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I film dell’infanzia: l’immenso Labyrinth

Mi rendo conto che probabilmente una buona parte di chi mi legge non ha la più pallida idea di cosa sia Labyrinth, mentre l’altra parte ha probabilmente i lucciconi agli occhi a causa di decine di immagini improvvisamente riaffiorate alla memoria, tra le quali: David Bowie con leggings di diversi colori, Jennifer Connelly sedicenne con due sopracciglia che anticiparono il mood attuale di quasi trent’anni, un bambino vestito da Waldo rapito e un labirinto da affrontare.

Il film è diretto da Jim Henson (creatore dei Muppets) e prodotto dalla Lucasfilm di George Lucas, comprende una ventina di marionettisti e, ma questo è un dato positivo probabilmente solo per me, Helena Bonham-Carter fu scartata per il ruolo della protagonista, andato poi appunto a Jennifer Connelly.

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Dunque Henson, Lucas e Terry Jones (sceneggiatore, già nei Monty Python) realizzano un film fantasy che esce nelle sale nel 1986 e che sarebbe metafora del processo di crescita della giovane e iraconda Sarah.

Adolescente orfana di madre e gelosa del fratellastro Toby, il suo sentirsi incompresa la fa vivere in un mondo di giocattoli e di fiabe: il labirinto, la principessa nel carillon, tutta la sua camera da letto è intrisa di giochi e bambole che richiamano gli elementi che si snoderanno nel racconto.

Insomma Sarah invoca il Re dei Goblin (David Bowie) chiedendogli di portare via il piangente fratellino, salvo poi pentirsene e trovarsi costretta ad affrontare il labirinto che protegge la città dei goblin in 13 ore, o Toby verrà tramutato in un goblin.

Gli elementi ci sono tutti, no? Il capriccio dell’infanzia, l’errore, il percorso da affrontare che altri non è che un processo di crescita e responsabilizzazione.

Fin dal brano di apertura ogni strada sembra condurre in quella direzione: Underground, ovviamente cantata da David Bowie, che rivolgendosi ad una ragazzina (little girl) la consola:

Nessuno può biasimarti per essertene andata […] Non dirmi che la verità fa male, ragazzina / Perché fa male da morire / Ma giù nel sottosuolo troverai persone vere […] una terra serena, una luna di cristallo

‘nsomma, il buon David (ossia il re dei goblin) vuole attrarre Sarah in un sottosuolo in cui i dispiaceri e le sofferenze della vita quotidiana non esistono, e vuole tenercela piuttosto a lungo:

E’ solo per sempre
Non è poi tanto tempo

Ed è questo il vero fascino, almeno a mio parere, dell’intera storia: ammettendo che il personaggio di Bowie sia frutto, come tutto l’universo fantastico del film, della mente di Sarah, la contrapposizione tra buoni e cattivi non è poi così netta.

Tant’è che ancora oggi tendo a parteggiare un po’ per il cattivo, il re dei goblin: il suo mondo è affascinante, fatto di magia e creature fantastiche e luccica. Nel labirinto, quasi tutto luccica.

Comprese le giacche – e le guance – di David Bowie.

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Neanche le feste sembrano male laggiù nel labirinto, a meno che non si decida di infrangere eleganti pareti in vetro con una sedia rococò, in quel caso si può finire in una discarica fatta degli oggetti che amavamo e che abbiamo dimenticato.

Decisamente crudele, no?

Tornando alla storia, la giovane Sarah si avventura nel labirinto convinta di poterlo attraversare in meno di 13 ore; la sicurezza del re dei goblin che la fanciulla fallirà inizia a vacillare quando il suo buon cuore le fa guadagnare la simpatia di bizzarri personaggi che si coalizzano per aiutarla a raggiungere il castello reale: il risultato sono una serie di trucchetti e inganni (da bambini avremmo detto “sta barando!” o, come spesso fa Sarah, “non è giusto!”) che ce lo rendono un po’ antipatico, ma mai troppo.

