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Sputare nel piatto in cui si mangia, lamentarsi e altri orrori

Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere. (Sidney Lumet, Quinto Potere, 1976)

La mia enfatica e del tutto non richiesta apologia della televisione ha fatto sì che il gorgo infernale della stessa mi imprigionasse senza apparente via di scampo.

Sono uno degli insignificanti ingranaggi della macchina mediatica, sono l’ombra fuori campo a cui fa riferimento Maria quando nomina “la redazione”, (r)esisto tra improbabili video di sfilate e altrettanto improbabili “registi” che creano robaccia che su YouTube si trovano prodotti migliori.

Smonto e rimonto tali capolavori rendendoli inguardabili ma vagamente appetibili.

Anche il mio amore originale, il cinema, ne soffre.

Negli ultimi giorni sono a malapena riuscita a guardare Lucy – e a farmi piacere la Johansson, e questo è un miracolo che meriterebbe un post a sé – e a farmi accompagnare in Vietnam per l’ennesima volta da Stanley Kubrick.

Però ho in dotazione delle cuffie fighissime da cui ascolto musica che mai avrei pensato di ascoltare.

E guardo Modern Family, che dovrebbe farmi ridere e rilassarmi se non passassi il tempo della visione a chiedermi perché il “regista” non sia in grado di avvicinarsi neanche un po’ a quella qualità.

E insomma si soffre e si producono brutti prodotti, rileggendo per l’ennesima volta Ritorno a Peyton Place (foto d’archivio – ossia di una lontana estate in cui avevo ancora il tempo di vivere. Ah, era solo pochi mesi fa?).

Instagram media by annagiuliabi - Interessantissimi argomenti, tra poco su macchiatoconzucchero.wordpress.com #nonvorretemicaperderveli

E va beh che ormai è martedì e un terzo della settimana lavorativa è quasi finito, ma una #instaweek non si nega a nessuno.

Instagram photo by annagiuliabi - A portrait of the artist as an old woman. #selfie #expressyourselfie #home #tea #hat #ring #stones

Ho comprato un berretto nel reparto uomo di LC Waikiki e non lo tolgo neanche in casa. Lo uso persino per asciugarmi i capelli.

Instagram photo by annagiuliabi - Be #Italian. #pasta #italy #food #cooking #meatball #spaghetti #wine #pummarola

Sapori di casa: chi sono io per dire di no agli spaghetti con le polpette? Posto che ho sempre pensato che non fosse un vero piatto italiano, non sono venuti così male.

Instagram photo by annagiuliabi - Memories of a working #sunday. #4tech #earcuffs #samsung #galaxy #notebook #ikea

Cuffie meravigliosissime e un miserrimo pranzo fruttariano. Che ragazza fortunata.

Instagram photo by annagiuliabi - Meanwhile, in the #makeup room #television #backstage #agonchannelit #gosh #goshmakeup #workhard #beauty

Un interessante soggiorno nella sala trucco, con tanto di make up televisivo per sopperire ad una mancanza di comparse.

Sembravo più vecchia di cinque anni e ho impiegato dieci minuti abbondanti a rimuoverlo. Credo che inserirò il latte detergente e i dischetti struccanti in conto spese all’azienda.

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Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Monday Mood(s), teledipendenza

E dice ‘o parularo, embè parlammo

pecché si raggiunammo chistu fatto ce ‘o spiegammo. 

O almeno ci proveremo.

Da quando quattordicenne presi ad andare a mangiare a casa dei miei nonni dopo la scuola, nelle ridenti case FIAT di Mirafiori Nord, venni iniziata all’oscuro e perverso mondo di Beautiful.

In particolare, ho sempre subìto il fascino della vecchia e ormai buonanima Stephanie Forrester, la matrona ficcanaso e maneggiona che tutto sa e tutto può: Stephanie ha sempre saputo cosa fosse meglio per i suoi figli, per suo marito, per i suoi nipoti e anche per il giardiniere e per una senzatetto incontrata nel corso di una scorribanda at the dark end of the street.

