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#lecosedellestate: serie tv

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È stata un’altra estate atipica, fatta di brevi incursioni sulle spiagge della riviera albanese, di molti progetti e di qualche momento di relax.

Libri, film e serie tv sono stati ben poco estivi, ma l’autunno si avvicina ed alcune cose potrebbero essere molto adatte alle giornate piovose. Quindi eccoci qui, iniziamo dalla serialità televisiva.

American Gothic

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Un serial killer mai acciuffato, una famiglia ricca e potente piena di segreti, un intrigo dopo l’altro.

Potrebbe sembrare Beautiful incontra Twin Peaks, in realtà è un semplice crime-drama piacevole da guardare senza troppe aspettative.

Penny Dreadful

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A proposito di mostri e vampiri. Questa serie è un gioiellino, un piccolo capolavoro che unisce alcuni personaggi chiave della tradizione horror (Dracula, il dottor Frankenstein, i licantropi, le streghe) in una storyline appassionante, oscura, in cui regia e fotografia danno il loro meglio.

Ma anche gli attori, i dialoghi, insomma tutto.

L’ho detto e me lo faro incidere sulla tomba, in quanto a serialità televisiva gli inglesi sono sempre un passo avanti.

Wayward Pines

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Una strana, apparentemente placida cittadina americana, circondata da montagne verdeggianti e da un’alta barriera di filo spinato elettrificato.

Mostri spaventosi e apparentemente ghiotti di carne umana dall’altra parte del filo.

Un agente della CIA che vi si ritrova senza ricordare come ci sia arrivato.

Sembra The Village ma non è. Riferimenti alla purificazione della razza così come all’idea di popolo eletto, alla supremazia dell’uomo sulla natura e tante altre (più o meno) belle cose.

Dov’è Mario?

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Probabile che io sia rimasta l’unica a non averlo visto in televisione, ma tant’è.

Divertente in modo leggerissimo, chissà perché lo immaginavo più cupo. Guzzanti sempre immenso, così come il ritratto impietoso dell’alta borghesia intellettuale e quello dell’italiano medio che si sganascia dalle risate alle battute razziste.

Il personaggio della badante poetessa è stato senza dubbio il mio preferito.

Finisce qui questa prima lista di #cosedellestate che però sono più cose per l’autunno. A presto con un elenco di libri che forse nessun altro essere umano leggerebbe sotto l’ombrellone.

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#CoseBelle, Art for Art's Sake, cinema, Monday Mood(s), Uncategorized

#MondayMoods: guarda, leggi, commenta. Possibilmente a sproposito.

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Complice una visita familiare che ha reso le mie gambe più toniche e il mio stomaco più prominente, il tempo da dedicare a quel calderone di cose che in un modo o nell’altro possiamo definire cultura non è stato molto.

Serie Tv

Ho riguardato – in un tempo un po’ più lungo degli ultimi sette giorni – tutto The Mentalist, perché mi ero dimenticata chi fosse Red John e perché durante il fine settimana in Grecia ho avuto occasione di parlare di questa serie che a suo tempo bistrattai un po’. Penso che sia un prodotto piacevole, gestito in modo intelligente e senza prendere (troppo) in giro lo spettatore con fastidiosi cliffhanger, con dei personaggi notevoli.

Libri

Sto rileggendo, a una decina di anni dal primo incontro, 54 di Wu Ming. Ne approfitto per condividere il mio scetticismo nei confronti degli e-book: non è questione di snobismo da carta stampata (o da maestra d’arte in arte della stampa e restauro del libro) e sebbene le borse più leggere e la possibilità di saltellare tra un libro e l’altro senza dovermi portare volumi appresso siano ottimi motivi per apprezzare il formato elettronico, i miei occhi un po’ problematici e la vanità che mi fa preferire un viso senza occhiaie hanno la meglio.

Per non parlare della differenza che un libro cartaceo può fare su Instagram. Ammettiamolo, sia i paperback che le edizioni economiche danno un’allure vintage e intellettuale alle foto.

Le occhiaie da e-book sono evidenti epoco estetiche, a meno che non si abbiano 16 anni o il viso di Carolina Crescentini.