Insomma il suo personaggio rappresenterebbe la parte più egoista e crudele dell’infanzia: faccio quello che voglio, se non mi va di prendermi cura del mio fratellino spero che qualcuno lo porti via, baro sulle regole e se qualcuno osa sottovalutarmi, cerco di terrorizzarlo.

Magari non tutti da bambini hanno avuto una tale predominanza della parte egoista della personalità, ma io sì e quindi I feel you, David.

Affrontate tutte le prove e i tranelli disseminati lungo il percorso, Sarah giunge al castello accompagnata dagli alleati che ha trovato lungo il cammino: Ludo il gigante buono (la forza), Hoggle il codardo dal cuore d’oro (la paura) e Sir Dydimus il cavaliere à la Don Quixote (il coraggio); deve infine affrontare nella battaglia finale il potente re che tenta di sedurla nuovamente offrendole i suoi sogni.

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Ora, potrebbe essere che solo ai bambini tremendamente egoisti come me si sia spezzato il cuore quando Bowie sospira I can’t live within you e quando Sarah lo rifiuta definitivamente, ma qui torniamo al chi te l’ha fatto fare di rinunciare a tutto e tornare alla tua noiosissima vita che ha le sue radici nel Mago di Oz.

Ma sì, ma certo, in fondo anche Robin Williams/PeterPan/Peter Banning in Hook afferma che vivere può essere un’avventura meravigliosa, e noi un po’ gli crediamo e un po’ facciamo finta per non annegare nella nostalgia dell’infanzia ormai lontana.

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In un modo o nell’altro, Sarah riesce a sconfiggere la parte peggiore dell’infanzia e a tenere con sé, nel caso ne dovesse avere bisogno, la migliore (di nuovo interpretata dai bizzarri alleati trovati nel labirinto). Il povero re dei goblin, sotto forma di gufo, rimane chiuso fuori dalla finestra.

Il bene ha vinto, l’eroe ha completato il percorso di crescita rinunciando ad essere il centro del suo universo personale in favore di un’attitudine più altruista. Il piccolo Toby – sempre vestito da Waldo – è salvo, Sarah può abbandonare l’infanzia e iniziare il suo processo di crescita.

Sotto questo punto di vista, la giovane Sarah sarà un’adulta leale, generosa e buona; ho sempre sperato che questo pezzo di fan-art si tramutasse in un progetto cinematografico, essendo curiosa come un delfino curioso di sapere a che punto l’egoista e affascinante re si sarebbe ripresentato a tentarla.

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Peccato.

Non che io muoia dalla voglia di rivedere il buon David in leggings.

Quindi Labyrinth è davvero solo una metafora della crescita? No, Labyrinth è prima di tutto una favola fantasy pazzesca, realizzata in modo tale che solo in un paio di sequenze gli stilemi anni Ottanta risultano fastidiosi (maledetti ralenty-con-dissolvenza) che ancora oggi è capace di affascinare grandi e piccini.

Alcuni grandi più di altri.

E sappiamo quanto una favola, per quanto controversa e piena di chiaroscuri, possa rallegrare giornate poco liete.

Poi un giorno troverò la forza di addentrarmi nella ricerca del motivo per cui Bowie qui è rappresentato come un gufo, e che abbia avuto una parte decisamente controversa e poco chiara in Fuoco Cammina Con Me, prequel di Twin Peaks in cui i gufi, come ben sappiamo, non sono quello che sembrano.

Ma non oggi.

Per ulteriori curiosità sul film, fate un salto qui.

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Say my name, say my name

Una breve visita della mia sorella minore e la galoppante smemoratezza della Genitrice (la quale mi chiama con i nomi dell’intero albero genealogico nostro, del vicino e della panettiera senza azzeccare mai) mi hanno ispirata ad aprire le ante buie del passato meno recente, e a fare ammenda per certe cosucce. O forse solo a riderci sopra.

I nomi hanno avuto una rilevanza decisamente eccessiva, nei rapporti familiari. Soprattutto in quelli tra sorelle.

Il mio secondo nome è il primo della mia sorella maggiore, e se per me questa caratteristica era fonte di gioia infinita e voglia di giocare con lei sempresempresempre, per la malcapitata derubata dell’identità nominale tale somiglianza fu quasi certamente fonte di un certo fastidio.

