da Torino a Tirana, Torino

Amara terra mia, amata terra d’altri

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Torino/Tirana

Vi racconto una storia.

C’è su YouTube una ragazza originaria di questa strana, caotica e bellissima città in cui ho scelto di abitare.

La ragazza vive in Italia da molti anni, figlia delle migrazioni dei primi anni Novanta.

La ragazza si è costruita un piccolo impero fatto di lezioni di trucco pur non eccellendo in tale campo, di vlog in cui disseziona le sue giornate armata di videocamera e computer pur non avendo fondamentalmente nulla da dire e di vlog di viaggi, quasi tutti sponsorizzati (beata lei).

La fanciulla non brilla per creatività, non buca lo schermo, ma riesce a guadagnare con le attività sopracitate: non è un genio del marketing e spesso, come la maggior parte delle sue colleghe beauty guru del web, ha fatto scivoloni tali da far pensare che assumere un consulente d’immagine sarebbestata una buona idea.

A me i video di questa ragazza non piacciono, perché quando investo il mio tempo libero voglio che ne valga la pena: non leggerei un libro brutto, non guarderei una serie tv che non mi piace e via discorrendo.

Questa ragazza a volte si lascia andare a critiche e commenti negativi sulla sua città e sull’Italia in generale, venendo puntualmente massacrata da patriote fiammegganti che si premurano di dirle che l’Italia le ha dato da mangiare, l’ha “salvata dal barcone” e che se non le piace, dovrebbe tornarsene da dove è venuta.

Una forma mentis che vorrebbe ringraziamenti e applausi da ogni straniero che decide di vivere nel nostro Paese, a prescindere dalle circostanze.

Si deve ringraziare e basta.

Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere. Ma qui siamo personcine educate e non lo facciamo.

Da immigrata, mi chiedo: vivo e lavoro all’estero da un anno e mezzo, lavoro, pago le tasse, l’affitto e le bollette.

Mi è consentito lamentarmi se il prezzo dell’abbonamento dell’autobus aumenta del 33% senza che il servizio sia incrementato? Io credo di sì, a prescindere dal mio essere straniera, perché quell’abbonamento lo acquisto ogni mese e quegli autobus li utilizzo almeno due volte al giorno.

Posso incazzarmi se il congelatore sembra una riserva protetta per pinguini a causa dell’elettricità che nel mese di Dicembre saltava ogni giorno per almeno tre ore, senza che l’azienda competente si premurasse di avvertire, o mettesse a disposizione un numero verde?

Di nuovo, io credo di sì.

Ma forse questo ragionamento funziona a senso unico, solo quando si tratta dell’Italia, perché è un Paese in cui tutto funziona alla perfezione e come ci ha cantato il buon Mino Reitano a reti unificate per anni, di altre belle uguali non ce n’è.

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Sotto il cielo di un’estate di Tirana

A queste latitudini l’estate è iniziata a maggio e si è interrotta bruscamente con gli acquazzoni di giugno, con buona pace delle All Star blue navy, ormai irrimediabilmente alluvionate.

Cercando su Google Maps il nome di questa strana, inusuale azienda in cui passo le giornate, il pin rosso indica un punto preciso tra città e campagna. Anche La Repubblica ha usato la stessa fonte per mostrare dall’alto la bizzarra costruzione dipinta coi colori dell’interruzione delle trasmissioni.

Tristemente ironico, a riguardare le ultime settimane.

E così, in questo giugno che tanto somiglia al luglio torinese dello scorso anno, che altro ci resta se non la musica.

E i social, sempre siano lodati.

Questo laconico rientro nel magico mondo del blogging è fatto di YouTube e di Instagram, ogni foto una canzone per le poche foto che ho malamente immortalato nelle ultime settimane.

a casa nostra

“With the noise in the background of a televised war”. On Air: Bright Eyes, Land Locked Blues

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“I am leaving on Monday morning“. Perché se domenica sera sono costretta a cenare in questo modo, non c’è verso che finisca di lavorare prima dell’alba. On Air: Melanie Fiona – Monday Morning

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Con questa luce, anche le cisterne sui tetti sembrano belle. On Air: This Is My City

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Ma un bagliore d’estate c’è stato. Prima di franare a valle come questo bunker di Durazzo. On Air: Gravenhurst – See My Friends

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Ma le primavere ad Ovest di Torino sono imbattibili. E per l’occasione di canzoni ce n’è due. On Air: Radical Face – Welcome Home, Doves – There Goes The Fear.