Film

Ho guardato l’ultimo di Michael Moore, Where To Invade Next. È un film gradevole, moderatamente interessante, caratterizzato dalla punta di orgoglio americano tipico dei lavori precedenti del regista che tendo a giustificare pensando che volendo cambiare gli Stati Uniti, se Moore si limitasse a sottolinearne solo i lati negativi il pubblico non empatizzerebbe con il contenuto; la sviolinata a stelle e strisce è volta a coinvolgere un’audience che volente o nolente, negli USA ci vive e probabilmente ha la bandiera issata in giardino.

Ne consiglio la visione, anche solo per pensarci due volte prima di tentare la Lotteria Americana per la carta verde.

 

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Pausa caffè, Uncategorized

Pausa caffè: serie tv – The Brink

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Dopo aver fatto coming out circa l’intensa vita sociale che sto conducendo (il termosifone elettrico manda i suoi saluti), posso raccontare più libera di Cary Grant nel finale di Susanna! delle scoperte internettiane del periodo.

Oggi tocca a The Brink, serie tv con protagonisti Jack Black e Tim Robbins, ambientata tra le strade di Islamabad in rivolta per un colpo di stato e la Casa Bianca.

Jack Black è un impiegato dell’ambasciata statunitense in Pakistan la cui principale mansione è procurare prostitute al segretario di stato, Tim Robbins. Quando la rivolta esplode per le strade di Islamabad, il faccendiere si troverà a dover gestire una crisi internazionale senza averne alcuna competenza.

Completano il quadro due aviatori militari appassionati di farmaci dagli effetti stupefacenti, un neodittatore clinicamente sociopatico, il presidente degli Stati Uniti (ispanico!) e il suo entourage, più un corollario di personaggi tanto assurdi da sembrare veri.

La serie fa della satira politica il suo punto cardine, ma sono i bravissimi attori che vi recitano la vera ciliegina sulla torta. Mi è parso, ma potrei sbagliare, che i brani dei titoli di coda di ogni episodio facciano tutti riferimento al Vietnam e che creino quindi una sorta di parallelo tra la disastrosa politica estera americana in tema di Medio Oriente e il disastro umano e militare nel Sud-Est asiatico.

Purtroppo la serie non è stata rinnovata per una seconda stagione, ma i dieci episodi della prima valgono la visione.

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Considerazioni sparse, Libri, teledipendenza

Iniziare il 2016 senza voice over si può

A posteriori, mi sembra quasi assurdo aver scelto – ormai dodici anni fa – di studiare cinema: a causa di un traumatico incontro con il film Piccole Donne, nella mia scala di valori la letteratura ha sempre battuto il cinema a mani basse.

C’è da ammettere che quella scala non è cambiata poi così tanto, considerando che come specializzazione (e amore incontrastato) ho scelto la sceneggiatura.

Non mi è ancora oggi facile approcciare l’adattamento di un libro che ho letto senza un po’ di pregiudizio, ma a mia discolpa c’è da ammettere che spesso gli adattamenti risultano troppo letterari e poco filmici. Per capirci: la mia modestissima e facilmente criticabile opinione è che se un adattamento è costruito sul voice over, cioè se sceneggiatore e regista non riescono a usare le immagini per veicolare ciò che vogliono trasmettere, tanto vale lasciare in pace libro e scrittore e dedicarsi ad altro.

Tuttavia ieri, trovata casualmente una miniserie tratta da Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, non ho potuto resistere a guardarla immediatamente.

Il libro della Christie mi fu regalato da mia sorella maggiore per l’undicesimo compleanno; lo finii molto in fretta e nel corso degli anni, l’ho riletto più volte perché diciamocelo, è un giallo cazzutissimo.

Cosa quindi, mi ha spinta a rischiare di sorbirmi tre ore di un prodotto potenzialmente mediocre e, peggio ancora, con la possibilità che fosse narrato in voice over?