Ma il bello arrivò con la sorellina, quella venuta al mondo tre anni e mezzo dopo il lieto ed insuperabile evento della mia nascita.

Avendo forse già annusato una certa predisposizione alla malvagità nella sottoscritta, i miei astuti-ma-non-troppo genitori decisero di farmi scegliere il nome che la nuova arrivata avrebbe portato con sé verso l’infinito ed oltre.

Bocciati Stellina e Viola, ci accordammo per un nome sobrio, normale, non legato a fiabe o miti popolari e diverso da quel Scimmia che tanto mi sembrava appropriato.

Bene, a poche settimane dalla nascita, i miei genitori ascoltarono una canzone* e decisero di tradire e infrangere il loro impegno e di cambiare il nome.

E non si limitarono a quello, oh no signori della giuria, quei folli utilizzarono la mia scelta accurata e ponderata come secondo nome.

Oltre il danno, la beffa. Credo che solo Malefica non invitata alla festicciola per Aurora abbia condiviso un tale senso di offesa e infatti anch’io meditai vendetta:

in assenza delle competenze stregonesche della presto-sui-nostri-schermi fata malvagia, mi arrangiai con quello che avevo sottomano, ossia due cucciole di gatto estremamente gelose del nuovo cucciolo appena arrivato in casa.

Gliele misi nella culla, sperando in una vendetta laterale che non mi avrebbe vista come mandante (perché fortunatamente, al contrario di quanto accade nei film Disney le mie gatte non parlavano). A pensarci bene, tra le attitudini professionali dovrei inserire “boss malavitoso”.

Purtroppo seppur brillante, la mente di una bambina di tre anni e mezzo non può competere con quella di due adulti, anche se rincoglioniti da notti insonni e urla di neonata. In breve fui beccata, cazziata e ancor’oggi la mia crudeltà mi viene rinfacciata con riferimenti a tale episodio.

Se solo mi avessero dato retta sul nome, forse oggi sarei una persona migliore.

Per fortuna, nonostante le angherie la sorellina è rimasta grossomodo candida come una Aurora contemporanea e nonostante io metta periodicamente il mio destino tricologico nelle sue mani, ad oggi non vi sono state vendette.

*Vorrei fare presente che c’era una canzone che conteneva il medesimo nome e che a me è sempre piaciuta molto, e che se avessero mentito sostenendo che era quella la causa scatenante, forse le cose sarebbero andate diversamente.

**Che cosa avrà poi avuto da dire al Signore sta fanciulla, io non lo capisco. E neanche come si possa dare ad una bambina il nome di un personaggio che soffre che Dio la manda.

 

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Guardare Ewan McGregor che guarda i treni

Ci sono, per ogni generazione e ogni gruppo sociale, dei feticci culturali che accomunano e poi persistono nel tempo. Per le ragazze dell’età di mia sorella (classe 1989), in particolare per quelle romantiche-ma-un-po’-dark, questo oggetto feticcio è probabilmente il fenomeno Twilight; per quelle dell’età della mia cugina più piccola è forse non ne ho idea, sono troppo fottutamente vecchia per saperlo.

Per la mia generazione, e per il gruppo sociale a cui appartenevo durante l’adolescenza (che potrebbe forse essere identificato con I Fattoni), questo oggetto culturale feticcio è stato Trainspotting.

Uscito nelle sale quando molti di noi erano ancora alle medie, il suo fascino marcio ha persistito e si è tramandato fino a quando abbiamo iniziato a farci le canne abbiamo iniziato a scoprire qualcosa sul mondo esterno al tedioso villaggetto di campagna in cui abbiamo passato l’infanzia, la prepubertà e l’adolescenza.

Ho passato, chiedo scusa.

Per chi non conoscesse Trainspotting, shame on you e subito a leggere il libro di Irvine Welsh e a guardare quei tremendi anni Ottanta nel film di Boyle.

