cinema, Film

Facili entusiasmi

Il mio primo lavoro regolare, non in nero e non a progetto, iniziò come un tempo determinato volto a gestire l’aumento di clientela tipico di Dicembre.

Finite le feste, mi chiesero se ero interessata a un rinnovo e dal momento in cui risposi di sì all’effettivo inizio del nuovo contratto, la responsabile di settore ogni volta che mi vedeva si prodigava nei sorrisi e nelle espressioni eccitate di chi non vede l’ora che arrivi il giorno X, che ha grandi progetti per il dipendente e già pregusta l’apporto che egli porterà all’azienda.

Tutto molto bello, peccato che facessi la cassiera.

La storia di come diedi le dimissioni per un giorno di permesso negato la racconterò un’altra volta, ché qui ci sono onoranze funebri da pubblicizzare e come disse una comparsa parlante in Dracula di Francis Ford Coppola, i morti viaggiano veloci.

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Foto, Instagram

#InstaWeek: in Grecia cresce l’erba e anche le anatre dormono*

Una settimana colma di impegni e decisioni da prendere in cui il tempo per il blog viene miseramente assorbito da impegni molto importanti, come riguardare l’intera prima stagione di Dexter in due giorni.

Ma niente mi ha impedito di continuare a riempire il mio profilo Instagram di foto brutte, quindi senza ulteriori indugi immergiamoci in una settimana di, appunto, foto brutte.

Ho aggiornato l’immagine del profilo del blog, ché sebbene io non riesca a liberarmi della relazione affatto salutare con caos e disordine, un minimo di coerenza – quantomeno visiva – male non fa. O meglio, iniziamo da questo e forse poco a poco anche il resto troverà magicamente un posto nell’universo.

La frutta di stagione fa bene.

Soprattutto se le campagne circostanti la città offrono grandi, enormi quantità di melograni giganteschi e cachi dolcissimi.

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Se poi fossi riuscita a evitare di distruggere il mixer tentando di frullare il tutto con una manciata di fiocchi d’avena, non sarebbe stato male.

fruit

Figlia mia, rifatti il guardaroba.

Magari con maglie che non creino un effetto camouflage con i mobili dell’ufficio,

beige

evitando di indossare i calzettoni con gli anfibi e i collant come fosse il 1999,

anfibi

realizzando che su un outfit total black con annessa catenina misticheggiante, il rossetto nero forse è leggermente eccessivo,
black

ed evitando di ascoltare Bon Jovi mentre mi vesto, così da scongiurare l’effetto cowboy in vacanza.

denim

*Quei rari momenti di grazia (cit.)

Sistemarsi le sopracciglia in pausa pranzo,

office

rientrare a casa e sfondarsi di tè alla banana e frollini,

tea

O scovare foto scattate in estate nel Giardino Lamarmora, un piccolo gioiello verde nel cuore del centro di Torino.

torino

Infine, ma di questo non ho una foto perché un po’ di senso della vergogna ancora mi è rimasto, ecco l’ultimo dei miei acquisti falliti.

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cinema, Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Monday Mood(s)

Una disperata supplica a Babbo Natale

Dieci giorni a Natale, fattezze esteriori a fisarmonica, una collezione in continuo aumento di diversi esemplari di shampoo secco sulla cassettiera, decorazioni natalizie acquistate previo spegnimento del cellulare nel mio unico giorno di riposo del cazzo.

Non è semplice respirare lo spirito natalizio, vivendo chiusa in un capannone industriale convertito a open space all’americana che ti fa rivalutare e agognare l’alienamento dell’uomo moderno in uffici-cubicolo due metri per due.

La letterina per Babbo Natale, doverosa alla soglia dei trent’anni, stavolta la faccio coincidere con i buoni propositi per l’anno nuovo in una miscellanea di disgrazie di varia natura.

Prima di tutto, caro Babbo Natale (permettermi di chiamarti ancora così, anche se a queste latitudini sei noto come Babbo Capodanno), mi piacerebbe da morire poter passare almeno una domenica al mese – 24 ore, non un minuto di meno né uno di più – senza ricevere nefasti messaggeri infernali, leggi: email e telefonate dal lavoro. Un solo giorno ogni trenta, non è poi così difficile, no? Come posso scambiarmi urgenti e profondissimi messaggi su WhatsApp con gli amici in Patria, se sono costretta a dare il cellulare in pasto al cagnolino per disfarmene?