Potrei rimandare la risposta ai diversi post che ho dedicato alla serialità televisiva britannica, per la quale nutro un’ammirazione che rasenta l’idolatria (se voleste saperne di più, cliccate qui), ma riassumo qui alcuni motivi per i quali se amate la letteratura e gli audiovisivi di buona qualità, dovreste dare una chance a questa serie.

Primo, gli inglesi sono bravissimi a veicolare il messaggio tramite immagini e di conseguenza, niente voice over; inoltre, grazie a una fotografia magistrale tali immagini sono obiettivamente molto belle.

Proseguendo, scopriamo che l’aderenza all’opera letteraria è quasi totale, ad eccezione di alcune modifiche politically correct (Nigger Island diventa Soldier Island e altre cosine così) e di piccoli dettagli poco rilevanti.

I personaggi sono convincenti (ma qui c’è da ringraziare Agatha Christie) e gli attori li interpretano molto bene (e qui invece si ringrazia l’addetto casting), ma soprattutto, mentre il finale del libro prevederebbe, in un adattamento particolarmente fedele, un voice over, con un colpo da maestro questo non accade.

Sembrerò folle, ma un voice over quasi certo che si tramuta in un dialogo è per me più emozionante di Jim Carrey nei panni del Conte Olaf, o dei flashback di Beautiful con tutti i modi in cui Stephanie ha tentato di uccidere Brooke.

Insomma, se siete ancora in ferie e volete trascorrere tre ore in compagnia di una serie ben fatta sia narrativamente (di nuovo, grazie Agatha) che visivamente, se amate le atmosfere retrò e i crimini impuniti, And then there were none è una buona scelta.

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Monday Moods, #freepress edition

Ci proviamo a mantenere viva questa rubrica, che a scriverla ci va poco e finalmente ho realizzato un header che non fa sanguinare i dotti lacrimali?

Ci proviamo.

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Cinema, Serie tv e simili, ossia i miei passatempi preferiti oltre ad applicare e poi rimuovere maschere per il viso peel-off.

Sto riguardando Scrubs dalla prima stagione: per chi non lo conoscesse, è una comedy ambientata in un ospedale, narrata (orrore) dalla voce fuori campo del protagonista, il dottore alle prime armi JD. Voice over a parte, è un piacevole tuffo nel passato, visto che MTV l’ha trasmessa a ripetizione per anni; anzi, credo sia stata proprio questa serie a far intravedere ai capoccioni del network i vantaggi di trasmettere serie tv invece dei video di P.Diddy che anche ammettendo li volessi guardare, potrei comodamente farlo da YouTube.

La visione di Scrubs è iniziata subito dopo aver finito di riguardare la settima stagione di How I Met Your Mother, forse per questo ho notato per la prima volta che le due serie hanno molto, moltissimo in comune. Con la differenza che grazie al cielo (e agli autori), JD non sfracella i marroni del mondo intero cercando la persona giusta ad ogni angolo di strada.

Libri, che tanto ci piacciono nonostante il poco tempo per leggerli.

Dato che ancora non parlo la lingua madre del Paese in cui abito da ormai quasi un anno e mezzo, ho avuto la splendida idea di leggere libri in lingua. Inglese. Che non si sa mai dovessi dimenticare l’unica lingua straniera che davvero padroneggio.

La scelta è ricaduta su un’edizione stupenda di Little Women, l’unico libro a parte Peter Pan che mi fa piangere dalla prima pagina, dal “Natale senza regali non è un vero Natale” di Jo: che ci volete fare, anima candida e campagnola sono, da ragazzina passeggiavo tra i filari di viti in autunno rubando l’uva sognando gonne di velluto marron con colletti alti e abbottonati fino al mento.

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Non so se sia un mood, ma sono stata bloccata su Facebook da una giornalista che si ritiene una paladina della libertà di stampa. Qui la storia in screenshot.

Concludo con un mood affatto culturale: ieri sera la nazionale di calcio albanese ha vinto contro l’Armenia, qualificandosi per gli Europei Francia 2016. Vittoria che mi ha portato indietro di nove anni, quando accadde questa cosa qui.

A proposito, invito chiunque non mi segua su Facebook a farlo, poiché se qui ho qualche filtro dato dal pudore, lì manco per sbaglio.