Stephanie ha distrutto matrimoni, regalato una pistola all’odiata Brooke consigliandole caldamente il suicidio, ha strappato l’azienda al marito fedifrago scatenando faide che neanche nell’opera omnia di William Shakespeare, e ultimo ma non meno importante, ha sempre indossato tailleur pantalone francamente improbabili per una gran dame dell’alta moda.

I suoi intrighi mi affascinavano, la sua millantata integrità morale le conferiva ai miei occhi un’aria di santità decorata da spille imbarazzanti.

Poi successe che quello stesso sporco che la Nostra era così brava a scovare nelle vite altrui, quei segretucci usati per sputtanare teatralmente il nemico di turno, le si rivoltarono contro quando si scoprì che l’amatissimo (si insinuò persino ai limiti dell’incesto) figlio maggiore non era figlio di Forrester Senior, il quale – cornuto e mazziato – aveva sposato la fanciulla proprio perché in dolce attesa.

Ecco, credo sia capitato un po’ a tutti di avere a che fare con delle Stephanie Forrester: persone ammantate da un’aura di moralità e correttezza estreme, incapaci di perdonare fantomatici torti che sovente neanche le coinvolgono, portatrici sane del sacro fuoco del Giudizio che poi, a ben guardare, qualche cosuccia in contrasto con i tanto sbandierati valori morali l’hanno combinata.

Lo so, lo so che giudicare gli altri fa sentire migliori.

Lo so che è tremendamente elettrizzante reinventarsi moderni Anubi e pesare i cuori altrui per verificare che siano più leggeri di una piuma (non letteralmente, si spera).

So anche che è facile perdere obiettività quando ci si sente – senza alcun motivo – tirati in causa, che condannare comportamenti precedentemente approvati (se non perpetrati) e pretendere di sapere può in alcuni casi riempire le giornate, permette di pontificare, di supporre, di passare un paio d’ore a farsi i cazzi altrui.

Ecco, Stephanie di tutto il mondo, virginali giustizie senza ali ma con tanta voglia di dimenticarsi il proprio sporco sotto i propri tappeti, ricordate che non site sul set di una soap con i fondali dipinti (i magici tramonti violacei su LA sono un must in Beautiful), non ci saranno pentimenti un attimo prima di morire e al contrario della Premiata Famiglia Forrester, non tutto passa in cavalleria.

Mi è capitato di essere io stessa una Stephanie, e da quell’esperienza ho tratto un insegnamento che mi sento di condividere generosamente e amorevolmente con tutte le Stephanie del mondo, con o senza tailleur pantalone:

fatevi i cazzi vostri.

Non perché le vostre Brooke potrebbero prima o poi rammentarvi qualcosa che non amate ricordare – le Brooke sono biondine della Valley, solitamente prive di neuroni o comunque incapaci di tirar fuori cattiverie troppo elaborate, ma perché fidatevi, si vive meglio. Molto meglio.

Ecco io mi rendo conto che a fare le Stephanie ci si sente così, ma pur col rischio di spezzare qualche cuoricino sensibile mi vedo costretta a scrivere che non è affatto così. Non piangiamo, su su.

Io Stephanie continuo ad amarla in tutta la sua sfacciata ipocrisia, ma la preferisco relegata alla sua villa con depandance e fondali farlocchi. Voi no?

E spero che chisto fatto ce lo siamo finalmente spiegati.

Dietro ogni grande Stephanie c’è, quasi sempre, una piccola Steffi.

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cinema, teledipendenza

Il film di Veronica Mars (spoiler alert: blatero anche del finale)

Soffrendo come il tizio di Jeepers Creepers che a fine film resta senza occhi ma devota come Santa Lucia, mi faccio beffe dell’essere rimasta senza occhiali (qualcuno potrebbe già conoscere questa storia) per buttare giù qualche appunto su un paio di film recenti, Coffee Town Veronica Mars.

