#CoseBelle, Considerazioni sparse, what I call love

#CoseBelle: la moda di seconda mano

Visto che dal post sui capelli sono entrata nel mood frivolezze, e in attesa di raccogliere adeguatamente le idee per raccontare dell’opera omnia di Fred Vargas che sto finendo di leggere, perché non parlare di vestiti?

Da almeno un anno non compro abbigliamento nelle catene low cost (vedi H&M, Zara e simili): in parte perché il rapporto qualità-prezzo non è più conveniente, in parte per ragioni un po’ meno egoistiche.

A proposito del primo motivo, ho un paio di jeans comprati nella nota catena svedese ormai 9 anni fa, ancora oggi in perfette condizioni. Ne ho un altro paio dello stesso brand acquistato 3 anni fa e pagato quasi il doppio, che mi si è sfaldato tra le mani come un frutto in decomposizione in un quadro decadente.

Ma parliamo di argomenti meno frivoli.

Quello che ho letto alcuni giorni fa su Il Fatto Quotidiano (qui l’articolo) mi ha convinta che le multinazionali dell’abbigliamento a basso costo tendano ad essere, come dire, IL MALE.

Credo che pur non potendo fermare le guerre, le epidemie o risolvere il problema dei senzatetto, nelle scelte quotidiane si possa fare la differenza; quindi a prescindere dai prezzi e dalla qualità dei capi, io da loro non ci compro perché lucrare sulla crisi mediorientale e sullo sfruttamento dei minori è una porcata colossale. Punto.

Non essendo diventata improvvisamente ricca, non ho abbandonato il low cost per i brand medio-alti della moda. Al contrario, viaggio a velocità di crociera nel low-low cost, che sebbene suoni come off-off Broadway e sembri quindi sinonimo di cose brutte che non fanno dormire la notte, è in realtà un mondo pieno di sorprese.

In Albania, paese meraviglioso in cui l’usato non è ancora diventato vintage, nei negozi di abbigliamento e scarpe di seconda mano si possono fare dei veri affari.

Negli ultimi mesi, costretta ad adattarmi ad un inverno sottozero che non credevo possibile a queste latitudini, ho comprato un ensamble giaccone-maglione-stivali, spendendo circa 30 euro.

Naturalmente mi sono dovuta finalmente piegare a quei concetti che mia madre ha tentato di inculcarmi negli ultimi 20 anni: la maglia dev’essere in lana e non in tessuti sintetici, gli stivali in pelle e non in scarti di copertone. che ormai ho una certa età e i maglioncini in acrilico sono per fanciulle meno attempate.

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Una soffice nuvola di lana merinos che nasconde la panza quando esagero con il pane.

Quando sono a Torino mi diletto con i mercati rionali; durante l’ultima visita, per 50 cent mi sono portata a casa un paio di Levi’s.

Un’altra attività è lo scambio: si può fare con le amiche, con gli swap parties o con i familiari. La famiglia di mia madre è composta quasi per intero da donne che condividono grossomodo la stessa taglia e gli stessi gusti, quindi ad ogni cambio di stagione enormi borse colme di capi d’abbigliamento vengono trasferite da una casa all’altra, portando un po’ di atmosfera natalizia ad ogni arrivo.

A mio parere, riciclare la moda è un’attività divertente e creativa. Certo bisogna avere un po’ di tempo per spulciare tra cestoni e banchi colmi di orrori anni ’80 e camicie macchiate di giallo in corrispondenza delle ascelle, ma il risultato regala soddisfazioni: niente magliette che si autodistruggeranno dopo sei mesi, niente minori sfruttati in fabbrica, niente accumulo di rifiuti nelle enormi discariche dell’abbigliamento.

Anche perché a Tirana non si fa la differenziata, quindi oltre al riuso dei barattoli di vetro per conservare semi, farine e pasta corta, il riciclo dell’abbigliamento è un po’ l’unico modo che ho per credere di star aiutando il pianeta.

 

 

 

 

 

 

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Art for Art's Sake, Considerazioni sparse

Depravazioni modaiole: come il vecchio è diventato vintage e altre brutte cose

Sono ormai anni che gli oggetti vecchi vivono una nuova giovinezza grazie alla straordinaria strategia di marketing che li ha trasformati in oggetti vintage (e se sento qualcuno pronunciarlo all’inglese gli lancio un bicchiere. Tanto ne ho quasi sempre uno – pieno – sottomano).