C’è in particolare un elemento scaturito dal fenomeno Trainspotting che si è radicato per bene nelle teste della mia generazione, e questo elemento ha il volto lentigginoso di Ewan McGregor.

Quasi tutte le fattone fanciulle nutrivano una sorta di amore perverso per il personaggio di Renton (a me personalmente piaceva Sick Boy, ma io son anche stata svariati anni in cura da una psicologa – anzi tre – e quindi non sono un esempio esemplificativo su nulla), e questa indomita passione ha seguito ogni fase della carriera del bel scozzese (ance se ammettiamolo, con palandrana e treccina in Star Wars era un po’ un ammazzalibido);  lo si è amato mentre se la cantava in Moulin Rouge! (anche se quella tinta nero corvino gli stava un po’ demmerda), mentre se la cantava di nuovo in Down With Love e persino in quel pippone alleniano che porta il titolo di Sogni e delitti.

Pur preferendo l’ossigenato Jonny Lee Miller, non sono mai stata immune al fascino fulvo del giovane Renton e così alcuni anni fa ho speso parte dei miei sudati risparmi in una copia in dvd di Nora, un film abbastanza tremendo in cui il Nostro interpreta nientemeno che James Joyce. E la libido è di nuovo ai minimi storici.

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E insomma oggi è il compleanno di Ewan McGregor, e una clip tratta da Trainspotting e postata su Facebook ha raccolto gli apprezzamenti delle fanciulle della mia generazione. Perché Ewan McGregor è Mark Renton, e non importa quanto mi piaccia in Velvet Goldmine, nel nostro immaginario lui continuerà a rubare libri nei negozi, ad andare in overdose con un pezzo di Lou Reed come sottofondo, a rubare i filmini domestici del suo migliore amico e a fare tutte quelle orribili azioni che ce lo hanno reso così caro.

E allora buon compleanno, Ragazzo in affitto.

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Appartenere, lasciare andare, mangiare

Pare che imparare l’appartenenza sia semplice.

Per Ambra lo era, e aveva solo diciassette anni.

Pare che la forma più elementare si manifesti in rapporto ai membri della propria famiglia, a quel microcosmo potenzialmente sicuro e possibilmente stabile all’interno del quale si impara ad essere singolo e parte di un insieme, uno e tutto.

Da bambina ho imparato l’appartenenza degli oggetti, ho sviluppato la gelosia per le cose e solo dopo molti anni e molti traslochi ho imparato a lasciarle andare, ne ho compresa la natura effimera.

Le mie cose esistono ora sparse dietro molte porte, formano scie in luoghi in cui non penso di ritornare, raccontano storie che in pochi possiamo scorgere. Perlopiù esse esistono e basta, abbandonate e forse a malapena notate da chi ancora apre quelle porte.

Quelle che preferisco, le cose intendo, sono quelle che sopravvivono tra le mani delle persone che ho più o meno casualmente incontrato. Sono quelle che ho abbandonato tra quelle mani, senza pensare che avrebbero avuto la valenza di un addio, di un’incomprensione, di un possibile reciproco fastidio.

Mi piace pensarle ancora tra quelle mani, lontane da me quanto le persone che le toccano e le vivono, mi piace aver disimparato l’appartenenza lasciando andare entrambe, cose e persone, cercando di lasciare il rancore al di fuori di ogni ricordo.

Pare che l’appartenenza nazionale sia facile da imparare, pare che passi attraverso bandiere e gare sportive, a volte attraverso parole dure e offensive che distruggono invece di costruire.

Anche questo aspetto mi è estraneo, mi è estranea ogni classificazione così come capitava a lezione di biologia. Non esistono insiemi, ma variabili. Questo credo.

Sarà poi che un’infanzia trascorsa nella più placida delle campagne insegna che più che la foto impolverata di un anziano che occhieggia dalla parete di un’aula scolastica valgono le stagioni, i giorni in cui si può giocare in cortile contrapposti a quelli in cui pioggia e neve lo impediscono.