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cinema, teledipendenza

Appuntamento con Laura Palmer

L’aspetto positivo di essere nata esattamente a metà degli anni Ottanta è che nel 1990 ero decisamente troppo giovane per guardare programmi televisivi che non fossero i cartoni animati su Rai Due (e gli occasionali TG Regione che non hanno mai smesso di tediarmi).

Fino ai venticinque anni, per me Laura Palmer era una sfortunata biondina radiant on the surface, dying inside (cit. Lynch) il cui omicidio era il nucleo (o evento scatenante, via) della serie tv Twin Peaks.

Beata innocenza, vero?

Ben pochi prodotti audiovisivi (aka film e telefilm) hanno avuto un impatto tanto profondo e terrorizzante sulla psiche di una venticinquenne qualunque che avrebbe tranquillamente potuto continuare a farsi i cazzi suoi e a guardare Dexter.

Insomma, ho appena letto su TVLine che Mark Frost e David Lynch produrranno dei nuovi episodi per Showtime, una notizia che proprio in virtù della grandiosità della serie, mi ha allo stesso tempo intrigata e terrorizzata.

Twin Peaks è per certi versi come It: sai che non dovresti guardarlo ma non puoi farne a meno. Ma diversamente dalla creatura di King, questa serie racchiude in sé il fascino del male ancestrale e implacabile, sovverte le regole della natura e degli uomini e sovverte gli uomini stessi, al punto che l’incubo peggiore si avvera: è impossibile capire chi sia buono e chi malvagio, a volte i personaggi che dovrebbero essere dalla parte “giusta” si rivelano irrimediabilmente crudeli e altre volte, nonostante gli sforzi, gli eroi soccombono al male.

Twin Peaks è puro mito, è un luogo in cui tutto può accadere (e tutto accade).

Da ex studentessa (si finisce poi mai di studiare?) di cinema, audiovisivi e cazzi vari, non vedo l’ora di tornare a Twin Peaks.

Soprattutto perché questo è un appuntamento lasciato da Laura venticinque anni fa.

Da cagasotto fifona, preferirei di gran lunga passare il resto dei miei giorni a controllare che quel cazzo di un pagliaccio non esca dalla tazza del cesso, perché se in It le squadre schierate in campo sono note e i loro scopi sono evidenti (come nelle favole, insomma), la mitologia di Twin Peaks è più confusa delle narrazioni omeriche e non solo si ha a che fare con degli antagonisti ancestrali e sfuggenti, ma ci si può trovare a confrontarsi con il proprio doppio.

E il proprio doppio spaventa le spettatrici venticinquenni.

Un po’ come i prequel cinematografici, nello specifico Fuoco cammina con me, che per il suo significato sfuggente (e per il titolo evocativo e inquietante) contribuisce ad angosciare le povere cretine che dopo due lauree in storia del cinema non sono in grado di comprenderne ogni elemento.

E quello che non comprendiamo ci fa paura, no?

Per farla breve, la questione qui è che sarò (saremo) costretti a riguardare le due stagioni della serie e il film e a perdere giorni e giorni sui forum in cui si dibatte sul significato dei diversi elementi oscuri con una foga che vorrei si lavorasse con tanta passione nelle Istituzioni.

Se qualcuno di noi non dovesse farcela, dovesse malauguratamente incontrare Bob o la mafia asiatica, ci faccia sapere come si sta di là nelle Logge. Nel frattempo, qui c’è il link all‘intervista di TvLine a Mark Frost (che si lancia sempre in risposte affatto ambigue – i semi di dove andiamo sono stati piantati dove siamo stati) che sostenendo che improvvisamente Twin Peaks è diventato un luogo che avremmo piacere di visitare di nuovo, ha dato voce a tutti i fan della serie.

Anche di quelli un po’ cagasotto, che un giro a Nord-Ovest lo rifaranno quasi volentieri. Soprattutto in compagnia dell’agente speciale Dale Cooper.

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Strategie di sopravvivenza alle relazioni sbilanciate: let me (and tv) entertain you

Certo che l’autunno regala sempre grandi soddisfazioni.