Premetto che il primo l’ho scelto a caso, attratta dal caffè del titolo (poi un giorno mi farò curare questa dipendenza), mentre del secondo non mi avevano solo incuriosito le vicissitudini produttive, ma avevo seguito tutte le stagioni della serie di cui è conclusione.

Vorrei iniziare con Coffee Town visto che ho una serie di screenshot occhieggianti dal mio desktop, e invece no, oggi ho guardato Veronica Mars e quindi scriverò di Veronica Mars.

Se poi non mi cadono gli occhi, mi dedicherò anche all’altro.

Veronica Mars è una serie andata in onda tra il 2004 e il 2007, protagonista una studentessa del liceo che lavora nell’agenzia di investigazioni del padre, ex sceriffo della città di Neptune. Detta così sembra una cazzata colossale teen serie tra le decine di teen serie a stelle e strisce, ma possiede alcuni aspetti molto particolari che la rende diversa, interessante: per alcuni versi Veronica si inserisce sulla scia delle eroine del piccolo schermo che ha forse come sua capostipite Buffy, ossia in quella categoria di personaggi femminili forti, determinati e intelligenti circondati da personaggi grossomodo simili ad essi, o comunque ambigui e sfaccettati.

Le diverse stagioni mantengono un allure cupa, sono pervase da una sorta di male strisciante nascosto sotto l’esistenza apparentemente tranquilla degli studenti e delle loro solitamente ricchissime famiglie, e infatti molti dei “casi” di cui si occupa la nostra eroina hanno come protagonisti i rampolli dell’alta società, e come capri espiatori i membri delle classi meno agiate.

Bene, a un certo punto la CW decise di interrompere la produzione della serie, e nonostante l’invio di migliaia di barrette dolci Mars alla rete da parte dei fan della bionda investigatrice, le avventure di Veronica arrivarono ad uno stop.

Circa un anno fa, dopo aver invano cercato di convincere i vertici della Warner Bros. a produrre un film tratto dalla serie, che in qualche modo “chiudesse il cerchio” e desse una conclusione al racconto, il creatore Rob Thomas  e l’attrice protagonista Kristen Bell hanno lanciato una raccolta fondi su Kickstarter per raggiungere la cifra necessaria a co-produrre il film, 2 milioni di dollari che vennero raccolti in meno di una giornata; il film ha visto la luce (di alcune sale, e degli schermi domestici dato che è stato distribuito quasi esclusivamente online) un paio di settimane fa, e l’idea del crowdfunding è stata una mossa pubblicitaria a dir poco geniale, perché diciamocelo, un film tratto da una serie tv conclusasi sette anni fa a causa degli ascolti altalenanti non avrebbe certo ottenuto la visibilità e non avrebbe suscitato il medesimo interesse.

Infatti, per i non appassionati delle avventure televisive di Veronica il film non è probabilmente niente di particolarmente attraente: per comprenderne le dinamiche è infatti necessario conoscere le vicissitudini affrontate dai protagonisti in precedenza, anche se c’è da ammettere che la californiana cittadina di Neptune appare molto più cupa e corrotta di quanto non accadesse in televisione, per motivi probabilmente legati alla censura: i poliziotti inetti e superficiali qui divengono ottusi, corrotti e malvagi, la differenza tra la classe dominante e quella subordinata è molto più esplicita e profonda, tanto che la voce fuori campo della protagonista indica nella cittadina un possibile focolaio di scontri di classe determinati appunto dalla corruzione, dall’intoccabilità dei potenti e dalla violenza delle forze dell’ordine

Ok, ho avuto un brivido. Siamo sicuri che Neptune non sia una ridente cittadina spalmata sulle italiche coste?