Negli ultimi giorni l’appartenenza nazionale si è manifestata attraverso il cinema, o meglio attraverso la celebrazione dello stesso, ma anche questa mi è ignota: pur avendo a lungo pensato che proprio quello sarebbe stato il mio campo, ho ben poco da dire in merito e quel poco non è poi così interessante.

L’appartenenza è positiva quando la si disimpara, quando si capisce come lasciare andare cose, persone, idee e progetti senza dolori o rancori. Lo è anche quando ne si apprezza la natura provvisoria, che è forse l’unico aspetto che conosco davvero.

Per questo mi sta terribilmente sul cazzo la canzone qui sopra.

Che era quello che volevo dire fin dall’inizio, ma scrivere un post composto solo di questa frase mi è parsa una mossa un po’ cretina.

Non è un atteggiamento furbo, quello di fottersene delle cose finché non le si perdono. O di darle per scontate per poi disperarsi e vivere in una nostalgia potenzialmente farlocca e/o immotivata.

A meno che le “cose” in questione non siano, ad esempio, i MiniMais che mi strafogo quotidianamente (perché son leggeri e sanno di pop corn) prima di pranzo, per poi disperarmi sulla loro fine precoce.

Ma loro, so di amarli anche prima che finiscano.

Vorrei solo che la confezione verdolina avesse la capienza della borsa di Mary Poppins.

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Drammatiche confessioni di fine anno

L’indolenza che occasionalmente mi assale e mi rende incapace delle azioni più elementari – che so, togliere il filtro del tè alla vaniglia dal pentolino – ha raggiunto, nel corso degli ultimi giorni, vette inimmaginabili: ho passato la vigilia di Natale spalmata sul divano, in un pigiama estremamente sexy, a guardare Il diario di Bridget Jones ma no, non ho avvertito alcuna empatia con la protagonista, grazie per averlo chiesto.

Ho anche riguardato, senza motivazione alcuna, Radiofreccia. Avete capito bene, Radiofreccia, quel film i cui capitoli sono contraddistinti da vari oggetti fluttuanti in cieli straordinariamente celesti. Ma ho risollevato leggermente il livello con Don Jon, ormai a me noto come l’unica volta in cui Scarlett Johansson mi è quasi piaciuta. Ma di questa antipatia tratterò magari in seguito. Con uno psichiatra.

Per farla breve, ogni qualvolta mi avvicino al divano la mia capacità critica mi abbandona e mi trovo in balìa degli eventi. E in un attimo sono le due di notte e ho visto un altro film completamente inutile.

Pertanto, vorrei che qualcuno mi sommergesse di buone motivazioni per evitare di guardare il biopic su Lady Diana.

Sono estremamente seria, ho avuto un breve ma tormentato periodo di tossicodipendenza da Lady D, occorso immediatamente dopo la tragica dipartita della bionda (ex) principessa. Che devo dire, ero molto giovane (ma indossavo già le t-shirt dei Guns n’Roses), era estate e mi annoiavo. Naturalmente, l’idea di svolgere i compiti assegnati per le vacanze mi sfiorò solo un paio di settimane più tardi, ad alcune ore dal rientro a scuola.

Raccolsi da casa di mia nonna tutti gli articoli pubblicati su riviste estremamente serie quali Chi, GrandHotel, Oggi e simili e li conservai in buste di plastica trasparente, accuratamente riposte in un raccoglitore bianco che probabilmente era stato trafugato da qualche ufficio, perché non vedo altri motivi plausibili per giustificarne la presenza tra i miei averi di undicenne. Ricordo che una delle riviste pubblicava persino un fumetto a puntate con la storia della (s)fortunata lady, e ne approfitto per congratularmi con l’ideatore di tale avanguardistico progetto.

Non saprei come giustificare una tale passione, soprattutto considerando che non ancora adolescente, mostravo già un interesse per i defunti non esattamente sano. Non so quando decisi di liberarmi della collezione più imbarazzante mai posseduta (la successiva riguardò David Bowie, che quantomeno era vivo e aveva una qualche utilità nel mondo. Poi iniziai a cambiare domicilio con il succedersi delle stagioni, e smisi di raccogliere oggetti inutili. Se non l’avessi fatto, credo fermamente che sarei ormai protagonista di una puntata di Sepolti in casa).