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Blog blog blog, I’m looking for a good time

Se c’è un aspetto che mi manca dell’impiego che avevo lo scorso inverno, è l’avere avuto come compagna di banco e mentore professionale una blogger.

C’è poco da fare, la blogosfera è come un enorme condominio virtuale in cui il gossip è all’ordine del giorno: non importa che tu sia blogger o leone o gazzella, se frequenti un po’ l’ambiente ti troverai a parlarne.

Sempre che ci sia qualcuno disposto a partecipare alla conversazione, come invece non mi accade da troppo tempo.

Era bello sfruttare il momento di abbiocco dopo pranzo per commentare i nuovi post, le foto su Instagram o i tweet. Era piacevole conversare con una persona potendo fare riferimenti a post passati delle blogstar nostrane, parlandone come si parlerebbe dei vicini di casa.

Per capirci, per certi versi è una versione virtuale de La Comunidad: una volta entrati, uscirne è difficilissssimo.

I blog, così come i canali YouTube, sono luoghi affascinanti in cui è difficile non farsi prendere da una pulsione voyeuristica senza possibilità di uscita: ci sono autrici che non scrivono da anni, ma delle quali ancora frequento occasionalmente le pagine. Sai mai che vengano prese dal fuoco creativo.

Poi ci sono quelle che si sono trasferite su Instagram o Twitter in pianta stabile, e spesso è un peccato perché i loro post erano interessanti, divertenti, accurati.

O quelle che si sono date alle marchette tout court, dimentiche degli argomenti piacevoli che una volta popolavano le loro pagine: magari i post erano meno glamourous e più ruspanti, ma avevano contenuti non copiati paro paro da qualche comunicato stampa. Anche qui, lo stesso vale per le youtuber ormai votate alla causa delle review e degli haul (recensioni di prodotti e utilissimi video “guarda cosa ho comprato”) che perdendo iscritti e visualizzazioni, cercano di reinventarsi un po’ goffamente: clamoroso fu il tentativo di una nota make up tutorialist di votarsi alla causa ecobio per raccattare un po’ di visualizzazioni, salvo poi spararsi una figura di merda clamorosa affermando di non guadagnare abbastanza con le video review per coprire i costi dei prodotti che recensiva.

Il gioco del web è proprio nell’inganno: il pubblico deve pensare che ogni opinione sia sincera, la marchetta deve essere più leggera possibile, se l’aspetto economico viene svelato il gioco finisce.

Ecco, io vorrei poter parlare di questi argomenti con i miei colleghi, ma forse il gioco del web sta proprio lì: nessuno vuol ascoltare quello che dici, quindi ne scrivi sul blog. O fai un video su YouTube.

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Art for Art's Sake, cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza, universi paralleli

Considerazioni sparse: “Ho un lavoro! Scrivo un blog!”

Mi disconnetto per qualche giorno e sul web esplode l’ennesima vajassata tra semisconosciuti (youtubers, twitstars, blogstars e compagnia danzante), così che mi trovo costretta a fare un veloce riepilogo per capire cosa sia successo.

Ho tempo da perdere, che posso fare.

Tralasciando le noiosissime motivazioni della lite e i toni da telenovela sudamericana degli anni Ottanta – tra le quali ricordo con affetto Manuela perché la guardava assiduamente la mia nonnina, mi sono trovata a cercare di fare il punto sulla concezione di “lavoro” completamente sfasata che a volte è propria di alcuni di queste “star del web”.

Non sto per lanciarmi in una crociata contro i cazzeggiatori della blogosfera o di YouTube perché ne faccio parte a pieno titolo, tuttavia alcuni di loro sono riusciti a distorcere la realtà tramutando senza motivazioni apparenti l’attività – appunto – di cazzeggio in fantomatico lavoro. Intendiamoci, c’è chi dal web è passato a media differenti come la televisione (ne avevamo già parlato qui) con risultati più o meno scadenti, ma che nella realtà concreta delle cose li rende conduttori televisivi o radiofonici, scrittori nel caso abbiano pubblicato qualcosa tramite case editrici e via discorrendo.