Metto subito le mani avanti ammettendo che a me è andata di lusso con questa strategia commerciale, visto che fin dalla più tenera adolescenza ho saccheggiato le bancarelle dell’usato: ne conosco certe, a Torino, che non sto a dirvi e quando posso, porto le amiche in visita a questi tesori nascosti. Di conseguenza, che le fashion addicted si conciassero come Jessica Fletcher mi rendeva un po’ meno – come dirlo in modo delicato? – bizzarra, ecco.

“Sono così hipster, con le mie righe e il gilet e la macchina da scrivere e la mia tazza, per non parlare dell’espressione Molto Intellettuale. Se solo questi sedicenti démodé ammettessero il mio ruolo di loro regina incontrastata”

Con il revival non solo dello stile ma dell’abito/accessorio d’epoca, è diventato quasi un gioco ispirarsi alla moda e alle icone dei decenni precedenti e sebbene i risultati siano in alcuni casi francamente osceni ed eccessivi, nel giro di pochi anni si sono stabiliti dei canoni cui fare riferimento quando si decide di abbracciare questo finto non-stile, o meglio questa finta assenza di interesse per i trend attuali della moda.

Il risultato è che molti negozietti dell’usato hanno fatto volare i prezzi fino al firmamento (ma io so dove, a volte, è possibile trovare i Valentino a 30 euro), e che oscuri esponenti del racket abbiano deciso di dar fuoco al gigantesco magazzino che c’era dalle parti dei miei nonni, quello dove avevo acquistato per cinquemila lire una giacca di velluto a coste che mi facesse somigliare a Joey Potter. Ma questa è un’altra, tristissima storia.

Il lato oscuro del revival e del vintage è stato e ancora è la deviazione perversa che gli danno le varie componenti dello zoo del fashion-baraccone, dalle blogger combinate come Stephanie Forrester a quella bizzarra razza umana denominata hipster che lieta popola il web con pagine in cui si definiscono démodé.

Ora.

Non è che con le parole si possa fare quello che si fa con i maglioni a rombi infeltriti del nonno, non si può decidere che di punto in bianco non sono più sinonimo di sfiga assoluta e di emarginazione e farle diventare qualcosa di cool, di trendy, di amazing (cit.)

Ancora ricordo che nei romanzi ottocenteschi che un tempo allietavano le mie giornate da campagnola, eroiche e orgogliose fanciulle trattenevano le lacrime di fronte ai capannelli di piccolo borghesi che le definivano – appunto – démodé, ricordo che erano esempio di coraggio e di determinazione (tutto ebbe inizio con Piccole Donne, il libro che mi insegnò che se le ochette del paese decidono di prenderti e trasformarti in una di loro, inevitabilmente succederà qualcosa di orribile).

Insomma, non dico nulla di nuovo o di sconvolgente se affermo che lo ‘stile personale’ si innesta necessariamente su modelli preesistenti, sull’elaborazione più o meno conscia di immagini e impulsi visivi e culturali, ecco perché quando questi somari si definiscono démodé io mi sento morire dentro.

Come ho scritto oggi su Facebook, vero contenitore per le mie cazzate più di quanto lo sia questo blog, mi chiedo se codesti individui si vestirebbero come uno dei personaggi de Il principe di Bel Air.

Quello sì che sarebbe démodé: tute lucide violacee, colori improbabili anche nell’estate del fluo, permanenti che sembrano armi di distruzione di massa e via dicendo.

O come Steve Urkel, con le sue bretelle, i pantaloni ascellari e le camicie a quadri.

Oddio, a ben vedere i pantaloni risvoltati qui sopra richiamano parecchio le ‘divise’ in voga tra gli elegantemente annoiati intellettuali del web.

Come ho già scritto in apertura, il vintage in sé non mi disturba, neanche quando è il frutto di un’operazione sfacciatamente commerciale: la creatività nella costruzione della propria immagine è sempre interessante e spesso divertente (c’è una ragazza inglese che ha un blog davvero carino e affatto snob, e un Tumblr molto accurato e pieno di ‘chicche’ che funziona da sorta di inspirational board), ma la finta (e ostentata) originalità è brutta e cattiva. E noiosa.  E affatto divertente.

E la moda dovrebbe esserlo. O essere assolutamente snob, elitaria e inarrivabile, ma senza fingere il contrario.

Pace.

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