Considerazioni sparse

Incontri estivi: gli “incaricati Enel” porta a porta e le loro splendide truffe

Li avevo incontrati l’ultima volta un paio di anni fa, a Pisa.

Tizio era entrato in casa esibendo un cartellino di riconoscimento con stampato un nome femminile e chiedendo a gran voce di vedere “l’ultima bolletta”, per potere – a suo dire – rimediare al peccato capitale da noi commesso, non avendo ancora provveduto a “togliere l’imposta statale”.

Giunto nella nostra cucina con al seguito un donnone di nero vestito che sembrava incapace di proferir parola, si è fatto consegnare la fantomatica ultima bolletta.

La donna si guardava intorno, e i suoi sguardi perplessi di fronte all’accozzaglia di mobili, libri, tazze e gatti ci avevano causato attacchi di ridarella contenuti a fatica.

Tizio, un ragazzo evidentemente appena maggiorenne, continuò a lungo a sostenere di essere l’incaricato della compagnia con cui avevamo il contratto per la fornitura dell’elettricità, ma per sua sfortuna né io, né la coinquilina feticista delle tazze eravamo le intestatarie del contratto, quindi lui e la sua silenziosa socia erano stati messi alla porta.

Purtroppo non tornarono più, avrei gradito scambiare qualche parola per chiedergli delucidazioni in merito all’informazione ricevuta telefonando al numero verde della nostra compagnia elettrica, ossia che non avevano idea di cosa stessi parlando e che certo la strana coppia non era alle loro dipendenze.

A seguito di alcuni articoli usciti su diversi quotidiani (uno dei quali scritto dal mio coinquilino, effettivo intestatario del famoso contratto, che aveva fatto una giornata di prova presso l’agenzia che mandava in giro quegli sciamannati).

Invece ieri ho carpito (per non dire deliberatamente origliato) sull’autobus una conversazione tra tre ragazzi molto giovani, due dei quali svolgono il medesimo lavoro di Tizio e del donnone; bene, questi due fanciulli si sono vantati per un abbondante quarto d’ora delle tecniche insegnategli dal loro diretto superiore: frasi che, per loro diretta ammissione, erano un cumulo di cazzate volte a convincere il malcapitato di turno a firmare il fraudolento contratto che, di fatto, fa sì che la gestione dell’energia passi ad un’altra compagnia (non ho ancora capito quale).

Dopo aver allegramente deriso “quelli delle popolari” che sono ignoranti e firmano qualsiasi cosa (e qui devo ammettere che ero pronta a litigare, che i miei nonni hanno vissuto “alle popolari” per quarant’anni, e immaginarli truffati da due tamarri imbecilli mi ha fatto salire il sangue alla testa), hanno raccontato all’amico le meraviglie dei loro guadagni:

40 euro per ogni contratto concluso, versamento del 20% dei guadagni all’agenzia (“che se pensi che a fare l’operaio lasci il 50% in tasse, è un cazzo”), disponibilità e anzi attitudine a raccontare qualsiasi balla pur di portare a casa l’agognata firma.

Se in un primo momento provavo pena per i poveretti che pur di lavorare si prendevano la briga di girare porta a porta senza neanche l’ombra di un rimborso spese, dopo aver sentito quella conversazione ho cominciato a considerare che un ragazzo di indole onesta probabilmente andrà a fare l’operaio, anche se dovrà lasciare “il 50% in tasse”, e che invece i figli di puttana continueranno ad oliare il meccanismo delle truffe, del “ma no signora, siamo dell’Enel” e che saranno, in questo modo, complici di chi li manda in giro con le precise istruzioni di circuire le persone.

E mi sentirò pertanto autorizzata, dovessi incontrarli di nuovo, ad insultarli come solo una che ha bazzicato “le popolari” sa fare.

(e di scappare di corsa una volta terminati gli insulti, che a parole son buona ma a forza fisica pecco un pochino).

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