La trama è molto simile a decine di altri film di questo genere: la brillante studentessa laureata nelle migliori università del Paese nonostante l’assenza di appoggi e conoscenze sta per iniziare una brillante carriera come avvocato, ma un evento improvviso la riporta nella città di origine: il suo ex fidanzato e figlio di un famoso attore colpevole di omicidio (ma di questo si parla solo nella serie) è accusato di aver ucciso la sua ex fidanzata, nota cantante pop. Il ragazzo chiede aiuto a Veronica, la quale si fa coinvolgere sempre di più nel caso fino a, naturalmente, risolverlo.

https://www.youtube.com/watch?v=m0P9dmgVTio

Pur avendo apprezzato il film (ma io guardavo molto volentieri la serie, quindi era abbastanza scontato che mi piacesse), sono rimasta sinceramente stupita del finale: SPOILER nella maggior parte delle narrazioni di questo genere, a fine racconto il/la protagonista lascia il proprio luogo di origine, magari dopo aver chiuso dei conti ancora aperti con il passato, per iniziare una “nuova vita”, e ammetto che è quello che mi aspettavo in questo caso; ero assolutamente preparata ad un finale agrodolce con Veronica che saluta padre, vecchio amore e amici per tornare a New York da quel fidanzato tremendamente antipatico già nell’ultima stagione televisiva, e invece no cazzo.

La squinzia scagiona il bellimbusto, se ne innamora nuovamente e decide quindi di restare a Neptune per dirigere l’agenzia investigativa del padre.

Non prima di aver sputtanato per bene lo sceriffo corrotto, nonché fratello dello sceriffo scemo della serie tv.

Ora, è vero che tale scelta si configura come voglia di lottare contro le ingiustizie palesi che in qualche modo fanno parte di Neptune, è vero che sotto sotto speravo un po’ che lei e l’ex fidanzato si ritrovassero, ma sono rimasta davvero un po’ perplessa e credo ci metterò un po’ a capire se sono d’accordo con questo finale o meno.

Son problemi, lo so.

Invece, alcuni aspetti del film sono davvero interessanti, come ad esempio il ruolo delle nuove tecnologie, che sono sempre state abbastanza presenti nella serie ma che qui divengono in un caso evento scatenante (la foto scattata con il cellulare dell’occultamento di un cadavere), e nell’altro chiave di volta del mistero (il video sul tablet della vittima) e poi perdonate questo svarione sentimentale, ma trovo che la disponibilità di gran parte del cast originale di far parte di questo progetto sia una cosa molto, molto dolce.

Che sono carini…

L’unica grande assente è Leighton Meester, ma tanto avrebbe interpretato la morta quindi chissene.

In conclusione, al di là del risultato (comunque gradevole) trovo che sia stato un metodo ingegnoso per “regalare” ai fan una conclusione, per farsi finanziare il film da quegli stessi fan e allo stesso tempo per rendere il film un evento.

Chissà che a qualcuno non venga in mente di farlo con My Name is Earl, che ho ancora il cuore spezzato per quella cancellazione e iddiosantissimo se schiumo dalla bocca quando penso a quel meraviglioso cliffhanger che avevano buttato lì, alla fine dell’ultima stagione, non sapendo che sarebbe stata, appunto, l’ultima.

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Considerazioni sparse, teledipendenza, Torino

Niente che il fritto non possa guarire

Nonostante sia venerdì pomeriggio, il sole splenda alto in cielo e la radio abbia da poco trasmesso un brano che mi ha rallegrata a sufficienza, sento il bisogno profondo di lamentarmi, e lamentarmi molto, e solo per rispetto dello 0,1% dei lettori che non ha già chiuso la pagina web a seguito di questa premessa, non mi lascerò andare ad un flusso di coscienza che farebbe rimpiangere a Joyce, Svevo e compagnia di essere venuti al mondo.

Primo, il sole splende alto in cielo e io indosso un maglione. Di lana.

Nero.

L’idiozia scorre potente in me.

Tale improbabile scelta va di pari passo con il motivo per cui la mia folta chioma sprigioni un intenso odore di frittura, che va bene che lavoro a Mirafiori Sud, ma non è più il 1962 e anche i più intransigenti puristi della cucina meridionale si sono evoluti. O sono stati stroncati dal colesterolo.

Ma perché mai, ci si chiederà spersi, una donnina così a modo si è ridotta a vestire un becchino di Reykjavik e a celebrare generazioni e generazioni di avi terroni?