Ammesso che qualcuno abbia inspiegabilmente deciso di guardare una tale inutilità, o anche se nessuno l’avesse fatto ma si sentisse di insultarmi pubblicamente per aver solo considerato l’idea di sprecare due ore di fronte a La storia segreta di Lady D (santo cielo che titolo, sembra uno di quei telefilm trasmessi da MTV), prego chiunque si trovi a passare da queste parti di dissuadermi dal malsano proposito. Ringrazio sentitamente.

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Considerazioni sparse, Torino

Tornare a casa: How To

“Questi pantaloni ti stanno larghi, strano, mi sembravi ingrassata”

“Ho trovato 5 Euro nei tuoi jeans e li ho dati in beneficienza. Tanto se li avevi lasciati lì, significa che non ti servivano”

canta brani di Franco Battiato ininterrottamente dalle 6 del mattino

Avete appena assistito ad alcuni dei più recenti esempi di dimostrazioni affettuose che la mia genitrice e da poco padrona di casa ha riversato sulla mia personcina.

Tornare a vivere nel nido materno dopo tre anni, soprattutto – ahem – alla mia età, può causare più traumi di un’adolescenza campagnola con genitori separati. Ho mai raccontato che la mia famiglia era l’unica di cui a scuola si sapesse che era un tantinello – come dire – esplosa? Negli anni Novanta, nei paeselli ai piedi delle Alpi certe notizie si tenevano adeguatamente chiuse dietro le porte delle cascine (o rustici, come amano chiamarle gli agenti immobiliari). Vedi cosa succede ad avere dei genitori hippy.

Il fatto che la mia camera da letto, recentemente riallestita come salotto-con-soppalco, sia invasa di valigie e scatoloni non ha reso la genitrice particolarmente serena. E il fatto che alcuni degli imballi risalgano al trasloco dalla campagna, occorso circa otto anni fa, non ha migliorato il suo umore. Immaginate quando ha scoperto che una scatola era piena di barattoli da un litro di colori a tempera ormai irrimediabilmente essiccati.

Ho dunque deciso di stilare una lista, una sorta di vademecum che aiuti chi, già traumatizzato dalla fine dell’esperienza fuori sede (o semplicemente fuori casa), si ritrovi a rientrare tra le amorevoli mura domestiche.

  • Discrezione is the way

Non fate come me, non irrompete nella placida tranquillità familiare come uragani assetati di tetti di fattorie del Midwest americano. Siate cauti e astuti: un pezzo alla volta, un libro sullo scaffale al giorno, il resto tutto sordidamente nascosto dietro le ante degli armadi che manco a Narnia. Se poi anche la vostra stanza è stata riadattata a salotto, studio, deposito, officina meccanica, siate ancora più infidi: tenete in ordine, non osate riposizionare altrove gli oggetti (candele cosparse di glitter, raffinati cestini in vimini, piante di dimensioni preistoriche) accuratamente collocati nei luoghi dove una volta facevano bella mostra di sé le foto incorniciate di voi ubriachi di Jameson & ginger ale al festival del cinema di Dublino, o l’immonda ed immensa collezione di merchandise di Peter Pan della Disney; ne va della vostra vita, io vi avverto. Mostrate un rispetto che in realtà non avete affatto, e appena gli orridi guardiani del Nuovo Ordine Casalingo avranno abbassato la guardia, lentamente sferrate l’attacco.

  •  Mostrate iniziativa

Non vedevamo l’ora di lavare i piatti ogni sera, vero? E quanto c’era mancato, caricare il cestello della lavatrice di casa! (Per quest’ultima attività, occhio a quello che fate: sono riuscita ad allagare bagno, ingresso e pianerottolo delle scale nel maldestro tentativo di mostrarmi utile). Portate giù la spazzatura. Andate a comprare il pane e a ritirare le raccomandate. Sorbitevi infiniti pipponi su come e quando si fanno le cose (Non lasciare la bustina del tè nel pentolino che si macchia! [cit.]) mostrando sorrisi smaglianti e affilati che neanche un branco di lupi del Gran Sasso.