La qualità dei prodotti finiti è sovente scarsa per permettere all’editore/produttore di turno di cavalcare la moda del momento avendo a disposizione mezzi decisamente meno veloci delle piattaforme internet, siano essi studi televisivi o apparati dell’editoria, ma credo che nei fatti nessuno potrebbe andare da una truccatrice che ha scritto un libro sugli ombretti con i brillantini a dirle che non è una scrittrice.

Le si potrà contestare il contenuto e magari anche la forma, ma di fatto un libro l’ha scritto.

A lato di questi fenomeni da baraccone esiste tutto un sottobosco di wannabe che arrancano in modo più o meno esplicito tentando di solleticare l’interesse dell’industria produttiva non internettiana (e dunque non-pro bono); al loro interno vi è un’altra sottocategoria che ritiene che un qualsiasi contenuto autoprodotto (come potrebbe esserlo questo accumulo di irrilevanti considerazioni che avete davanti) li renda dei professionisti in quell’ambito, come se scrivere venti righe su un blog o registrare dieci minuti di video su YouTube facesse di loro degli autori, degli scrittori, dei registi o chissà che altro.

Fa sorridere e anche un po’ sghignazzare vedere virtuali code da pavone aprirsi sulle pagine dei blog e dei social networks mentre la webstar di turno millanta posizioni professionali inesistenti per poi accettare di buon grado qualsiasi (o quasi) occasione di visibilità, aderendo fedelmente alle linee richieste anche quando in netto contrasto con le convinzioni espresse ‘sul posto di lavoro’, ossia su internet.

Intendiamoci, ci sono fior di giornalisti e critici che lavorano esclusivamente sul web collaborando con testate prestigiose, ma dall’altra parte sembra che ormai la democrazia della rete abbia determinato la possibilità di ritenersi professionisti quando l’unica attività in cui ci si adopera è sproloquiare su blog più o meno improbabili, lanciare importantissimi progetti che inevitabilmente si schiantano sugli scogli dell’indifferenza generale e autofinanziarsi pubblicazioni o prodotti video che nessun editore o produttore avrebbe mai accettato di finanziare, e un motivo ci sarà pure.

Insomma, alla luce di tutto ciò ho deciso di prendere in mano la mia vita e di trovarmi un lavoro: scriverò un libro-inchiesta sulla lobby che non vuole che James Van Der Beek diventi famoso, e su quella che spinge Jonathan Rhys-Meyers verso l’autodistruzione perché è (era) troppo affascinante e avrebbe portato via i ruoli migliori ai suoi colleghi.

Magari mi inviteranno a presentarlo a Mistero.

Per concludere, a mo’ di monito vorrei presentarvi il prototipo della webstar fallita: celebre fin dal concepimento, frutto dell’amore tra il padre di David e la madre di Kelly e bipolare: Erin Silver!

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Eccola affranta, seduta sul divano di casa di qualcun altro.

E pensare che al liceo scriveva un blog per sfottere i compagni di scuola!

Pensare che si era autoprodotta un film (a tinte hard) che le era fruttato un internamento in ospedale psichiatrico!

Pensare che aveva anche fatto la stagista su un set! (O quella era Serena Van Der Woodsen? Forse entrambe)

Eppure eccola, occupata a far nulla, o meglio a vagare per L.A. con un furgone-ristorante tentando di convincere i passanti a raccontare le proprio noiosissime storie a favor di camera.

Perché ehi, lei è una documentarista.

Osservate e riflettete sulla povera Silver, prototipo della webstar senza arte né parte che nonostante faccia parte di un prodotto davvero inclassificabile, esemplifica quanto ho scritto in questo post dilungandomi fin troppo.

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Considerazioni sparse

Considerazioni sparse: YouTube come ufficio di collocamento

Ultimamente mi sono fatta una cultura in materia di youtubers, questa bizzarra fauna che popola la nota piattaforma video di Google.

Premetto che l’ho fatto senza alcun fine sociologico o antropologico, ma solo per un’innata propensione al cazzeggio.