Quindi ecco, regalo numero uno: una domenica veramente libera.

Procedendo: già che siamo in tema, non mi dispiacerebbe una settimana di ferie per poter rivedere i miei cari, ché so di aver sempre snobbato e disprezzato le convenzioni sociali relative alle feste comandate, ma da quando sono un’emigrata mi mancano persino le urla intorno al tavolo di legno massiccio della zia.

Ovviamente, compreso nel regalo vorrei un biglietto aereo a/r, possibilmente Alitalia così posso portare indietro la solita tonnellata di Parmigiano della Coop.

Terzo, babbino caro, vorrei essere un po’ più stronza. So che ci sono degli impudici millantatori che sostengono che io lo sia già a sufficienza, ma se così fosse tali malelingue dormirebbero coi pesci con Luca Brasi, invece di pascolare ancora su questa Terra.

Quindi dicevo un po’ di stronzaggine farebbe assai comodo; mi rendo conto che più che un regalo questo dovrebbe essere un buon proposito, quindi facciamo che metà del lavoro lo faccio io e l’altra metà me la regali, ok?

Già che ci siamo, Babbo NataleCapodanno, facciamo che un regalo lo devolgo alle dolci personcine di cui sopra: rendile felici, ma tanto felici, immensamente felici, tanto da renderle anche delle persone migliori. Dai loro soldi, successo, soddisfazioni, pensaci tu ma nel pacchetto inserisci anche un po’ di intelligenza.

Per concludere, ché io sono una persona modesta e in più ho una scadenza appena scaduta, non sarebbe male fare una magia e trasportare solo per un giorno il mercato di Piazza Benefica sotto casa mia.

Fatti prestare un po’ di polvere di fata da Trilly, fai pensieri felici, carica tutti i banchi sulla slitta, fai un po’ tu ma regalami una giornata di shopping come si deve. Non ti chiedo neanche i soldi per gli acquisti, quelli ce li metto io.

Se poi riuscissi a teletrasportare insieme anche i miei compagnucci di scorribande, ti offrirei anche il caffè.

Della macchinetta, a meno che tu non venga di domenica.

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Torino – Milano (via Tirana)

Incredibile come i periodi più stressanti coincidano, a volte, con quelli di massima ispirazione blogghereccia.
Tipo che ho millemila cose da fare, ma ad ogni ‘new tab’ che apro su Chrome vengo colta da un’improvvisa epifania, un fulmine che mi attraversa il cervello (cit.) e mi spinge ad aprire Word.
Sì, di questo passo credo che a breve perderò il lavoro.
Bando alle ciance, la meravigliosa ispirazione odierna mi ha colta mentre ero in cerca di location fighe in quel di Milano. Trasferirsi all’estero per occuparsi di Italian affairs, check.
A noi torinesi, in genere Milano non piace granché. Patiamo un confronto continuo e per lungo tempo impari, soffriamo terribilmente nel dover aggiungere ‘near Milan’ quando diciamo a qualche straniero da dove veniamo. Di peggio c’è solo, forse, ‘near France’.
Abbiamo un po’ il complesso del brutto anatroccolo, sappiamo di abitare in una città che definire un gioiello non è abbastanza e vorremmo che ogni essere umano presente sul pianeta venisse a godere delle bellezze sabaude.
Salvo poi lamentarci profusamente dei turisti che camminano lentamente sotto i portici di Piazza Castello.
Insomma Milano non ci garba particolarmente, visualizziamo il milanese medio come un bauscia vestito di marca, ostentatore e decisamente stridente rispetto alla poco chiassosa eleganza turineisa.
Perfino di fronte all’auto MiTo storciamo un po’ il naso, pensando che avrebbe dovuto chiamarsi ToMi (con evidente sprezzo dell’assonanza con un improbabile maschile plurale del nostro formaggio più famoso).
Se poi pensiamo alle modalità con cui da Torino si raggiunge Milano, ci si gela il sangue: un’autostrada con lavori in corso da decenni, o treni regionali pieni come carri bestiame e perennemente in ritardo. E non mi citate le Frecce, che son sempre in ritardo anche loro e poi questo è un blog proletario.
Questa diffidenza generale, unita all’idea che il capoluogo lombardo sia un luogo caotico e grigio, ci fa sentire stanchi e spossati anche solo all’idea di poterci andare.
Però Milano, a ben guardare, è bellina assai. Tralasciando la ricerca specifica che dovrei portare a termine invece di scrivere questo post, e che si concentra sulle location più fescion della città, quasi tutto quello che mi è passato sotto mano nelle ultime ore mi è sembrato piacevole e interessante.
L’ironia sta nell’aver sviluppato questa scintilla di interesse proprio dopo aver lasciato Torino, che dista da Milano un’ora e 40 di treno. Quindi non scoprirò mai se effettivamente tra di noi può esserci una qualche affinità? Probabile.
Coraggio amici e amiche, raccontatemi che Milano è bella, consigliatemi luoghi e suggestioni lombarde.
Non si sa mai che perda il lavoro e decida di tentare la fortuna lassù al freddo, come un’amica ha fatto prima di me, con successo.