  •  Il kit per le emergenze

Ossia, un’elegante e discreta pochette in cui conservare accuratamente dosi massicce di valium. O di valeriana, se siete fermi sostenitori dei rimedi naturali. Anche i fiori di Bach vanno bene, anni fa mia madre riuscì a stordirci un mio ragazzino come neanche dei sedativi per cavalli avrebbero potuto*. Ah, non fraintendete, non sono per voi. Mescolateli ad una tazza di tè fumante che servirete ai vostri amati padroni di casa. Non prima di aver tolto la bustina dal pentolino, sia chiaro.

Buone feste a tutti.

*Padri, ecco il mio regalo di Natale per voi: temete che un infido adolescente con gli ormoni impazziti attenti all’onore della vostra bambina? Lasciate perdere le minacce, un po’ di Rescue Remedy e sarà più stordito che dopo mezzo litro di grappa di ginepro dell’alta Val Susa.

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Art for Art's Sake, Monday Mood(s)

Gli anni Novanta, la moda, le betulle e le irritazioni da ortiche.

Non sono una fan dei fashion blogs. Sovente mi annoiano a morte, soprattutto quando somigliano ad un qualsiasi servizio fotografico da rivista allungato a dismisura.

O quando è evidente che la blogger in questione non capisce una sega niente di moda, a parte conoscere il mantra delle wannabe fashionista che recita più o meno così:

Se è in una vetrina del centro, va bene.

Se una blogger più famosa di me l’ha indossato, va benissimo.

Se mi è stato inviato gratuitamente, o addirittura mi pagano, che ve lo dico a fare.

C’è però una parte di me che si diverte a leggere i post di chi ha un minimo di competenza in materia, chi conosce la storia della moda, chi ricorda le collezioni precedenti e i termini sartoriali, chi non ammorba il web con le proprie foto, chi scrive blog con dei contenuti.

A parte il geniale Ma ti sei vista?, che mi piace in toto ad esclusione dell’ultimo post, oggi girovagando invece di studiare come un mulo da soma  sono capitata su questo Tumblr.

C’è qualcosa di perversamente affascinante negli abiti che sfilavano sulle passerelle negli anni Novanta, sarà che li guardavo con gli occhi acritici di bambina, saranno i capi a vita alta, le meraviglie firmate Christian Lacroix (pur essendo in delirio pseudo-minimalista, resto una grande amante delle linee barocche e delle fantasie caciarone), i volti di quelle che imparammo essere le bellezze (e che poi si fecero fotografare fatte come delle cucuzze alcuni anni dopo) o quei tessuti lucidi dai colori accesi, non so dirlo ma so che sono rimasta folgorata.

Insomma, andate e amatelo tutti. I miei anni Novanta hanno il sapore della campagna in cui sono cresciuta, un ambiente in cui ,se si esclude la giornalaia sessantenne che occasionalmente presenziava alle cene comuni indossando un folgorante abito rosso, non era semplice entrare in contatto con l’haute couture; però la televisione ce l’avevo anche io, così come i Venerdì di Repubblica sulle cui pagine si potevano trovare microscopiche immagini delle passerelle, e quel Tumblr demoniaco mi ha fatto tornare indietro di tanti anni.

Non abbastanza da riuscire nuovamente ad arrampicarmi sulle betulle, né da rischiare che un genio di zio si nasconda dietro un muretto per strofinarmi un ramo di ortica sulle gambe nude (sì, ero proprio una campagnola), e certo in questa nostalgia c’è un po’ di quel malefico piano di marketing chiamato vintage, ma sono entrata in questa spirale dei ricordi (vedi il post precedente) e non riesco proprio a uscirne.

Ah, la moda del 1995! (Non vorrei scriverlo, ma capita spesso che io mi vesta come la terza da sinistra. E la quinta. E sicuramente si tratta di un trauma infantile, visto che nel ’95 avevo dieci anni e sono certa che avrei tanto voluto vestirmi così). (pic)

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