 

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La ragazza con gli stivali

Un’anomalia che si verifica una sola volta può essere considerata una casualità, ma alla seconda volta in meno di sette giorni in cui indosso scarpe che mettono in evidenza i calzini spaiati, fermarsi e porsi qualche domanda è d’obbligo.

Dopo un’attenta riflessione, durata il tempo in cui non mi sono seduta sull’autobus per evitare che qualcuno notasse la dissonanza cromatica dei due calzini incriminati, ho compreso che l’origine del problema ha due matrici: essere cresciuta in campagna ed essere torinese.

Nonostante i sedici mesi di lontananza dalla mia città e noncurante dei 20°C che ancora deliziano Tirana, io uscirei di casa tutti i giorni con gli stivali.

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Meraviglie di Zalando. Comodi nonostante i tacchi, 20 euro con i saldi due inverni fa.

Non solo: ogni mio desiderio calzaturiero, quando non supportato da una buona dose di razionalità, si limita appunto ad infinite paia di stivali.

Il carrello che mai svuoterò su AliExpress ne è la prova: tronchetti, military boots, over the knee, con o senza tacco/zeppa/inserti in lana/dettagli dorati, sono sempre loro l’oggetto delle mie brame.

Il tassello successivo del puzzle è dato dalla mai sopita passione per il kitsch, passione che cerco di tenere a bada nell’abbigliamento visibile – anche se nell’armadio, a Torino, ci sono un paio di giacche che dimostrano altrimenti – e che non posso evitare esploda come una nuvola di glitter quando acquisto delle calze.

Inseriamo nel quadro le ben note lavatrici mangiacalzini, e quelle che mia madre chiama “mani di pastafrolla” che fan sì che sempre più spesso i capi di abbigliamento più piccoli mi cadano in fase di stenditura sul balcone.

Il risultato credo sia abbastanza ovvio: posseggo calzini particolarmente colorati e sovente spaiati, gli stivali mi permettono di avere un’apparenza decorosa non mostrando tali dettagli, ergo alla prima occasione in cui mi trovo ad indossare scarpe sotto il malleolo (nel caso odierno, delle Adidas tamarre da far spavento anche alla borgata torinese da cui provengo), il terribile segreto è svelato.

Dovrei forse limitarmi alla dicotomia freddo=stivali, caldo=sandali, scelta che mi permetterebbe inoltre di evitare l’acquisto di scarpe basse che utilizzo comunque molto poco, così da risparmiare e avere ancora più stivali.

So di non essere l’unica a unire utile e dilettevole, dove utile sta per “pessimo gusto in fatto di calze” e dilettevole per “insana passione per le calzature da montanara”, quindi mi rimetto a eventuali consigli e trucchetti per ovviare a situazioni imbarazzanti e poco professionali come quella di stamani.

Va da sé che smettere di indossare scarpe da ginnastica da tamarra di Torino Nord è già nella lista delle cose da fare.

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Neanche l’effetto contadina nella steppa mi spaventa: IO GLI STIVALI NON ME LI TOLGO.

 

 

 

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Torino – Milano (via Tirana)

Incredibile come i periodi più stressanti coincidano, a volte, con quelli di massima ispirazione blogghereccia.
Tipo che ho millemila cose da fare, ma ad ogni ‘new tab’ che apro su Chrome vengo colta da un’improvvisa epifania, un fulmine che mi attraversa il cervello (cit.) e mi spinge ad aprire Word.
Sì, di questo passo credo che a breve perderò il lavoro.
Bando alle ciance, la meravigliosa ispirazione odierna mi ha colta mentre ero in cerca di location fighe in quel di Milano. Trasferirsi all’estero per occuparsi di Italian affairs, check.
A noi torinesi, in genere Milano non piace granché. Patiamo un confronto continuo e per lungo tempo impari, soffriamo terribilmente nel dover aggiungere ‘near Milan’ quando diciamo a qualche straniero da dove veniamo. Di peggio c’è solo, forse, ‘near France’.
Abbiamo un po’ il complesso del brutto anatroccolo, sappiamo di abitare in una città che definire un gioiello non è abbastanza e vorremmo che ogni essere umano presente sul pianeta venisse a godere delle bellezze sabaude.
Salvo poi lamentarci profusamente dei turisti che camminano lentamente sotto i portici di Piazza Castello.
Insomma Milano non ci garba particolarmente, visualizziamo il milanese medio come un bauscia vestito di marca, ostentatore e decisamente stridente rispetto alla poco chiassosa eleganza turineisa.
Perfino di fronte all’auto MiTo storciamo un po’ il naso, pensando che avrebbe dovuto chiamarsi ToMi (con evidente sprezzo dell’assonanza con un improbabile maschile plurale del nostro formaggio più famoso).
Se poi pensiamo alle modalità con cui da Torino si raggiunge Milano, ci si gela il sangue: un’autostrada con lavori in corso da decenni, o treni regionali pieni come carri bestiame e perennemente in ritardo. E non mi citate le Frecce, che son sempre in ritardo anche loro e poi questo è un blog proletario.
Questa diffidenza generale, unita all’idea che il capoluogo lombardo sia un luogo caotico e grigio, ci fa sentire stanchi e spossati anche solo all’idea di poterci andare.
Però Milano, a ben guardare, è bellina assai. Tralasciando la ricerca specifica che dovrei portare a termine invece di scrivere questo post, e che si concentra sulle location più fescion della città, quasi tutto quello che mi è passato sotto mano nelle ultime ore mi è sembrato piacevole e interessante.
L’ironia sta nell’aver sviluppato questa scintilla di interesse proprio dopo aver lasciato Torino, che dista da Milano un’ora e 40 di treno. Quindi non scoprirò mai se effettivamente tra di noi può esserci una qualche affinità? Probabile.
Coraggio amici e amiche, raccontatemi che Milano è bella, consigliatemi luoghi e suggestioni lombarde.
Non si sa mai che perda il lavoro e decida di tentare la fortuna lassù al freddo, come un’amica ha fatto prima di me, con successo.