P.S. per eventi, feste, spettacoli, matrimoni o qualunque altra cosa, contattatela. Garantisco personalmente. (Laurè, dopo questo post sei diventata come tutte quelle aziende italiane che dislocano in Albania!)

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Lontano dagli occhi, vicino al cuore: sopravvivere a un autunno non italiano

Quando di là, sull’altro blog che scrivo tentando di non lasciarmi andare al flusso di coscienza come faccio qui, ho stilato un elenco raccontando com’è stato il primo rientro in Patria, ho dimenticato un elemento che mi sta lentamente uccidendo.

L’autunno.

Due giorni a Torino e il mio fragile corpicino sabaudo si è convinto – e giustamente, dico io – che la stagione dei crop top, dei sandali e delle code di cavallo anti-afa fossero terminati.

Non che fossi scontenta, a me l’autunno piace assai e anche il cappottino che ho prontamente acquistato durante una passeggiata in compagnia al mercato di Piazza Benefica (sì, sono stata abbastanza infida da dirottare una passeggiata familiare al mercato. E da comprare dal banco in cui si trovano solo prodotti con le etichette tagliate).

Bene, il ritorno di qua dall’Adriatico in total black, con le Superga e il suddetto cappotto (che è color… polvere? Crusca d’avena? Cielo su Mirafiori? Capelli di Angela Lansbury post-Signora in Giallo? Bof) è stato sì d’effetto, ma molto poco consono alle condizioni del luogo.

Insomma, le temperature sono tali da farmi uscire con i sandali e da aver steso sulle unghie un estivo e assai infantile smalto bianco con qualche glitter, ma le mie membra sanno che altrove è autunno, e si comportano di conseguenza: letargo, mal di testa, riposini a cazzo mentre che ne so, sto leggendo un romanzo di Fred Vargas e io non dormo MAI mentre leggo Fred Vargas.

E ancor più grave, niente defilé in giro per Tirana con il cappotto color topo sbiadito e lo smalto color – vino? Sangue arterioso? Uva nera? Prugne? Dio, che fatica i colori. Cinque anni di istituto d’arte ed eccoci qui.

Mi sto quindi sfondando con una cura ricostituente fai-da-te (o DIY, che dir si voglia) che comprende:

pastiglie effervescenti dai sapori improbabili per integrare le vitamine e i minerali;

litri e litri di tè di ogni gusto e aroma, ma soprattutto quelli con altissimo contenuto di teina;

frutta di stagione, che non so come mai ma tutti dicono faccia un gran bene;

Camionate di pastiglie di ginseng e vagonate di quelle di magnesio.

Ora, se non verrò colta da un’overdose di Vitamina C o non mi si ossideranno le membra per i troppi minerali, credo che a breve tornerò a sproloquiare di film & serie tv: che Tirana lo voglia o meno, l’autunno è arrivato e finalmente gli schermi (dei pc) sono caldi e colmi di nuove proposte.

Che tra le altre cose, Sky sta per trasmettere True Detective, e se qualche folle non l’avesse ancora guardato e fosse abbastanza ricco da avere Sky, LO GUARDI IMMEDIATAMENTE. Per gli altri, quelli che come me dipendono da NowVideo e VideoPremium, sono disponibile a condividere i link. Ma che lo si faccia prima dell’inizio della seconda stagione, vi raccomando amici miei.

Se invece avete rimedi e consigli per non soccombere alla narcolessia mentre fuori ci sono 30°, siate i benvenuti.

To be continued.

Letargo permettendo.