Ho trovato che la maggior parte degli youtubers “””professionisti”””, se di professionismo di può parlare, sovente mancano di quella raffinatezza (non parlo di contenuti, che molto spesso sono quasi inesistenti) che renderebbe le continue, incessanti marchette un po’ meno fastidiose.

Se ad esempio consideriamo le autodefinitesi “guru del make up”, nel contesto italiano ho notato che le più amate dagli utenti sono quelle non bravissime (a volte neanche bravine) ma simpatiche, tipo ragazza della porta accanto che tra una passata di cipria ed un ombretto glitterato verde bosco racconta i fatti propri; questo fenomeno non è casuale, serve a stimolare l’empatia del pubblico che vedrà il personaggio come una sorta di amica (per verificare quanto sto scrivendo, basta scorrere velocemente i commenti che compaiono sotto i video) così che ogni traguardo raggiunto della beniamina sembrerà un po’ merito delle followers.

Che poi i traguardi in questione siano direttamente proporzionali alla notorietà su YouTube e non al talento è evidente dalle collaborazioni tra le youtubers e le aziende cosmetiche; vi faccio un esempio banale e recente:

la make up guru realizza un video con cui dice di voler “portare” il suo pubblico nel backstage di un grande evento. Il giro virtuale consiste in una manciata di secondi di inquadrature random, seguite da un tutorial durante il quale la youtuber trucca una modella utilizzando solo i prodotti di una particolare casa cosmetica; da sottolineare che la modella NON parteciperà all’evento truccata in quel modo.

Risultato: la casa cosmetica raggiunge il bacino di utenza della youtuber, il cui accesso a quel particolare evento non è dipeso dalla propria bravura ma proprio dal suo status di youtuber.

E questo è l’esempio meno deprimente: la maggior parte dei video realizzati da questa categoria sono sfacciatissime marchette (loro le chiamano video review) di questo o quel prodotto di bellezza, mentre mi sono accorta che alcune truccatrici più brave e creative ma con un atteggiamento meno confidenziale/sciocchino restano nell’ombra o vengono tacciate di antipatia.

Un altro ambito che ha risvegliato il mio interesse è quello che riguarda la cultura, ossia quei video che contengono recensioni, analisi o commenti su prodotti cinematografici, musicali, letterari o artistici in genere.

In questo caso l’omologazione è minore, alcuni video sono davvero interessanti e adatti al medium, riescono a raggiungere anche lo spettatore che non sa molto dell’argomento senza risultare noiosi o eccessivamente di nicchia.

Anche qui però il ‘rischio marchetta’ è dietro l’angolo, così se da una parte alcuni di loro riescono ad affrancarsi dal mezzo inserendosi più o meno adeguatamente in altri contesti (radio, televisione), altri non hanno l’intuito di capire quando vengono usati, e che determinate collaborazioni frustreranno l’opinione di chi li segue su internet in quanto ipocrite o in contrasto con gli sproloqui sulla meritocrazia e sul “fare ognuno il mestiere che gli compete” di chi vi partecipa.

Mi è sembrato che in generale l’apertura a 360° del mezzo (chiunque può iscriversi a YouTube e caricare video) oltre a determinare un’ovvia proliferazione di casi umani ed incompetenti che manco da Maria De Filippi sia molto più leggibile ed analizzabile di Facebook o di Twitter:

è lo youtuber a decidere se lasciare o meno la possibilità di commentare il video, e mi è sembrato che spesso il blocco dei commenti sia stato conseguente ad un numero troppo alto di critiche,

sovente il confronto diretto non avviene, e lo youtuber preferisce registrare (e NON girare, termine che usano spesso a sproposito anche i ‘grandi esperti di cinema’) ulteriori video in cui si lamenta delle critiche,

l’atteggiamento di difesa tenuto da molti di loro davanti a critiche o commenti non positivi rende chiaro l’obiettivo principale, ovvero ottenere una visibilità ed un consenso tali da far sì che aziende o compagnie si accorgano di loro; insomma vedono il medium come una sorta di trampolino di lancio che però, lo ripeto, ha ben poco a che fare con la bravura o il merito e più con una questione di immagine.

Si ringraziano la pagina Facebook Youtuber che bannano ad ogni critica per gli spunti e il post odierno della Spora per avermi chiarito ulteriormente le idee.

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