Fondamentalmente, il motivo è che sono impegnata in una convivenza à la Will & Grace che prevede che solo un’esigua parte del mio armadio-color-carta-da-zucchero-a-sei-ante abbia avuto la possibilità di varcare la soglia, e che alle 23 di un qualsiasi giovedì si preparino e poi ingurgitino 750 g di polpette fritte ricoperte di Sottilette. Light, che noi ci teniamo alla linea.

Tale improvviso cambio di coordinate GPS ha determinato inoltre un leggerissimo cambio (quarantaminutiporcatroia) nella quantità di tempo che impiego per raggiungere l’ufficio, e di conseguenza la temperatura percepita all’alba non è necessariamente la stessa che mi attende all’arrivo.

Se poi fossi minimamente scaltra, magari porterei con me un cambio per eventualità simili, invece che indossare sotto il suddetto maglione una canottiera a stampa azteca black&white, per esempio.

Ora, considerando che seppur piacevole e potenzialmente letale, questa convivenza non è stata frutto di una scelta ma di una serie di sfortunati eventi, oltre a rischi indicibili e traversie innumerevoli, ritengo di avere il diritto di lamentarmi un po’.

Giusto per finire in bellezza la settimana, e prepararmi al week end.

Ma non ne ho più voglia, perché tra un’ora e mezza uscirò da questo ufficio e andrò ad uccidermi di fritti, film, alcol e serie tv.

Perché non l’ho scritto, ma tra il mio Will Truman e me intercorrono conversazioni di questo stampo:

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A proposito, qual è il titolo di quel dannato film? E perché ho iniziato a chiedermelo stamane alle 8:30, e non l’ho ancora cercato su Wikipedia?

Quindi andiamo in pace, non lamentiamoci (almeno finché non affronterò il rovente sole marzolino con sto cazzo di maglione) e buon fine settimana.

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Polpette fritte nella sugna e poi Masterchef: che notti brave.

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Capi d’abbigliamento adatti al clima e chiome di bell’aspetto MA terribilmente odorose

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Art for Art's Sake, cinema, Considerazioni sparse, Libri, musica, teledipendenza

Agosto metropolitano: strategie di sopravvivenza

Non c’è bisogno che sia io a dire quando può essere frustrante un’estate trascorsa in città, soprattutto se la città in questione trascina con sé alcune pessime abitudini del proprio passato industriale come la chiusura della metropolitana in orari in cui ancora splende il sole; il mio isolato poi, la cui particolarità è l’immenso cortile interno su cui si affacciano decine di appartamenti, col caldo si trasforma in un brulicante e grottesco insieme di urla, rumori catodici e improbabili esposizioni di nudità varie che farebbe la gioia di qualsiasi voyeur e farebbe sentire il più disinteressato visitatore come James Stewart ne La finestra sul cortile.

Vi faccio almeno un po’ pena, se confesso che il temporale di stamattina mi ha un po’ risollevato l’umore già provato dalla fauna che popola le biblioteche?

Ad ogni modo, nonostante la mia salute psicofisica sia terribilmente minacciata dalla quasi completa eliminazione di sale, zucchero e caffè dalla mia non-proprio-equilibrata dieta, mi sento stranamente generosa e ho quindi deciso di condividere un po’ del mio sapere consigliando ai temerari dell’agosto metropolitano un po’ di musica, di libri e di film che potrebbero alleviarne la tristezza, la noia, la voglia di ammazzarsi di mojito casalinghi 24/7.

Però, visto che l’acquazzone mi ha reso una persona più allegra, ho pensato di mettere a disposizione i miei vasti saperi ormai triennali in tema di viaggi non sempre piacevoli e confortevoli, stilando una playlist di ciò che amo ascoltare durante i tediosi viaggi tra la Toscana e il Piemonte. Questa lista sarà esclusivamente musicale, perché non credo che i vacanzieri (vi odio) avranno il tempo di guardare film e in fatto di libri da spiaggia non sono molto competente, considerando che la mia vacanza nizzarda dello scorso anno è stata accompagnata da Lolita di Nabokov.

