Art for Art's Sake, cinema, Considerazioni sparse

Neil Jordan e le sue vampire femministe

Era un venerdì sera di luglio, me ne stavo spalmata sul divano quando il mio Supremo Consigliere in fatto di cinema e televisione mi scrisse per informarmi che aveva guardato Byzantium di Neil Jordan, e che a parte l’orrido doppiaggio, era orribile.

Coltivando entrambi un’infinita e largamente ingiustificata venerazione per l’enfant prodige delle fiabe gotiche, ho insindacabilmente deciso che la colpa di tale dissacrante giudizio derivasse dal doppiaggio e ho così passato le ore seguenti a guardarne una versione in lingua originale.

Le mie aspettative, lo confesso, derivavano da Intervista col vampiro, patinato e decadente film del 1994 diretto dallo stesso Jordan ma ho dovuto ammettere che, ad eccezione di taluni atteggiamenti del personaggio interpretato da Saoirse Ronan che mi hanno ricordato quel noiosissimo Louis (Brad Pitt) e la presenza di vampiri, questa è tutta un’altra storia.

E poi non c’è Kirsten Dunst, che è già un punto a favore.

In breve, si tratta della storia di una madre e una figlia, entrambe vampire da circa duecento anni, e della loro fuga da “qualcuno” la cui identità si rivelerà solo alla fine.

Come ha osservato l’attrice che interpreta la madre, Gemma Arterton, è un film femminista, un “film sui vampiri per ragazze” ma se il terrore si è impossessato di voi ripensando alla saga di Twilight, non temete: di nuovo, questa è tutta un’altra storia.

Qui abbiamo stupri, omicidi efferati e grandguignoleschi orchestrati da fanciulle, cascate di sangue su isole maledette e una donna  vittima della brutalità maschile che si ribella facendosi artefice del suo destino e padrona della sua sessualità, attraverso la scelta di prostituirsi nonostante tale professione le fosse stata imposta dopo uno stupro. Ti fischiano le orecchie, Bella Swan?

Abbiamo poi un’interessante contrapposizione tra maschile e femminile (questa è la mia fratellanza e le femmine non ce le voglio, gne gne), abbiamo dei vampiri totalmente privi di doti sovrannaturali (neanche schiattano al sole, fate voi), abbiamo malati terminali e qualche riferimento ai così detti angeli della morte, e infine abbiamo degli ambienti che pur vivi sembrano putrescenti e sempre sul punto di disfarsi.

Il buon Neil Jordan pare amare molto l’atto del raccontare attraverso la scrittura, ma se l’autobiografia di Kitten in Breakfast On Pluto serve al(la) protagonista ad affermare la propria identità, qui la vampira-figlia Eleanor sembra costretta in un cerchio interminabile di scrittura e distruzione delle pagine che narrano la sua storia, nell’impossibilità di poterla tramandare.

Quindi in qualche modo madre e figlia non esistono, sono non-morte anche in virtù della mancata possibilità di tramandare la loro storia, anche se proprio l’infrazione di Eleanor di tale divieto sarà un po’ il punto di svolta.

Ci sono poi i tratti tipici del regista (che personalmente preferisco quando si occupa di fiabe, gotiche o meno, che quando si dà ai kolossal storici) come l’utilizzo degli specchi per suggerire lo svelamento o la separazione da sé e dagli altri personaggi e le sequenze sulle ventose spiagge del nord, ci sono gli ambienti che si fanno quasi metafisici e i personaggi che accecati dalla sete di conoscenza ne vengono inevitabilmente travolti (qui il professore, in Intervista col vampiro il giornalista interpretato da Christian Slater – che fine ha fatto Christian Slater?).

E insomma Byzantium è una bella fiaba gotica, un po’ gore a tratti, che si lascia guardare abbastanza piacevolmente, anche se alla povera Saoirse Ronan continuano a proporre ruoli come questo, quello in Amabili resti o in Espiazione, presto rischia di avere bisogno di un buon analista.

Tra le altre cose, nel cast c’è Jonny Lee Miller che interpreta un maledetto bastardo, insomma un personaggio sulla scia del buon vecchio Sick Boy. Ma meno simpatico.

Il film è disponibile in italiano dal 3 luglio, ma la visione in lingua originale è caldamente consigliata. Io lo dico per voi, eh.

E ora chiuderò con un’immagine di Cillian Murphy in Breakfast On Pluto, così il mio Supremo Consigliere non mi riempirà di botte per averlo pubblicamente contraddetto.