Narcolessia e letargia acuta a parte, finalmente posso riprendere le profonde riflessioni esistenziali utilizzando le nuove stagioni delle serie tv, così da non dovermi sbattere troppo a spiegare ed è proprio questo il bello della globalizzazione dell’intrattenimento: abbiamo (quasi) tutti una conoscenza più o meno approfondita del mondo della televisione, delle serie tv e dei loro attori. Viva la rete insomma, che mi permette di scrivere periodi semplici ascoltando Carmen Consoli.

Patisco stretta tra due correnti opposte – Vaughn e Farrell, che un po’ detesto e un po’ mi incuriosiscono per l’imminente partecipazione a True Detectivedomandandomi se anche questa volta, come spesso accade, ci ripeteremo sempre meno convinti che come Cohle e Hart nessuno mai per poi adattarci al nuovo status quo e dirci che i due nuovi veri detective non sono poi così male.

Le relazioni, che fatica.

Un po’ come quando si subisce un lutto – e non solo di morte delle carni parlo – e si passa il tempo a struggersi e distruggersi, e a ricattare emotivamente amici e conoscenti per farsi regalare sostanze psicotrope nel tentativo un po’ maldestro di evitare quella fase che se non sbaglio è l’elaborazione del lutto stesso.

Nel frattempo, l’altra persona è nell’aldilà a preparare pancake.

Che al di fuori del pazzo pazzo mondo di Mystic Falls, corrisponderebbe ad un rapporto (di amore? Amicizia? Col proprio cucciolo di Yorkshire?) vagamente sbilanciato, in cui una delle due parti tende a somigliare appunto ad uno Yorkshire scodinzolante e adorante e l’altra parte è quella del “visualizzato ma non risposto” su WhatsApp, and you all know what I mean.

A giudicare dall’onnipresente e onnipotente e onnisciente (e forse anche onnivoro) Facebook, l’autunno è il periodo dell’anno in cui tali squilibri sbocciano come le primule ad Aprile: sarà per le infatuazioni estive che a volte (appunto) sbocciano ed altre si mutano in imprevedibili compilation di stalking selvaggio, sarà che fa freddo ed è facile passare i pomeriggi in casa a rimuginare, sta di fatto che la home page del social più usato e odiato della storia è un florilegio (spero apprezzerete il continuum stagionale di questo concetto) di link, status e video che rimandano alla questione pancake di cui sopra.

La buona notizia è che è assai improbabile un risvolto parallelo a quello del nostro esempio: dato che mi sembra ovvio che la dolce Elèna (la squartatrice drogata che soffre per quello che prepara la colazione alla sua migliore amica morta) deciderà di farsi cancellare dalla memoria il suo tragico amore, il suddetto tragico amore metterà via padelle e farina e si rifarà vivo, facendoci ripiombare nella noiosissima prima stagione, credo che la maggior parte delle vittime della stessa sindrome sarà abbastanza fortunata da non dover vivere un tale strazio.

In ogni caso, come insegnano le geniali autrici di queste guide, tanto vale proiettare gioie e dolori sulle altrui (possibilmente fittizie) relazioni, e in questo caso vi assicuro che la love story tra la drogata (di timo e basilico) e il Gordon Ramsey dell’aldilà offre una vasta gamma di sfumature: come si può evincere dalla .gif qui sopra*, non è una storia à la Bella & Edward, è più come se Léon avesse iniziato ad uscire con Christiane F.

Finché non ripiomberemo nello scazzo infinito delle dinamiche della prima stagione.

E ora come minimo, voglio un assegno mensile dalla CW per questa contorta e probabilmente dannosa, ma non per questo non efficace pubblicità.

Chissà quanti lo stanno pensando di me proprio ora (fonte)

*Alcuni giorni fa un collega mi ha detto che “gli uomini tendono a fare gli stronzi perché effettivamente ad alcune donne piacciono così. Tu, credo che se qualcuno facesse lo stronzo gli spaccheresti in testa una bottiglia di assenzio, poi gliela faresti pagare con tanto di scontrino”. Pancakes nell’andilà my ass,insomma.

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