Si comincia con i coraggiosi recidivi dell’asfalto arroventato, che – credetemi – ne hanno più bisogno.

Per prima cosa la musica, che per quanto mi riguarda, quest’estate è appropriata per un umore languido e riflessivo (vedi: vegetativo): sto ascoltando sovente l’album One Cell in the Sea di A Fine Frenzy, che ben si adatta alle peregrinazioni mentali di chi non ha molto da fare e i cui amici sono partiti per lidi migliori.

Si prosegue quindi con The Decemberists, che a questa stagione sono particolarmente appropriati se si scelgono Castaways and Cutouts o The King Is Dead (quest’ultimo, particolarmente indicato per le fughe domenicali al fiume o in campagna).

Si conclude quindi con un ascolto più adatto alle ore serali, quando la schiena è diventata un tutt’uno col divano e la vacuità dello sguardo potrebbe far pensare alla povera lobotomizzata di From Hell: e qui vince a mani basse Tori Amos, di cui mi sento di consigliare Strange Little Girls.

Se no c’è sempre Guccini, che nella sua Bologna ci sta sempre tanto bene e potrebbe farci provare moti di tenerezza anche per l’asfalto molle e rovente.

Passando al cinema, consiglio di evitare i film ambientati in luoghi lontani e selvaggi per non incorrere in un crollo psicologico precoce e di darsi invece a generi più tosti attraverso i quali riversare gli sprazzi d’odio per i vacanzieri: da Hitchcock in avanti, tutto va bene (a parte Psycho, forse, per motivazioni che saranno espresse tra un po’). Anche i western potrebbero essere una buona soluzione per convincersi che il sole fa sudare e venire le rughe e la sabbia è fastidiosa, quindi alla fine dei conti siamo noi i più furbi, noi che passiamo l’agosto chiusi in appartamento con le tapparelle abbassate. Infine, i drammoni classici: Via col vento, tutto il ciclo di Angelica e simili sapranno far passare un pomeriggio afoso in un baleno e terranno mente e cuore abbastanza occupati. Niente horror però, che già ci immagino di notte, con il lenzuolo fin sopra i capelli e gli occhi spalancati, senza neanche un’amica a cui chiedere di raggiungerci per la notte (che passeremo inevitabilmente in bianco, a controllare che non ci sia nessuno sulle scale e che nessuno tenti di introdursi in casa dal balcone aperto).

Spostandoci ad un altro media, per quanto riguarda la mia tanto amata serialità televisiva è doveroso citare Dexter (per i neofiti della serie, direi di riprenderlo dalla prima stagione), The Killing (nella Seattle in cui è ambientata piove sempre e i colori sono virati al blu, come in uno splendido anticipo d’inverno) e Skins Pure, una storia in due episodi che pur riprendendo un personaggio della prima stagione, è godibilissimo anche da chi si avvicina a questo prodotto inglese per la prima volta: infatti, regia e fotografia sono straordinarie proprio come agli esordi, le atmosfere sono coinvolgenti e in breve, è un buon modo di passare un paio d’ore.

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Infine, la letteratura. Anche qui, un NO deciso ai best seller carichi di omicidi psicopatici e simili, che lasceremo volentieri ai vacanzieri; fidatevi, ho avuto la malaugurata idea di riprendere a tempo perso alcuni libri di Patricia Cornwell che marcivano sulla libreria e le conseguenze sono state sì tragicomiche, ma non augurabili. In questo caso, gallina vecchia fa buon brodo: ho tutta l’intenzione di rileggere Peyton Place e Ritorno a Peyton Place, ché di guardare Beautiful non ho voglia ma un po’ di gossip vintage non fa male. A chi non conosce questi due romanzi ne consiglio la lettura (magari più alle fanciulle, anche se non necessariamente).