P.S. per eventi, feste, spettacoli, matrimoni o qualunque altra cosa, contattatela. Garantisco personalmente. (Laurè, dopo questo post sei diventata come tutte quelle aziende italiane che dislocano in Albania!)

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Lontano dagli occhi, vicino al cuore: sopravvivere a un autunno non italiano

Quando di là, sull’altro blog che scrivo tentando di non lasciarmi andare al flusso di coscienza come faccio qui, ho stilato un elenco raccontando com’è stato il primo rientro in Patria, ho dimenticato un elemento che mi sta lentamente uccidendo.

L’autunno.

Due giorni a Torino e il mio fragile corpicino sabaudo si è convinto – e giustamente, dico io – che la stagione dei crop top, dei sandali e delle code di cavallo anti-afa fossero terminati.

Non che fossi scontenta, a me l’autunno piace assai e anche il cappottino che ho prontamente acquistato durante una passeggiata in compagnia al mercato di Piazza Benefica (sì, sono stata abbastanza infida da dirottare una passeggiata familiare al mercato. E da comprare dal banco in cui si trovano solo prodotti con le etichette tagliate).

Bene, il ritorno di qua dall’Adriatico in total black, con le Superga e il suddetto cappotto (che è color… polvere? Crusca d’avena? Cielo su Mirafiori? Capelli di Angela Lansbury post-Signora in Giallo? Bof) è stato sì d’effetto, ma molto poco consono alle condizioni del luogo.

Insomma, le temperature sono tali da farmi uscire con i sandali e da aver steso sulle unghie un estivo e assai infantile smalto bianco con qualche glitter, ma le mie membra sanno che altrove è autunno, e si comportano di conseguenza: letargo, mal di testa, riposini a cazzo mentre che ne so, sto leggendo un romanzo di Fred Vargas e io non dormo MAI mentre leggo Fred Vargas.

E ancor più grave, niente defilé in giro per Tirana con il cappotto color topo sbiadito e lo smalto color – vino? Sangue arterioso? Uva nera? Prugne? Dio, che fatica i colori. Cinque anni di istituto d’arte ed eccoci qui.

Mi sto quindi sfondando con una cura ricostituente fai-da-te (o DIY, che dir si voglia) che comprende:

pastiglie effervescenti dai sapori improbabili per integrare le vitamine e i minerali;

litri e litri di tè di ogni gusto e aroma, ma soprattutto quelli con altissimo contenuto di teina;

frutta di stagione, che non so come mai ma tutti dicono faccia un gran bene;

Camionate di pastiglie di ginseng e vagonate di quelle di magnesio.

Ora, se non verrò colta da un’overdose di Vitamina C o non mi si ossideranno le membra per i troppi minerali, credo che a breve tornerò a sproloquiare di film & serie tv: che Tirana lo voglia o meno, l’autunno è arrivato e finalmente gli schermi (dei pc) sono caldi e colmi di nuove proposte.

Che tra le altre cose, Sky sta per trasmettere True Detective, e se qualche folle non l’avesse ancora guardato e fosse abbastanza ricco da avere Sky, LO GUARDI IMMEDIATAMENTE. Per gli altri, quelli che come me dipendono da NowVideo e VideoPremium, sono disponibile a condividere i link. Ma che lo si faccia prima dell’inizio della seconda stagione, vi raccomando amici miei.

Se invece avete rimedi e consigli per non soccombere alla narcolessia mentre fuori ci sono 30°, siate i benvenuti.

To be continued.

Letargo permettendo.

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