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cinema, Considerazioni sparse, voyages

Cartoline di un (inizio) estate

Sarà il lavoro che mi porta in giro quattro giorni a settimana (lasciandomi però liberi i miei amatissimi giorni feriali, ma lo saprete già visto che su Instagram me la tiro alla grande con l’hashtag #yourmondayismysunday), sarà che arriva l’estate e nonostante il conclamato pesaculismo preferisco deambulare per le strade sabaude piuttosto che dal divano al frigo, sta di fatto che ho mandato il blog in vacanza senza neanche programmarlo.

Una specie di last minute RyanAir per Tampere, che lo compri perché costa 30,99 Euro e poi ti ritrovi in un luogo che non sapresti localizzare su un planisfero e chissà perché.

Però anche da Tampere ritengo si possa fare una telefonata a casa ogni tanto, se la si può fare dagli studi Mediaset durante le registrazioni di Chi vuol essere milionario lo si potrà ben fare da lassù, e dunque questa è la mia telefonata a casa per raccontare cosa sto facendo – escludendo ovviamente i dettagli imbarazzanti, che riceveranno un trattamento speciale con post a loro dedicati in futuro – e rassicurare nonni, genitori, zii e conigli nani domestici a cui faccio da zia.

Il contenuto delle mie giornate non lavorative è riassumibile fotograficamente nel seguente modo:

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Insomma mi vesto male as usual, ma pare che le fashion blogger abbiano portato in auge le Birkenstock abbinate alla qualunque quindi la mia soluzione di emergenza per riuscire a camminare nonostante un tragico incidente sul lavoro che ha visto coinvolti in mio mignolino destro e un pesantissimo oggetto non fa, pare, così cagare;

poi cerco disperatamente non Susan, ma capi d’abbigliamento e accessori per una festa a tema Navy che avrà luogo tra un paio di settimane, indosso collane imbarazzanti e del tutto inadeguate alle temperature correnti, tento di alleviare la cinghialite che si impossessa dei miei arti inferiori ai primi caldi e cerco ristoro (sempre durante i deambulamenti sabaudi) sedendo su panchine e leggendo un’edizione BUR del 1982 del Beautiful degli anni Cinquanta.

A proposito, piccola chicca per i lettori torinesi che, come me, sono un po’ incazzatelli per il prezzo dei libri: nei mercati di corso Brunelleschi e corso Svizzera ci sono banchi letteralmente coperti di libri di ogni sorta, dalle memorie del lattaio di Borgo Vittoria all’opera omnia di Tolstoj.

Invece per i pisani, se si attraversa il Ponte di Mezzo e si imbocca la prima travera di corso Italia sulla destra per poi svoltare nuovamente nella medesima direzione, ci si trova (quasi) davanti ad una libreria che applica sconti del 50% su quasi tutti gli articoli.

Ci sono persino dei testi presenti in alcuni programmi d’esame (almeno, per il mio corso di laurea ce n’erano a bizzeffe) ad un prezzo decisamente inferiore rispetto alla Feltrinelli che sorge imponente a poche centinaia di metri.

Ho però guardato un film davvero brillante e divertente, Padre Vostro, che è una boccata d’aria fresca in questi tempi di suore che vincono i talent show. Consigliato, non solo agli estimatori della cinematografia balcanica.

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Beauty, Considerazioni sparse, teledipendenza, universi paralleli

Tricologicamente disperata

Quei giorni meravigliosi in cui non importa se la mia sorellina ha recentemente usato il suo giorno di riposo per acconciarmi e riempirmi di boccoli menopausa-style, piuttosto che lavare i capelli afferrerei le forbici dell’ufficio e farei una strage tricologica.

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Se solo il risultato fosse anche solo vagamente simile a quello visibile sulla sommità del capo della splendida splendente Mia, o della sempre sia lodata Winona. Invece, so benissimo che il risultato si avvicinerebbe spaventosamente e drammaticamente a quello ottenuto da personaggi meno eterei e glamour (come ad esempio la sottoscritta all’età di quattordici anni. Il ’99 è stato un anno un po’ complicato, e graziaddio non conservo documentazioni fotografiche)

e insomma, credo che alla fine somiglierei terribilmente a Rosie O’Donnell, donna ammirabile sotto svariati punti di vista ma non necessariamente da quello tricologico.

Rosie ODonnell The View Hair Cut No

Per mia fortuna, la mia parrucchiera di fiducia è sangue del mio sangue e mai mi farebbe una cosa del genere.

Credo.

Spero.

Eventualmente, mi consigliereste dei buoni negozi di parrucche?

Ecco, magari non quelli che frequenta lei.

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