Anche Baricco va bene, che con le sue atmosfere evocative e cristallizzate assorbe la mente e fa dimenticare lo schifo d’estate che stiamo vivendo. Tra le uscite recenti, tre giorni fa ho letto Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto e almeno per noi torinesi è una buona opzione di lettura: coinvolge, è scritto meravigliosamente, pieno di riferimenti alla storia e al cinema e potrebbe far tornare un po’ d’amore per questa città a chi ci sta passando il mese peggiore dell’anno.

Questo è quanto, appena odierò un po’ meno i vacanzieri (e potrò di nuovo abusare del wi-fi delle biblioteche toccherà ai consigli per loro.

https://www.youtube.com/watch?v=APuOeFmCQME

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Comicità all’italiana (che non fa ridere)

“Il pubblico ride per le stesse cose, oggi come nel passato. Sono gli stessi meccanismi comici a muovere l’ilarità: lo scambio di persona, il paradosso, la battuta salace, il nonsense. Trovare ad esempio la persona giusta nel posto sbagliato, o viceversa, può risultare buffo. Così come l’aspettativa disattesa e tutto quello che spiazza lo spettatore e va oltre il prevedibile e il consueto. […] [Colpi di fulmine] è un film che fa ridere, semplicemente. Non ha pretese, ma è un film di buona fattura e che sa intrattenere il pubblico”

L’autore delle frasi appena riportate, Volfango De Biasi, è (cito Wikipedia) attore, regista, docente di sceneggiatura all’Università La Sapienza di Roma e allo IED. Autore e regista, l’ho casualmente incontrato sul mio cammino quando una rete televisiva ha trasmesso, durante il mio soggiorno torinese, il suo esordio dietro alla macchina da presa, Come tu mi vuoi del 2007.

Non so se qualcuno lo ricorda, è una delle pellicole moltiplicatesi come funghi dopo il successo di Notte prima degli esami: non a caso, i due protagonisti (Nicolas Vaporidis e Cristiana Capotondi) sono gli stessi. Il film in questione è una commedia molto leggera che affronta in modo abbastanza superficiale la questione del corpo femminile, dei canoni di bellezza imposti dal contesto sociale e storico in cui si vive, dell’impossibilità per una non-bella (anche se in questo caso, la definizione non è appropriatissima visto che la ragazza ha un aspetto piacevole, ma non se ne occupa) di inserirsi nel contesto dei belli, dei vincenti e dei ricchi, e – udite, udite – neanche in quello dell’università.

Leggendo i suoi commenti (sempre quelli qui sopra), mi sono accorta che le medesime riflessioni potrebbero essere applicate appunto a Come tu mi vuoi: il film fa ridere perché la protagonista ha i baffetti, i brufoli e si veste senza adeguarsi ai dettami della moda; la sua amica e coinquilina fa ridere perché è una macchietta, una che si veste in modo altrettanto inadeguato, è fissata con i videogiochi e parla con un accento ‘strano’; il docente universitario che accetta di inserire la protagonista in un progetto di ricerca solo quando questa gli si presenta discinta e gli parla esasperando una sensualità decisamente imbarazzante è grottesco nel suo essere eccedente a qualunque caratterizzazione realista; il ‘guru’ che si occupa del rinnovamento estetico del brutto anatroccolo sembra uscito da una brutta copia di Zoolander, e con lui la figlia di papà che si incarica di far uscire il cigno sepolto sotto baffetti e biancheria intima démodé (non vedevo l’ora di usare questo termine in un contesto appropriato!).

Insomma, se si vuol fare denuncia sociale attraverso il genere commedia credo sia utile seguire un percorso coerente: si può ridere anche delle brutture, se queste vengono presentate coerentemente al messaggio che si vuole mandare e questo non significa mostrare il protagonista mentre rifiuta di assumere cocaina nel bagno di un locale, anzi questo espediente toglie carattere ad una scena già annacquata in partenza: la regia non ‘commenta’ ciò che viene inquadrato, lo sguardo della macchina da presa è neutro mentre registra l’ambiente dell’alta borghesia romana con i suoi vizi e i suoi immancabili peccatucci.