Standard
Beauty, cinema, Considerazioni sparse, Libri, Monday Mood(s), musica, teledipendenza

Diventare grandi in pubblico

Il titolo di questo post è la traduzione del titolo di un episodio di Trainspotting, ed è anche quello di un album di Lou Reed del 1980.

trainspotting

Questo brano di questo libro e la tazza di Peter Pan. Abbiamo un problema?

Se c’è una cosa che davvero amo dei libri di Welsh, sono i titoli ispirati a brani più o meno famosi del passato, vedi il crudele ma geniale racconto C’è una luce che non si spegne mai (da There Is A Light That Never Goes Out, The Smiths, 1986), sempre in Trainspotting.

Ho mai menzionato il fatto di aver studiato quel video per un esame? Dio, se adoro i nuovi media.

Comunque, non è di questo che volevo scrivere. Ho ben altro di cui lamentarmi.

Noi nate nella seconda metà degli anni Ottanta abbiamo da gestire una patata bollente non da poco, conseguente ad un problema di origine cinematografico-televisiva.

Un problema non da poco, causato da alcuni personaggi di finzione che hanno come loro emblema quella stronzetta lamentosa di Joey Potter.

Joey Potter, per chi non la ricordasse o fosse troppo giovane per averne mai sentito parlare, era una dei protagonisti della fortunata serie televisiva Dawson’s Creek, una serie in cui un gruppo di adolescenti occupava le giornate remando su barchette di legno, disquisendo di argomenti universali e guardando film di Steven Spielberg.

Na rottura di palle infinita, ne converrete, ma per qualche congiunzione astrale il prodotto ebbe un successo incredibile.

E ci rovinò la vita sotto molti, moltissimi aspetti.

Tralascerò, per questa volta, i danni provocati alla percezione e alle aspettative nell’ambito dei rapporti tra i sessi, per concentrarmi ai disastri di stile, e alle difficoltà che una ragazza cresciuta con il modello di Joey Potter incontra quando, alla soglia dei trent’anni, necessita di smettere di indossare Converse All Star ogni santissimo giorno.

Per prima cosa, dobbiamo ammettere che Joey si vestiva demmerda.

I costumisti della serie si sono accaniti sulla povera Katie Holmes con una furia degna delle mitologiche Erinni, e l’hanno coperta con salopette di denim, bandane (bandane!), berrettini di lana a cuffia e altre oscenità che potrete facilmente scoprire su Google.

joey

Non che gli altri personaggi fossero agghindati in modo migliore, ma in linea di massima noi ragazzine ci identificavamo con la brunetta figlia-di-un-pusher, mentre sarebbe stato molto più sano utilizzare come modello la bionda Jen perché ammettiamolo, nessuno di noi sopporterebbe un’amica come Joey Potter.

dawsons-creek-cast-photo

Il cuore del problema è però un altro, ossia la mancata crescita stilistica del personaggio: nel corso di sei stagioni la fanciulla finisce il liceo, scappa in barca col migliore amico del suo “grande amore”, va al college dove inizia una relazione con un professore e in tutto ciò, continua a vestirsi demmerda.

Anche i capelli, persino quando un po’ schiariti, continuano a far cagare.

joeyhair

Si evince che ad avere come modello una Malvestita, non è che noi nate-nella-seconda-metà-degli-anni-Ottanta potessimo venir su delle icone di stile.

Chi è venuto immediatamente dopo di noi ha potuto apprendere i segreti dello stile da Marissa Cooper di The O.C., e così mentre noi ancora indossavamo le benedette Converse All Star, loro già utilizzavano le ballerine che guarda un po’, sotto i vestitini stanno giusto un po’ meglio.

marissa

Quelli ancora dopo hanno rischiato di diventare cocainomani con Serena Van Der Woodsen di Gossip Girl e delle megere psicopatiche con Blair Waldorf della stessa serie, ma entrambi i personaggi erano comunque meglio vestiti della nostra Joey.

serenablair

Così, mentre a diciassette anni mia cugina sa perfettamente cosa le sta bene e cosa no, come abbinare i capi e come acconciarsi i capelli in millemila modi diversi, io ancora vado in giro la domenica pomeriggio in questo modo

io

E sì, mi rendo conto di aver iniziato questa parabola discendente blaterando di letteratura e musica per poi finire nella “cultura” pop e nel trash, ma che posso fare, a incanalare le mie energie mentali in ambiti seri e costruttivi c’ho provato e ho miseramente fallito. Con queste conseguenze.

Standard