Citando nuovamente il regista,

“Sono stanco del politically correct. Credo che il mondo che c’è là fuori sia abbastanza crudele, anche peggio di come appare nella pellicola. E penso che il compito della commedia, al di là dell’entertainment, sia anche quello di lasciare un gusto amaro. Di far riflettere, magari suscitando un po’ di polemica”

Sì, ma quale? Dov’è la polemica, se la redenzione del rampollo viziato dell’alta società emerge attraverso l’assunzione di un aspetto trasandato, e un’imbarazzante lite con il genitore poco presente?

La macchina da presa non indaga, non scava oltre la superficie delle cose lasciando che la narrazione scorra placida, e lasciando il senso critico dello spettatore beatamente sopito.

Mi disturba molto che la cinematografia nostrana ‘popolare’ (che termine demmerda, perdonatemi) sia rimasta uguale a se stessa in virtù del “vende, quindi va bene”, e che abbia rinunciato a qualunque velleità di approfondimento (o in questo caso, che ci sia una discrepanza evidente tra le intenzioni e il risultato); mi disturba che la comicità debba essere ‘senza pretese’ o, al contrario, che favorisca una pericolosa identificazione con i lati peggiori dei personaggi proposti – penso, naturalmente, all’ignobile sequela di “cinepanettoni” – e che la risata arguta, magari anche un po’ amara, sia relegata ai cineclub e ai festival locali (il primo esempio che mi viene in mente è I primi della lista di Johnson).

Se questo è il cinema che sta morendo, che riposi in pace.

E scusate per l’eccessivo uso di parentesi.

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Piani estivi: quando le vacanze languono e lo streaming è il tuo migliore amico

A volte ritornano, anche se è metà luglio, il passaggio Piemonte-Toscana è inevitabilmente ingioiellato di treni in ritardo, valigie troppo pesanti ed etti di toma di montagna in trasferta.

Sebbene le ultime settimane di silenzio siano principalmente dovute all’assenza di connessione internet nella mia abitazione torinese (il buon Zompafossi è drammaticamente scomparso dalle reti disponibili) e dalla conseguente visione esclusivamente di DVD e di film trasmessi dalle democratiche reti presenti sul digitale terrestre (non che mi lamenti: da 28 giorni dopo Monsieur Verdoux non mi è andata così male) e dal ritorno alla sana pratica della lettura.

Di libri cartacei, siore e siori.

Uno dei quali è stato immolato nella sua materiale fragilità da un improvviso acquazzone a finestre aperte.

Ciao Famiglia Winshawè stato bello finché è durato.

Nel frattempo le mie amate serie tv sono in pausa estiva (ho in mente un paio di riflessioni sul cannibale più affascinante di sempre, ma a suo tempo) ma per fortuna il buon Dexter è tornato tra noi, e voci di corridoio mi dicono che potrebbe non essere un completo disastro. Vedremo.

Intanto a breve la seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad, uno di quei prodotti che oltre a possedere un’estetica riconoscibile e affatto secondaria alla storia, è forte di un soggetto ‘a tenuta stagna’ in cui gli errori si contano sulle dita di una mano, forse anche di una mano senza alcune dita.

Per il resto, non essendo una grande fan del trash eccessivo e tedioso di True Blood, le mie escursioni estive in terra seriale si ridurranno forse a qualche recupero in corner di prodotti ormai conclusi; anzi, l’occasionale visione di alcuni episodi di Pretty Little Liars e di The O.C. sulle sempre tremende reti Mediaset mi ha contaminato occhi e cervello quindi coraggio miei prodi, consigliatemi una bella serie tivù da cui diventare dipendente.

Nota: ero fortemente propensa a tirarmela pubblicando solo la prima foto, ma visto che sono intellettualmente onesta (a-ha), ho deciso di consegnare a futura memoria anche la seconda. Apprezzate la mia onestà intellettuale, su.

Vorrei inoltre sottolineare che avendo prontamente cancellato la prima immagine da qualsiasi supporto di archiviazione, ho dovuto procedere allo stamp della pagina web e al ritaglio tramite Paint. Le fatiche di una nullafacente.

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